Allen Ginsberg

Che fortuna

Son fortunato che ho tutte le dita della mano destra
Che a far pipì non sento tanto male
Che la pancia mi funziona
Che di notte a letto dormo bene, la pennica nel pomeriggio
Che posso far due passi con calma su First Avenue
Che metto insieme duecentomila all’anno
Cantando Eli Eli, scrivendo quello che mi passa per la testa, cesellando primordiali ghirigori, Insegnando al college buddhista, scattando con Leica foto di fermate d’autobus da dietro la la finestra dei miei occhi

E sentire le sirene delle ambulanze, il profumo dell’aglio e della ruggine, il sapore dei cachi e della passera di mare, camminare scalzo al piano di sopra con le piante dei piedi un po’ desensibilizzate
Fortunato che posso pensare, e che in cielo può nevicare

 

Morte e fama (Il Saggiatore, 2009), trad. it. L. Fontana, L. Carra

Edna St. Vincent Millay

Nel dorato bacile d’un gran canto
versiamo tutta la nostra passione;
si giacciano abbracciati gli altri amanti
nel riposo d’amore noi parliamo
con la lingua di tutto il mondo: il sangue
che s’agita, la lunga inerzia, i fremiti,
le calde palme supplici all’ospite che
fugge,
ed un’anima sola, indifesa, ma forte.
Il desiderio solo canta al liuto;
nell’aperto sospiro, fra le ortiche
s’acquieti il menestrello, ozioso e muto
anche lui – sia l’amore alto e lontano:
tradisce il ramo più alto quel frutto
che ogni passante può trovare a terra.

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Anne Sexton

Una sola volta

Una sola volta compresi lo scopo della vita.
Accadde a Boston, inaspettatamente.
Camminavo lungo il Charles
e vidi le luci duplicarsi, tutte
con il cuore al neon e vibrante,
spalancando la bocca come cantanti d’opera;
e contai le stelle, le mie piccole veterane,
cicatrici fiorite, e capii che stavo portando
il mio amore sulla sponda verde notturna, e in lacrime
aprii il cuore alle auto dirette a est e a ovest
e feci passare un ponticello alla mia verità
e la condussi a casa in fretta col suo fascino
e fino all’alba accumulai queste costanti
per scoprire poi che se n’erano andate.

 

L’estrosa abbondanza (Crocetti, 1997), a cura di R. Lo Russo, Satta Centanin A., E. Zuccato

Forrest Gander


On a Sentence by Fernanda Melchor

¿Qué es lo más cabrón que te ha pasado en la vida?
The most fucked-up thing to happen to me?
Addled by busyness, I crumpled my life and let it drop
and then I outlived my life, rocking
on my misery like a cypress in the wind. I watched
stars emerge from a black egg. Lucidity
of loss. Someone came to tell me the spider
vibrating on its long legs in the ceiling corner
over my desk doesn’t exist now. It is wedged
between the violent uninterruptedness
of one single day and the void I discovered
inside myself. Forehead tautening with self-pity.
I said, You think you know me, but you don’t
Know me from Adam’s goat. And she said,
I do, and you are one and the same thing.

 

Be With (New Directions, 2018)

*


Su una frase di Fernanda Melchor

¿Qué es lo más cabrón que te ha pasado en la vida?
La cosa peggiore che mi è capitata?
Perso nel fare, ho accartocciato la vita e l’ho lasciata cadere
e poi sono sopravvissuto a me stesso, cullandomi
nell’infelicità come un cipresso nel vento. Ho guardato
stelle emergere da un uovo nero. Lucidità
della perdita. Qualcuno è venuto a dirmi che il ragno
che vibrava sulle sue lunghe zampe nell’angolo del soffitto
sopra la mia scrivania ora non esiste. È incastrato
tra la violenza incessante
di un singolo giorno e il vuoto che mi sono
scoperto dentro. La fronte tirata in autocommiserazione.
Pensi di conoscermi, ho detto, ma non mi
distingui dalla capra di Adamo. E lei ha detto
ti conosco, e siete esattamente la stessa cosa.

