Walt Whitman


To a Stranger

Passing stranger! you do not know how longingly I look upon you,
You must be he I was seeking, or she I was seeking, (it comes to me as of a dream,)
I have somewhere surely lived a life of joy with you,
All is recall’d as we flit by each other, fluid, affectionate, chaste, matured,
You grew up with me, were a boy with me or a girl with me,
I ate with you and slept with you, your body has become not yours only nor left my body mine only,
You give me the pleasure of your eyes, face, flesh, as we pass, you take of my beard, breast, hands, in return,
I am not to speak to you, I am to think of you when I sit alone or wake at night alone,
I am to wait, I do not doubt I am to meet you again,
I am to see to it that I do not lose you.

 

*

 

A uno sconosciuto

Sconosciuto che passi! tu non sai con che desiderio ti guardo,
Devi essere colui che cercavo, o colei che cercavo (mi arriva come un sogno),
Sicuramente ho vissuto con te in qualche luogo una vita di gioia,
Tutto ritorna, fluido, affettuoso, casto, maturo, mentre passiamo veloci uno vicino all’altro,
Sei cresciuto con me, con me sei stato ragazzo o giovanetta,
Ho mangiato e dormito con te, il tuo corpo non è più solo tuo né ha lasciato il mio corpo solo mio,
Mi dai il piacere dei tuoi occhi, del tuo viso, della tua carne, passando, in cambio prendi la mia barba, il mio petto, le mie mani,
Non devo parlarti, devo pensare a te quando siedo in disparte o mi sveglio di notte, tutto solo,
Devo aspettare, perché t’incontrerò di nuovo, non ho dubbi,
Devo vedere come non perderti più.

 

Foglie d’erba (BUR Rizzoli, 2004), trad. it. A. Marianni

Joshua Mehigan


La spugna

Nessuno di noi capisce la nostra storia meglio
di questa nullità, sbaglio inconscio
di natura, ma anche nostra comune genitrice
che si espande in fondo al mare.

La genitrice, anche, del polpo e del pony,
delle scogliere e dei paesini, un tempo strana
semplicemente per non essere roccia lei stessa –
non roccia, ma sonno vuoto su un ripiano di roccia.

E, profondamente solidale con la roccia,
col mare e la polvere di mare a lavarsi nella sua pelle,
sa, sebbene non sappia di sapere,
che le menti e i loro ambienti sono tutt’uno.

Alcuni vedono il suo modo di pensare; i più, non ancora.
Tuttavia, un giorno, solo vivendo, tutti troveranno
ragione abbastanza dentro sé per pensare
il singolo pensiero da sempre nella sua mente.

*

The Sponge

None of us understands our story better
than this nonentity, unconscious slip
of nature, nonetheless our common parent
dilating at the bottom of the sea.

The parent, too, of octopus and pony,
of reefs and villages, once it was strange
simply for being not a rock itself—
not rock, but a blank sleep on a rock shelf.

And, deeply sympathetic to the rock,
to sea and sea-dust washing through its skin,
it knows, although it doesn’t know it knows,
that minds and their milieux are all one thing.

Some see its way of thinking; most, not yet.
Still, one day, just by living, all will find
reason enough within themselves to think
the single thought forever in its mind.

“The Sponge”, da Accepting the Disaster (Farrar, Straus and Giroux, 2014), traduzione del testo in italiano di Stefania Zampiga

Charles Simic


Hotel Insonnia

Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere, però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi.
Lo “Zingaro” che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.

Hotel Insonnia (Adelphi, 2002), trad. it. A. Molesini

Edna St. Vincent Millay

EDNA ST. VINCENT MILLAY

 

Il filosofo

Cosa sarai mai tu che ti desidero
da rimanere insonne tante notti
quanti i giorni che esistono
a piangere per te?

Cosa sarai mai tu che, se mi manchi,
nell’intreccio dei giorni io resto sempre
intenta al vento
e fissa alla parete?

Conosco un uomo di migliore tempra
e almeno venti altrettanto gentili.
Che cos’hai di speciale tu per essere
il solo che possieda la mia mente?

Le donne non ragionano, si sa –
lo dicono anche i saggi –
ed io che cosa sono, perché debba
amare in modo giusto e razionale?

