Yari Bernasconi


Verso Luino le strade non crollano,
non lasciano voragini aperte sopra il buio.
Solo gli smottamenti danno scosse leggere
alle curve e ai profili delle pietre. Le storie
di contrabbando sbiadiscono lontane:
auto svizzere e italiane attendono al semaforo
che è sempre rosso all’entrata del tunnel.
Poco dopo, vicino al tornante pericoloso,
fiori di plastica si sciolgono al sole.

La casa vuota (Marcos y Marcos, 2021)

Ph. © Yvonne Böhler

Robert Walser


Uomini bianchi
mi strappano via a mezzo della notte
l’anima piena e vuota d’amore,
sazia, assetata,
e la portano ai ghiacciai, sui monti.
Sbranata dai loro denti
di mostri
me la riportano e nel corpo me la tornano
a piantare.
O cara donna, cara, vienimi a trovare!
Ti vorrei spogliare,
come l’umanità dai suoi dolori si vorrebbe liberare.
Non avere paura, come di seta ti saprò amare.

Rivista “Poesia” (n.50, aprile 1992), trad. it. Renata Buzzo Màrgari

Stella N’Djoku


Mi chiedo il risultato,
a quest’ora del mattino,
di questa biologia così perfetta
da farmi svegliare ancora prima della sveglia
e dell’accorgermi di avere un corpo
soltanto nelle corse.
Bus-treno-bus
Ufficio-scuola-ufficio
Bus-scuola-bus sono
le uniche pulsazioni che mi sembra di conoscere.
Ma oggi, nel primo giorno in cui casa
riprende ad avere il suo significato originario,
mi ripeto se il senso della corsa
era nel fine e la soddisfazione
nell’estrema stanchezza
del corpo.

Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria (Samuele Editore, 2020)

Ágota Kristóf


Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve

con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate

più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane

un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega

chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

 

Chiodi (Casagrande, 2018), trad. it. di Fabio Pusterla, Vera Gheno

Philippe Jaccottet


Nutrito d’ombra, parlo
e ruminando magre pasture di tenebre
povero, debole, addossato alle rovine della pioggia,
mi stringo a ciò di cui non posso dubitare,
il dubbio, e abitando l’inabitabile guardo
riprendo a biascicare contro la morte
sotto sua dettatura. Crollando io persevero
a vedere, io vedo il crollo che scintilla,
e tutta la distanza della terra,
tutta la profondità degli anni fiocamente
illuminati, una dolcezza insostenibile,
un’ala sotto la coltre bruna delle nubi.
L’ombra mi schiude gli occhi
e l’avvicinarsi dell’impossibile al fondo della luce,
l’invasione della cenere al fondo di me stesso, cenere vittoriosa,
insolente, feroce, non mi fanno tacere,
ma mi dettano come ultima risorsa nuovi discorsi
e io brancolo fra parole antiche,
fra rovine di antichi versi,
ah! senza che nulla mi sostenga né mi guidi
tranne la potenza dell’errore,
tranne un’ombra taciturna e senza lume.

 

Poeti della malinconia (Donzelli, 2001), a cura di B. Frabotta

Mariella Mehr


Non c’era mare ai nostri piedi
anzi, gli siamo
sfuggiti a malapena
quando – le disgrazie, si dice, non vengono mai sole –
il cielo d’acciaio ci incatenò il cuore.

Abbiamo pianto invano le nostre madri
davanti ai patiboli,
e ricoperto i bambini morti con fiori di mandorlo
per scaldarli nel sonno, il lungo sonno.

Nelle notti nere ci disseminano
per poi spazzare via noi posteri dalla terra
nelle prime ore del mattino.

Ancora nel sonno ti cerco, erba selvatica e menta:
chiuditi, occhio, ti dico,
e che tu non debba mai vedere i loro volti
quando le mani diventano pietra.

Per questo l’erba selvatica, la menta.
Sono leggere sulla fronte
quando arrivano i mietitori.

