Nina Cassian

nina cassian

 

Sereno

Sarà un tempo sereno, un tempo da inni.
Con un sol gesto l’aria fenderò,
pronuncerò solo parole immacolate.
Dirò “cielo”, “fonte”, dirò “sole”
e “lacrima” e “musica”, “immunità”.
Sarà il tempo in cui il mio ricordo
non sarà sfiorato da eco di massacri
ma da aliti soavi di poesia
ché a volte anche il sangue alita.
Di tutto quel che un tempo era promiscuo
conservo solo il sacro e mossa al perdono
loderò i contrasti perdonanti.
Dirò “cielo” e “sole” ma anche “musica”
e sarà “sole”, “musica” e “cielo”
intorno a me e intorno al mondo.
Le vocali assumeranno, naturali, la loro gloriosa aureola.
E verrà il tempo sonoro, scintillante,
un tempo solenne e puro, un tempo da inni
e verrà un giorno il tempo! Oh se verrà!

 

C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 (Adelphi, 2013), trad. it. A. N. Bernacchia, O. Fatica

Nina Cassian


Volevo restare a settembre
sulla spiaggia pallida e deserta,
volevo caricarmi di cenere
delle mie volubili gru
e che il vento grave dormisse
come acqua nelle reti fra le chiome;
volevo una notte accendermi
una sigaretta più bianca della luna
e intorno a me – nessuno, solo il mare
con la sua forza grave e latente;
volevo restare a settembre,
presente al trascorrere del tempo,
una mano fra gli alberi e l’altra
nella sabbia canuta – e scivolare
nell’autunno insieme all’estate…

Ma a me sono stati prescritti,
è chiaro, più penosi abbandoni.
Mi è toccato strapparmi a paesaggi
a cuore impreparato
e mi è toccato lasciare l’amore
quando ancora amare vorrei…

C’è modo e modo di sparire (Adelphi Edizioni, 2013) trad. it. A. N. Bernacchia

Tudor Arghezi

Alla mia morte ti lascerò i miei averi:
non altro che un nome, chiuso in un libro.
Nelle tenebre in rivolta,
che dai miei avi arrivano fino a te,
i miei padri strisciarono come animali
lungo dirupi e precipizi,
che ora aspettano te, mio giovane figlio:
il mio libro è un gradino per risalirli.

Mettilo al capo del letto
con devota pietà: è la carta piú antica
della liberazione
di voi servi dai rozzi mantelli
pieni delle ossa riversate in me.

Ora possiamo mutare per la prima volta
la zappa con la penna e il solco in calamaio
perché i nostri avi, tra i buoi dorati,
raccolsero il sudore
del lavoro di centinaia d’anni.
Dalle loro voci che incitavano gli armenti
ho creato misure, accordi di parole
e culle per i padroni futuri:
e per migliaia di settimane,
lavorandole come il pane, le ho trasformate
in sogni e icone. Dagli stracci
sbocciarono gemme e ghirlande.
Ho mutato in miele il veleno ricevuto,
lasciando intero il suo dolce potere.
Filando lievemente l’offesa
ne ho fatto persuasione e bestemmia.
Ho preso dal focolare la cenere dei morti
per alzare un dio di pietra,
alto confine con due mondi sui pendii
che vegli in cima al tuo dovere.

Il nostro dolore sordo e amaro
l’ho raccolto su un solo violino:
il padrone ballò alle sue note
come un capro che viene sgozzato.
Dalle piaghe dalle muffe dal fango
ho fatto nascere bellezza e nuovi valori.
I colpi di frusta si mutano
in parole lente, castigatrici
che perdonano ai figli
il delitto che fu di tutti.
Questa è la giustizia resa al ramo
oscuro uscito dalla foresta al sole,
ramo da cui spunta come grappolo di nèi
il frutto della pena di tutta l’eternità.

Pigramente sdraiata sul divano
la giovane principessa
soffre dentro il mio libro.
La parola di fuoco e quella formata ad arte
si uniscono nella pagina come
la tenaglia abbraccia il ferro rovente.
Il servo l’ha scritta, il signore la legge
e non vede che nel suo profondo
c’è tutta la collera dei miei antenati.

Poesie (Mondadori, 1966), trad. it. S. Quasimodo

Daniel D. Marin

la voce

viveva in una solitudine quasi assoluta, l’unico suo
legame con la realtà era una voce che lo ossessionava.
sempre ascoltandola, avrebbe potuto,
avrebbe potuto facilmente impazzire.

la voce lo seguiva dappertutto, quasi
gli si era infilata nei meandri tortuosi
del suo cervello, divenendo tangibile,
questa voce aveva forma, colore, odore
e persino sapore, e, come un innamorato acerbo, osservava
come questa, spensierata, passeggiava nel suo cervello.

a poco a poco, la voce sviluppò anche una forte personalità,
che gli suscitava ammirazione e talvolta invidia,
una personalità che pian piano l’opprimeva.
ora, non desiderava altro che la voce sparisse.
immaginava come ucciderla lentamente.
immaginava scene di una crudeltà meditata
in cui la torturava prima di ucciderla.

era pronto. si era procurato tutto il necessario.
la seguiva, con il sangue che gli scoppiava nelle vene
e con gli occhi iniettati di rabbia,
mentre lei, spensierata, passeggiava nel suo cervello,
lo ossessionava e lo seduceva ancora. completamente
disarmato, la strinse tra le braccia, da amante provetto,
e mentre la stringeva al petto e la baciava
follemente, per uno strano processo psicologico,
essa perdeva definitivamente la sua personalità,
poi la forma, il colore, l’odore, il sapore e tutto quello che
nella sua mente avesse ancora un minimo nesso con la realtà.

