Giuseppe Nibali


Vi seguirà il male dietro l’edera, e di sopra,
sul balcone in lamiera che avete per rifugio.
Non è il tempo delle corse alla ringhiera
mentre lo sfondo si disossa, e passa dall’arco delle vie
per la montagna. È morto anche il vecchio prete
di Ragalna, per la fine del suo giorno una domenica.

Chissà che luce vi assale lì dai tetti, dove il sole si
inurba coi pastori fra i negozi e che fatica morire
anche voi nella chiesa col barrito alto della fiera.
Qui nel lontano la nebbia muove la pianura
sopra i ponti, dalla miseria di colline, altre volte
fuori alla finestra si alza lo scheletro di un albero.

 

© Inedito di Giuseppe Nibali

Nicola Grato


non voglio rifugiarmi nella storia
paesana, nel ripiego, nel risvolto
di copertina, nell’eco del tempo
da cartolina d’augurio e saluto;
ricerco nella fatica, nel dolore
che viene dall’assenza di parole,
o dall’uso smodato, furbo, accattone
di talune – e sono coltellate,
tiri gaglioffi, bandiere al vento del niente
imbecille e senza scopo.
Lo sai, saranno crociere a Marrakech,
voli intercontinentali a Dubai
e disprezzo per il bene del giorno,
e per la vita tutta – col rancore
del borghese sazio, della dama
di compagnia dietro ai vetri sporchi
dei suoi desideri.
Poi il nuovo giorno, il sole che scandaglia
ogni tegola, ogni strada, le vigne
addormentate, le palizzate
di legno e metallo; poi le persone
usciranno di casa, parleranno –
chi venderà verdura, chi pesce
salato, e la lotta di due gatti
e il sorriso che t’immagini del grano
nei campi ancora scuri.

 

Inventario per il macellaio (Interno Poesia Editore, 2018)

© Foto di Salvina Chetta

Salvatore Quasimodo


Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.

 

Acque e terra (Solaria, 1930)

Emanuela Rizzuto


La spiaggia è più nera questa notte.
Non vedo le girandole né il mare
penso a quando non potevamo farci male, dicevamo
« Solo la morte può cambiare le cose »
e invece potevamo anche noi.
Ti accarezzerei coi nostri ricordi più belli
diventati tristi come il lamento delle onde
ma poi mi trovo ad aprirti la superficie del corpo
prendendoti con le mie dita fatte chiavi,
tu ti sciogli
scorri via nel tombino
e ti perdi nel mare. Vorrei poter guardare
uno scontro che immerga
l’uno nell’altra nella stessa direzione,
ma ci vuole amore per litigare.

Questa notte non resta niente
così io mi auguro di saper essere buona
oltre ogni pulsione e intelligenza
non per debolezza o religiosità
ma perché una pianta deve imparare a dare frutti
e un uomo a battezzarsi con la pace.
Non c’è tempo per odiare
voglio sentire il mare il bene
colare dalle fessure del mio corpo
e che guardarti negli occhi
sia comprenderti in un abbraccio
e centrarsi in una comunione.

 

© Inedito di Emanuela Rizzuto

Marilena Renda


La fine della storia è dove c’è la firma
di chi l’ha scritta, lo scrittore, l’autore.
Non so la fine e nemmeno l’inizio,
ma anche se chiedi agli altri,
non te lo dirà nessuno,
qui tutti usano concetti relativi
e comandano di saperli a mente.
Ma molte cose sono se stesse per convenzione,
nient’altro. Potrebbero in un attimo
diventare qualcos’altro, senza per questo
soffrire più di tanto.
Sono nato da una donna,
ma ho imparato tutto dalle locuste.
Se così fosse nessuno potrebbe dire niente.
Ho visto mio padre con un’altra donna, e poi ho perso la visione.
Devo stare fermo tutto il giorno,
ma a un certo punto – forse – potrò muovermi.