Per tutti i Roma, Sinti e Jenische
per tutte le ebree e gli ebrei
per gli uccisi di ieri e per quelli di domani

 

Ognuno incatenato alla sua ora (Einaudi, 2014)

Ágota Kristóf

Vivere

Nascere
Piangere succhiare bere mangiare dormire aver paura
Amare
Giocare camminare parlare andare avanti ridere
Amare
Imparare scrivere leggere contare
Battersi mentire rubare uccidere
Amare
Pentirsi odiare fuggire ritornare
Danzare cantare sperare
Amare
Alzarsi andare a letto lavorare produrre
Innaffiare piantare mietere cucinare lavare
Stirare pulire partorire
Amare
Allevare educare curare punire baciare
Perdonare guarire angosciarsi aspettare
Amare
Lasciarsi soffrire viaggiare dimenticare
Raggrinzirsi svuotarsi affaticarsi
Morire.

 

Chiodi (Casagrande, 2018), traduzione di Fabio Pusterla, Vera Gheno

Erika Burkart


La mattina quando comincia a nevicare

Questa notte, dal sogno,
ho preso una stella.

Ma dove nasconderla
quando si sfalda il sonno
e l’uccello del mattino
con becco d’acciaio
m’incide il volto?

Basso è il cielo,
cade neve sui campi,
si disfano
nelle zolle i fiocchi
come i nostri pensieri
in disperse parole.

Il silenzio è l’assenza
di ogni rumore. Resta
il battito del cuore
che oscilla
su sigillate fonti.

 

Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca (Crocetti, 2013), trad. it Annarosa Zweifel Azzone

Fabiano Alborghetti


Talvolta si alza e va allo stanzino
il passo malcerto a strisciar le ciabatte
le braccia allargate a far l’aeroplano
appoggiando la mano per reggersi al muro
perché vuol controllare
la fisarmonica:
se è sempre al suo posto
se è tutto a posto come lui lo ricorda
poi torna convinto ridacchiando un pochetto
poi ferma a metà con lo sguardo smarrito
non avendo capito che s’è alzato a fare
e resta così: grattandosi il capo e affondato nel nulla
le labbra socchiuse e quegli occhi vaganti:
ammainate bandiere che cercano un nome
un dito che punta
come a dir qualcosa che s’è appena scordato.
Non c’è neanche paura, cosa ha da temere?
È appena arrivato pur se qui da decenni
ma c’è qualcosa tra le pieghe dei gesti:
un corpo a corpo tra adesso e memoria
e nessun vincitore

nemmeno per te
che hai le parole in punta di lingua
e lo chiami per cena masticando il dolore
come ogni sera ripetendo la scena
e lui si siede e il gatto carezza
poi la certezza che dice a gran voce:
io da domani me ne torno ad Amelia.

 

Maiser (Marcos y Marcos, 2017)

Alberto Nessi

Alberto Nessi
Sui treni svizzeri

a Christian
che compie sessant’anni

 

Sui treni svizzeri le donne ricamano
scalano punti, con l’uncinetto trapassano
– arrotolato il filo intorno all’indice –
i mali del mondo nella zona silenzio.
Ce n’è una davvero troppo grassa
tutta vestita di rosso anche i capelli, lavora
a un giubbetto così piccolo che pare
destinato a un neonato, ma lei
non ha l’aria da puerpera, lei è
mater matuta di tutte le campagne
– bianchi ciliegi, meli rosa, gru
tra il tarasacco vacche senza fretta
prati che più verdi non ce n’è.
Un’altra uncina un cappellino
nero con ghirlande bianche a onde
forse buono per uno gnomo dei boschi,
con dita sottili s’accanisce come becchi
d’upupa; poi addenta una mela
mentre qui davanti questa bambina
dà la scalata al Cervino, fa cucù
a suo papà e il sabato mattina
pare allentare i fili della vita.

 

Un sabato senza dolore (Interlinea, 2016)