Jaime Saenz


Quando penso al mistero della notte, immagino
il mistero del tuo corpo,
che è solo un modo di essere la notte;
io so davvero che il corpo che ti abita non è altro
che l’oscurità del tuo corpo;
e questa oscurità si diffonde sotto il segno della notte.
Nelle infinite concavità del tuo corpo, esistono
infiniti regni d’oscurità;
ed è qualcosa che chiama alla meditazione.
Questo corpo, chiuso, segreto e proibito;
questo corpo straniero e temibile,
e mai presagito né presentito.
Ed è come un bagliore, o come un’ombra:
solo si lascia sentire da lontano, nel recondito,
e con una solitudine eccessiva, che non ti appartiene.
E solo si lascia sentire con un palpito, con una temperatura,
e con un dolore che non ti appartiene.

Se qualcosa mi sorprende, è l’immagine che mi immagina,
nella distanza;
si sente un respiro dentro di me.
Il corpo respira dentro di me.
L’oscurità mi preoccupa – la notte del corpo mi preoccupa.
Il corpo della notte e la morte del corpo,
sono cose che mi preoccupano.

Percorrere questa distanza (Crocetti Editore, 2000), trad. it. G. Pizzo

Maria Ragonese


El aroma crece durante la noche

en verano me despierto para cumplir
con mis rituales, sentada
en el borde de la pileta
sumerjo los pies y pruebo la temperatura,
verde en los ojos
reflejos en el agua deben ser
dios.

Elijo flores tiernas y aromadas, me las como
tienen un vestigio
algo oscuro.

No pregunto.

Cómo podría dañarme algo que huele
tan dulce,
tan dulce que hasta el aire se perfora.

*

L’aroma cresceva durante la notte

in estate mi sveglio per adempiere
ai miei rituali, seduta
al bordo della piscina
sommergo i piedi e verifico la temperatura
verde negli occhi
i riflessi nell’acqua devono essere
dio.

Scelgo fiori teneri e aromatici, me li mangio
hanno un vestigio
qualcosa di oscuro.

Non chiedo.

Come potrebbe farmi male qualcosa con un profumo
così dolce
così dolce che persino l’aria si perfora.

Brilla, sombra (Índigo Editoras, 2021), traduzione di Roberta Colucci Carluccio.

Idea Vilariño

Vive
Aquel amor
aquel
que tomé con la punta de los dedos
que arrastré por los suelos
que dejé que olvidé
aquel amor
ahora
en unas líneas que
se caen de un cajón
está ahí
sigue estando
sigue diciéndome
está doliendo
está
todavía
sangrando.
*
Vive
Quell’amore
quello
che ho preso con la punta delle dita
che ho trascinato per terra
che ho lasciato ho dimenticato
quell’amore
adesso
in qualche riga che
cade da un cassetto
è qui
è ancora qui
continua a dirmi
che fa male
che sta
ancora
sanguinando.
Di rose che si aprono nell’acqua (Bompiani, 2021), a cura di Laura Pugno

Claudia Masín


La luna

Como si hubiera alcanzado un punto de máximo esplendor,
a partir del cual ya no pudiera
María Negroni

Después de una cierta hora, las calles se vacían
y yo salgo a olvidarte. Es más fácil en las calles
vacías. Me pierdo como una piedra terrestre
arrojada a territorio lunar. Entonces la luna se vuelve
una playa bañada por la luz del Mediterráneo,
donde jugaba de niño. No puedo volver a tomar
lo que he perdido, nadie puede. Si no está
permitido el regreso y no deseo avanzar,
quizás debería tener miedo, pero me enseñaste
a no temer, a estar despierto hasta tarde
en la casa desierta escuchándote cantar, con la promesa
de que el sueño llegaría. Aún soy el niño
que atraviesa la noche en su nave, un pequeño
astronauta. Hemos perdido contacto con la base,
nos hemos quedado solos aquí arriba, las constelaciones
y yo. Dame la calma, dame el silencio que acaricia,
no este silencio como una aguja que cruza lentamente
la frontera de las venas y apacigua
el rumor de la sangre pero no alcanza
a apaciguar el deseo de tocarte. ¿Cómo voy a construir
mi casa lejos de la tuya, de dónde van a sacar mis manos
el oficio de poner cada ladrillo uno encima del otro
para levantar una pared que nos separe? No sabría.
Me decías que algún día vendrían a buscarme
los extraterrestres, que yo no pertenecía a este planeta.
Nos reíamos. Yo, desde entonces, no he hecho otra cosa
que preparar con paciencia mi bolsito a la espera
de que llegue ese día. Tu voz es el hilo de seda
que conduce a las ruinas de la luna. Madre – te dije –
no tengo sueño todavía.

