Edith Irene Södergran


La mia anima era un vestito azzurro color del cielo;
l’ho lasciato su una rupe, presso il mare,
e nuda son venuta a te, somigliando a una donna.
E come una donna mi son seduta alla tua tavola
e ho bevuto una coppa di vino, ho respirato il profumo di rose.
Mi hai trovato bella, che somigliavo a qualcosa visto in sogno,
ho dimenticato tutto, dimenticato la mia infanzia e la mia patria,
sapevo soltanto che le tue carezze mi tenevano prigioniera.
E tu sorridente hai preso uno specchio, m’hai invitato a guardarmi.
Io ho visto che le mie spalle erano di polvere e andavano in briciole,
io ho visto che la mia bellezza era malata e senza più volontà – svaniva.
Oh, tienimi chiusa fra le tue braccia, così forte ch’io non abbia bisogno di nulla.

La luna e altre poesie (Via del Vento, 1995) trad. it. Daniela Marcheschi)

Nika Turbina


Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

 

Sono pesi queste mie parole (Via del vento, 2008), a cura di F. Federici

Sylvia Plath

Sylvia_plath

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Suicidio presso Egg Rock

Alle sue spalle gli hotdog che si spaccavano gocciolanti
sulle griglie dei rivenditori, distese saline color ocra,
cisterne di gas, cataste di materiali – quel panorama
d’imperfezioni di cui le sue viscere erano parte –
ondulavano e pulsavano nella vitrea corrente ascensionale.
Il sole flagellava l’acqua come una condanna.
Non un pozzo d’ombra da strascinarsi dentro
e il suo cuore batteva l’antico tamburellare:
io sono, io sono, io sono. Ragazzini
gridavano lì dove si spezzavano i frangenti e si sfrangiavano
spruzzi strappati dal vento alla cresta dell’onda.
Un bastardo, azionando al galoppo le zampe,
costrinse in volo i gabbiano fuori dal recinto dei bambini.

Covava quella cosa, come se sordo, cieco
il suo corpo gettato sulla riva coi rifiuti del mare,
fosse per sempre solo una macchina per respirare e pulsare.
Mosche in fila dentro l’orbita di una morta raia
ronzavano e attaccavano l’arcata sede del cervello.

Ogni cosa s’allontanava ai raggi corrosivi
del sole tranne Egg Rock azzurra tra i rifiuti.
Mentre entrava nell’acqua udiva

l’incurante spumeggiare dei frangenti su quelle rocce.

 

La luna e il tasso (Via del Vento, 2011), trad. it. Pietra Mattei