Umberto Piersanti


Greppi

greppi, non burroni,
colli o fossi,
greppi amati
dove con la sorella per la mano
colsi il muschio gelato
del dicembre
in un’età remota
così remota
che il sogno non uguaglia,
greppi che il pruno
imbianca a marzo
e il lupino ricopre
d’un suo rosso acceso
quando il sole scende
così tardo sul Carpegna
e fa i campi arancioni
giù fino al mare,
greppi attorno alla casa
dell’antico dove scendo
col padre tra i filari
di limpido bianchello,
delle fiamme odorose
di bersigana

quante volte
sdraiato sul falasco
hai visto la poiana
alzarsi in volo,
la biscia scivolare
tra sassi bianchi,
scendere le palombe
alla marina
e tra le nevi di febbraio
fugaci
l’elleboro precedere
ogni altro fiore

e poi gli amori
giocati tra l’erbe
le cosce bionde e brune
i capelli sciolti,
la più felice è l’ora
che s’inoltra
come quel vento azzurro
tra fitti greppi

più d’ogni ruga
che salga alla fronte,
più della vista
che s’appanna e confonde,
è il ginocchio che si piega
e non tende
a fare cupo il giorno
gelato il sangue

greppi, greppi amati
più non salgo
tra voi
col vento in faccia,
anche sul piano
ora arduo è il cammino,
goffo e incerto
striscia il passo
sul terreno,
se tenta di salire
i greppi verdi
non s’inarca il ginocchio
ma si piega,
restano le erbe
e i fiori così distanti

solo un poco
conforta la memoria
dei greppi luminosi
e le vicende
così perse e remote,
così presenti

 

 

© Inedito di Umberto Piersanti (Gennaio 2017)

© Foto di Dino Ignani

Umberto Piersanti


La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
così antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

 

Nel tempo che precede (Einaudi, 2002)

© Foto di Dino Ignani

Umberto Piersanti

umberto_piersanti

 

Jacopo

tu, immune alle parole
e agli spaventi,
che c’entrano le strade
con la tua terra che nessuno
divide, striscia o frammenta?
le attraversi al mio braccio,
forestiero, le macchine lo sai
possono far male,
sono come la pietra che dal cielo
trapassò la tempia al generale,
sono molto più fitte
e quotidiane,
non sai da dove vengono,
che fanno,
solo che se ti tocca forte
ti fa male,
succede,
a tre anni il braccio si torceva,
non sai come

immune anche a quei segni
d’aria, fatti di niente,
che cerchiano tuo padre
per ogni strada,
il pegno che lui paga
alle folte parole,
alle fitte figure
che covano dentro
e vanno a fuoco

quand’ancora non eri lontano
e sperso
alla fiaba pensavo
di chi scendeva
da quel regno della vita,
sceglieva il cuore,
forse, del tempo che precede
qualcosa t’è rimasto,
ma confuso,
qualcosa che t’avviluppa i muscoli
ed il cuore

solo quando sei dentro l’acqua
e ci cammini,
giù nel fondo lento
e silenzioso,
torna il volto perfetto
senza le pieghe,
penso che tu sei nella terra
da dove vieni

 

L’albero delle nebbie (Einaudi, 2008)

Foto di Dino Ignani