Carol Ann Duffy

Anne Hathaway

Il letto in cui ci amavamo era un mondo vorticoso
di foreste, castelli, fiaccole, scogliere, mari
in cui lui si tuffava in cerca di perle. Le parole del mio amore
erano una pioggia di stelle cadenti come baci
su queste labbra; il mio corpo faceva col suo ora una rima
più dolce, ora un’eco, un’assonanza; il suo tocco
era un verbo che danzava in mezzo a un nome.
Certe notti sognavo che mi aveva scritto, il letto
una pagina sotto le sue mani di scrittore. Romanzo
e dramma recitati da odore, gusto, tatto.
Nell’altro letto, il migliore, sonnecchiavano gli ospiti,
sbavando la loro prosa. Vive l’amore mio, ride –
lo tengo della mia testa di vedova nel forziere
come lui teneva me in quel letto, non il migliore.


La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), traduzione e cura di Andrea Sirotti e Giorgia Sensi.

Carol Ann Duffy


Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.




A San Valentino

Non una rosa rossa o un cuore di raso.

Ti dò una cipolla.
È una luna avvolta in ruvida carta scura.
Promette luce
come il lento spogliarsi dell’amore.

Ti accecherà di lacrime
come un amante.
Renderà il tuo riflesso
un traballante ritratto di dolore.

Sto cercando di essere onesta.

Non un biglietto lezioso o baci per interposta persona.

Ti dò una cipolla.
Il suo bacio pungente resterà sulle tue labbra,
possessivo e fedele
come noi,
finché lo saremo noi.

I suoi cerchi di platino si riducono a un anello nuziale,
se vuoi.
Il suo odore si appiccicherà alle tue dita,
al tuo coltello.


La donna sulla luna (Le Lettere, 2011), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Don Paterson


I love all films that start with rain:
rain, braiding a windowpane
or darkening a hung-out dress
or streaming down her upturned face;

one long thundering downpour
right through the empty script and score
before the act, before the blame,
before the lens pulls through the frame

to where the woman sits alone
beside a silent telephone
or the dress lies ruined on the grass
or the girl walks off the overpass,

and all things flow out from that source
along their fatal watercourse.
However bad or overlong
such a film can do no wrong,

so when his native twang shows through
or when the boom dips into view
or when her speech starts to betray
its adaptation from the play,

I think to when we opened cold
on a starlit gutter, running gold
with the neon of a drugstore sign,
and I’d read into its blazing line:

forget the ink, the milk, the blood—
all was washed clean with the flood
we rose up from the falling waters
the fallen rain’s own sons and daughters

and none of this, none of this matters.


From: Rain (Faber and Faber, 2009)





Adoro quei film che iniziano con la pioggia:
pioggia che alla vetrata s’intreccia
o che imbrunisce un vestito appeso fuori
o che cola la sua faccia rovescia;

un grande scrosciante nubifragio
giù sul copione vuoto e lo spartito
prima dell’atto, prima della censura,
prima che la lente spinga l’inquadratura

dove la donna siede sola
affianco alla cornetta muta
o al vestito fradicio sul prato
o alla ragazza sulla soprelevata,

tutte le cose zampillano da quella vena
lungo la loro fatale piena.
Per quanto brutto o interminabile
un film simile non può essere male,

così quando la voce nasale di lui traspare
o quando il microfono s’affaccia appena
o quando i discorsi di lei iniziano a tradire
il loro adattamento alla scena,

penso a quando abbiamo esordito
su una fogna stellata, al correre dorato
insieme ai neon della farmacia
e ho letto nella sua ardente scia:

dimentica l’inchiostro, il latte, il sangue –
tutto è stato pulito via dal temporale
ci rialzammo dall’acqua cadente
i figli e le figlie della pioggia scrosciante

e nessuno conta niente, niente conta.


© Traduzione in italiano di Riccardo Frolloni


Kate Clanchy

Kate Clanchy


If, at your desk, you push aside your work,
take down a book, turn to this verse
and read that I kneel here, pressing
my ear where on your chest the muscles
arch as great books part, in seagull curves,
bridging the seasounds of your heart,

and that your hands run through my hair,
draw the wayward mass to strands
as flat as scarlet silk-thread bookmarks,
and stroke my cheeks as if smoothing
back the tissue leaves from chilly,
plated pages, and pull me near

to read my eyes alone, then you shall see,
silvered and monochrome, yourself,
sitting at your desk, taking down a book,
turning to this verse, and then, my love,
you shall not know which one of us is reading
now, which writing, and which written.



Se, al tuo scrittoio, metti da parte il lavoro,
prendi giù un libro, cerchi questi versi
e leggi che io sto lì in ginocchio, l’orecchio
contro il tuo petto dove i muscoli
si inarcano come grossi tomi che si aprono, in curve
di gabbiani, attraverso le onde sonore del tuo cuore,

e che mi passi le dita fra i capelli,
sfilando dalla massa ribelle ciocche
sottili come segnalibri di seta scarlatta,
e mi accarezzi le guance come se lisciassi
veline tra rigide illustrazioni,
e mi tiri verso di te

per leggermi solo negli occhi, vedrai,
argentato e monocromo, te stesso,
seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro,
cercare questi versi, e allora, amore,
non saprai chi di noi due legge
ora, chi scrive, e chi è scritto.


