Walter Benjamin

Quale misura dare a questa solitudine?
se il dolore mi impartisse ancora i vecchi colpi
quella nudità essi l’un con l’altro coprirebbero
la sua vesta era il ritmo innominato

ma ora io soffro il tempo inerme
con un moto in cui nulla lascio scorrere
la mia intera marea si perde nella sua misura
più non piange il cuore pur se la bocca grida

quando ci sarà del mio dolore un anno nuovo
e quando sarò vicino ancora alla tristezza
per la quale languisco nei giorni resi sordi

ah quando arderà nel suo colore nero
al capo d’anno come la vidi un tempo
la vasta cicatrice dell’agosto in fiamme?

 

da Sonetti e poesie sparse (Einaudi, 2010)

Heinz Kahlau


Se non ci sei

Se non ci sei,
ho sempre
quel che hai detto
e ho il tuo volto.

Delle tue parole
conservo più a lungo
quelle sommesse.
Quasi soltanto il loro suono,
il loro carezzare.
Poi ci sono quelle
che fanno male,
– difficili da dimenticare.

Dei colloqui rimarrà
solo quanto era nuovo per noi.
Dove i pensieri si incontravano.
Lì il tono della tua voce è
poco femminino,
molto umano.

Non si può dimenticare il tuo volto.
A volte è la vicinanza a farci dimenticare
la bellezza.

Rivista Poesia n. 326 (Maggio 2017), trad. Gio Batta Bucciol

Hilde Domin


Le vie più difficili

Le vie più difficili
vengono percorse da soli,
la delusione, la perdita,
il sacrificio,
sono soli.
Persino il morto che risponde a ogni richiamo
e che non si nega a nessuna richiesta
non ci soccorre
e osserva
se noi non cediamo.
Le mani dei vivi che si tendono
senza raggiungerci
sono come i rami degli alberi d’inverno.
Tutti gli uccelli tacciono.
Si sento solo il proprio passo
e il passo che il piede non ha ancora fatto
ma che farà.
Fermarsi e voltarsi
non serve. Si deve
andare.

Prendi in mano una candela
come nelle catacombe,
la piccola luce respira appena.
E tuttavia, quando hai camminato a lungo,
il miracolo non tarda,
perché il miracolo sempre accade,
e perché senza grazia
non possiamo vivere:
la candela brilla per il respiro libero del giorno
tu la spegni sorridendo
quando appari nel sole
e tra i giardini che fioriscono
la città è davanti a te,
e nella tua casa
la tavola è apparecchiata di bianco.
E i vivi che perderemo
e i morti che non possiamo perdere
spezzano per te il pane e ti porgono il vino –
e tu senti di nuovo la loro voce
vicinissima
al tuo cuore.

 

Rivista Poesia, N° 259, aprile 2011, traduzione di Daniela Maurizi

Jan Wagner


saggio sul sapone

ce n’era sempre un pezzo lì vicino,
seguiva le sue proprie fasi,
diminuendo come quasi ogni cosa
per poi riapparire pieno, di un bianco
luminescente nella sua vaschetta.

pesava come una pietra nel pugno,
schiumava, rammolliva
lavandoci da caino ad abele.

e se accadeva di dimenticarsene,
si sbriciolava come un asteroide;
ma ora riposa lucido e umettato,
come qualcosa d’emerso dal fondo
delle acque, prezioso per un istante,

sediamo tutti al tavolo:
notte illune, mani profumate.

 

Variazioni sul barile dell’acqua piovana (Einaudi, 2019), a cura di Federico Italiano

Michael Hofmann

Auden

but you would see faces that were worth a second look
GOTTFRIED BENN

It was another world, the world of turned collars and polished shoes,
Hairbrushes once a week laid facedown in what I thought was a specific
But was only a weak solution of shampoo in lukewarm water,
Jerseys were roughed up with a kind of knuckleduster of Sellotape,
Suitcases wore characterful labels and tags on their heavy, leather-effect cardboard

Who can imagine such a world not of cares, but of care,
Once we set ourselves to become unpressed, casualised, short-run, drip-dry,
Encased in thinking synthetics or flash suits, the human fiddler crab and his device
Emerging together from nail bars and tanning studios and whitening salons
Like so many gigolos, soccer managers, politicians, or molls,

Wearing our fewer, simpler, less restrictive garments more shabbily or dressily,
Having our manicures, our teeth whitened, our hair and beards repurposed
Every other day, owning either fewer things on they were let go to seed,
So intent on our personal grooming, we neglected impersonal grooming,
The care extended beyond ourselves, the aura of solicitude surrounding our appurtenance

The world of facecloths and napkin-rings and coal scuttles
And coir hall carpets and brass stair-rods and milk jugs and powered mustard
And shoe trees and tie racks and plumped down pillows and cufflinks and weskits and hats
And hardbound children’s books for our hardbound children
And malt vinegar and baking-soda to take off the worst of the dirt,

How careless, cheap, and profligate we have become,
We have stopped shaving against the grain and in cold water,
We didn’t eat or drink in the street in those days, flawed and freckled
An apple was taken for what it was, an undistinguished thing and a privilege,
Not chemistry at the top of its game, ester baby, breathing perfume and yet found fault with.