 

Traduzione di Anna Aresi

Robert Lowell

Epilogo

Quelle beate strutture, intreccio e rima –
perché non mi sono d’aiuto ora
che voglio fare
qualcosa di immaginato, non ricordato?
Sento il suono della mia stessa voce:
“La visione del pittore non è una lente,
trema nell’accarezzare la luce”.
Ma a volte tutto ciò che scrivo
con l’arte logora del mio occhio
sembra un’istantanea
livida, rapida, vistosa, folta,
più intensa della vita,
eppure paralizzata dal fatto.
Tutto è mésalliance,
eppure perché non dire ciò che accade?
Prega per la grazia accurata
che Vermeer diede all’illuminazione del sole
che muove come marea sulla carta
fino alla sua ragazza solida di struggimento.
Noi siamo poveri fatti passeggeri,
da ciò ammoniti a dare
a ogni figura nella fotografia
il suo nome vivente.

 

Giorno per giorno (Mondadori, 2001)

Marianne Moore


Silence

My father used to say,
«Superior people never make long visits,
have to be shown Longfellow’s grave
or the glass flowers at Harvard.
Self-reliant like the cat –
that takes its prey to privacy,
the mouse’s limp tail hanging like a shoelace from its mouth –

they sometimes enjoy solitude,
and can be robbed of speech
by speech which has delighted them.
The deepest feeling always shows itself in silence;
not silence, but restraint».
Nor was he insincere in saying, «Make my house your inn».
Inns are not residences.

 

Selected Poems, Macmillan, New York, 1935

 

*

 

Silenzio

Mio padre usava dire:
«Il tipo superiore non farà visite lunghe,
né si avrà bisogno di indicargli la tomba di Longfellow
o i fiori in vetro a Harvard.
Sicuro di se stesso come il gatto –
che porta la preda in un cantuccio, con la coda
del topo a penzolare dalla bocca, come un laccio –

a volte si godrà la solitudine e potrà
ridursi a non avere più parole
se ascolterà parole che lo incantino, ché è sempre
nel silenzio che il sentire più profondo si rivela, o meglio:
non nel silenzio, nel riserbo». Eppure
mio padre era sincero se diceva «La mia casa sia il tuo albergo».
Albergo non è uguale a residenza.

Traduzione di Simone Pagliai

Charles Simic

Il mio ineludibile entourage

Non siamo mai stati presentati formalmente.
Non avevo idea di quanti fossero.
Era come un discreto entourage
di angeli e demoni nostrani
che avessi incontrato prima
e poi in gran parte dimenticato.

Nei momenti di pericolo si facevano vedere poco.
Dove sparivano tutti?
Una notte lo domandai a un criminale
che mi puntava un coltello alla gola,
ma anche lui era spaventato,
e mi lasciò andare senza una parola.

Sconcertante, agghiacciante
dover pensare alla propria solitudine,
come aprire un libro per bambini –
non avendo niente di meglio da fare –, leggere delle stelle,
che possono permettersi di impiegare secoli
per giungere fino a noi su un barbaglio di luce.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. Nicola Gardini

Robert Frost


Luoghi deserti

Fitte cadere notte e neve, oh, fitte
In un campo ho guardato passando oltre
E il suolo quasi uniforme sotto la coltre
Più non mostra che fili d’erba e stoppie.

I boschi intorno sono padroni del campo.
Ogni animale soffoca nella tana.
Io non conto, perché la mia mente è lontana:
La solitudine in sé inavvertito mi chiude.

E, solitaria com’è, la solitudine
Ancor più solitaria, anzi che meno, sarà
– Un candore più vacuo di neve ottenebrata
Senza espressione, senza nulla da esprimere.

Non mi fanno paura coi loro spazi aperti
E vuoti fra le stelle dove non è stirpe umana,
Quando io posso da me così vicino a casa
Far paura a me stesso con i miei luoghi deserti.

 

Conoscenza della notte e altre poesie (Mondadori, 1988), trad. it. Giovanni Giudici

J. Mitchell


This is Not My Mother

They were so shocked – the friends, who hurried past
her open coffin – no one had been warned.
Appalled to find there wasn’t more to her, no longer twice the size

of the whole room – cut down by cancer to her flinty self.
Mouth closed for once, her roaring laugh replaced
with humming silence – what remained of the dread

organ music she requested with one hymn: Breathe on me, breath of God.
Her cheeks, now hollowed out, still had their girlish glow,
but false – a symptom of her feeble heart or the embalmer’s hand.

