Michael Hamburger


Gli anelli sono il caso, la catena è il destino,
stringente come la rete di Efesto
che offrí al sorriso degli dèi due corpi
su un solo letto, in così stretto
intrico, che fu chiara
la verità: uno per uno fa uno.

Gli amanti sottrattivi, che ribattono
che quel che il caso ha unito può dividere
la scelta (come se un puro sforzo
allentasse la stretta di un paradosso) infine
scoprono con stupore d’essere loro stessi
il dividendo che si è ridotto,

giú in quell’inferno dove Don Giovanni
sente la vanità del suo sommare nomi,
poiché il totale è perso per lui,
non vedovo, ma spettro, mentre chi
resta privo di un’unica compagna possiede
un meno che è piú grande del suo piú.

L’amore vero comincia con l’algebra,
con quei casuali attori x ed y,
non-entità il cui magico ruolo
è di far diventare un nulla tutto,
di essere e di non essere, di unirsi:
gli anelli sono il caso, la catena è il destino.

Taccuino di un vagabondo europeo (Fondazione Piazzolla, 1999), traduzione di Maura Del Serra

Kurt Tucholsky


I fuori posto

Ci han fatto nascere, credo, fuori posto.
Ora per colpa dell’epoca e del luogo
tutti sperduti e tremanti ce ne stiamo,
maledicendo la nostra solitudine.

Ma perché, mamma, proprio sulla Panke?
Non era meglio cinquant’anni fa?
Oh, come crebbe fuori posto il ricordo
del lieto vostro amor di gioventù!

E perché non in mezzo all’arcipelago
della Sonda nell’ottocentodieci?
Ma qui ed ora? Non c’è di che stupirsi:
logico che non va!

E perché non di casa nell’Australia?
E perché non sovrano di Erzurum?
E perché non nell’anno duemila?
Per qual motivo? Come mai? Perché?

Guerra mondiale. Un’età a grandezza d’uomo.
L’impiegato che fa l’ufficiale.
Tessere. Omicidi. Confini. Bancherotte.
Espressamente riservato a noi.

Fa salire il tuo karma, impara dagli Indiani.
E se pur altro che rassegnarci non ci resta:
la mia donna, se mai farà dei figli,
non in Germania.

Prose e poesie (Guanda, 1977), trad. it. Elisa Ranucci

Günter Grass


La mia macchia

Tardi, dicono, troppo tardi.
In ritardo di decenni.
Annuisco: sì, ce n’è voluto
prima che trovassi parole
per l’usurata parola vergogna.
Accanto a tutto ciò che mi rende riconoscibile
ora mi rimane appiccicata una macchia,
netta quanto basta
per gente
che indica con dito senza macchia.
Addobbo per gli anni che restano.
O forse si doveva provare il travestimento,
stendere il velo pietoso?
D’ora in poi mi circonderebbe la quiete
in mezzo a rane gracidanti.
Ma già dico sì, no e nonostante.
Non si può mascherare
il torto sanzionato.
Mai troppo tardi ciò che fu ed è
viene chiamato per nome.
La macchia vincola.

 

Dummer August (Raffaelli, 2008)

Walter Benjamin

Quale misura dare a questa solitudine?
se il dolore mi impartisse ancora i vecchi colpi
quella nudità essi l’un con l’altro coprirebbero
la sua vesta era il ritmo innominato

ma ora io soffro il tempo inerme
con un moto in cui nulla lascio scorrere
la mia intera marea si perde nella sua misura
più non piange il cuore pur se la bocca grida

quando ci sarà del mio dolore un anno nuovo
e quando sarò vicino ancora alla tristezza
per la quale languisco nei giorni resi sordi

ah quando arderà nel suo colore nero
al capo d’anno come la vidi un tempo
la vasta cicatrice dell’agosto in fiamme?

 

da Sonetti e poesie sparse (Einaudi, 2010)

Heinz Kahlau


Se non ci sei

Se non ci sei,
ho sempre
quel che hai detto
e ho il tuo volto.

Delle tue parole
conservo più a lungo
quelle sommesse.
Quasi soltanto il loro suono,
il loro carezzare.
Poi ci sono quelle
che fanno male,
– difficili da dimenticare.

Dei colloqui rimarrà
solo quanto era nuovo per noi.
Dove i pensieri si incontravano.
Lì il tono della tua voce è
poco femminino,
molto umano.

Non si può dimenticare il tuo volto.
A volte è la vicinanza a farci dimenticare
la bellezza.

