André Naffis-Sahely

The Other Side of Nowhere

Thirty feet above the ground, in a warehouse
in the industrial outskirts
of a city we’d never lived in,
I knelt inside the near-empty container

to contemplate our nomadic misery:
mismatched chairs, kitchen appliances
older than me, baby clothes,
framed diplomas, books in a language

my father never taught me (it would 
have stunted my assimilation)
and in my head, an email from my mother
that read, “we’re doomed, save what you can.”

So there I was, on the other
side of nowhere in sunny Italy… Despite
the technological changes around us,
disasters still travel in telegrams: Bankrupt. STOP.

Sorry. STOP. Homeless. STOP…
Remember, brother,
when our parents calling us
‘global citizens’ inspired great hope?

But the world proved too tribal for us
and so your suitcase shall be your only friend
while Shi Huang’s fantasy of a Godly Wall
proliferates across the planet.

Weeks ago, two cops in Catania
stung a sixteen year old boy from Darfur
with cattle-prods to impart the following lesson,
whatever the government says, 

you’re not welcome here.’
As if one needed the reminder…
All across the boot, the green-
shirted faithful lift their pitchforks

to chase the monster of Otherness,
so don’t ask me why I love
to leave and hate returning.
(Is the answer somewhere inside this container?

It isn’t… but remember Cicero’s saying,
there’s no cure for exile except to love 
every city as you would your own, 
but the past is always easier… )

When I was young, I fancied
myself Indiana Jones; later,
with erudition, came realer idols:
Petrie, Schliemann, Carter, Kenyon—

but you cannot rescue history from dust—
all you save one day will crumble
in your hand. “Trash or burn the rest”
I told the warehouse worker

as we rode the forklift back to earth.
Damn whoever said
that hell was down below;
they clearly never went there.

Florence

*

L’altro lato del nulla

A dieci metri da terra, in un deposito
nelle periferie industriali
di una città dove non avevamo mai vissuto,
m’inginocchiai dentro il container quasi vuoto

a contemplare la nostra miseria nomade:
sedie spaiate, elettrodomestici
più vecchi di me, vestiti da neonato,
diplomi incorniciati, libri in una lingua

che mio padre non mi aveva mai insegnato
(avrebbe inibito la mia assimilazione)
e in testa, una mail della mamma
che diceva ‘siamo rovinati, salva quello che puoi’.

Così eccomi, dall’altro lato
del nulla nell’assolata Italia…Nonostante
i cambiamenti tecnologici
i disastri viaggiano ancora per telegramma: bancarotta. STOP.

Scusa. STOP. Senzatetto. STOP.…
Ricordi, fratello, quando chiamandoci ‘cittadini globali’
i nostri genitori ci ispiravano grande speranza?

Ma il mondo si è dimostrato troppo tribale per noi
e dunque la valigia sarà il tuo solo amico
mentre il sogno di Shi Huang di un Muro Divino
prolifera nel pianeta.

Settimane fa due poliziotti a Catania
hanno ferito un sedicenne del Darfur
con pungoli del bestiame per questa lezione
qualsiasi cosa dica il governo,

tu non sei il benvenuto qui.
Come ci fosse bisogno di ricordarlo…
Lungo tutto lo stivale, i fedeli in camicia
verde sollevano forconi

per cacciare il mostro dell’Altro,
dunque non chiedermi perché amo
partire e odio tornare.
(la risposta da qualche parte in questo container?

No…ma ricorda il detto di Cicerone,
non c’è cura per l’esilio tranne amare
ogni città come faresti con la tua,
ma il passato è sempre più facile…)

Quando ero giovane sognavo
di essere Indiana Jones; più tardi,
con l’erudizione vennero idoli più reali:
Petrie, Schliemann, Carter, Kenyon—

Ma non puoi salvare la storia dalla polvere-
tutto quello che salvi un giorno ti si sbriciolerà
in mano ‘Butta o brucia il resto’
ho detto all’operaio del deposito

mentre scendevamo a terra col carrello.
Accidenti a chiunque abbia detto
che l’inferno era giù in basso:
chiaro che non ci sono mai andati.

Firenze

 

Traduzione in italiano di Stefania Zampiga

Carol Ann Duffy

The Dolphins

World is what you swim in, or dance, it is simple.
We are in our element but we are not free.
Outside this world you cannot breathe for long.
The other has my shape. The other’s movement
forms my thoughts. And also mine. There is a man
and there are hoops. There is a constant flowing guilt.

We have found no truth in these waters,
no explanations tremble on our flesh.
We were blessed and now we are not blessed.
After travelling such space for days we began
to translate. It was the same space. It is
the same space always and above it is the man.

And now we are no longer blessed, for the world
will not deepen to dream in. The other knows
and out of love reflects me for myself.
We see our silver skin flash by like memory
of somewhere else. There is a coloured ball
we have to balance till the man has disappeared.

The moon has disappeared. We circle well-worn grooves
of water on a single note. Music of loss forever
from the other’s heart which turns my own to stone.
There is a plastic toy. There is no hope. We sink
to the limits of this pool until the whistle blows.
There is a man and our mind knows we will die here.

