Peter Handke

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[…]

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno con i baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai –,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

[…]

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Parla di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri primi sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove per il diverso senso del tempo di quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo ad unirci
dopo esserci uniti
giacendo cosí per anni
fianco a fianco, il respiro
nel respiro uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.
I tuoi capelli lisci diventarono ricci,
i tuoi occhi chiari diventarono scuri,
i tuoi denti grandi si fecero piccoli.
Sulle tue labbra tese
apparve un disegno fine e delicato,
sul mento sempre liscio
scoprii al tatto una fossetta che prima non c’era
e i nostri corpi invece di farsi male a vicenda
diventavano giocando uno solo,
mentre sulla parete della stanza
alla luce dei lampioni
si muovevano le ombre dei cespugli dei giardini d’Europa,
le ombre degli alberi d’America,
le ombre degli uccelli notturni di ogni dove.

 

Canto della durata (Einaudi, 2016), trad. it. Hans Kitzmüller

Hermann Hesse

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Caducità

Su me dall’albero della vita
foglia su foglia cade.
O variopinto mondo senza senso
come ci rendi sazi,
sazi e stanchi
come ci rendi ebbri!
Ciò che ancor oggi arde
sprofonda presto.
Presto sibila il vento
sulla mia bruna tomba,
si reclina la madre
sul suo figlioletto.
Gli occhi suoi voglio rivedere
il suo sguardo è la mia stella,
tutto il resto vuole dileguare e sparire,
tutto muore, tutto muore volentieri.
Resta solo l’eterna Madre
dalla quale noi venimmo,
nell’aria labile le sue dita
giocano a scrivere il nostro nome.

Poesie (Guanda, 2011), a cura di M. Specchio

Hilde Domin

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Soltanto l’ostinato

Non rimpiazzare
il rosso del tulipano morente,
non rimpiazzarlo
quest’anno.
Do nomi al mio cordoglio,
ci sono sempre fiori nuovi,
altri.
Nessuno ha bisogno di essere solo,
quando i prati sono così pieni di fiori
e le strade piene di persone.

Questo sorriso, non quello?
Il sorriso ha qualcosa di simile,
rosa e bianco,
muscolo della tenerezza
sui volti.
Questa maniera di farsi male,
proprio questa,
di rivoltare la spina nel cuore?
Quando le rose sono così piene di spine
e le strade piene di persone.

Soltanto l’ostinato
ha bisogno di essere solo.

 

Il coltello che ricorda (Del Vecchio, 2016), trad. it A. M. Curci

Günter Kunert

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Della colpa

Nei pozzi della metropolitana
il passo echeggia di notte lontano.
Fiochi scintillano i binari: coltelli,
smaglianti e non usati. Dalle pareti
gronda umidità.

Vado diritto e
già corro e sempre più svelto
di soglia in soglia attraverso
un sistema di tubi e tunnel
grotte e caverne:

rabbrividendo scorgo in
grinze su manifesti,
in cartacee maschere pubblicitarie,
i volti di quelli, che
qui sotto si trascinerebbero, se
lassù della città null’altro rimanesse
che loro,

quelli che negli oscuri meandri e negli angoli
tenebrosi invano cercherebbero colui
che li assolva dalla colpa
della propria morte stavolta.

 

Ricordo di un pianeta (Einaudi, 1970), trad. it. L. Forte

Friedrich Nietzsche

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Fra amici

Bello è tacere insieme,
ancor più bello ridere assieme –
sotto il panno di seta del cielo,
giù nel muschio, chino su un libro,
rider forte e cordiale fra amici
e scoprire il biancore dei denti.

Se io sono riuscito taciamo,
se ho fallito – ridiamoci sopra
e facciamo ancora di peggio,
sempre peggio, ridere e fare,
finché nella fossa scendiamo.

Sì, amici! Così deve andare? –
Amen dunque! E arrivederci!