Rivista Poesia n. 326 (Maggio 2017), trad. Gio Batta Bucciol

Hilde Domin


Le vie più difficili

Le vie più difficili
vengono percorse da soli,
la delusione, la perdita,
il sacrificio,
sono soli.
Persino il morto che risponde a ogni richiamo
e che non si nega a nessuna richiesta
non ci soccorre
e osserva
se noi non cediamo.
Le mani dei vivi che si tendono
senza raggiungerci
sono come i rami degli alberi d’inverno.
Tutti gli uccelli tacciono.
Si sento solo il proprio passo
e il passo che il piede non ha ancora fatto
ma che farà.
Fermarsi e voltarsi
non serve. Si deve
andare.

Prendi in mano una candela
come nelle catacombe,
la piccola luce respira appena.
E tuttavia, quando hai camminato a lungo,
il miracolo non tarda,
perché il miracolo sempre accade,
e perché senza grazia
non possiamo vivere:
la candela brilla per il respiro libero del giorno
tu la spegni sorridendo
quando appari nel sole
e tra i giardini che fioriscono
la città è davanti a te,
e nella tua casa
la tavola è apparecchiata di bianco.
E i vivi che perderemo
e i morti che non possiamo perdere
spezzano per te il pane e ti porgono il vino –
e tu senti di nuovo la loro voce
vicinissima
al tuo cuore.

 

Rivista Poesia, N° 259, aprile 2011, traduzione di Daniela Maurizi

Jan Wagner


saggio sul sapone

ce n’era sempre un pezzo lì vicino,
seguiva le sue proprie fasi,
diminuendo come quasi ogni cosa
per poi riapparire pieno, di un bianco
luminescente nella sua vaschetta.

pesava come una pietra nel pugno,
schiumava, rammolliva
lavandoci da caino ad abele.

e se accadeva di dimenticarsene,
si sbriciolava come un asteroide;
ma ora riposa lucido e umettato,
come qualcosa d’emerso dal fondo
delle acque, prezioso per un istante,

sediamo tutti al tavolo:
notte illune, mani profumate.

 

Variazioni sul barile dell’acqua piovana (Einaudi, 2019), a cura di Federico Italiano

Michael Hofmann

Auden

but you would see faces that were worth a second look
GOTTFRIED BENN

It was another world, the world of turned collars and polished shoes,
Hairbrushes once a week laid facedown in what I thought was a specific
But was only a weak solution of shampoo in lukewarm water,
Jerseys were roughed up with a kind of knuckleduster of Sellotape,
Suitcases wore characterful labels and tags on their heavy, leather-effect cardboard

Who can imagine such a world not of cares, but of care,
Once we set ourselves to become unpressed, casualised, short-run, drip-dry,
Encased in thinking synthetics or flash suits, the human fiddler crab and his device
Emerging together from nail bars and tanning studios and whitening salons
Like so many gigolos, soccer managers, politicians, or molls,

Wearing our fewer, simpler, less restrictive garments more shabbily or dressily,
Having our manicures, our teeth whitened, our hair and beards repurposed
Every other day, owning either fewer things on they were let go to seed,
So intent on our personal grooming, we neglected impersonal grooming,
The care extended beyond ourselves, the aura of solicitude surrounding our appurtenance

The world of facecloths and napkin-rings and coal scuttles
And coir hall carpets and brass stair-rods and milk jugs and powered mustard
And shoe trees and tie racks and plumped down pillows and cufflinks and weskits and hats
And hardbound children’s books for our hardbound children
And malt vinegar and baking-soda to take off the worst of the dirt,

How careless, cheap, and profligate we have become,
We have stopped shaving against the grain and in cold water,
We didn’t eat or drink in the street in those days, flawed and freckled
An apple was taken for what it was, an undistinguished thing and a privilege,
Not chemistry at the top of its game, ester baby, breathing perfume and yet found fault with.

