Vladislav Chodasevič


Per la strada già imbrunisce.
Sbatte in alto una finestra.

Balena una luce, una tenda si gonfia,
veloce un’ombra si stacca dal muro –

beato chi cade a testa in giù:
almeno per un instante – un altro è il mondo.

23 dicembre 1922
Saarow

 

Non è il tempo di essere (Bompiani, 2019), a cura di Caterina Graziadei

Vladimir Sergeevič Solov’ëv


Dolce amica, non credo alle tue
parole, ai tuoi sensi, ai tuoi occhi
e neppure a me stesso, soltanto credo
alle stelle che splendono in alto.

Per un sentiero làtteo le stelle
mi mandano sogni infallibili
e nel deserto sconfinato allevano
per me fiori celesti.

E in quell’eterna estate, tra quei fiori,
intrisa di argento azzurrino,
come leggiadra tu sei, e nella luce stellare
com’è libero e puro l’amore.

 

Poesia russa del Novecento (Guanda, 1954), trad. it. A M. Ripellino

Nina Nikolaevna Berberova


Quel giorno ci fu un tramonto così insolitamente prolungato,
nel cielo rosso erano nere le case e il nostro giardino deserto.

Quella notte il cuore non ce la faceva più per le innumerevoli stelle
e spalancammo le finestre sulla vasta notte caldissima.

E al mattino un vento leggero portò il fresco dei mari,
ci furono troppi colori per via dei glicini e delle rose in fiore.

E quella sera me ne andai, pensavo al nostro destino,
pensavo al mio amore, di nuovo – a me e a te.

Antologia Personale. Poesie 1921-1933 (Passigli, 2004), trad. it. M. Calusio

Osip Mandel’štam


Ariosto

In Europa fa freddo. In Italia è buio.
Il potere è repellente come le mani d’un barbiere.
Oh, se si spalancasse, ma al più presto,
un’ampia finestra sull’Adriatico.

Sulla rosa muschiosa il ronzio di un’ape,
nella steppa a mezzogiorno un grillo muscoloso,
sono grevi i ferri del cavallo alato,
la clessidra è gialla e aurata.

Il linguaggio delle cicale irretisce col suo miscuglio
di mestizia puskiniana e di fretta mediterranea,
come un’edera fastidiosa, che s’avviticchia tutta
egli mente con coraggio, combinandone con Orlando di tutti i colori.

La clessidra è gialla e aurata,
nella steppa a mezzogiorno un grillo muscoloso,
e dritto alla luna spicca il volo il contafole spalluto.

Gentile Ariosto, volpe d’Ambasceria,
felce in fiore, veliero, aloe,
tu udivi sulla luna i versi dei calenzuoli,
e a corte eri savio consigliere dei pesci.

Oh, città di lucertole, in cui non v’è anima viva,
dalla strega e dal giudice hai partorito prole siffatta,
Ferrara dal cuore di pietra, alla catena lo tenevi:
e l’astro del rosso intelletto si levò dal folto del bosco.

Noi ci stupiamo del banchetto del macellaio,
del pargolo appisolatosi sotto una rete di mosche azzurre,
dell’agnello sul monte, del monaco sull’asinello,

dei soldati del duca, un po’ folli in Dio,
per le bevute di vino, la peste e l’aglio,
e della recente perdita, come l’aurora, ci stupiamo…

1933; 1935

 

L’opera in versi (Giometti & Antonello), cura e traduzione di Gario Zappi

Aleksandr Skidan


соль честная объятий
лобзик лба

не уходи
твои лобзанья –

и ты уже не гвоздодёр страниц
с зубами ночи в корешках не странник

не мозг палимый
не сладимый дым

а торф земли
в которую – раздвинув – ляжешь

пусть рот запомнит рот
а губы – губы

закушенные

 

*

 

il sale onesto degli abbracci
il taglio nella fronte

non andar via
lo sfiorarsi labiale

e non sei più cavachiodi di pagine
coi denti della notte nei dorsi non sei peregrino

non il cervello arso
non il fumo dolciastro

ma la torba della terra
nella quale – allungandoti – ti stenderai

che bocca ricordi bocca

e labbro il labbro

morso

 

 

Traduzione di Elisa Baglioni

Foto di Aleksandr Tjagny Rjadno

Osip Mandel’štam


Corre l’onda con l’onda all’onda rompendo la cresta,
lanciandosi verso la luna con l’ansia dello schiavo,
e il giovane abisso dei giannizzeri,
metropoli d’onde senza requie,
si agita, si torca e scava fossati nella sabbia.