Todos los poemas de La vista están basados en películas. La luna es de Bernardo Bertolucci, Italia, 1979

 

*

 

La luna

Come se avesse raggiunto un punto di massimo splendore
a partire del quale non potesse più
Maria Negroni

Dopo una certa ora, le strade si svuotano
e io esco per dimenticarti. É più facile nelle strade
vuote. Mi perdo come una pietra terrestre
scagliata sul territorio lunare. Allora la luna si trasforma in
una spiaggia bagnata dalla luce del Mediterraneo,
dove giocavo da bambino. Non posso tornare a prendere
quello che ho perso, nessuno può. Se non è
consentito il ritorno e non desidero avanzare,
forse dovrei avere paura, però mi hai insegnato
a non temere, a rimanere sveglio fino a tardi
nella casa deserta ascoltandoti cantare, con la promessa
che il sonno sarebbe arrivato. Sono ancora il bambino
che attraversa la notte con la sua nave, un piccolo
astronauta. Abbiamo perso il contatto con la base,
siamo rimasti soli quassù, le costellazioni
ed io. Dammi la calma, dammi il silenzio che accarezza,
non questo silenzio come un ago che incrocia lentamente
la frontiera delle vene e placa
il rumore del sangue però non riesce
a placare il desiderio di toccarti. Come costruirò
la mia casa lontano dalla tua, da dove prenderanno le mie mani
l’arte di mettere ogni mattone uno sopra l’altro
per alzare una parete che ci separi? Non saprei.
Mi dicevi che un giorno sarebbero venuti a cercarmi
gli extraterrestri, che io non appartenevo a questo pianeta.
Ridevamo. Io, da quel momento, non ho fatto altro
che preparare con pazienza il mio sacchetto in attesa
che arrivi questo giorno. La tua voce è il filo di seta
che conduce alle rovine della luna. Madre – ti dissi –
ancora non ho sonno.

Claudia Masin, La vista. Traduzione: Roberta Colucci Carluccio
*Tutte le poesie de La vista, sono basate su differenti film. La luna è di Bernando Bertolucci, Italia, 1979

Enrique Santos Discépolo

 

Caffè di Buenos Aires

Da piccolino ti guardavo da fuori
come un qualcosa d’irraggiungibile;
il naso contro il vetro,
blu per quel freddo,
che poi, vivendo,
sentii dentro di me…
Come una scuola di tutte le cose,
già da ragazzo, stupito, mi hai dato
la sigaretta, la fede nei miei sogni
e una speranza d’amore.

Come dimenticarti in questo lamento,
caffè di Buenos Aires,
se sei la sola cosa nella vita
paragonabile alla mia vecchiaia.
Nel tuo magico miscuglio
di presuntuosi e di suicidi
imparai filosofia… dadi… gioco d’azzardo…
e la crudele poesia
di non pensare più a me stesso.

Mi hai fatto il regalo d’un pugno di amici
gli stessi che riscaldano le mie ore:
José, e il suo sogno,
Marcial, che ancora crede e spera,
e il magro Abel, che non sta più con noi
ma mi guida ancora.
Sui tuoi tavoli che non fanno mai domande
una sera ho pianto la prima delusione,
ho conosciuto i dolori,
mi son bevuto gli anni,
e mi sono arreso senza lottare.

 

Tango (Einaudi, 2004), trad. it. E. Franco, P. Collo

Mario Benedetti


Questa è la mia casa

Non c’è dubbio. Questa è la mia casa
qui avvengo, qui
mi inganno immensamente.
Questa è la mia casa ferma nel tempo.

Arriva l’autunno e mi difende,
la primavera e mi condanna.
Ho milioni di ospiti
che ridono e che mangiano,
s’accoppiano e dormono,
giocano e pensano,
milioni di ospiti che si annoiano,
che hanno incubi e attacchi di nervi.

Non c’è dubbio. Questa è la mia casa.
Tutti i cani e i campanili
ci passano davanti.
Ma la mia casa è sferzata dai fulmini
e un giorno si spaccherà in due.

E io non saprò dove ripararmi
perché tutte le sue porte danno fuori dal mondo.

 

Inventario. Poesie 1948-2000 (Le Lettere, 2001), trad. it. L. M. Canfield

Ida Vitale


Fortuna

Por años, disfrutar del error
y de su enmienda,
haber podido hablar, caminar libre,
no existir mutilada,
no entrar o sí en iglesias,
leer, oír la música querida,
ser en la noche un ser como en el día.

No ser casada en un negocio,
medida en cabras,
sufrir gobierno de parientes
o legal lapidación.
No desfilar ya nunca
y no admitir palabras
que pongan en la sangre
limaduras de hierro.
Descubrir por ti misma
otro ser no previsto
en el puente de la mirada.