Neonato (Medusa, 2007), cura e traduzione di G. Sensi

Kathleen Jamie



Tradition suggests that certain of the Gaelic
women poets were buried face down.


So they buried her, and turned home,
a drab psalm
hanging about them like haar,

not knowing the liquid
trickling from her lips
would seek its way down,

and that caught in her slowly
unravelling plait of grey hair
were summer seeds:

meadowsweet, bastard balm,
tokens of honesty, already
beginning their crawl

toward light, so showing her,
when the time came,
how to dig herself out –

to surface and greet them,
mouth young, and full again
of dirt, and spit, and poetry.





Secondo la tradizione certe poete gaeliche
venivano sepolte a faccia in giù…


Così la seppellirono, e si volsero verso casa,
un salmo uggioso
li avvolgeva come nebbia,

non sapevano che il liquido
che gocciolava dalle sue labbra
si sarebbe fatto strada là sotto,

e impigliati nella sua treccia
grigia che lentamente si scioglieva
c’erano semi estivi:

spirea, balsamo bastardo,
segni di onestà, che già
cominciavano a strisciare

verso la luce, mostrandole,
giunto il momento,
come dissotterrarsi –

emergere e salutarli,
bocca giovane, di nuovo piena
di terra, e sputo, e poesia.



La casa sull’albero, poesie scelte di Kathleen Jamie (Ladolfi, 2016), cura e trad. it. Giorgia Sensi

Robert Louis Stevenson

The Land of Nod

From breakfast on through all the day
At home among my friend I stay:
But every night I go abroad
Afar into the land of Nod.

All by myself I have to go,
With none to tell me what to do –
All alone beside the streams
And up the mountain-sides of dreams.

The strangest things are there for me,
Both things to eat and things to see,
And many frightening sights abroad
Till morning in the land of Nod.

Try as I like to find the way,
I never can get back by day,
Nor can remember plain and clear
The corious music that I hear.


Il paese dei sogni

Dal mattino in poi per tutto il giorno
me ne sto a casa con gli amici intorno,
ma ogni notte parto e mi allontano
nel paese dei sogni, remoto e strano.

Devo andarci da solo, completamente,
nessuno che possa dirmi niente,
da solo risalgo i fiumi ondosi
e salgo verso i sogni misteriosi.

Strane cose mi stanno ad aspettare,
cose da guardare e da mangiare,
e tante visioni orride in quel mondo
finché il mattino non cambia lo sfondo.

Inutile cercare di ritrovare la via,
di giorno non ricordo dove sia,
né riesco esattamente a ricordare
la strana musica che udivo risuonare.


Poesie di viaggio (EDT, 2009), a cura di R. Mussapi

Kenneth White













White Valley

Not much to be seen in this valley
a few lines, a lot of whiteness
we’re at the end of the world, or at its beginning
maybe the quaternary ice has just withdrawn

as yet
no life, no living noise
not even a bird, not even a hare
but the wailing of the wind

yet the mind moves here with ease
advances into the emptiness


and line after line
something like a universe
lays itself out

without doing too much naming
without breaking the immensity of the silence
discreetly, secretely
someone is saying

here I am, here
I begin.

Copyright © Kenneth White 2003
From Open World – The Collected Poems 1960-2000
Polygon Books 2003


Valle bianca

Non c’è molto da vedere in questa valle
qualche linea, molto bianco
siamo alla fine del mondo, o al suo inizio
forse il ghiaccio neozoico si è appena ritirato

nessuna forma, nessun suono di vita
nemmeno un uccello, nemmeno una lepre
oltre al gemito del vento

eppure qui la mente si muove a suo agio
avanza nel vuoto


e linea dopo linea
qualcosa di simile a un universo
si espone

senza fare troppi nomi
senza spezzare l’immensità del silenzio
discretamente, segretamente
qualcuno sta dicendo

qui sono, qui


Copyright © Stefano Bortolussi 2016

Carol Ann Duffy




The snow melt early,
meeting river and valley,
greeting the barley.

Neve già sciolta,
incontra fiume e valle,
saluta l’orzo.

In Glen Strathfarrar
a stag dips to the river
where rainclouds gather.

In Glen Strathfarrar
un cervo beve al fiume
tra nubi nere.

Dawn, offered again,
and heather sweetens the air.
I sip at nothing.

Alba ancor s’offre,
aria dolce d’erica.
Sorseggio il nulla.

A cut-glass tumbler,
himself splashing the amber …
now I remember.

Bicchiere inciso,
lui che sciaborda l’ambra…
ora ricordo.

Beautiful hollow
by the broad bay; safe haven;
their Gaelic namings.

All’ampia baia
bella conca, riparo;
celtici i nomi.

It was Talisker
on your lips, peppery, sweet,
I tasted, kisser.