Le poesie (Einaudi, 2015), trad. it. A. M. Carpi

Ingeborg Bachmann

Invocazione all’Orsa Maggiore

Orsa Maggiore, scendi insita notte,
animale dal vello di nuvole
e gli occhi antichi,
occhi stellari;
sbucano dall’intrico scintillanti
le tue zampe e gli artigli,
artigli stellari;
vigili custodiamo le greggi,
pur ammaliati da te, e diffidiamo
dei tuoi lombi stanchi
e delle zampe aguzze per metà scoperte,
vecchia Orsa.

Una pigna, il vostro mondo.
Voi, le scaglie intorno.
Io lo spingo, lo rotolo,
dagli abeti in principio
agli abeti alla fine:
lo fiuto, lo tento col muso,
e con le zampe l’abbranco.

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

 

Poesie (Guanda, 2006), trad. it. M. T. Mandalari

Michael Krüger

Michael Krüger, 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

Neve

C’è odore di neve,
un odore che non occorre descrivere,
niente grandi parole di meraviglia.
Onde, le ultime, tremolano sul mare,
sottili come matite, finché il ghiaccio
non le fissa e stampa in metri regolari.

Le nostre condizioni sono buone,
leggiamo il giornale, guardiamo la televisione,
osserviamo Amleto e i suoi dubbi,
amiamo Mörike e gli Impromptus di Schubert,
anche la povertà non ci lascia insensibili,
né la vicina né la lontana.

Il nostro vicino sapeva tutto del sanscrito,
adesso si è tolto la vita
perché sua moglie l’ha lasciato. Poco fa
lo vedevamo ancora in giardino occupato coi merli,
curvo come un interrogativo, gli uccelli
a saltellargli intorno come tanti puntini.

Si vive più a lungo di quel che si credeva.
Distinguiamo i concetti giusti
dagli sbagliati. Amiamo la neve
quando i sentieri sembrano i bordi
degli annunci mortuari. Tronfia
la morte scansa la vita

e già è dileguata nel bianco.

 

Spostare l’ora (Mondadori, 2015), trad. it. A. M. Carpi

Bertolt Brecht

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Sulla denominazione emigrante

Falso quel nome assegnatoci sempre trovai:
emigrante.
Significa esule, si sa. Ma noi
esuli non eravamo per libera scelta,
scegliendo altro paese. E non andavamo
in altra terra per restarvi possibilmente per sempre.
Noi fuggivamo scacciati, banditi.
Né è una nuova patria, esilio è la terra
che ci accoglie.
Sostiamo inquieti, possibilmente presso il confine,
qui, in attesa del giorno del rientro,
qui, spiando al di là del confine ogni più piccolo
mutamento, ponendo accese domande ad ognuno
di là venuto, nulla dimenticato, nulla
tralasciando, e anche nulla che sia accaduto
perdonando, nulla perdonando.
Ahi, la quiete dell’ora non ci illude! Sentiamo
dai loro Lager le grida fino a qui.
Noi stessi quasi siamo d’un qualche crimine sospetti,
noi che potevamo passare le frontiere. Ognuno
di noi, che tra la folla va con scarpe sdrucite,
attesta il disonore che nostra terra macchia.
No, nessuno di noi vuol restare.
Non è ancora detta la parola ultima.

 

Poesie inedite sull’amore. Poesie politiche e varie (Garzanti, 1986), trad. it. G. Mucchi

Walter Benjamin

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Di memoria e di oblio un giorno niente
resterà se non un canto presso la sua culla
nulla celando e nulla rivelando
canto senza parole dalle parole non compreso

canto che salirebbe dal profondo dell’anima
come dalla terra convolvoli e nasturzi
come voci nel suono d’organo alla messa
si stringerebbe il nostro sperare in questo canto

nessun conforto esiste oltre questo canto
e nessuna tristezza lontana da quel canto
contiene astro e animale come in un tessuto

e morte e amici senza distinzione
ogni cosa vive in questo canto
poiché vi entrò del più venusto il passo.

 

Sonetti e poesie sparse (Einaudi, 2010), a cura di R. Tiedemann