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Lawrence Ferlinghetti

Per i poeti, con amore

Manifesto populista

Poeti, uscite dai vostri studi,
aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte
siete stati ritirati troppo a lungo
nei vostri mondi chiusi.
Scendete, scendete
dalle vostre Russian Hills e dalle vostre Telegraph Hills,
dalle vostre Beacon Hills e dalle vostre Chapel Hills,
dalle vostre Brooklyn Heights e dai Montparnasse,
giù dalle vostre basse colline e dalle montagne,
fuori dalle vostre tende e dai vostri palazzi.
Gli alberi stanno ancora cadendo
e non andremo più nei boschi.
Non è il momento ora di sedersi tra loro
quando l’uomo incendia la propria casa
per arrostire il maiale.
Non si canta più Hare Krishna mentre Roma brucia.
San Francisco sta bruciando
La Mosca di Majakowskij sta bruciando
i combustibili fossili della vita.
La notte & il cavallo si avvicinano
mangiando luce, calore & potere
e le nuvole hanno i calzoni.
Non è il momento ora di nascondersi per l’artista
sopra, oltre, dietro le scene,
indifferente, tagliandosi le unghie,
purificandosi fuori dall’esistenza.
Non è il momento ora per i nostri piccoli giochi letterari
non è il momento ora per le nostre paranoie & ipocondrie,
non è il momento ora per la paura & il disgusto,
è il momento solo per la luce & l’amore.
Abbiamo visto le migliori menti della nostra generazione
distrutte dalla noia ai reading di poesia.
La poesia non è una società segreta,
né un tempio.
Le parole & i canti segreti non servono più.
L’ora di emettere l’OM è passata,
viene l’ora di cantare un lamento funebre,
un momento per cantare un lamento funebre & per gioire
sulla fine in arrivo
della civiltà industriale
che è nociva per la terra & per l’Uomo.
Il momento ora di esporsi
nella completa posizione del loto
con gli occhi bene aperti,
il momento ora di aprire le nostre bocche
in un nuovo discorso aperto,
il momento ora di comunicare con tutti gli esseri coscienti,
tutti voi, “Poeti delle Città”
appesi nei musei, includendo me stesso,
tutti voi poeti del poeta che scrive la poesia
sulla poesia
tutti voi poeti di poesia da workshop
nel cuore giungla d’America
tutti voi addomesticati Ezra Pound,

tutti voi poeti pazzi, sballati, da college
tutti voi poeti della Poesia Concrete pre-compressa,
tutti voi poeti cunnilingio,
tutti voi poeti da gabinetto a pagamento che vi lamentate con graffiti,
tutti voi ritmatori da metropolitana che non ritornate mai sulle betulle,
tutti voi padroni della segherie haiku

nelle Siberie d’America,
tutti voi non realisti senza occhi,
tutti voi supersurrealisti autonascosti,
tutti voi visionari da camera da letto,
ed agitprop da gabinetto,
tutti voi poeti alla Groucho Marxista

e Compagni di ozio di classe
che restano inattivi tutto il giorno
e che parlano del lavoro di classe del proletariato,
tutti voi anarchici Cattolici della poesia,
tutti voi Neri Montanari della poesia,
tutti voi Bramini di Boston e bucolici di Bolinas,
tutti voi baby-sitters della poesia,
tutti voi fratelli zen della poesia,
tutti voi amanti suicidi della poesia,
tutti voi capelluti professori della poesia,
tutti voi critici di poesia
che bevete il sangue dei poeti,
tutti voi Poliziotti della Poesia –
Dove sono i figli di Whitman,
dov’è la grande voce che parla ad alta voce
con un senso di dolcezza & di sublimità,
dov’è la nuova grande visione,
la grande visione del mondo,
l’alta canzone profetica
dell’immensa terra
e tutto ciò che canta in essa
e il nostro rapporto con essa –
Poeti, scendete
nelle strade del mondo ancora una volta
e aprite le menti & gli occhi
con la vecchia delizia visuale,
schiarite la gola e parlate più forte,
la poesia è morta, lunga vita alla poesia
con occhi terribili e forza di bufalo.
Non aspettate la rivoluzione
o succederà senza di voi.
Smettete di mormorare e parlate ad alta voce
con una nuova poesia completamente aperta
con una nuova comune-sensuale “comprensione-pubblica”
con altri livelli soggettivi
con altri livelli sovversivi,
un diapason nell’orecchio interno
per colpire sotto la superficie.
Del vostro dolce Io che ancora cantate
ancora esprimete “la parola en-masse” –
Poesia il veicolo comune
per il trasporto pubblico
verso luoghi più alti
di altre ruote che possono portarla.
Poesia che ancora cade dai cieli
dentro le nostre strade ancora aperte.
Loro non hanno ancora alzato barricate,
le strade animate ancora con visi,
uomini & donne attraenti camminano ancora qui,
dovunque ancora attraenti creature,
negli occhi di tutti il segreto di tutti
qui ancora sepolto,
i selvaggi figli di Whitman qui ancora dormono,
si svegliano e camminano nell’aria aperta.

