Juana de Ibarbourou


Piove… Aspetta, non dormire,
Ascolta bene ciò che dice il vento
E ciò che dice l’acqua mentre batte
Con le dita minute contro i vetri.

Tutto il mio cuore diventa orecchio
Per ascoltare l’ammaliata sorella,
Che ha dormito nel cielo,
Che ha visto il sole da vicino,

E adesso scende elastica e allegra
Dalla mano del vento,
Come una viaggiatrice
Che torna dal regno delle meraviglie.

Come sarà felice il grano morbido!
Con quanta avidità s’offrirà l’erba!
Quanti diamanti penderanno adesso
Dal fogliame profondo nei pineti!

Aspetta, non dormire. Ascoltiamo
Il ritmo della pioggia
Appoggia tra i miei seni
La fronte silenziosa.

Io sentirò pulsare le tue tempie
Palpitanti e tiepide
Come fossero dei martelli vivi
Battendo sulla mia carne.

Aspetta, non dormire. Questa notte
Noi due siamo un mondo,
Isolato dal vento e dalla pioggia
Dentro il tiepido rifugio dell’alcova.

Aspetta, non dormire. Questa notte
Siamo forse la radice sublime
Dalla quale germinerà domani
Il tronco bello di una stirpe nuova.

Rivista “Poesia” (Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore), trad. it. M. Canfield

Carmen Yáñez


Quanto hai dato, donna:
secoli di luce
che non hanno riflesso le coscienze
ingoiate da abissi di silenzio.

E quanto altro:
radici per tener salda la terra
velluto dell’amore
una spiga per raggiungere il cielo
fertili semenze del coraggio
per un mondo abitato dalla guerra.

E quanto altro.

Dai tuoi occhi
albe e nebbie,
revisione del giudizio
in attesa dei fiori.
Minuta di piccole cose
recuperate dall’infanzia
nella scrittura dei sogni.

E quanto altro.

Foglie che coprono il pudore dell’universo
laghi generosi di acque vergini
spessore del segreto
delle profonde radici del tuo tempo.

Quanto autunno
a inondare la terra
e un colore crepuscolare
nella corteccia.

Paesaggio di luna fredda (Guanda, 1998), trad. it. R. Bovaia

Nicanor Parra


Epitaffio

Di media statura,
di voce né sottile, né potente,
figlio maggiore d’un maestro elementare
e d’una sarta di retrobottega;
magro di costituzione
sebbene amante della buona tavola;
smunto di guance
e con orecchie piuttosto abbondanti;
con un viso quadrato
sul quale gli occhi s’aprono a fatica
e con un naso da boxeur mulatto
vòlto alla bocca da idolo azteco
-il tutto immerso
in una luce tra ironica e perfida –
né molto furbo né tonto completo
fui ciò che fui: un miscuglio
d’aceto e olio da tavola
un insaccato d’angelo e di bestia!

*

De estatura mediana,
Con una voz ni delgada ni gruesa,
Hijo mayor de un profesor primario
Y de una modista de trastienda;
Flaco de nacimiento
Aunque devoto de la buena mesa;
De mejillas escuálidas
Y de más bien abundantes orejas;
Con un rostro cuadrado
En que los ojos se abren apenas
Y una nariz de boxeador mulato
Baja a la boca de ídolo azteca
—Todo esto bañado
Por una luz entre irónica y pérfi da—
Ni muy listo ni tonto de remate
Fui lo que fui: una mezcla
De vinagre y de aceite de comer
¡Un embutido de ángel y bestia!

Rivista “Poesia” (Crocetti, n.179, gennaio 2004), traduzione di Stefano Bernardinelli

Jorge Luis Borges

borges-a

Elogio dell’ombra

La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abder si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri,
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono già echi e passi,
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giugno al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Elogio dell’ombra (Einaudi, 1998), a cura di G. Felicida

Gabriela Mistral


Donna Primavera

Donna Primavera,
ha una veste tutta grazia,
si veste di limone
e di arancio fiorito.

Come sandali prende
alcune larghe foglie,
prende come orecchini
alcune fucsie rosse.

Uscite ad incontrarla
per queste strade.
Va pazza di soli
e pazza di trilli!

Donna Primavera,
che ha l’alito fecondo,
si ride di tutte
le pene del mondo…

Non crede a chi parli
di vite meschine.
Può forse trovarle
fra i gelsomini?

Può forse incontrarle
vicino alle fonti
a specchi dorati
e canti ardenti?

Nella terra inferma
di brune crepe
accende rosai
con rosse piroette.

Mette le sue trine,
attacca le sue foglie
sulla pietra triste
delle sepolture…

Donna Primavera,
con mani splendide
ci fa spargere rose
lungo la vita;

rose di allegria,
rose di perdono,
rose di affetto
e di esultanza.

*

Doña Primavera

Doña Primavera
viste que es primor,
viste en limonero
y en naranjo en flor.

Lleva por sandalias
unas anchas hojas,
y por caravanas
unas fucsias rojas.

Salid a encontrarla
por esos caminos.
¡Va loca de soles
y loca de trinos!

Doña Primavera,
de aliento fecundo,
se ríe de todas
las penas del mundo…

No cree al que le hable
de las vidas ruines.
¿Cómo va a toparlas
entre los jazmines?

¿Cómo va a encontrarlas
junto de las fuentes
de espejos dorados
y cantos ardientes?

De la tierra enferma
en las pardas grietas,
enciende rosales
de rojas piruetas.

Pone sus encajes,
prende sus verduras,
en la piedra triste
de las sepulturas…

Doña Primavera
de manos gloriosas,
haz que por la vida
derramemos rosas:

Rosas de alegría,
rosas de perdón,
rosas de cariño
y de exultación.

