Cesare Viviani

Viviani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Verranno mica a cercare la verità da noi,
quelli lì, anche se hanno pagato?
Prepariamoci.
Perché nessuno di noi ha la verità.
E nel vuoto qualcuno
si attacca a un libro, altri
a un legno e lo lavorano, o ad un masso.
A un cellulare, o ad un corpo vivo.
Ma il sostegno viene da altrove,
e allora puoi immaginare
che è là il tuo caro padre defunto.

 

Osare dire (Einaudi, 2016)

Alba Donati

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Alberi di Natale

Venendo su da Lucca, per la fondovalle,
fin da bambina contavo gli alberi di Natale
illuminati nella notte: Marlia, Lammari,

la montagna di Vinchiana, Borgo a Mozzano,
la valle, di là dalla ferrovia, di Bagni di Lucca,
Calavorno, ne contavo fino a settanta-ottanta.

Ce n’era di luminescenti, di luci fisse,
con faville colorate o luci argentate,
alcuni giganteschi, altri che appena si vedevano.

Ma, in verità, qualcosa non avevo visto:
stavano tutti davanti a case semplici,
e nemmeno uno nel giardino di una grande villa.

Meglio, mi dico, era lo sguardo di bambina
che di quelle luci faceva una carrozza leggendaria
che univa tutto dalla città fino a Lucignana.

 

Idillio con cagnolino (Fazi, 2013)

Antonio Bertoli

ANTONIO BERTOLI interno poesia

 

Via dell’acqua

Guarda sottile sguardo, custode penetrante
di giorno in giorno sempre più alla riva s’accalcano
canne erbe rovi frenetici la terra dalla verde forza
e l’acqua placa il dolore, serena sirena dal canto uguale
il dio umido erompe e fa salire la sete
di tutti coloro che all’acqua rivolgono parole e domande

Nell’ora intermedia della sera il fiume
si rifiuta al sonno, parlare sommesso e intermittente
il viso della morte e le parole dell’amore scorrono sul letto
d’acqua senza fine che tutto trascina
trascina e trascina, senza fine

Sorridere al futuro e al destino
che mai la morte può cancellare memoria d’amore
La pallida pioggia getta un ponte
di liquido fuoco tra cielo terra e acqua

Come non sorridere
del rivolo d’acqua piovana che traccia sul sentiero una strada
del filo che vi si corica e l’interrompe
così come un risvolto del pensiero mette fine alla logica?

 

Bianca pecora nera. Poetica della poesia. Poesia poetica (Il Vicolo, 2009)

Giorgio Caproni

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Ultima preghiera

Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, và pure in congedo.

Tutte le poesie (Garzanti,1999)

Foto di Dino Ignani

Giovanni Parrini

 

Potrebbe passare un’intera vita
non succedere niente
fatica sì
non senso
non bene interpretabili.
Intanto
una notte le stelle galleggiano sull’acqua di una pozza
anni luce annullati
meccaniche celesti liquefatte
per niente
se non mostrare che le lontananze si cercano
per non tremare sole.
Intanto
nel tronco segato stanno quieti i decenni
cerchi su cerchi
per niente
se non mostrare che pazienza vive nel verde nuovo
nel bruno secco del fuoco.
Ma non sapevamo.
Non dovevamo avere che la sorpresa
la resa che ci tiene sempre illeso lo stupore.

 

Valichi (Moretti & Vitali, 2015)

Annalisa Ciampalini

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Poiché sappiamo cosa avverrà
sulla retta aspettiamo la freccia
che ci faccia capire.
Di fatto non c’è stato lo scocco. Oscilliamo.
Sentiamo una moltitudine sola,
una macchia unica,
irriducibile. La coscienza prima di frazionarsi.
Impossibile starne fuori.
Pensiamo alla luce che verrà,
a come tutto già contiene
e si dipanerà.
Sarebbe altro a voler esistere
in una cecità senza fine.
Altri i momenti, nulle le direzioni.

 

© Inedito di Annalisa Ciampalini

Piero Bigongiari

pierobigongiari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anfratti vuoti

E’ freddo negli anfratti dell’essere
rocciosi, il mare gocciola là sotto,
c’è chi chiede pietà a braccia aperte
e chi accusa con l’indice elevato.
E’ freddo, il pesce nella marea imprendibile,
il vento carezza la roccia, le ali sono chiuse,
i morti non sono giunti, le case si crettano,
la polvere torna fango che non piglia,
lo sguardo scivola parola fuori dall’anima
che, sola, attende il vento, l’ala sbattuta, il sibilo
negli anfratti risponde a chi arriva ripido,
il mare sotto sgocciola verde, va
e viene, va e vede, risponde alle sue gocciole
l’insieme di un essere che diviene.

 

da Poesie. 1942-1992 (Jaca Book, 1994)

Stefano Della Tommasina

stefano finestra

 

Anafora

Profili di colline in terracotta, l’edera di un campanile,
i portici del borgo per dividere la luce. Il povero
regala un gesto appena uscito dalla pietra. Il pellegrino
(i tatuaggi vividi di un’anfora, una barca tutta da rifare
un mare a fiotti tra i capelli, quasi una fontana umana)
lo raccoglie all’angolo dove trent’anni prima il giovane
fissava la piazzetta e disilluso non capiva. Il luogo era
già fato, enorme giara, anafora.

 

© Inedito di Stefano Della Tommasina