Pedro Salinas


MUERTO inicial y víctima primera:
lo que va a ser y expira en los umbrales
del ser. ¡Ahogado coro de inminencias!
Heráldicas palabras voladoras
–«¡pronto!», «¡en seguida!», «¡ya!»– nuncios de dichas
colman el aire, lo vuelven promesa.
Pero la anunciación jamás se cumple:
la que aguardaba el éxtasis, doncella,
se quedará en su orilla, para siempre
entre su cuerpo y Dios alma suspensa.
¡Qué de esparcidas ruinas de futuro
por todo alrededor, sin que se vean!

Primer beso de amantes incipientes.
¡Asombro! ¿Es obra humana tanto gozo?
¿Podrán los labios repetirlo? Vuelan
hacia el segundo beso; más que beso,
claridad quieren, buscan la certeza
alegre de su don de hacer milagros
donde las bocas férvidas se encuentran.
¿Por qué si ya los hálitos se juntan
los labios a posarse nunca llegan?
Tan al borde del beso, no se besan.

Obediente al ardor de un mediodía
la moza muerde ya la fruta nueva.
La boca anhela el más celado jugo;
del anhelo no pasa. Se le niega
cuando el labio presiente su dulzura
la condensada dentro, primavera,
pulpas de mayo, azúcares de junio,
día a día sumados a la almendra.

Consumación feliz de tanta ruta,
último paso, amante, pie en el aire,
que trae amor adonde amor espera.
Tiembla Julieta de Romeos próximos,
ya abre el alma a Calixto, Melibea.
Pero el paso final no encuentra suelo.
¿Dónde, si se hunde el mundo en la tiniebla,
si ya es nada Verona, y si no hay huerto?
De imposibles se vuelve la pareja.

¿Y esa mano –¿de quién?–, la mano trunca
blanca, en el suelo, sin su brazo, huérfana,
que busca en el rosal la única abierta,
y cuando ya la alcanza por el tallo
se desprende, dejándose a la rosa
sin conocer los ojos de su dueña?

¡Cimeras alegrías tremolantes,
gozo inmediato, pasmo que se acerca:
la frase más difícil, la penúltima,
la que lleva, derecho, hasta el acierto,
perfección vislumbrada, nunca nuestra!
¡Imágenes que inclinan su hermosura
sobre espejos que nunca las reflejan!

¡Qué cadáver ingrávido: un mañana
que muere al filo de su aurora cierta!
Vísperas son capullos. Sí, de dichas;
sí, de tiempo, futuros en capullos.
¡Tan hermosas, las vísperas!
¡Y muertas!

 

*

 

IL primo morto, vittima iniziale:
quel che verrà ma spira sulla soglia
dell’essere: soffocate imminenze.
Araldiche parole volatrici
– «ora!» «subito!», «già» –, nunzi di gioia
colmano l’aria, che si fa promessa.
Ma quell’annunciazione non si compie:
colei che attende l’estasi, fanciulla,
su quella riva resterà per sempre,
tra Dio e il suo corpo, anima sospesa.
Quante rovine di futuro sparse
vi è tutt’intorno, senza che si veda!

Il primo bacio di futuri amanti.
È cosa umana così tanta gioia?
Riusciranno le labbra a replicarla?
Già volano al secondo; più che un bacio
ricercano chiarezza, la certezza
della capacità di far miracoli
dove le bocche fervide s’incontrano.
Perché se sono gli aliti già uniti
le labbra più non riescono a toccarsi?
Così vicine al bacio non si baciano?

Obbediente all’ardore di quel giorno
la ragazza già addenta il frutto nuovo.
La bocca anela il più segreto succo;
ma resta desiderio: le si nega,
quando già ne avvertiva la dolcezza,
la condensata, dentro, primavera,
polpa di maggio, zuccheri di giugno
sommati in tanti giorni attorno al seme.

Consumazione dopo tanta strada,
ultimo passo del felice amante
che porta amore dove amore attende.
Freme Giulietta: prossimi i Romei;
apre il cuore a Callisto, Melibea.
Ma il piede in aria suolo più non trova.
Se sprofonda il mondo nelle tenebre,
dov’è Verona? E non c’è più orto!
Impossibili incontri nell’alcova.

