Eugenio Montejo


Stanza dopo stanza, lampada dopo lampada,
i palazzi si risvegliano
e tutto intorno la pioggia apre i suoi petali
con un lento sussurro che percorre
sete e tendaggi.
Dormiamo dentro a un fiore che si alza
troppo lentamente sul mondo.

Tuttora ignoriamo da quale paese remoto
ci ha portati il sonno,
ma ci risulta che tra la notte e il giorno
sono passati gli anni…

La pioggia sta schiudendo la sua corolla
nel mezzo della quale ci svegliamo.
Ora so che il tuo sorriso, i tuoi capelli,
i tuoi occhi dove la notte si attarda,
la neve che cade sui tuoi seni
e queste stesse parole
sono anche petali di qualche immenso calice,
petali che si stanno aprendo, amore mio,
con lo stesso sussurro della pioggia
sui vetri.

 

La lenta luce del tropico (Le Lettere, 2006), trad. it. L. Rosi

Maria Esther Maciel


ALCACHOFRA

As pétalas se chamam
capítulos
e se despetalam
como páginas
de um livro
com caule e estrias
em verde-claro
e penugem lírica.
Come-se dela
quando cozida
a fina camada
(quase raspa)
de uma por uma
das lâminas
que os dedos
levam à boca
para o deleite
da língua.

E ao fim do último
capítulo
eis que de repente
surge
a inesperada
delícia:
um botão tenro e carnudo
– o coração da flor
que vira
fruta viva.

 

da Longe, aqui (2020)

 

*

 

CARCIOFO

Il petali si chiamano
capitoli
e si staccano
come pagine
di un libro
dallo stelo e dai solchi
verde chiaro
e peluria lirica.
Di lui si mangia
quando cotto
il sottile strato
delle lame
una alla volta
(quasi una scorza)
che le dita
portano in bocca
per il piacere
della lingua.

E alla fine dell’ultimo
capitolo
ecco che improvvisa
sorge
l’inattesa
delizia:
un bocciolo tenero e carnoso
-il cuore del fiore
che si fa
vivo frutto.

 

Traduzione di Prisca Agustoni

Juan Rodolfo Wilcock


Consiglio

Ripudiamo la facilità
come si allontana un serpente;
la facilità dissolvente quasi-verità.

Del pensiero troppo ordinato
scoraggiamo la seduzione;
negli eccessi dell’argomentazione
non sperperiamo il nostro legato.

Cerchiamo soltanto di stessere
dal tessuto di ogni ora
ciò che ci nutre, ciò che c’incuora,
l’universalità dell’essere.

 

da Poesie (Adelphi, 1980)

Mônica de Aquino


PENÉLOPE MENTIROSA

De noite desfaz, obediente
a fera que a carne abriga
e regressa à partida: a espera indefinida.

De dia, é outro o desejo
tece a mortalha com o silêncio
de ter de casar-se outra vez

(presa entre duas promessas)

Mas Penélope mente: o que quer é a solidão.

A fidelidade é um cão.

 

Da: Fundo Falso. Belo Horizone, Relicário, 2018.

 

*

 

PENELOPE BUGIARDA

Di notte disfa, obbediente
la bestia che ospita la carne
e torna alla partenza: l’attesa indefinita.

Di giorno, è altro il desiderio
tesse il sudario con il silenzio
di doversi sposare di nuovo

(rinchiusa tra due promesse)

ma Penelope mente: ciò che vuole è la solitudine.

La fedeltà è un cane.

 

Traduzione di Prisca Agustoni

Jaime Saenz


Sono separato da me stesso dalla distanza in cui mi trovo;
il morto è separato dalla morte da una grande distanza.
Penso di percorrere questa distanza riposando da qualche parte.
Di spalle alla dimora del desiderio,
senza muovermi dal mio posto – di fronte alla porta chiusa,
con una luce d’inverno al mio fianco.

Percorrere questa distanza (Crocetti, 2013), a cura di G. Pizzo

Leonardo Fróes


JUSTIFICAÇÃO DE DEUS

o que eu chamo de deus é bem mais vasto
e às vezes muito menos complexo
que o que eu chamo de deus. Um dia
foi uma casa de marimbondos na chuva
que eu chamei assim no hospital
onde sentia o sofrimento dos outros
e a paciência casual dos insetos
que lutavam para construir contra a água.
Também chamei de deus a uma porta
e a uma árvore na qual entrei certa vez
para me recarregar de energia
depois de uma estrondosa derrota.
Deus é o meu grau máximo de compreensão relativa
no ponto de desespero total
em que uma flor se movimenta ou um cão
danado se aproxima solidário de mim.
E é ainda a palavra deus que atribuo
aos instintos mais belos, sob a chuva,
notando que no chão de passagem
já brotou e feneceu várias vezes o que eu chamo de alma
e é talvez a calma
na química dos meus desejos
de oferecer uma coisa.

