Andreas Okopenko


Primo sole

Ecco, ora puoi chiudere un po’ gli occhi;
no, non così forte, solo un po’, tanto che le palpebre
fredde si posino sugli occhi.

Continuerai a vedere nel cielo un simile azzurro.
Quasi capirai dove di colpe se ne sia andata la neve.
Certo, ancora non puoi metterti sotto i tre pioppi lì allineati.
Comunque la cornacchia non c’è più. Oggi
ho sentito pigolare un vero uccello di buon mattino.

Non stai fuori ancora molto, per il momento.
Ma forse domani già potrai tenere un po’ più a lungo gli occhi chiusi.
Ora il sole crescerà di giorno in giorno.
E se tutto va bene presto è primavera.

Rivista “Poesia” (n. 303, aprile 2015), traduzione di Gio Batta Bucciol

Aleksandr Blok


Tutto morirà sulla terra – e la madre, e la gioventù,
La moglie tradirà, e scomparirà l’amico,
Ma tu impara ad assaporare un’altra dolcezza,
Guardando al freddo circolo polare.

Prendi la tua barca, arriva al polo lontano
Su pareti di ghiaccio – e sommesso dimentica
Coma là si amava, si periva e si lottava…
E dimentica l’antica terra delle passioni.

E ai sussulti del freddo lento
Abitua l’anima stanca
Affinché qui non le occorra niente
Quando da là sgorgheranno i raggi.

 

7 settembre 1909

Rivista “Poesia” (n. 60, marzo 1993), traduzione di Paolo Galvagni

Anna Achmatova


Dedica

Davanti a questo dolore si curvano monti,
Non scorre un gran fiume,
Ma sono solide le serrature del carcere,
E dietro di esse i “covi dei forzati”,
E una malinconia di morte.
Per quanto alita un vento fresco,
Per qualcuno si addolcisce il tramonto,
Non sappiamo, siamo ovunque le stesse,
Sentiamo solo l’odioso scricchiolio delle chiavi
E i passi pesanti dei soldati.
Ci alzavamo come una messa mattutina,
Camminavamo per la capitale inselvatichita,
Là ci incontravamo, più esanimi dei morti,
Il sole più basso, e la Neva più nebbiosa ,
Ma la speranza canta sempre in lontananza.
La condanna…E subito scorrono le lacrime,
Da tutti ormai allontanata,
La vita è come strappata dolorosamente dal cuore,
Gettata brutalmente supina,
Ma va avanti… Barcolla… Sola…
Dove sono ora le amiche occasionali
Dei miei due anni infernali?
Cosa scorgono nelle nevi siberiane?
Cosa intravedono nel disco della luna?
Mando loro il mio addio.

Marzo 1940

Traduzione di Paolo Galvagni, “Rivista Poesia” n. 57, dicembre 1992

Günter Grass


Nell’uovo

Viviamo nell’uovo.
La parete interna del guscio
abbiamo già scarabocchiato con osceni
disegni e il nome dei nostri nemici.
Veniamo covati.

Chiunque ci covi
sta covando pure la nostra matita.
Quando usciremo un giorno
faremo subito un ritratto
di chi cova.

Supponiamo, noi, di essere covati.
Ci immaginiamo un bravo pennuto
e scriviamo temi scolastici
su colore e razza
della nostra gallina covante.

Quando usciremo fuori?
I nostri profeti nell’uovo
litigano per una cifra mediocre
sulla durata della cova.
Presumo un giorno X.

Per noia e reale bisogno
abbiamo inventato incubatrici
in apprensione per la nostra progenie nell’uovo.
Volentieri a colei che ci protegge
affideremo il nostro brevetto.

Ma noi abbiamo un tetto sulla testa.
I pulcini senili
embrioni con conoscenze linguistiche
parlano tutto il giorno
e discutono pure dei loro sogni.

E se non fossimo covati?
Se questo guscio non venisse mai forato?
Se il nostro orizzonte fosse l’orizzonte
dei nostri scarabocchi, ore e sempre?
Speriamo di essere covati.

E se anche parliamo della cova
Pure resta da temere qualcuno
fuori del nostro guscio abbia fame
ci schiaffi in padella con un po’ di sale –
fratelli nell’uovo, cosa faremo allora?