E una mano – di chi? –, la mano tronca
bianca, per terra, senza braccio, sola,
l’unica aperta cerca nel roseto,
e quando infine ne raggiunge il gambo
si stacca e lascia orfana la rosa
degli occhi accesi della sua padrona.

Supreme contentezze tremolanti,
gioia immediata, spasmo che s’appresta:
la penultima frase, più difficile,
che porta, dritto dritto, verso il giusto,
perfezione intravista, ma mai nostra!
Immagini chinate su uno specchio
che non riflette la loro bellezza!

Che leggero cadavere: un domani
che muore al bordo di un’aurora certa.
Vigilie son germogli. Sì di gioia;
sì di tempo: sono futuri in boccio.
Così belle, le vigilie.
Ora morte.

Zero (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Lia Ogno

Acquista ora

Luis Alberto De Cuenca


Consolatio ad se ipsvm

Cuando te veo triste y melancólico,
próximo ya a la ruina cenicienta,
me permito decirte (en estos versos,
porque a la cara no me atrevería)
que aún respiras (lo que es inevitable
cuando se sigue vivo), que hay películas
todavía que ver, y geologías
caprichosas y océanos en llamas
y tesoros escitas y crepúsculos
que admirar, y novelas que leer,
y connivencias mágicas, y copas
feéricas que apurar. Y aunque no haya
emociones fortísimas, pasiones
consuntivas ni tíos en América
esperando a las puertas del futuro,
hay que intentar vivir hasta la última
bocanada de aire en los pulmones
sin perder la esperanza, sin hundirse
demasiado, sabiendo que la vida
es un horror, y que termina siempre
fatal, y que el silencio está al acecho,
y que la enfermedad nos va minando,
pero que hay que vivir la decadencia
con buen humor, que nuestro praedicabilis
no es otro que la risa –acuérdate
de los viejos autores escolásticos–,
por más que nuestro proprium sean las lágrimas.

 

*

 

Consolatio ad se ipsvm

Quando ti vedo triste e malinconico,
vicino alla rovina delle ceneri,
mi permetto di dirti (in questi versi,
perché in faccia non oserei)
che ancora respiri (cosa inevitabile
quando si è vivi), che ci sono film
ancora da vedere, e geologie
capricciose e oceani in fiamme
e tesori scitici e crepuscoli
da ammirare, e romanzi da leggere,
e connivenze magiche, e coppe
feeriche da vuotare. E nonostante non ci siano
emozioni fortissime, passioni
logoranti né zii in America
in attesa sulla porta del futuro,
bisogna cercare di vivere fino all’ultima
boccata d’aria nei polmoni
senza perdere la speranza, senza sprofondare
troppo, sapendo che la vita
è un orrore, e che finisce sempre
uno schifo, e che il silenzio è in agguato,
e che la malattia ci sta minando,
ma che bisogna vivere la decadenza
di buon umore, ché il nostro praedicabilis
non è altro che il riso –ricordati
dei vecchi autori scolastici–,
per quanto il nostro proprium siano le lacrime.

 

Trad. it. Flora Saki Giordani, Giuseppe Nibali

Alfonso Brezmes


A volte ritorniamo sulle pagine
dove una volta siamo stati felici.
È facile come lasciare che corrano
all’indietro tra le dita,
tornare ai segni che abbiamo lasciato,
a quelle brevi note con cui
volevamo indicare a un altro lettore
che proprio lì doveva fermarsi.

Basta cercarle per vedere
che non sono più le stesse:
qualcosa è cambiato in questo breve
intervallo in cui ce ne siamo andati.

Tornare è un altro modo di misurare
la grandezza incerta della ferita.