 

*

 

GIUSTIFICAZIONE DI DIO

ciò che chiamo dio è ben più vasto
e a volte molto meno complesso
di ciò che io chiamo dio. Un giorno
fu un vespaio nella pioggia
che chiamai così in ospedale
dove sentivo la sofferenza degli altri
e la pazienza casuale degli insetti
che lottavano per costruire contro l’acqua.
Ho chiamato dio anche una porta
e un albero in cui sono entrato una volta
per ricaricarmi di energia
dopo una clamorosa sconfitta.
Dio è il mio massimo grado di comprensione relativa
nel punto di completa disperazione
in cui un fiore si muove o un cane
dannato mi si avvicina solidariamente.
Ed è ancora la parola dio che attribuisco
agli insetti più belli, sotto la pioggia,
notando che per terra di passaggio
é già fiorita e sfiorita tante volte ciò che io chiamo anima
ed è forse la calma
nella chimica dei miei desideri
di offrire una cosa.

 

Traduzione in italiano di Francesca Cricelli

Carmen Yáñez

Poetica

Può osservare le cose invisibili,
quelle che gli altri non registrano per fretta.
Come un gatto si affaccia sui tetti
e capta da lassù
il polso della strada.
Da angoli bui bazzica le paure degli habituè
e le sue parole schiudono agli altri i fili delle cose.
Cammina lento sotto un cielo coperto.

 

Migrazioni (Guanda, 2018), trad. it. R. Bovaia

Gabriela Mistral


Ci sono baci

Ci sono baci che emettono da soli
la sentenza di una condanna d’amore,
ci sono baci che si danno con uno sguardo
ci sono baci che si danno con la memoria.

Ci sono baci nobili,
baci enigmatici, sinceri,
ci sono baci che si danno solo con l’anima
ci sono baci proibiti e ci sono baci veri.

Ci sono baci che bruciano e che feriscono,
ci sono baci che turbano i sensi,
ci sono baci misteriosi che hanno lasciato
i miei sogni confusi ed errabondi.

Ci sono baci problematici che nascondono
una chiave che nessuno ha mai decifrato,
ci sono baci che generano la tragedia –
quante rose in boccio ha sfogliato.

Ci sono baci profumati, baci tiepidi
che palpitano in un intimo anelito,
ci sono baci che lasciano sulle labbra impronte
come un raggio di sole in un campo gelato.

Ci sono baci che sembrano gigli
sublimi, ingenui, puri,
ci sono baci traditori e codardi,
ci sono baci maledetti e spergiuri.

Giuda baciò Gesù e lasciò impresso
sul viso di Dio il segno della sua viltà,
mentre la Maddalena con i suoi baci
fortificò pietosa la sua agonia.

Da allora nei baci palpitano
l’amore, il tradimento e il dolore,
le coppie umane assomigliano
alla brezza che gioca coi fiori.

Ci sono baci che provocano deliri
di amorosa, folle passione,
tu li conosci bene: sono i miei baci
inventati da me per la tua bocca.

Baci di fiamma che portano impressi nel viso
i solchi di un amore proibito,
baci tempestosi, baci selvaggi,
che solo le nostre bocche hanno provato.

Ti ricordi del primo? Indefinibile,
ti lasciò il viso coperto da rosee impronte,
e nello spasimo di quell’emozione terribile,
gli occhi si riempirono di lacrime.

Ti ricordi di quella sera, quando in un momento di follia
ti vidi geloso immaginando chissà quale oltraggio?
Ti presi tra le mie braccia, vibrò un bacio
e che cosa vedesti dopo? Sangue tra le mie labbra.

Io ti insegnai a baciare: i baci freddi
sono di un impassibile cuore di pietra.
Io ti insegnai a baciare con i miei baci
inventati da me per la tua bocca.

 

Che cos’è mai un bacio (Interlinea, 2019)

Luisa Fernanda Trujillo Amaya


Un cielo di gennaio
I miei capelli umidi, appena lavati
assomigliano alla pioggia delle Ande
ai rami dei salici negli inverni di ottobre
È tempo di siccità
ma i miei capelli sono il rifugio dell’umidità del muschio
Nel ricordo il pettine di madreperla della nonna
quando seduta nel cortile della casa
lucidava i suoi capelli al sole con acqua di camomilla.
Uno dei tanti rituali che avevano le nonne di prima
come leggere nei primi dodici giorni dell’anno il calendario dei raccolti
arieggiare i cuscini, tirare fuori dagli armadi la biancheria vecchia, far circolare le energie
o scuotere la polvere della casa con un fascio di rami delle sette erbe
per incoraggiare gli spiriti buoni ad abitarvi
I riti sono cambiati
Li sostituisce la routine
Il motore del mio asciugacapelli si è fuso
e al finestrone dell’undicesimo piano del monolocale dove vivo
non si affaccia nemmeno un briciolo di sole che voglia lasciare la sua traccia di bronzo
sui miei capelli umidi di landa

 

A terra, l’uccello dimentica di cantare (Raffaelli, 2017), traduzione di Emilio Coco

1ª poesia più letta del 2016

cortazar
Se devo vivere

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.

Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 1995), trad. it. G. Toti

 

Post originale del 31 agosto 2016
Poesia più letta del 2016