Giugno 1975

Rivista “Poesia” (Num. 200, Crocetti Editore), traduzione di Romano Giachetti e Bruno Marcer

*

 

Populist Manifesto

For Poets, with Love

Poets, come out of your closets,
open your windows, open your doors,
you have been holed-up too long
in your closed worlds.
Come down, come down
from your Russian Hills and Telegraph Hills,
your Beacon Hills and your Chapel Hills,
your Mount Analogues and Montparnasses,
down from your foothills and mountains,
out of your teepees and domes.
The trees are still falling
and we’ll to the woods no more.
No time now for sitting in them
as man burns down his own house
to roast his pig
No more chanting Hare Krishna
while Rome burns.
San Francisco’s burning,
Mayakovsky’s Moscow’s burning
the fossil-fuels of life.
Night & the Horse approaches
eating light, heat & power,
and the clouds have trousers.
No time now for the artist to hide
above, beyond, behind the scenes,
indifferent, paring his fingernails,
refining himself out of existence.
No time now for our little literary games,
no time now for our paranoias & hypochondrias,
no time now for fear & loathing,
time now only for light & love.
We have seen the best minds of our generation
destroyed by boredom at poetry readings.
Poetry isn’t a secret society,
It isn’t a temple either.
Secret words & chants won’t do any longer.
The hour of oming is over,
the time of keening come,
a time for keening & rejoicing
over the coming end
of industrial civilization
which is bad for earth & Man.
Time now to face outward
in the full lotus position
with eyes wide open,
Time now to open your mouths
with a new open speech,
time now to communicate with all sentient beings,
all you “Poets of the Cities”
hung in museums including myself,
all you poet’s poets writing poetry
about poetry,
all you poetry workshop poets
in the boondock heart of America,
all you housebroken Ezra Pounds,
all you far-out freaked-out cut-up poets,
all you pre-stressed Concrete poets,
all you cunnilingual poets,
all you pay-toilet poets groaning with graffiti,
all you A-train swingers who never swing on birches,
all you masters of the sawmill haiku in the Siberias of America,
all you eyeless unrealists,
all you self-occulting supersurrealists,
all you bedroom visionaries and closet agitpropagators,
all you Groucho Marxist poets
and leisure-class Comrades
who lie around all day and talk about the workingclass proletariat,
qll you Catholic anarchists of poetry,
qll you Black Mountaineers of poetry,
all you Boston Brahims and Bolinas bucolics,
all you den mothers of poetry,
all you zen brothers of poetry,
all you suicide lovers of poetry,
all you hairy professors of poesie,
all you poetry reviewers
drinking the blood of the poet,
all you Poetry Police –
where are Whitman’s wild children,
where the great voices speaking out
with a sense of sweetness and sublimity,
where the great’new vision,
the great world-view,
the high prophetic song
of the immense earth
and all that sings in it
and our relations to it–
poets, descend
to the street of the world once more
and open your minds & eyes
with the old visual delight,
clear your throat and speak up,
poetry is dead, long live poetry
with terrible eyes and buffalo strength.
Don’t wait for the Revolution
or it’ll happen without you,
stop mumbling and speak out
with a new wide-open poetry
with a new commonsensual “public surface”
with other subjective levels
or other subversive levels,
a tuning fork in the inner ear
to strike below the surface.
Of your own sweet Self still sing
yet utter “the word en-masse” –
Poetry the common carrier
for the transportation of the public
to higher places
than other wheels can carry it.
Poetry still falls from the skies
into our streets still open.
They haven’t put up the barricades, yet,
the streets still alive with faces,
lovely men & women still walking there,
still lovely creatures everywhere,
in the eyes of all the secret of all
still buried there,
Whitman’s wild children still sleeping there,
Awake and walk in the open air.

 

Garium Press, 1975

Patricia Smith

Ethel’s Sestina

Ethel Freeman’s body sat for days in her wheelchair outside the New Orleans Convention Center. Her son Herbert, who had assured his mother that help was on the way, was forced to leave her there once she died.

Gon’ be obedient in this here chair,
gon’ bide my time, fanning against this sun.
I ask my boy, and all he says is Wait.
He wipes my brow with steam, says I should sleep.
I trust his every word. Herbert my son.
I believe him when he says help gon’ come.

Been so long since all these suffrin’ folks come
to this place. Now on the ground ’round my chair,
they sweat in my shade, keep asking my son
could that be a bus they see. It’s the sun
foolin’ them, shining much too loud for sleep,
making us hear engines, wheels. Not yet. Wait.