E nella cupa aria ovattata appaiono
i merli di un muro mai cominciato
e da scale di schiuma cadono i soldati
di sultani sospettosi – a spruzzi, pezzi –
e freddi eunuchi distribuiscono il veleno.

Quaderni di Voronež (Giometti & Antonello, 2017), a cura di M. Calusio

Semёn Chanin

давайте перенесем сеанс гипноза на вторник, там свободно до обеда
сможете? все могут?

не вижу рук. раз, два. итак, переносим

домашнее задание: тренируем распокусировку взгляда
месмеризируем неодушевленные предметы
рефлекторно впадаем в ярость

и не забываем безопасные падения на спину

в следующий раз захватите с собой что-то
теплое и веревки, чтобы было что грызть

 

*

 

dai, spostiamo la sessione di ipnosi a martedì, c’è posto fino a pranzo
potete? tutti possono?

non vedo le mani. Uno, due. allora la spostiamo

compiti per casa: alleniamo lo sfocamento dello sguardo
mesmerizziamo gli oggetti inanimati
di riflesso montiamo su tutte le furie

e non dimentichiamo le distensioni corrette di schiena

per la prossima volta portate qualcosa
di caldo e le funi da rosicchiare

 

Traduzione di Elisa Baglioni

Arsenij Tarkovskij


Il manoscritto

Ad Anna Achmatova

Ho finito il libro ed ho detto basta
non posso più rileggere il manoscritto.
Il mio destino si è bruciato tra le righe
mentre l’anima cambiava rivestimento.

Così il figliol prodigo si strappa la camicia dalle spalle
così il sale dei mari e la polvere delle strade terrestri
benedice e maledice il profeta,
che da solo camminava sugli angeli.

Io sono quello che ha vissuto al suo tempo
ma non ero io. Io il più giovane della famiglia
degli uomini e degli uccelli, io ho amato insieme a tutti

e non abbandonerò il banchetto dei viventi –
diretto sigillo del loro onore familiare,
diretto vocabolario dei legami di radice.

 

Stelle sull’Aragaz (Erevan, 1988), trad. it. Donata De Bartolomeo

Vladimir Nabokov


La poesia

Non la poesia d’occaso che plasmi quando pensi ad alta voce,
con il suo tiglio in inchiostro di china
e i fili del telegrafo sopra la rosea nube;

né l’interno tuo specchio, con le fragili
spalle nude di lei che ancora vi balenano;
non il lirico clic di una rima tascabile,
il motivetto che ti dice l’ora;

e non le monetine e i pesi sui giornali
della sera impilati nella pioggia;
non i cacodemoni del tormento carnale;
non la cosa che puoi dire assai meglio
in prosa…

ma la poesia che piomba da altezze sconosciute
quando attendi gli spruzzi dalla pietra
laggiù lontano, e corri alla penna come un cieco,
e dopo giunge il brivido e poi ancora…

nel viluppo dei suoni, leopardi di parole,
insetti come foglie, ocellati uccelli
si fondono formando una silenziosa, intensa
trama mimetica del perfetto senso.

 

Traduzione di Massimo Bocchiola

Rivista Poesia n.55, ottobre 1992

Anna Belozorovitch


Usucapione

A volte, quando allo specchio nuda
m’asciugo o mi preparo o mi curo,
mi tiene assieme un unico pensiero:
che quella superficie è altrui,
che ogni forma è donna perché un corpo
un giorno, o più volte, l’ha avuta.
Mi sento, allora, come chi gratuitamente
vive in casa d’altri a patto di curarne la tenuta.
M’asciugo e mi preparo e mi curo
sperando di restituirmi a te e d’essere abitata.
Mi amo, allora, nella misura in cui
ogni mia forma attende d’essere amata.
Mantengo acceso il fuoco nella tua assenza,
lucido i vetri, tengo sgombro il salone:
in questa casa senza eredi nulla
deve mancare in una lunga permanenza.
Occupo, col terrore dell’usucapione.

 

Il pesce rosso (Il seme bianco, 2018)