 

 

Auden

ma vedevi volti degni di una seconda occhiata
GOTTFRIED BENN

Era un altro mondo, mondo di baveri sollevati e scarpe lustre,
Spazzole per capelli messe una volta la settimana a testa in giù in ciò che io credevo specifico
Ma era solo una blanda soluzione di shampoo in acqua tiepida,
Maglie irruvidite con una specie di tirapugni di nastro adesivo,
Valige dai caratteristici portanomi e etichette sul pesante cartone effetto pelle

Chi si immagina un tal mondo non di preoccupazioni, ma di cura,
Una volta che ci apprestiamo a divenire non stirati, precari, breve termine, lava e indossa
Inglobati in pensieri sintetici o abiti accesi, l’umano granchio violinista e il suo strumento
Uscendo insieme da nail bar e solarium e sedute sbiancanti
Come tanti gigolò, manager del calcio, politici o puttanelle,

Indossando i nostri pochi, più semplici, meno rigidi indumenti in modo più trasandato o elegante,
Con le manicure, i denti sbiancati, barbe e capelli curati
A giorni alterni, possedendo meno cose o mandandole in malora,

Tanto intenti alla cura personale abbiamo trascurato la cura impersonale,
La cura estesa oltre noi stessi, l’aura di sollecitudine che circonda i nostri accessori,

Il mondo di asciugamani per il viso e porta tovaglioli e secchio del carbone
E tappeti d’ingresso in cocco e mancorrenti d’ottone e bricchi da latte e senape in polvere
E forme per le scarpe e portacravatte e cuscini sprimacciati gemelli e gilet e cappelli
E albi cartonati per i nostri bambini cartonati
E aceto di malto, bicarbonato di sodio per togliere lo sporco peggiore,

Come siamo diventati disattenti, ordinari e dissoluti,
Abbiamo smesso di raderci contropelo e in acqua fredda,
Non mangiavamo o bevevamo per strada a quei tempi, imperfetti e lentigginosi
Una mela era presa per quel che era, una cosa indistinguibile e un privilegio,
Non chimica al top della forma, un estere baby, respirando profumo e ancora trovando da ridire.

 

Trad. di Mia Lecomte e Andrea Sirotti
(da One Lark, One Horse, Faber&Faber, 2018)

 

Michael Hofmann (Friburgo, 1957) è un poeta e traduttore tedesco formatosi nel Regno Unito. È autore in inglese di due volumi di saggi e cinque raccolte poetiche, la più recente delle quali One Lark, One Horse (Faber&Faber, 2018). Tra le sue traduzioni: testi teatrali di Bertold Brecht e Patrick Süskind; poesie scelte di Durs Grünbein e Gottfried Benn; e romanzi e racconti, fra gli altri, di Franz Kafka, Joseph Roth, Peter Stamm, il padre Gert Hofmann, Thomas Bernhard.
Collabora regolarmente con la London Review of Books e la New York Review of Books, e insegna presso il dipartimento di inglese dell’Università della Florida.

Heinrich Böll


La mia musa sta sull’angolo della via
dà a ciascuno quasi per niente
ciò che io non voglio
quando è allegra
mi regala ciò che vorrei
rare volte l’ho vista allegra.

La mia musa è una suora
nella casa oscura
dietro doppie inferriate
mette presso il suo Diletto
una buona parola per me.

La mia musa lavora in fabbrica
quando ha finito di lavorare
vuol andare a ballare con me
ma io
non finisco mai di lavorare

La mia musa è vecchia
mi picchia sulle dita
strilla con bocca coriacea
è inutile matto
matto è inutile

La mia musa è una donna di casa
non biancheria
nell’armadio ha parole
Raramente ne apre le ante
e me ne porge una.

La mia musa ha la lebbra
come me
ci baciamo via la neve
dalle labbra
ci dichiariamo mondi

La mia musa è una tedesca
non mi dà alcuna protezione
solo se mi bagno nel sangue del drago
mi posa la mano sul cuore
cosí resto vulnerabile.

 

La mia musa (Einaudi, 1974), trad. it. A. Chiusano

Hans Magnus Enzensberger

La vista

Tu dici:
apro gli occhi e vedo quel che c’è
per esempio là sulla parete ‘sta donna nuda
o qui davanti ‘sta misera matita
o l’occhio che non smette di fissarmi – da ammattire
Chiudo gli occhi e vedo quel che non c’è

È così semplice
sei così facile da ingannare

In realtà sta a capo all’ingiù la realtà
anche la tua testa anche il cinema nella tua testa

Come lo sai che l’occhio si muove e l’immagine è ferma
o che l’occhio è fermo e si muove l’immagine?

Sicuro è soltanto che lo scomparso non è scomparso
e il qui davanti non è qui davanti

Tu vedi il cinema oppure il film
l’occhio oppure l’immagine

Ed ecco perché non smetti di fissare la donna nuda
che non si muove
con gli occhi sbarrati – da ammattire
la donna che non c’è
e guardi a occhi chiusi ‘sti miseri occhiali

 

La musica del futuro (Einaudi, 1997)