 

 

Auden

ma vedevi volti degni di una seconda occhiata
GOTTFRIED BENN

Era un altro mondo, mondo di baveri sollevati e scarpe lustre,
Spazzole per capelli messe una volta la settimana a testa in giù in ciò che io credevo specifico
Ma era solo una blanda soluzione di shampoo in acqua tiepida,
Maglie irruvidite con una specie di tirapugni di nastro adesivo,
Valige dai caratteristici portanomi e etichette sul pesante cartone effetto pelle

Chi si immagina un tal mondo non di preoccupazioni, ma di cura,
Una volta che ci apprestiamo a divenire non stirati, precari, breve termine, lava e indossa
Inglobati in pensieri sintetici o abiti accesi, l’umano granchio violinista e il suo strumento
Uscendo insieme da nail bar e solarium e sedute sbiancanti
Come tanti gigolò, manager del calcio, politici o puttanelle,

Indossando i nostri pochi, più semplici, meno rigidi indumenti in modo più trasandato o elegante,
Con le manicure, i denti sbiancati, barbe e capelli curati
A giorni alterni, possedendo meno cose o mandandole in malora,

Tanto intenti alla cura personale abbiamo trascurato la cura impersonale,
La cura estesa oltre noi stessi, l’aura di sollecitudine che circonda i nostri accessori,

Il mondo di asciugamani per il viso e porta tovaglioli e secchio del carbone
E tappeti d’ingresso in cocco e mancorrenti d’ottone e bricchi da latte e senape in polvere
E forme per le scarpe e portacravatte e cuscini sprimacciati gemelli e gilet e cappelli
E albi cartonati per i nostri bambini cartonati
E aceto di malto, bicarbonato di sodio per togliere lo sporco peggiore,

Come siamo diventati disattenti, ordinari e dissoluti,
Abbiamo smesso di raderci contropelo e in acqua fredda,
Non mangiavamo o bevevamo per strada a quei tempi, imperfetti e lentigginosi
Una mela era presa per quel che era, una cosa indistinguibile e un privilegio,
Non chimica al top della forma, un estere baby, respirando profumo e ancora trovando da ridire.

 

Trad. di Mia Lecomte e Andrea Sirotti
(da One Lark, One Horse, Faber&Faber, 2018)

 

Michael Hofmann (Friburgo, 1957) è un poeta e traduttore tedesco formatosi nel Regno Unito. È autore in inglese di due volumi di saggi e cinque raccolte poetiche, la più recente delle quali One Lark, One Horse (Faber&Faber, 2018). Tra le sue traduzioni: testi teatrali di Bertold Brecht e Patrick Süskind; poesie scelte di Durs Grünbein e Gottfried Benn; e romanzi e racconti, fra gli altri, di Franz Kafka, Joseph Roth, Peter Stamm, il padre Gert Hofmann, Thomas Bernhard.
Collabora regolarmente con la London Review of Books e la New York Review of Books, e insegna presso il dipartimento di inglese dell’Università della Florida.

Heinrich Böll


La mia musa sta sull’angolo della via
dà a ciascuno quasi per niente
ciò che io non voglio
quando è allegra
mi regala ciò che vorrei
rare volte l’ho vista allegra.

La mia musa è una suora
nella casa oscura
dietro doppie inferriate
mette presso il suo Diletto
una buona parola per me.

La mia musa lavora in fabbrica
quando ha finito di lavorare
vuol andare a ballare con me
ma io
non finisco mai di lavorare

La mia musa è vecchia
mi picchia sulle dita
strilla con bocca coriacea
è inutile matto
matto è inutile

La mia musa è una donna di casa
non biancheria
nell’armadio ha parole
Raramente ne apre le ante
e me ne porge una.

La mia musa ha la lebbra
come me
ci baciamo via la neve
dalle labbra
ci dichiariamo mondi

La mia musa è una tedesca
non mi dà alcuna protezione
solo se mi bagno nel sangue del drago
mi posa la mano sul cuore
cosí resto vulnerabile.