Le opere (Utet, 1968), a cura di P. Raimondi

Pablo Neruda


Aquí te amo.
En los oscuros pinos se desenreda el viento.
Fosforece la luna sobre las aguas errantes.
Andan días iguales persiguiéndose.

Se desciñe la niebla en danzantes figuras.
Una gaviota de plata se descuelga del ocaso.
A veces una vela. Altas, altas estrellas.

O la cruz negra de un barco.
Solo.
A veces amanezco, y hasta mi alma está húmeda.
Suena, resuena el mar lejano.
Éste es un puerto.
Aquí te amo.

Aquí te amo y en vano te oculta el horizonte.
Te estoy amando aún entre estas frías cosas.
A veces van mis besos en esos barcos graves,
que corren por el mar hacia donde no llegan.
Ya me veo olvidado como estas viejas anclas.
Son más tristes los muelles cuando atraca la tarde.

Se fatiga mi vida inútilmente hambrienta.
Amo lo que no tengo. Estás tú tan distante.
Mi hastío forcejea con los lentos crepúsculos.
Pero la noche llega y comienza a cantarme.
La luna hace girar su rodaja de sueño.

Me miran con tus ojos las estrellas más grandes.
Y como yo te amo, los pinos en el viento,
quieren cantar tu nombre con sus hojas de alambre.

*

Qui ti amo.
Negli oscuri pini si districa il vento.
Brilla la luna sulle acque erranti.
Trascorrono giorni uguali che s’inseguono.

La nebbia si scioglie in figure danzanti.
Un gabbiano d’argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alte, alte, stelle.

O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte albeggio, ed è umida persino la mia anima.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui ti amo.

Qui ti amo e invano l’orizzonte ti nasconde.
Ti sto amando anche tra queste fredde cose.
A volte i miei baci vanno su quelle navi gravi,
che corrono per il mare verso dove non giungono.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie àncore.
I moli sono più tristi quando attracca la sera.

La mia vita s’affatica invano affamata.
Amo ciò che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia combatte con i lenti crepuscoli.
Ma la notte giunge e incomincia a cantarmi.
La luna fa girare la sua pellicola di sogno.

Le stelle più grandi mi guardano con i tuoi occhi.
E poiché io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie di filo metallico.

Venti poesie d’amore e una canzone disperata (Passigli, 1996) trad. it. G. Bellini

Pablo Neruda

Roberto Bolaño


La poesia entra nel sogno
come un palombaro in un lago.
La poesia, la più coraggiosa di tutti,
entra e cade
a piombo
in un lago infinito come il Loch Ness
o torbido e infausto come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
della volontà.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell’occhio di Dio.

I cani romantici (SUR, 2018), trad. it. I. Carmignani

La poesía entra en el sueño
como un buzo en un lago.
La poesía, más valiente que nadie,
entra y cae
a plomo
en un lago infinito como Loch Ness
o turbio e infausto como el lago Balatón.
Contempladla desde el fondo:
un buzo
inocente
envuelto en las plumas
de la voluntad.
La poesía entra en el sueño
como un buzo muerto
en el ojo de Dios.

Jorge Luis Borges


Notti penose della lunga insonnia
che anelavano all’alba e la temevano,
giorni che vanamente ripetevano
gli ieri, uguali. Oggi li benedico.
Potevo mai presentire in quegli anni
di deserto d’amore che le atroci
favole della febbre e le feroci
aurore fossero solo i gradini
incerti, le vaganti gallerie
per i quali sarei giunto alla pura
vetta azzurra che nell’azzurro dura
della sera d’un giorno, dei miei giorni?
Nella mia è la tua mano, Elsa. Guardiamo
lenta nell’aria la neve e l’amiamo.

Elogio dell’ombra (Einaudi, 1971), traduzione di Francesco Tentori Montalto

*

Noches de largo insomnio y de castigo
que anhelaban el alba y la temían,
días de aquel ayer que repetían
otro inútil ayer. Hoy los bendigo.
¿Cómo iba a presentir que en esos años
de soledad de amor que las atroces
fábulas de la fiebre y las feroces
auroras no eran más que los peldaños
torpes y las errantes galerías
que me conducirían a la pura
cumbre de azul, que el azul perdura
de esta tarde de un día y de mis días?
Elsa, en mi mano está tu mano. Vemos
en el aire la nieve y la queremos.

Alejandro Jodorowsky


Poco a poco stai entrando nella mia assenza
goccia a goccia riempendo la mia coppa vuota
là dove sono ombra non smetti di apparire
perché soltanto in te le cose si fanno reali
allontani l’assurdo e mi dai un senso
ciò che ricordo di me è quello che sei
giungo alle tue sponde come un mare invisibile

Di ciò di cui non si può parlare (Giunti Editore, 2006), trad. it. Antonio Bertoli

Cecilia Meireles

cecilia meireles

 

Secondo motivo della rosa

Per quanto ti celebri, non mi ascolti,
sebbene per forma e madreperla tu sia simile
alla conchiglia sonante, al musicale orecchio
che registra il mare nelle intime volute.

Ti depongo in cristallo, davanti a specchi,
senza eco di caverne o di grotte…
Assenza e cecità assolute
offrì alle vespe e alle api,

e a chi ti adora, o sorda e silenziosa,
e cieca e bella e infinita rosa,
che in tempo e aroma e verso ti trasmuti!

Senza terra né stelle brilli, prigioniera
del mio sogno, insensibile alla bellezza
che sei e non conosci, perché non mi ascolti…

 

da Elogio della rosa (Einaudi, 2002), a cura di C. Poma