Eugenio Montale


La tempesta di primavera ha sconvolto
l’ombrello del salice,
al turbine d’aprile
s’è impigliato nell’orto il vello d’oro
che nasconde i miei morti,
i miei cani fidati, le mie vecchie
serve – quanti da allora
(quando il salice era biondo e io ne stroncavo
le anella con la fionda) son calati,
vivi, nel trabocchetto. La tempesta
certo li riunirà sotto quel tetto
di prima, ma lontano, più lontano
di questa terra folgorata dove
bollono calce e sangue nell’impronta
del piede umano. Fuma il ramaiolo
in cucina, un suo tondo di riflessi
accentra i volti ossuti, i musi aguzzi
e li protegge in fondo la magnolia
se un soffio ve la getta. La tempesta
primaverile scuote d’un latrato
di fedeltà la mia arca, o perduti.

Tutte le poesie (Mondadori, 2018)

Andreas Okopenko


Primo sole

Ecco, ora puoi chiudere un po’ gli occhi;
no, non così forte, solo un po’, tanto che le palpebre
fredde si posino sugli occhi.

Continuerai a vedere nel cielo un simile azzurro.
Quasi capirai dove di colpe se ne sia andata la neve.
Certo, ancora non puoi metterti sotto i tre pioppi lì allineati.
Comunque la cornacchia non c’è più. Oggi
ho sentito pigolare un vero uccello di buon mattino.

Non stai fuori ancora molto, per il momento.
Ma forse domani già potrai tenere un po’ più a lungo gli occhi chiusi.
Ora il sole crescerà di giorno in giorno.
E se tutto va bene presto è primavera.

Rivista “Poesia” (n. 303, aprile 2015), traduzione di Gio Batta Bucciol

Boris Pasternak

boris-pasternak

Primavera

Primavera, io vengo dalla via, dove il pioppo è stupito,
dove la lontananza sbigottisce, dove la casa teme di crollare,
dove l’aria è azzurra come il fagottino della biancheria
di colui che è dimesso dall’ospedale!

Dove la sera è vuota come un racconto interrotto,
lasciato da una stella senza continuazione
per rendere perplessi mille occhi tumultuosi,
insondabili e privi di espressione.

 

Poesie (Einaudi, 2009), a cura di A. M. Ripellino

Giuseppe Conte

        

Sono qui seduto su un tappeto
di foglie e fiori di primavera

e il mio silenzio è una preghiera
ed ho con me la coppa e il vino.

Se la mia Amata fosse vicino
se la sua bocca lucente fosse qui.

Il profumo dei suoi baci
è più dolce del gelsomino.

Dicono che sono saggio perché
conosco tutte le parole di Dio

e so che il suo volto non si vede
ma a tutti i roseti concede

la sua porpora e il suo fuoco.
Ma io sono saggio perché bevo, gioco

canto mentre il tempo ci rapina.
Quante rose si apriranno stamattina

e quante ne cadranno domani
o sotto le raffiche degli  uragani

avvizziranno. Il tempo ci affratella
noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo.

Non è la stessa per noi tutti quella
luna che sembra una melagrana

staccata lentamente dal suo ramo?
Ma io sono saggio perché amo.

Canti d’Oriente e d’Occidente (Mondadori, 1997)

Gaia Boni

gaia boni

Dolomiti

Siedono assorte come immense donne
offrendo alla sera l’orlo delle spalle,
-irti fiori i colli di neve ammantati-
un perpetuo chinarsi alla vita
un’attesa che tacita e costretta rimane-
si addolciscono i pendii e scioglie,
stillando silenzi
il ghiacciaio-
Mantengono nel ventre eternamente
gli uniti -e distanti- corpi di aprile e gennaio,
il respiro innevato di vedetta
la tiepida carezza fiorita in ventre.
I petrosi palmi s’asciugano al sole,
le ginocchia discendono dolci
ai verdi richiami dei rododendri
che fraternamente sussurrano
alle sopite genziane
Primavera.

 

© Inedito di Gaia Boni