 

I corpi che non ci calzano mai a pennello (Interno Libri Edizioni, 2022)

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Ana Blandiana

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Per scelta mia

Ho cominciato con poco, senza una vera colpa,
un gesto mancato, un sorriso trattenuto,
e quale ecatombe di cari morti ora –
per scelta mia, per scelta mia, per scelta mia,
interdetto, punito, soppresso.
Da tempo è scomparsa ogni solidarietà fra me
e gli alberi
e il cenno della fonte che mi avvertiva
quando era avvelenata.
Me ne starò ferma, quando gli uccelli imparano a volare
per paura se mi avvicinano
che io li uccida?
Quando le serpi si nascondono in terra,
i vermi nelle mele,
e l’erba più non osa nei dintorni
accogliere le foglie che cadono?
Quando, atterrito, l’universo contempla in me
un senno che non mi aveva dato?

 

Un tempo gli alberi avevano occhi (Donzelli, 2004), trad. it. B. Frabotta, B. Mazzoni

Ana Blandiana


Non sostituirmi,
non mettere al mio posto
un altro essere
che tu possa pensare
che sia sempre io
e non lasciare
che indossi le mie parole.
Abbi pietà di loro
se non hai pietà di me,
non costringermi a sparire
di fronte a un’estranea
che porta il mio nome
senza ritegno,
che almeno mi imiti
quasi come se
non mi avesse mai conosciuto.
Non provare a esigere
che sia io, pur cambiata,
non umiliarmi
cancellandomi dagli specchi,
lasciandomi solo in fotografia.

 

L’orologio senza ore (Elliot, 2018), a cura di B. Mazzoni

Nina Cassian


Se tu potessi vivere
le ore del tè, del caffè,
il tintinnio indolente delle tazze,
se potessi concepire le soavi ore ramate
nel pomeriggio di una vecchia famiglia di un secolo vecchio
che si è crogiolato in una memoria romantica,
se potessi non spaventarti quando
nella tazza colma di tè vedi il tuo volto
dalla fiamma dell’inferno intensamente illuminato.

 

C’è modo e modo di sparire. Poesie 1945-2007 (Adelphi, 2013), trad. it. A. N. Bernacchia

Paul Celan


E tu, tu pure –
fatta crisalide,
come tutto quello
che la notte ha cullato.

Questo sfarfallio, questo volteggiare intorno:
io lo sento – e non lo vedo!

E tu,
come tutto quello
che è sottratto al giorno:
crisalide.

E occhi, che ti cercano.
Tra questi il mio.

Uno sguardo:
un altro filo, che ti avviluppa.

Questa tarda, tarda luce.
Io so: i fili luccicano.

Di soglia in soglia (Di soglia in soglia, 1996), a cura di Giuseppe Bevilacqua

Lucian Blaga


Brucia il prato nel sonno. Dalle ciglia dei giunchi
s’allontanano lacrime di fuoco:
le lucciole.

Tra disegni di nubi, sulla costa
s’alza la luna.

Mani autunnali allunga su di te la mia notte
e nel cuore il sorriso ti porto dalla spuma
lucente delle verdi lucciole.
La tua bocca è uva diaccia.

Solo l’orlo sottile della luna
sarebbe così freddo
— se potessi baciarlo —
come le labbra tue.

Mi sei vicina.

Nel buio sento un palpito di palpebre.

 

I poemi della luce (Garzanti Editore, 1989), a cura di M. Marin

Tudor Arghezi

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Incertezza

Pende alla mia finestra
l’erba azzurra del cielo.
Come lungo mille fili
scendono infinite stelle.

L’anima è una spugna
che assorbe le lacrime – lenti
delle stelle – ad una ad una,
bianche lucenti e tremanti.

La lanugine della mia tristezza
si avvolge di notte alla tristezza,
le ciglia di Dio
cadono nel mio calamaio.

Apro il libro: il libro si lamenta.
Cerco il tempo: non c’è tempo.
Vorrei cantare: non canto, esisto,
sembra che io sia e non esisto più.

Il mio pensiero, di chi è pensiero?
In quale racconto o idea
mi viene alla mente che, forse,
ho fatto parte di tutto?

Scrivo qui, curvo, senza memoria
ascoltando la voce strana
dello stagno e del frutteto
e firmo:
Tudor Arghezi

 

Tudor Arghezi (Mondadori, 1966), trad. it. S. Quasimodo