 

La mia musa (Einaudi, 1974), trad. it. A. Chiusano

Hans Magnus Enzensberger

La vista

Tu dici:
apro gli occhi e vedo quel che c’è
per esempio là sulla parete ‘sta donna nuda
o qui davanti ‘sta misera matita
o l’occhio che non smette di fissarmi – da ammattire
Chiudo gli occhi e vedo quel che non c’è

È così semplice
sei così facile da ingannare

In realtà sta a capo all’ingiù la realtà
anche la tua testa anche il cinema nella tua testa

Come lo sai che l’occhio si muove e l’immagine è ferma
o che l’occhio è fermo e si muove l’immagine?

Sicuro è soltanto che lo scomparso non è scomparso
e il qui davanti non è qui davanti

Tu vedi il cinema oppure il film
l’occhio oppure l’immagine

Ed ecco perché non smetti di fissare la donna nuda
che non si muove
con gli occhi sbarrati – da ammattire
la donna che non c’è
e guardi a occhi chiusi ‘sti miseri occhiali

 

La musica del futuro (Einaudi, 1997)

Erich Fried

GESPRÄCH MIT EINEM ÜBERLEBENDEN

Was hast du damals getan
was du nicht hättest tun sollen?
“Nichts”

Was hast du nicht getan
was du hättest tun sollen?
“Das und das
dieses und jenes:
Einiges”

Warum hast du es nicht getan?
“Weil ich Angst hatte”
Warum hattest du Angst?
“Weil ich nicht sterben wollte”

Sind andere gestorben
weil du nicht sterben wolltest?
“Ich glaube
ja”

Hast du noch etwas zu sagen
zu dem was du nicht getan hast?
“Ja: Dich zu fragen
Was hättest du an meiner Stelle getan?”

Das weiß ich nicht
und ich kann über dich nicht richten.
Nur eines weiß ich:
Morgen wird keiner von uns
leben bleiben
wenn wir heute
wieder nichts tun

 

*

 

DIALOGO CON UN SOPRAVVISSUTO

Cosa hai fatto allora
che non avresti dovuto fare?
“Niente”

Cosa non hai fatto
che avresti dovuto fare?
“Questo e quello
questo e quell’altro:
un bel po’ di cose”

Perché non l’hai fatto?
“Perché avevo paura”
Perché avevi paura?
“Perché non volevo morire”

Sono morti altri
perché tu non volevi morire?
“Credo
di sì”

Hai ancora qualcosa da dire
a proposito di quello che non hai fatto?
“Sì: domandarti
Cosa avresti fatto tu al mio posto?”

Questo non lo so
e non posso esprimere un giudizio su di te.
So soltanto una cosa:
domani nessuno di noi
rimarrà in vita
se oggi di nuovo
non facciamo niente

Widerstand – Gedichte Verlag Klaus Wagenbach 2018

Traduzione di Daria De Pellegrini

Hans Magnus Enzensberger

 

A favore delle omissioni

Classici non letti, invenzioni
che ha risparmiato a sé e ad altri,
scommesse perdute,
pistole con la sicura,
titoli, posti, onorificenze
che si è lasciato scappare,
aerei persi all’ultimo momento,
indimenticabili cilecche, misere vittorie
che per un pelo ha scansato, e donne
con cui mai andò a letto:

nella tua sedia a rotelle ripensa,
tenero e riconoscente,
a quanto ha evitato,
risparmiando il mondo.

 

Più leggeri dell’aria (Einaudi, 2001)

Bertolt Brecht

A causa del crescente disordine

Unicamente a causa del crescente disordine
che c’è nelle nostre città piene di lotta di classe,
in questi anni qualcuno di noi ha deciso
di smettere le chiacchiere sulle città di mare,
sulla neve dei tetti, donne, odore
di mele mature in cantina
e sensazioni della carne, di tutto
ciò che fa l’uomo completo ed umano;
ma di parlare soltanto del disordine,
dunque diventare unilaterali, aridi,
irretiti in affari politici
e nell’asciutto “indegno” vocabolario
dell’economia dialettica.
Acciocché questo tremendo affollato convegno
di nevicate (sì, lo sappiamo,
la neve non è soltanto fredda),
sfruttamento, carne sedotta
e giustizia di classe non ci conduca
ad accettar la vita e il mondo
nelle tante diverse
e sanguinose loro contraddizioni.
Voi mi capite.

 

Poesie inedite sull’amore. Poesie politice e varie (Garzanti, 1986)