 

*

 

I Delfini

Mondo è ciò in cui nuoti, o danzi, è semplice.
Siamo nel nostro elemento ma non siamo liberi.
Fuori da questo mondo non puoi respirare a lungo.
L’altro ha la mia forma. Il movimento dell’altro
crea i miei pensieri. Ed anche il mio. C’è un uomo
e ci sono i cerchi. C’è un fluire costante di colpa.

Non abbiamo trovato verità in queste acque,
nessuna spiegazione trema sulla nostra carne.
Eravamo benedetti e ora non lo siamo.
Dopo aver viaggiato qui per giorni, iniziammo
a tradurre. Era lo stesso spazio. È
lo stesso spazio sempre e sopra è l’uomo.

E ora non siamo più benedetti, il mondo
non più profondo per i sogni. L’altro lo sa
e per amore riflette me a me stesso.
Vediamo la nostra pelle d’argento guizzare, ricordo
di qualche altro luogo. C’è una palla colorata
da dover bilanciare sinché l’uomo non scompare.

La luna è scomparsa. Giriamo in tondo a logori solchi
d’acqua su un’unica nota. Musica di perdita continua
dal cuore dell’altro che rende il mio di pietra.
C’è un giocattolo di plastica. Non c’è speranza. Scendiamo
ai limiti di questa piscina sinché soffia il fischio.
C’è un uomo e la nostra mente sa che moriremo qui.

 

Mean Time (Anvil Press Poetry, 1993), traduzione di Stefania Zampiga

Joshua Mehigan


La spugna

Nessuno di noi capisce la nostra storia meglio
di questa nullità, sbaglio inconscio
di natura, ma anche nostra comune genitrice
che si espande in fondo al mare.

La genitrice, anche, del polpo e del pony,
delle scogliere e dei paesini, un tempo strana
semplicemente per non essere roccia lei stessa –
non roccia, ma sonno vuoto su un ripiano di roccia.

E, profondamente solidale con la roccia,
col mare e la polvere di mare a lavarsi nella sua pelle,
sa, sebbene non sappia di sapere,
che le menti e i loro ambienti sono tutt’uno.

Alcuni vedono il suo modo di pensare; i più, non ancora.
Tuttavia, un giorno, solo vivendo, tutti troveranno
ragione abbastanza dentro sé per pensare
il singolo pensiero da sempre nella sua mente.

*

The Sponge

None of us understands our story better
than this nonentity, unconscious slip
of nature, nonetheless our common parent
dilating at the bottom of the sea.

The parent, too, of octopus and pony,
of reefs and villages, once it was strange
simply for being not a rock itself—
not rock, but a blank sleep on a rock shelf.

And, deeply sympathetic to the rock,
to sea and sea-dust washing through its skin,
it knows, although it doesn’t know it knows,
that minds and their milieux are all one thing.

Some see its way of thinking; most, not yet.
Still, one day, just by living, all will find
reason enough within themselves to think
the single thought forever in its mind.

“The Sponge”, da Accepting the Disaster (Farrar, Straus and Giroux, 2014), traduzione del testo in italiano di Stefania Zampiga

Jane Hirshfield


Oggi che non potevo fare niente

Oggi che non potevo fare niente,
ho salvato una formica.

Doveva essere entrata con il giornale,
ancora consegnato
a chi deve stare a casa.

Un giornale è ancora un servizio essenziale.

Io non sono un servizio essenziale.

Ho caffè e libri,
tempo,
un giardino,
silenzio abbastanza da riempire cisterne.

Dapprima deve aver camminato
sul giornale, come inchiostro sbavato
che prendeva la forma di una formica.

Poi attraverso il portatile- caldo-
poi sul retro di un cuscino.

Piccola formica nera, sola,
che attraversava un cuscino blu,
si muoveva veloce perché è quello che poteva fare.

Messa fuori al sole,
non avrebbe potuto ritrovare il suo nido.
Allora che cosa ho salvato?

Non sembrava che avesse paura
nemmeno quando camminava sulla mia mano
che la muoveva rapida nell’aria.

Formica, sola, senza compagne,
il cui cuore di formica non potevo comprendere-
come ti va la vita- volevo chiedere.

L’ho sollevata e messa fuori.

Questo primo giorno in cui non potevo fare niente,
contribuire a niente
oltre a stare distante dal mio stesso genere,
ho fatto questo.

 

 

*

 

Today, When I Could Do Nothing

Today, when I could do nothing,
I saved an ant.

It must have come in with the morning paper,
still being delivered
to those who shelter in place.

A morning paper is still an essential service.

I am not an essential service.

I have coffee and books,
time,
a garden,
silence enough to fill cisterns.

It must have first walked
the morning paper, as if loosened ink
taking the shape of an ant.

Then across the laptop computer—warm—
then onto the back of a cushion.

Small black ant, alone,
crossing a navy cushion,
moving steadily because that is what it could do.

Set outside in the sun,
it could not have found again its nest.
What then did I save?

It did not look as if it was frightened,
even while walking my hand,
which moved it through swiftness and air.

Ant, alone, without companions,
whose ant-heart I could not fathom—
how is your life, I wanted to ask.

I lifted it, took it outside.

This first day when I could do nothing,
contribute nothing
beyond staying distant from my own kind,
I did this.

 

Together in a Sudden Strangeness: America’s Poets Respond to the Pandemic, 2020

Versione tradotta in italiano da Stefania Zampiga

Ph. Curt Richter