Poesia d’oggi. Un’antologia italiana
(Elliot, 2016)

Pietro Russo

russo
a Pietro C.,
che sa vedere

Di puro volere, accogliere i giorni
farli pietra angolare
del fiato a perdere. Per uno più grande
dove sei stato una volta e non è passato; per questo
custodisci la rimozione prossima
sui muri, il calendario che mangia le facce
e si sfarina. Non puoi
non vederlo: la città, fuori, ha sbagliato la vena
e forse non esiste e continua.
Credere i volti allora
dentro i palazzi, nella sequenza familiare
di cemento e panni stesi. Quando la sera
sembra più lontana e invece in qualche modo,
ogni volta ci sorprende.

 

A questa vertigine (Italic, 2016)

Gianluca D’Andrea

gianluca
Alla fine di un’epoca il ricordo
sembra quasi rinnovare gli odori.
Forse svegliandoli da un sogno, allora,
ne riporto le scene suscitate.
Sentivo dire di Franco, in Sicilia
il Tirreno era il mare dell’infanzia,
non sapevo di Ustica, la Spagna,
però, mi dava gioia, quei mondiali,
disprezzo alla parola dittatura.
La TV degli anni Ottanta tentò
di rubarci la memoria, riuscendo
a cancellare ogni velocità
ogni appiglio, distanziando in un limbo
di benessere le generazioni.
Acini in un grappolo, carrellate
ricolme, gli individui al loro fondo,
tutti impegnati, da bolle, a sognare
il proprio mondo. C’era molto sole,
aspettavamo le vacanze estive,
captavamo i messaggi apocalittici
ma mai come segni d’appartenenza,
semmai come un ricordo già avvenuto,
ognuno poi scappava e nella corsa
ogni atomo era un rendiconto.
Infinitesimale allora l’aria
infettata si mescolava al fiato
vegetale. Così noi saltavamo
nella melma come fosse un recinto
trivellato di falle, ma nell’acqua,
non sapendolo, imparavamo il nuovo
nuoto; dall’allergia il contatto affoga
nel desiderio. Così giocavamo
a nascondino nell’erba e l’odore
acerbo del sudore a quell’età
si mischiava alla terra, per non dire
del mare incanalatosi in collina,
oltre quella fiumara, nello spiazzo
in cui trovavi i vermi nelle tasche
e non le mani. Poi le figurine
con cui sfidare i compagni, i cartoni
da cui apprendere lo sport e l’amore,
mentre il gioco già mutava in clangore,
la massa sferragliante, aperitivo
globale. Il naso cadeva coi muri.

 

Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Salvatore Quasimodo

quasimodo
Già la pioggia è con noi

Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.

 

Poesie e discorsi sulle poesie (Mondadori, 1997)

Jolanda Insana

jolanda-insana-interno-poesia
scanto
scanto grande
e mascelle serrate
narici aperte per assecondare il respiro
strette le chiappe per darsi un contegno
molli le gambe nel sobbollimento
di terra e mare
e gli occhi aggrottati
nel boato
finita
è finita la vita
ma riprende a fiatare
disserra la bocca
si tocca la testa
con due dita si carezza le guance e trema
non sa cosa c’è dietro la porta
di lì è passata la morte

 

Frammenti di un oratorio (Viennepierre, 2009)

© Foto di Uliano Lucas

Gesualdo Bufalino

bufalino

La sosta

Con un gelato davanti
e la morte dentro la mente
seduto a un bar di Piazza Marina,
guardo due mosche amarsi sulla mia mano,
come colpi di batticuore
odo martelli battere sulle rotaie,
mi chiedo perché vivo,
che grido o che caduta m’aspetta dietro l’angolo,
rammento un altro sole rovente come questo
sulla mia testa rasa di soldato,
un’altra attesa, un’altra fuga, un’altra tana.
Ora pago, mi alzo, questo giorno è sbagliato,
questo e gli altri di prima, sono un uomo infelice.

 

L’amaro miele (Einaudi, 1982)