Rivista “Poesia”, traduzione di Paolo Scotini n.107, giugno 1997

Robert Walser


Uomini bianchi
mi strappano via a mezzo della notte
l’anima piena e vuota d’amore,
sazia, assetata,
e la portano ai ghiacciai, sui monti.
Sbranata dai loro denti
di mostri
me la riportano e nel corpo me la tornano
a piantare.
O cara donna, cara, vienimi a trovare!
Ti vorrei spogliare,
come l’umanità dai suoi dolori si vorrebbe liberare.
Non avere paura, come di seta ti saprò amare.

Rivista “Poesia” (n.50, aprile 1992), trad. it. Renata Buzzo Màrgari

Wang Guozhen


Non serve
che parli
del tuo amore passato
non dirmi
che il tuo amore passato
è stato un errore
nelle notti stellate
davvero hai camminato
con l’altro
piano piano
lungo le piccole strade
devi ricordare bene
la luce della luna
come l’acqua
non negare
il tuo amore passato
è bellezza
tutto ciò
che è fatto
con cuore sincero
non si può rinnegare
in futuro
non mi lamento
mia cara
rispetta il passato
amami sinceramente

Rivista Poesia (n. 86 luglio/agosto 1995), traduzione di Francesca Ferrari e Yu Gong

Erri De Luca


Proposta di modifica

C’è il verbo snaturare, ci dev’essere pure innaturare,
con cui sostituiscono il verbo innamorare
perché succede questo: che risento il corpo,
mi commuove una musica, passa corrente sotto i polpastrelli,
un odore mi pizzica una lacrima, sudo, arrossisco,
in fondo all’osso sacro scodinzola una cosa che s’è persa.
Mi sono innamorato: è più leale.
M’innaturo di te quando t’abbraccio.

Rivista “Poesia” (n.241, settembre 2009)

Albert Camus


Mediterraneo

I

Nel vuoto sguardo dei vetri, ride il mattino
Con tutti i suoi denti azzurri e scintillanti,
Gialli, verdi e rossi, ai balconi si cullano le tende.
Ragazze dalle braccia nude stendono panni.
Un uomo; dietro una finestra, il binocolo in mano.

Mattino chiaro dagli smalti marini,
Perla latina dalle liliali lucentezze:
Mediterraneo.

 

Rivista Poesia, N. 255 (Dicembre 2010), trad. it. Roberto Rossi Precerutti

10ª poesia più letta del 2020


di Heinz Kahlau

Se non ci sei

Se non ci sei,
ho sempre
quel che hai detto
e ho il tuo volto.

Delle tue parole
conservo più a lungo
quelle sommesse.
Quasi soltanto il loro suono,
il loro carezzare.
Poi ci sono quelle
che fanno male,
– difficili da dimenticare.

Dei colloqui rimarrà
solo quanto era nuovo per noi.
Dove i pensieri si incontravano.
Lì il tono della tua voce è
poco femminino,
molto umano.

Non si può dimenticare il tuo volto.
A volte è la vicinanza a farci dimenticare
la bellezza.

Rivista Poesia n. 326 (Maggio 2017), trad. Gio Batta Bucciol

Poesia pubblicata il 25 febbraio 2020

Louis Aragon


Gli annegati

Di una città il mio cuore ha preso forma
Vi soffia un grande vento giunto non si sa donde
Scendevate o annegati perduti dietro l’orma
D’un sogno in mezzo alle isole che accarezzano le onde
Impazienti delle erbe della riva ai porti
Lontani d’Aliscans là dove riposando
Con gli eroi hanno messo casa i morti
Vi si giunge una sera vi si giunge ma quando
Voi derivate colle vostre storie diverse
Gli occhi al cielo stellato che non vedono lume
Passate sotto il ponte con le teste riverse
Ignari dei palazzi bianchi che sfiora il fiume
Poiché Arles vi aspetta andate l’ora è tarda
Altrove piangerete tra le pietre senza nome
Qui la notte non è che un canto di chitarra
E il mio nome vi sembra un’immensa Avignone.

Rivista “Poesia” (111, novembre 1997), traduzione di Nicola Gardini