Jaime Sabines


Lasciami riposare,
rilassare i muscoli del cuore
ed assopire l’anima
per poter parlare,
per poter ricordare questi giorni
i più lunghi del tempo.

Ci siamo appena ripresi dall’angoscia
e siamo deboli, impauriti,
ci svegliamo più volte dal nostro scarso sonno
per vederti nella notte e sapere che respiri.
Avvertiamo il bisogno di svegliarci per essere più svegli
in quest’incubo pieno di gente e di rumori.

Tu sei il tronco invulnerabile e noi i rami,
perciò quest’accettata ci sconcerta.
Mai ci siamo fermati a pensare alla morte
di fronte alla tua morte,
né ti abbiamo mai visto se non come la forza e l’allegria.
Non lo sappiamo bene, ma all’improvviso arriva
un incessante avviso,
una spada scappata dalla bocca di Dio
che cade e cade e cade lentamente.
Ed ecco che tremiamo di paura,
che ci soffoca il pianto trattenuto
che ci stringe la gola la paura.
Prendiamo a camminare e non smettiamo
mai più di andare, dopo mezzanotte,
lungo quel corridoio dell’ospedale silenzioso
dove c’è un angelo d’infermiera sveglia.
Aspettare che morissi era come morire lentamente,
gocciolare dal tubo della morte,
morire un poco, a pezzi.

Non c’è stata ora più lunga di quella in cui non dormivi,
non un tunnel più denso di orrore e di miseria
di quello che riempivano i tuoi gemiti,
il tuo povero corpo ferito.

 

Le poesie del pedone (Raffaelli Editore, 2017), traduzione di Emilio Coco

Luisa Fernanda Trujillo Amaya


Un cielo di gennaio
I miei capelli umidi, appena lavati
assomigliano alla pioggia delle Ande
ai rami dei salici negli inverni di ottobre
È tempo di siccità
ma i miei capelli sono il rifugio dell’umidità del muschio
Nel ricordo il pettine di madreperla della nonna
quando seduta nel cortile della casa
lucidava i suoi capelli al sole con acqua di camomilla.
Uno dei tanti rituali che avevano le nonne di prima
come leggere nei primi dodici giorni dell’anno il calendario dei raccolti
arieggiare i cuscini, tirare fuori dagli armadi la biancheria vecchia, far circolare le energie
o scuotere la polvere della casa con un fascio di rami delle sette erbe
per incoraggiare gli spiriti buoni ad abitarvi
I riti sono cambiati
Li sostituisce la routine
Il motore del mio asciugacapelli si è fuso
e al finestrone dell’undicesimo piano del monolocale dove vivo
non si affaccia nemmeno un briciolo di sole che voglia lasciare la sua traccia di bronzo
sui miei capelli umidi di landa

 

A terra, l’uccello dimentica di cantare (Raffaelli, 2017), traduzione di Emilio Coco

Massimo Morasso


Potessi capire ti farei vedere tutto, la chiesa
scintillante, l’ostensorio e il catafalco con dentro
Caterina, la piccola anima incorrotta, sei qui
per ricevere la grazia dello spirito, mi sembri stupefatto,
poi aggrotti, osservi mamma, ci sorridi. Guardi le cose
come fossero estensioni del tuo corpo, con noi
sotto l’altare a farti festa tutto intorno, vestiti bene,
nessuno manca, gli zii ci sono ancora, oltre il brusìo
dei bassi conversari non ti parla
niente, neppure il prete che ti spruzza l’acqua,
il gong della campana, il lento salmodiare
di una vecchia, assorta, in preda al suo rosario.

 

Viatico (Raffaelli, 2010)

Davide Brullo


cercammo il Nord per orientare
la gola alla sassaia delle stelle
e raccontare nel petto una migrazione
alle sule – gli iceberg sono

i multipli della nostra speranza –
riparammo tra i taciturni quando

era monumentale l’inverno
«i cavalli sprigionano con un nitrito
l’identità dei nativi –
fu sufficiente correre per dimenticare
una famiglia e i suoi fiumi» è scritto

la didascalia dell’alba inclinò
la casa come un veliero ma è solo
ricamo del vetro e metallurgia emotiva
l’astio con cui incunei i figli
nell’enclave delle lenzuola –
c’è chi pensa che Antartide possa
realizzarsi in una tazza –

 

Abbecedario antartico (Raffaelli, 2017)

© Foto di Simone Casetta

Damiana De Gennaro


金継ぎ・kintsugi

ti conservo dove poso
i libri che mi aprono
la notte sulle ciglia –

riempiresti col tuo oro
le spaccature che la luna
mi scava nella schiena,
come l’edera sa fare
sulle pareti verticali?

tu sai come far alzare
il vento contro il tutto
che mi tiene corpo in pezzi,
frantumato.

 

Aspettare la rugiada (Raffaelli, 2017)

Federica Volpe


Per te cambierei la mia geografia,
– un nome altro prenderebbero i ginocchi,
pulserebbero altri fiumi dalle tempie
ai calcagni, si muoverebbero le carni
come in danza a seguire i tuoi significanti
che tieni chiusi tra le labbra come un bacio – .
Cambierei anche di stagione, addosso
mi starebbe come l’abito di sposa
di tua madre, o come il canto
che ascoltavi da bambino e non capivi.
Cambierei anche di punto cardinale, sarò
est od ovest perché non importa
da che parte mi sorga il sole, ma
che sorga, e sarò nord o sud perché
non sono diversi nel seguire l’equatore.
Non che io non ami i luoghi, e i climi,
e le coordinate, e ciò che è mio:
vedi: sono il sostrato sotto i tuoi nomi,
i fossili antichi sotto le tue stagioni,
sono l’est che impara a tramontare il sole.
È ricchezza se mi ricopri di parole
nuove, come un corpo in amore,
se insieme facciamo di me un paese
rinato che ha lasciato ad altri le paure.

 

Parole per restare (Raffaelli, 2016)

Francesca Serragnoli

Francesca_Serragnoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci vorrebbe proprio tutto
il tempo di cucire un bottone.
Quel fermarsi
in quel punto della camicia
su e giù con l’ago
e il filo lungo che va in alto e scende.
Quel andare al di là e tornare, basterà?

Il viaggio di una madre
il puntino luminoso della sua mano
che dal cielo scende
e sale un filo che fra le dita
sembra attraversare niente.

Io ti avevo stretto la mano
nella panca della chiesa dei Servi
sentivo che piangevi
non sapevo come ricucire
il fiore sdraiato del tuo respiro
con tutte quelle radici al vento.

Non mi lasciare nel traffico
nel buio sordo di un attimo
quando non ti volti più
e caschi fra i rami
come un tramonto colpito
nel petto da uno sparo
non lasciarmi andare sotto i portici
che non hanno braccia
non farmi credere che la piazza
sia più bella dei tuoi occhi
che i gradini siano le tue ginocchia.

 

da Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010)

Foto di Daniele Ferroni