Lawd, some folks prayin’ for rain while they wait,
forgetting what rain can do. When it come,
it smashes living flat, wakes you from sleep,
eats streets, washes you clean out of the chair
you be sittin’ in. Best to praise this sun,
shinin’ its dry shine. Lawd have mercy, son,

is it coming? Such a strong man, my son.
Can’t help but believe when he tells us, Wait.
Wait some more.
Wish some trees would block this sun.
We wait. Ain’t no white men or buses come,
but look—see that there? Get me out this chair,
help me stand on up. No time for sleepin’,

cause look what’s rumbling this way. If you sleep
you gon’ miss it. Look there, I tell my son.
He don’t hear. I’m ’bout to get out this chair,
but the ghost in my legs tells me to wait,
wait for the salvation that’s sho to come.
I see my savior’s face ’longside that sun.

Nobody sees me running toward the sun.
Lawd, they think I done gone and fell asleep.
They don’t hear Come.

Come.
Come.
Come.
Come.
Come.
Come.
Ain’t but one power make me leave my son.
I can’t wait, Herbert. Lawd knows I can’t wait.
Don’t cry, boy, I ain’t in that chair no more.

Wish you coulda come on this journey, son,
seen that ol’ sweet sun lift me out of sleep.
Didn’t have to wait. And see my golden chair?

Blood Dazzler. Copyright © 2008 Patricia Smith.

 

*

La sestina di Ethel

Il corpo di Ethel Freeman è rimasto seduto per giorni sulla sua sedia a rotelle fuori dal New Orleans Convention Center dopo l’uragano Katrina. Suo figlio Herbert, che aveva rassicurato la madre sull’arrivo degli aiuti, è stato costretto a lasciarla lì anche da morta.

 

Farò la brava, qui su questa sedia,
per il tempo che ci vuole, mi sventolo sotto il sole.
Chiedo a mio figlio, e lui mi dice solo aspetta.
Mi asciuga la fronte. È meglio, dice, se prendo sonno.
Mi fido di ogni sua parola. A Herbert, mio figlio
io credo se mi dice che l’aiuto è lì che viene.

Da tempo tutta ’sta gente che soffre viene
in questo posto. Ora nel terreno accanto alla mia sedia,
sudano alla mia ombra, non fanno che dire a mio figlio
non è forse un autobus quello? È il sole
che li inganna, splende troppo forte per il sonno,
e ci fa udire motori, ruote. Non ancora. Aspetta.

Gesù, c’è gente che implora la pioggia mentre aspetta,
scordando quel che la pioggia può fare. Quando viene,
rade al suolo la vita, ti sveglia dal sonno,
si mangia le strade, ti spazza dalla sedia
in cui sei stata. Meglio onorarlo, questo sole,
che splende e asciuga. Per amor del cielo, figlio,

stanno arrivando? Che uomo forte, mio figlio.
Posso solo credergli quando mi dice, Aspetta.
Solo un altro po’. Almeno ci fosse un albero che blocca il sole.
E noi si aspetta. Nessun bianco o nessun bus che viene,
guarda, però — lo vedi? Tirami via da questa sedia,
aiutami ad alzarmi. Non è tempo per il sonno,

perché, guarda cosa romba da ’sta parte. Nel sonno
te la perdi. Guarda là, dico a mio figlio,
ma non mi sente. Manca poco casco dalla sedia,
ma il fantasma nelle gambe mi dice: aspetta,
aspetta la salvezza che adesso viene.
e vedo il volto del Salvatore insieme al sole.

Non mi vede nessuno che corro verso il sole.
Gesù, pensano che sia andata e abbia preso sonno.
Non sentono che Viene.

Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Non c’è che una forza che mi fa lasciare mio figlio.
Ethel non aspetta, Herbert. Lo sa Dio che non aspetta.
Non piangere, figlio, non son più su quella sedia.

Se solo venissi con me nel viaggio, figlio,
hai visto il vecchio sole che mi ha tirato su dal sonno.
Non ho dovuto aspettare. Lo vedi com’è d’oro la mia sedia?

 

Traduzione di Andrea Sirotti

Grazie a Emilia Mirazchiyska per l’intermediazione letteraria

Jane Hirshfield


Oggi che non potevo fare niente

Oggi che non potevo fare niente,
ho salvato una formica.

Doveva essere entrata con il giornale,
ancora consegnato
a chi deve stare a casa.

Un giornale è ancora un servizio essenziale.

Io non sono un servizio essenziale.

Ho caffè e libri,
tempo,
un giardino,
silenzio abbastanza da riempire cisterne.

Dapprima deve aver camminato
sul giornale, come inchiostro sbavato
che prendeva la forma di una formica.