Quando non ci sono (Einaudi, 2021), trad. it. Mirta Amanda Barbonetti

Susanna Rafart


Parlammo sicuri tra belle acque
bagnate da tamerici
e accordammo parole, quiete le nostre mani
– ricche in oro estorto –
e le fronti alte e assolate
dalle molte ore trascorse.
Dicevamo quello che non volevamo dire
e tacevamo le intenzioni amare;
immensamente gentili,
noi – i mortali, i non amati –
vegliavamo su rispettabili leggi umane.
Così, vedevamo cavalcare Ciro il nobile,
l’eletto, prudente sin dall’infanzia.
E noi, corruttibili e accecati dalla
bellezza del suo aspetto, muti
e silenziosi
dietro lo scudo di suo fratello Artaserse.

Pozzo di neve (Crocetti, 2005)

Luis García Montero

Ricordati che esisti soltanto in questo libro,
la tua vita ringrazia i miei fantasmi,
la passione che pongo in ogni verso
per ricordare l’aria che respiri,
gli indumenti che indossi e a me li togli,
i taxi dove viaggi in ogni notte,
la sirena ed il cuore dei tassisti,
i bicchieri che al bar hai condiviso
con la gente che vive in quei banconi.
Ricorda che dall’altra parte io aspetto
di quei tram quando tu sei in ritardo,
che, sentinella scomoda, il telefono
si trasforma in un ospite ignaro,
che c’è un vacuo fragore d’ascensori
che da soli si litigano e convocano,
in salita o in discesa, nostalgia.
Ricorda che il mio regno sono i dubbi
di questa città che ha solo fretta,
e che la libertà, cigno terribile,
non è l’uccello notturno dei sogni,
bensì complicità, il suo serbarsi
ferita dalla sciabola che fa
il saperci personaggi letterari,
delle vere menzogne, verità menzognere.
Ricordati che esisto se esiste questo libro,
che strappando una pagina posso suicidarci.

 

da Poesia spagnola del secondo novecento (Vallecchi, 2008), trad. it. F. Luti

José Carlos Rosales

ph: Antonia Ortega Urbano

XXI (LA HUIDA)

Estás otra vez en la autopista,
otra vez conduciendo sin saber dónde ir,
otra vez en tu coche,
otra vez recorriendo sin rumbo la autovía,
en tu mismo sentido van otros automóviles,
en tu mismo sentido o en sentido contrario,
se cruzarán contigo,
te adelantan,
parece que te siguen,
se ponen a tu altura,
casualidades de la vida, no te siguen,
has robado tu coche y estás en la autopista,
has robado tu coche, rompiste la barrera,
ha crujido la barra de control,
roja y blanca, se ha roto,
todo lo que tocas se rompe,
puede romperse todo lo que tocas,
pero nadie te sigue, todo es frágil,
conduces sin destino,
hay nubes en el cielo, nubes deshilachadas
y una luna gigante,
parece que pudiera empezar a llover,
hay viento racheado, lo notas en el coche,
las ramas de los árboles se estremecen, se agitan,
y te notas cansado,
tan cansado que te sientes ligero,
tan ligero que quisieras volar,
miras los edificios que dan a la autovía,
ya las luces empiezan a encenderse,
pronto será de noche,
no sabes dónde ir,
quisieras disolverte, no estar, no ser,
y te miro pensando:
si quisiera podría levantarse y volar,
si pudiera volar, ¿a dónde iría?

*

XXI (LA FUGA)

Sei di nuovo in autostrada,
di nuovo stai guidando senza meta,
di nuovo nella tua macchina,
di nuovo fili senza meta in autostrada,
delle macchine vanno nella tua direzione,
nella tua stessa direzione o in quella contraria,
ti incroceranno,
ti superano,
sembra che ti seguano,
si mettono alla tua altezza,
casualità della vita, non ti seguono,
hai rubato la tua macchina e sei in autostrada,
hai rubato la tua macchina, hai rotto la barriera,
la barra di controllo ha scricchiato,
rossa e bianca, si è rotta,
tutto ciò che tocchi si rompe,
si può rompere tutto ciò che tocchi,
ma nessuno ti segue, tutto è fragile,
stai guidando senza meta,
ci sono nuvole in cielo, nuvole sfilacciate
e una luna gigante,
sembra che stia per iniziare a piovere,
tira vento, lo senti in macchina,
i rami degli alberi tremano, si agitano,
e ti senti stanco,
così stanco che ti senti leggero,
così leggero che vorresti volare,
guardi gli edifici affacciati sull’autostrada,
le luci iniziano già ad accendersi,
presto sarà buio,
non sai dove andare,
vorresti dissolverti, non esserci, non essere,
e ti guardo pensando:
se volesse potrebbe alzarsi e volare,
se potesse volare, dove andrebbe?