I chose the last dress she would ever wear, more like a sack,
with half its contents emptied out.
The collar needed to be straightened; but I was scared

to reach across to her. The deadly eyes might open;
the line burst into mouth again.
She’d tell me not to fuss, keep still, stand back.

I did and watched her friends, the ones who cried and took their seats.
They didn’t seem to notice me, dry-eyed.
I sang: Breathe on me, breath of God. Fill me with life anew.

 

*

 

Non è mia madre questa

Rimasero scioccati – gli amici che sfilarono
davanti alla bara aperta – nessuno era stato avvertito.
Inorriditi nello scoprire quanto poco era rimasto di lei, non più il doppio

dell’intera stanza – ridotta dal cancro alla sua essenza ossea.
La bocca chiusa, per una volta, la risata fragorosa sostituita
dal silenzio di un’eco – ciò che restava della tremenda

musica d’organo che aveva voluto per inno: Alita su di me, alito di Dio.
Le guance, ora scavate, conservavano un colorito roseo di ragazza,
ma falso – sintomo del cuore debole o della mano dell’estetista.

Avevo scelto l’ultimo vestito che aveva indossato, quasi un sacco,
semi svuotato del suo contenuto.
Il colletto doveva essere raddrizzato; ma ebbi paura

di toccarla. Gli occhi spenti potevano riaprirsi;
la linea della bocca riprendere vita.
Mi avrebbe detto, non agitarti, stai ferma, stai indietro.

Così feci e osservai i suoi amici, chi piangeva e prendeva posto.
Non fecero caso a me, mi parve, ai miei occhi asciutti.
Cantai: Alita su di me, alito di Dio. Riempimi di nuova vita.

 

© Inedito tradotto da Giorgia Sensi

Philip Schultz


It’s Sunday Morning in Early November

and there are a lot of leaves already.
I could rake and get a head start.
The boys’ summer toys need to be put
in the basement. I could clean it out
or fix the broken storm window.
When Eli gets home from Sunday school,
I could take him fishing. I don’t fish
but I could learn to. I could show him
how much fun it is. We don’t do as much
as we used to do. And my wife, there’s
so much I haven’t told her lately,
about how quickly my soul is aging,
how it feels like a basement I keep filling
with everything I’m tired of surviving.
I could take a walk with my wife and try
to explain the ghosts I can’t stop speaking to.
Or I could read all those books piling up
about the beginning of the end of understanding…
Meanwhile, it’s such a beautiful morning,
the changing colors, the hypnotic light.
I could sit by the window watching the leaves,
which seem to know exactly how to fall
from one moment to the next. Or I could lose
everything and have to begin over again.

 

*

 

È domenica mattina ai primi di novembre

e ci sono già molte foglie.
Potrei spazzarle via e andare avanti col lavoro.
I giochi estivi dei ragazzi vanno messi
in cantina. Potrei sgomberarla
o riparare la controfinestra rotta.
Quando Eli torna dalla scuola domenicale
potrei portarlo a pescare. Non lo so fare
ma potrei imparare. Potrei fargli vedere
quanto è divertente. Non facciamo più tante cose
come prima. E mia moglie, c’è così tanto
che non le ho detto di recente,
di quanto veloce invecchia la mia anima,
una cantina che continuo a riempire
di tutto quello che sono stanco di portarmi dietro.
Potrei fare due passi con lei e cercare
di spiegare i fantasmi con cui parlo senza sosta.
O mettermi a leggere tutti quei libri accatastati
sull’inizio della fine della ragione…
Intanto, è così bello stamattina,
i colori che cambiano, la luce ipnotica.
Potrei sedermi accanto alla finestra a guardare le foglie,
che sembrano sapere esattamente come cadere
da un momento all’altro. O potrei lasciar perdere
tutto e ricominciare da capo.

 

Il dio della solitudine (Donzelli, 2018), a cura di Paola Splendore