Poi attraverso il portatile- caldo-
poi sul retro di un cuscino.

Piccola formica nera, sola,
che attraversava un cuscino blu,
si muoveva veloce perché è quello che poteva fare.

Messa fuori al sole,
non avrebbe potuto ritrovare il suo nido.
Allora che cosa ho salvato?

Non sembrava che avesse paura
nemmeno quando camminava sulla mia mano
che la muoveva rapida nell’aria.

Formica, sola, senza compagne,
il cui cuore di formica non potevo comprendere-
come ti va la vita- volevo chiedere.

L’ho sollevata e messa fuori.

Questo primo giorno in cui non potevo fare niente,
contribuire a niente
oltre a stare distante dal mio stesso genere,
ho fatto questo.

 

 

*

 

Today, When I Could Do Nothing

Today, when I could do nothing,
I saved an ant.

It must have come in with the morning paper,
still being delivered
to those who shelter in place.

A morning paper is still an essential service.

I am not an essential service.

I have coffee and books,
time,
a garden,
silence enough to fill cisterns.

It must have first walked
the morning paper, as if loosened ink
taking the shape of an ant.

Then across the laptop computer—warm—
then onto the back of a cushion.

Small black ant, alone,
crossing a navy cushion,
moving steadily because that is what it could do.

Set outside in the sun,
it could not have found again its nest.
What then did I save?

It did not look as if it was frightened,
even while walking my hand,
which moved it through swiftness and air.

Ant, alone, without companions,
whose ant-heart I could not fathom—
how is your life, I wanted to ask.

I lifted it, took it outside.

This first day when I could do nothing,
contribute nothing
beyond staying distant from my own kind,
I did this.

 

Together in a Sudden Strangeness: America’s Poets Respond to the Pandemic, 2020

Versione tradotta in italiano da Stefania Zampiga

Ph. Curt Richter

Louise Glück


The Wild Iris

At the end of my suffering
there was a door.

Hear me out: that which you call death
I remember.

Overhead, noises, branches of the pine shifting.
Then nothing. The weak sun
flickered over the dry surface.

It is terrible to survive
as consciousness
buried in the dark earth.

Then it was over: that which you fear, being
a soul and unable
to speak, ending abruptly, the stiff earth
bending a little. And what I took to be
birds darting in low shrubs.

You who do not remember
passage from the other world
I tell you I could speak again: whatever
returns from oblivion returns
to find a voice:

from the center of my life came
a great fountain, deep blue
shadows on azure seawater.

*

L’iris selvatico

Alla fine del mio soffrire
c’era una porta.

Sentimi bene: ciò che chiami morte
lo ricordo.

Sopra, rumori, rami di pino smossi.
Poi niente. Il sole debole
tremolava sulla superficie secca.

È terribile sopravvivere
come coscienza
sepolta sulla terra scura.

Poi finì: ciò che temi, essere
un’anima e non poter
parlare, finì a un tratto, la terra rigida
un poco curvandosi. E quel che mi parve
uccelli sfreccianti in cespugli bassi.

Tu che non ricordi
passaggio dall’altro mondo
ti dico che seppi parlare di nuovo: tutto ciò
che ritorna dall’oblio ritorna
per trovare una voce:

dal centro della mia vita venne
una grande fontana, ombre blu
profondo su acqua di mare azzurra.

L’iris selvatico (Il Saggiatore, 2020), trad. it. M. Bacigalupo

Raymond Carver


Vedo un posto vuoto a tavola.
Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?
La barca attende. Non c’è bisogno di remi
né di vento. La chiave l’ho lasciata
nel solito posto. Tu sai dove.
Ricordati di me e di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Ora stringimi forte. Così. Dammi un bel bacio
sulle labbra. Ecco. Ora
lasciami andare, carissima. Lasciami andare.
Non c’incontreremo più in questa vita,
perciò ora dammi un bacio d’addio. Su, ancora uno.
E un altro. Ecco. Adesso basta.
Adesso, carissima, lasciami andare.
È ora di avviarsi.

Orientarsi con le stelle (Minimum Fax, 2013), trad. it. R. Duranti, F. Durante

Ezra Pound


The Song

Love thou thy dream
All base love scorning,
Love thou the wind
And here take warning
That dreams alone can truly be,
For ’tis in dream I come to thee.

 

*

 

Canzone

Ama il tuo sogno
ogni inferiore amore disprezzando,
ama il vento
ed accorgiti qui
che solo i sogni possono esistere veramente,
perciò in sogno a raggiungerti m’avvio.

 

Iconografia italiana di Ezra Pound (All’Insegna del Pesce d’Oro, 1955)