 

Se volessi potresti alzarti e volare (Interno Poesia Editore, 2021), traduzione e cura di Damiano Sinfonico

Acquista ora

Vicenç Llorca


Canto d’autunno

No, non dire alla foglia che si fermi:
deve venire l’inverno.
Ammucchia la legna, mangia e aspetta,
aspetta l’ora della neve.
Patire il freddo ti condurrà alla casa dell’anima,
ti farà ricordare
il calore di un corpo in un altro corpo,
e il valore della risurrezione.
Forse non credi che dietro l’onda
che muore contro lo scoglio
sta nascendo la forma di una spiaggia,
una baia, un porto?
Quel che rende così duro il morire
è ignorare per sempre che la vita,
come un pianeta
traccia l’ellisse di una luce più grande.
Che temi? Forse il non avere occhi,
che ti sfugga l’intenzione
di possedere le cose,
smettere di creare nella creazione?
Allora, come un aedo,
recita il tempo
nel tempo delle sillabe e dei fatti.

Tempi d’Europa. Antologia poetica internazionale (La vita felice, 2013)

Antonio Machado


Si è addormentato il mio cuore?

Si è addormentato il mio cuore?
Alveari dei miei sogni,
state in ozio? Manca l’acqua
alla noria della mente
e le secchie giran vuote,
sono piene solo d’ombra?

No, che non dorme il mio cuore.
È ben desto il cuore, è desto.
Non dorme né sogna: è intento,
aperti gli acuti occhi,
a lontani segni ascolta
agli orli del gran silenzio.

 

Le più belle poesie (Crocetti, 1994), a cura di Francesco Tentori Montalto

José Hierro


Otoño

Otoño de manos de oro.
Cenizas de oro tus manos dejaron caer al camino.
Ya vuelves a andar por los viejos paisajes desiertos.
Ceñido tu cuerpo por todos los vientos de todos los
siglos.

Otoño, de manos de oro:
con el canto del mar retumbando en tu pecho infinito,
sin espigas ni espinas que puedan herir la mañana,
con el alba que moja su cielo en las flores del vino,
para dar alegría al que sabe que vive
de nuevo has venido.
Con el humo y el viento y el canto y la ola temblando
en tu gran corazón encendido.

(da Alegría, 1947)

 

*

 

Autunno

Autunno dalle mani d’oro.
Ceneri d’oro le tue mani lasciarono cadere sulla strada.
Già ritorni a camminare per i vecchi paesaggi deserti.
Stretto il tuo corpo per tutti i venti di tutti i
secoli.

Autunno, dalle mani d’oro:
con il canto del mare che rimbomba nel tuo petto infinito,
senza spighe né spine che possano ferire il mattino
con l’alba che bagna il suo cielo nei fiori del vino,
per dare allegria a chi sa che vive
di nuovo sei venuto.
Con il fumo e il vento e il canto e l’onda tremante
nel tuo grande cuore acceso.

 

Traduzione di Francesco Accattoli

Pablo García Baena


Autunno a Malaga

Ospite leggero l’autunno arriva
silenzioso fino a Malaga. Io prego
per le sue bende benefiche di pioggia
che fasciano il dolce cuore malandato
dell’estate e della sua carne. Bacio fiamme
nelle morenti foglie del ricordo.
Addio, fredda piazzetta. Sulla panchina
distende ottobre stracci verdastri.
Cadono frutti e uccelli. La nebbia
cicatrizza i baci.

Rumore occulto. Poesie 1946-2006 (Passigli, 2018), trad. di Alessandro Mistrorigo