Sulle tue labbra
Talisker: baci dolci,
pepati, gustai.

Under the table
she drank him, my grandmother,
Irish to his Scotch.

Sotto il tavolo
lo beveva mia nonna,
Irlanda allo Scotch!

Barley, water, peat,
weather, landscape, history;
malted, swallowed neat.

Orzo acqua torba,
tempo paesaggio storia;
tracanno il malto.

Out on my Orkney’s boats,
spicy, heather-honey notes
into our glad throats.

Alle Orcadi,
note di spezie e miele
in liete gole.

Allt Dour Burn’s water –
pure as delight, light’s lover –
burn of the otter.

Acqua dell’Aldour –
luce, delizia pura –
rio della lontra (1).

The gift to noses –
bog myrtle, aniseed, hay,
attar of roses.

Doni odorosi –
mirto, anice e fieno,
nettar di rose.

Empty sherry casks,
whisky – sublime accident –
a Spanish accent.

Botti di sherry,
il whisky – bella sorte –
parla spagnolo.

Drams with a brother
and doubles with another…
blether then bother.

Con un fratello
un goccio. E con un altro…
blatero e taccio.

The perfume of place,
seaweed scent on peaty air,
heather dabbed with rain.

Aroma loci,
sentore d’alghe in aria,
erica e pioggia.

With Imlah, Lochhead,
Dunn, Jamie, Paterson, Kay,
Morgan, with McCaig.

Con Imlah, Lochhead,
Dunn, Jamie, Paterson, Kay,
Morgan, con McCaig (2).

Not prose, poetry;
crescendo of mouth music;
not white wine, whisky.

Poesia non prosa;
musica della bocca;
non vino, whisky.

Eight bolls of malt, to
Friar John Cor, wherewith to
make aquavitae.

Otto bocce di
malto a fra’ John Cor, con cui
fare acqueviti (3).

A recurring dream:
men in hats taking a dram
on her coffin lid.

Sogno frequente:
tizi in lutto bevono
sulla sua bara

The sad flit from here
to English soil, English air,
from whisky to beer.

Triste trasferta
a terra ed aria inglesi:
da whisky a birra.

For joy, grief, trauma,
for the newly-wed, the dead –
bitter-sweet water.

Per sposi e morti,
gioie, dolori e traumi –
acqua agrodolce.

A quaich, Highland Park;
our shared sips in the gloaming
by the breathing loch.

Coppa a Highland Park;
sorsi insieme la sera
al soffio del loch.

The unfinished dram
on the hospice side-table
as the sun came up.

Resti di un goccio
al letto dell’ospizio;
sorgeva il sole.

What the heron saw,
the homesick salmon’s shadow,
shy in this whisky.

Ciò che l’airone
vide: triste salmone
ombra è nel whisky.

1 Allt Dour burn (anglicizzato in Alldour), in gaelico significa «torrente della lontra» dalle cui acque si ricava il whisky Blair Athol.
2 Poeti scozzesi contemporanei.
3 Registrato nel Exchequer Rolls del 1494, è il primo documento attestato sulla distillazione del malto in Scozia.

Le api (Le Lettere, 2014), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Carol Ann Duffy



La donna della luna

Carissime, vi scrivo dalla luna
dove mi nascondo dietro la famosa luce.
Come potevate mai pensare un uomo quassù?
Una mucca ha fatto un salto. Il piatto è scappato

col cucchiaio. Ciò che mi è giunto da voi sono gioie, i lutti,
le risate, le perdite, i sogni, le vostre vite
brevi, la mia lunga, una geniale solitudine. Devo avere
un migliaio di nomi per la terra, mia vocazione azzurra.

Me ne vado in giro, la luna dieta di luce, un filo di pera,
spicchio di limone, fetta di melone, mezza arancia,
cipolla d’argento; il vostro suono umano cade nello spazio,
la canzone della nascita, la canzone dell’amante, la canzone della morte.

Affezionata come le parole alle cose, io fisso attonita, truce; deserti
dove c’erano foreste, mari malsani. Quando scende la notte, vi vedo
ricambiare lo sguardo come se udiste il mio Carissime,
cosa avete fatto, cosa avete fatto al mondo?


Le api (Le Lettere, 2014), trad. it. G. Sensi e A. Sirotti

Carol Ann Duffy



La signora Van Winkle

Sprofondai come un sasso
nelle acque fonde e stagnanti della mezza età,
con acciacchi da capo a piedi.

Mi buttai sul cibo.
Rinunciai a fare moto.
Mi face bene.

E mentre lui dormiva
mi trovai dei passatempi.
Dipinsi. Visitai ogni sognato monumento:

la torre di Pisa.
Le Piramidi. Il Taj Mahal.
Feci un piccolo acquerello di ognuno.

Ma la cosa migliore,
quello che batté di gran lunga tutto il resto
fu l’addio non troppo sofferto al sesso.

Fino al giorno in cui
tornai a casa col mio pastello del Niagara
e lui seduto sul letto agitava un tubetto di Viagra.


La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), trad. it. Andrea Sirotti