Ser humano y mujer, ni más ni menos.

*

Fortuna

Per anni, godere dell’errore
e del suo emendamento,
poter parlare, camminare libera,
non vivere mutilata,
non entrare o sì nelle chiese,
leggere, udire musica che ami,
esser la notte come il giorno un essere.

Non essere sposata per contratto,
stimata in capre,
subire il potere di parenti
o lapidazione legale.
Non sfilare mai più,
non patire parole
che iniettino nel sangue
limature di ferro.
Scoprire da te stessa
altro essere inatteso
nel ponte dello sguardo.

Essere umano e donna, né più né meno.

Pellegrino in ascolto (Bompiani, 2020), a cura di Pietro Taravacci

Gabriela Mistral


Canto que amabas

Yo canto lo que tú amabas, vida mía,
por si te acercas y escuchas, vida mía,
por si te acuerdas del mundo que viviste,
al atardecer yo canto, sombra mía.

Yo no quiero enmudecer, vida mía.
¿Cómo sin mi grito fi el me hallarías?
¿Cuál señal, cuál me declara, vida mía?

Soy la misma que fue tuya, vida mía.
Ni lenta ni trascordada ni perdida.
Acude al anochecer, vida mía;
ven recordando un canto, vida mía,
si la canción reconoces de aprendida
y si mi nombre recuerdas todavía.

Te espero sin plazo y sin tiempo.
No temas noche. neblina ni aguacero.
Acude con sendero o sin sendero.
Llámame adonde tú eres, alma mía,
y marcha recto hacia mí, compañero.

 

*

 

Canto che amavi

Io canto ciò che tu amavi, vita mia,
nel caso ti avvicini e ascolti, vita mia,
nel caso ti ricordi del mondo che hai vissuto,
nel rosso del tramonto io canto te, ombra mia.

lo non voglio restare più muta, vita mia.
Come senza il mio grido fedele puoi trovarmi?
Quale segnale, quale mi svela, vita mia?

Sono la stessa che fu già tua, vita mia.
Né infiacchita né smemorata né spersa.
Raggiungimi sul fare del buio, vita mia;
vieni qui a ricordare un canto, vita mia;
se tu questa canzone riconosci a memoria
e se il mio nome infine ancora ti ricordi.

Ti aspetto senza limiti né tempo.
Tu non temere notte, nebbia o pioggia.
Vieni per strade conosciute o ignote.
Chiamami dove sei, anima mia,
e avanza dritto fino a me, compagno.

Sillabe di fuoco (Bompiani, 2020), a cura di Matteo Lefèvre

Eugenio Montejo


Stanza dopo stanza, lampada dopo lampada,
i palazzi si risvegliano
e tutto intorno la pioggia apre i suoi petali
con un lento sussurro che percorre
sete e tendaggi.
Dormiamo dentro a un fiore che si alza
troppo lentamente sul mondo.

Tuttora ignoriamo da quale paese remoto
ci ha portati il sonno,
ma ci risulta che tra la notte e il giorno
sono passati gli anni…

La pioggia sta schiudendo la sua corolla
nel mezzo della quale ci svegliamo.
Ora so che il tuo sorriso, i tuoi capelli,
i tuoi occhi dove la notte si attarda,
la neve che cade sui tuoi seni
e queste stesse parole
sono anche petali di qualche immenso calice,
petali che si stanno aprendo, amore mio,
con lo stesso sussurro della pioggia
sui vetri.

 

La lenta luce del tropico (Le Lettere, 2006), trad. it. L. Rosi

Maria Esther Maciel


ALCACHOFRA

As pétalas se chamam
capítulos
e se despetalam
como páginas
de um livro
com caule e estrias
em verde-claro
e penugem lírica.
Come-se dela
quando cozida
a fina camada
(quase raspa)
de uma por uma
das lâminas
que os dedos
levam à boca
para o deleite
da língua.

E ao fim do último
capítulo
eis que de repente
surge
a inesperada
delícia:
um botão tenro e carnudo
– o coração da flor
que vira
fruta viva.

 

da Longe, aqui (2020)

 

*

 

CARCIOFO

Il petali si chiamano
capitoli
e si staccano
come pagine
di un libro
dallo stelo e dai solchi
verde chiaro
e peluria lirica.
Di lui si mangia
quando cotto
il sottile strato
delle lame
una alla volta
(quasi una scorza)
che le dita
portano in bocca
per il piacere
della lingua.

E alla fine dell’ultimo
capitolo
ecco che improvvisa
sorge
l’inattesa
delizia:
un bocciolo tenero e carnoso
-il cuore del fiore
che si fa
vivo frutto.

 

Traduzione di Prisca Agustoni