Boris Pasternak


Essere rinomati non è bello

Essere rinomati non è bello,
non è così che ci si leva in alto.
Non c’è bisogno di tenere archivi,
di trepidare per i manoscritti.

Scopo della creazione è il restituirsi,
non il clamore, non il gran successo.
È vergognoso, non contando nulla,
essere favola in bocca di tutti.

Ma occorre vivere senza impostura,
vivere così da accattivarsi in fine
l’amore dello spazio, da sentire
il lontano richiamo del futuro.

Ed occorre lasciare le lacune
nel destino, non già fra le carte,
annotando sul margine i capitoli
e i luoghi di tutta una vita.

Ed occorre tuffarsi nell’ignoto
e nascondere in esso i propri passi,
come si nasconde nella nebbia
un luogo, quando vi discende il buio.

Altri, seguendo le tue vive tracce,
faranno la tua strada a palmo a palmo,
ma non sei tu che devi sceverare
dalla vittoria tutte le sconfitte.

E non devi recedere d’un solo
briciolo dalla tua persona umana,
ma essere vivo, nient’altro che vivo,
vivo e nient’altro sino alla fine.

 

Poesie (Einaudi, 2009), trad. it. A. M. Ripellino

Ol’ga Sedakova


Infanzia

Ricordo la prima infanzia
e il sogno sull’oro piumino.

Un sogno o per davvero?
Qualcuno mi vide,
veloce entrò dal giardino,
e in piedi mi sorride.

– Il mondo – dice – è un deserto.
Il cuore dell’uomo una pietra.
Amano gli uomini quel che non sanno.

Non ti scordar di me, Olga,
ed io non dimenticherò nessuno.

Solo nel fuoco si semina il fuoco (Edizioni Qiqajon, 2018) trad. di Adalberto Mainardi

Iosif Brodskij

Procida

Baia sperduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti dei lenzuoli, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.

Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco una stella.

 

Poesie italiane (Adelphi, 1996), trad. it. Giovanni Buttafava

Osip Mandel’štam

Ah, non vedo più nulla, il povero orecchio è sordo,
di tutti i colori mi resta il minio e la rauca ocra.

Ho cominciato a sognare le mattine armene: vediamo,
mi son detto, che fa la cinciallegra a Erivan’,

come si china il panettiere giocando a moscacieca
con il pane, e toglie dal forno l’umido lavaš.

Ah, Erivan’, Erivan’! È stato un uccello a disegnarti,
ti ha colorato il leone dell’astuccio coi pastelli?

Ho unto questa vita assurda come un mullah il suo corano,
ho raggelato il mio tempo, non ho versato caldo sangue.

Ah, Erivan’, Erivan’! Non mi serve più nulla,
non voglio la tua uva congelata!

 

Viaggio in Armenia (Adelphi, 1988), a cura di S. Vitale

Vladislav Chodasevič


Per la strada già imbrunisce.
Sbatte in alto una finestra.

Balena una luce, una tenda si gonfia,
veloce un’ombra si stacca dal muro –

beato chi cade a testa in giù:
almeno per un instante – un altro è il mondo.

23 dicembre 1922
Saarow

 

Non è il tempo di essere (Bompiani, 2019), a cura di Caterina Graziadei

Vladimir Sergeevič Solov’ëv


Dolce amica, non credo alle tue
parole, ai tuoi sensi, ai tuoi occhi
e neppure a me stesso, soltanto credo
alle stelle che splendono in alto.

Per un sentiero làtteo le stelle
mi mandano sogni infallibili
e nel deserto sconfinato allevano
per me fiori celesti.

E in quell’eterna estate, tra quei fiori,
intrisa di argento azzurrino,
come leggiadra tu sei, e nella luce stellare
com’è libero e puro l’amore.

 

Poesia russa del Novecento (Guanda, 1954), trad. it. A M. Ripellino

Nina Nikolaevna Berberova


Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.

Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.

E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.

E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

Antologia Personale. Poesie 1921-1933 (Passigli, 2004), trad. it. M. Calusio

Osip Mandel’štam


Ariosto

In Europa fa freddo. In Italia è buio.
Il potere è repellente come le mani d’un barbiere.
Oh, se si spalancasse, ma al più presto,
un’ampia finestra sull’Adriatico.

Sulla rosa muschiosa il ronzio di un’ape,
nella steppa a mezzogiorno un grillo muscoloso,
sono grevi i ferri del cavallo alato,
la clessidra è gialla e aurata.

Il linguaggio delle cicale irretisce col suo miscuglio
di mestizia puskiniana e di fretta mediterranea,
come un’edera fastidiosa, che s’avviticchia tutta
egli mente con coraggio, combinandone con Orlando di tutti i colori.

La clessidra è gialla e aurata,
nella steppa a mezzogiorno un grillo muscoloso,
e dritto alla luna spicca il volo il contafole spalluto.

Gentile Ariosto, volpe d’Ambasceria,
felce in fiore, veliero, aloe,
tu udivi sulla luna i versi dei calenzuoli,
e a corte eri savio consigliere dei pesci.

Oh, città di lucertole, in cui non v’è anima viva,
dalla strega e dal giudice hai partorito prole siffatta,
Ferrara dal cuore di pietra, alla catena lo tenevi:
e l’astro del rosso intelletto si levò dal folto del bosco.

Noi ci stupiamo del banchetto del macellaio,
del pargolo appisolatosi sotto una rete di mosche azzurre,
dell’agnello sul monte, del monaco sull’asinello,

dei soldati del duca, un po’ folli in Dio,
per le bevute di vino, la peste e l’aglio,
e della recente perdita, come l’aurora, ci stupiamo…

1933; 1935

 

L’opera in versi (Giometti & Antonello), cura e traduzione di Gario Zappi

Aleksandr Skidan


соль честная объятий
лобзик лба

не уходи
твои лобзанья –

и ты уже не гвоздодёр страниц
с зубами ночи в корешках не странник

не мозг палимый
не сладимый дым

а торф земли
в которую – раздвинув – ляжешь

пусть рот запомнит рот
а губы – губы

закушенные

 

*

 

il sale onesto degli abbracci
il taglio nella fronte

non andar via
lo sfiorarsi labiale

e non sei più cavachiodi di pagine
coi denti della notte nei dorsi non sei peregrino

non il cervello arso
non il fumo dolciastro

ma la torba della terra
nella quale – allungandoti – ti stenderai

che bocca ricordi bocca

e labbro il labbro

morso

 

 

Traduzione di Elisa Baglioni

Foto di Aleksandr Tjagny Rjadno

Osip Mandel’štam


Corre l’onda con l’onda all’onda rompendo la cresta,
lanciandosi verso la luna con l’ansia dello schiavo,
e il giovane abisso dei giannizzeri,
metropoli d’onde senza requie,
si agita, si torca e scava fossati nella sabbia.

E nella cupa aria ovattata appaiono
i merli di un muro mai cominciato
e da scale di schiuma cadono i soldati
di sultani sospettosi – a spruzzi, pezzi –
e freddi eunuchi distribuiscono il veleno.

Quaderni di Voronež (Giometti & Antonello, 2017), a cura di M. Calusio