Martina Abbondanza

abbondanza interno poesia

Stiamo come il glicine,
aggrappati ad una casa
che nessuno sa.

Non ho imparato a tremare
come si deve.

Io so il tuo fianco
andare via al mattino
tra i fiori finti nei vasi.

Certi amori devono stare
nel buio dei portici
ma poi ritornano,
senza stagioni.

 

Il giorno tutto (Ladolfi, 2016)

Gabriele Belletti

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Dina
li sente pulsare
i corpi dei ricordi:

il campanello di casa,
l’abbaiare del cane
prima di uscire,
una sera d’estate
prima di partire,
l’odore dell’abbraccio
della madre Michela,
il volto della maestra
delle elementari
tornata al Nord
in primavera.

Ma lei non uno
riconosce,
ci nuota attraverso
e qualche filamento
la intercetta.

Poveretta
si emoziona
per qualcosa che
sente

ma costretta è
a riconoscere
solo poco più
di niente.

 

Krill (Marcos y Marcos, 2015)

Ennio Cavalli

ennio_cavalli

 

Lettera a un poliziotto

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di essere un po’ troppo
per i tuoi gusti e pure per i suoi,
spari anche ai due vecchi
che da giovani lo misero insieme,
in una notte di lampi e scosse,
così come i tuoi sottoscrissero te,
sull’altro fronte delle diplomazie.

Spari alla levatrice che aiutò i pompieri
a spegnere le doglie
di tua madre e della sua,
lavoro sprecato
teatrino screanzato
sapori entrati in bocca
e là rimasti.

E i pellegrini di mezzo mondo,
che chiedono la grazia
il giorno dell’Udienza?
Una benedizione di pallottole
sfoltirà i Vangeli.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se fai fuori un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di non avere un lavoro,
neanche una carta per mettersi in fila,
fai fuori maestri e maestranze.
Anche tu, come noi, qualcosa hai ereditato
da scuole, botteghe, oratori, osterie.
Fai fuori i tuoi colleghi in divisa,
colleghi e colleghe in servizio
permanente proficuo
e chi un lavoro te l’ha dato,
mentre piove sul bagnato
di curricula al macero
e i disoccupati occupano il web
dei terremotati.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
col vizio di frequentare tipi strani,
tipi come lui,
non dire che un’arma
salva la decenza
e a volte anche la pelle,
che premendo il grilletto
si va in pari, al ritmo
della ballata dei malcapitati,
dei malcapitati mescolati.

La coscienza pulita è un poligono ingenuo,
senza sagome e sbirri.
Un colpo d’occhio
dall’oasi che siamo
alla veduta d’insieme.
Destrezza non ebbrezza.
La salvezza di tutti ha una madre
certa e rivoluzionaria:
la salvezza di ciascuno.
E la salvezza di ciascuno
non è l’isola di Robinson,
ma garanzia e buon uso di carta copiativa,
grandangolo sul particolare.
Dunque metti nel mirino l’infinito
e infilati in quel posto
la santabarbara delle tue licenze.

Caro poliziotto
di questo o di altri Paesi,
se spari a un giovane,
bianco o nero che sia,
lui col vizio di fare un po’ il gradasso
tu con la scusa di essere stato provocato
e mai prosciolto,
la prossima volta
spara in bocca all’imprudenza,
all’impazienza, all’obbedienza,
se questo è il punto.

Spògliati della divisa sotto la minaccia
di uno sgambetto,
rivendila al mercato dei peli sullo stomaco,
alla confraternita degli scortichini,
degli scalzacani,
tra gli sguardi a presa rapida di chi approva.
Torna nudo al Comando, in servizio,
sulla Pantera di un’altra era.

Ma siccome sappiamo
che uccidi per sbaglio,
inciampando sul più bello
e il colpo parte accidentalmente,
come niente,
dal mittente a spalle sconosciute
dal mittente a facce già pestate,
quanto detto valga almeno
per i comuni mortali,
per i comuni assassini,
per chi ammazza donne, cristiani e bambini,
bambini, donne e altri assassini
in pace, in guerra, in ogni terra.

Dal mio pulpito di carta straccia
offro a tutti un caffè, un Crodino,
ma chiedo un cucchiaino di attenzione,
per la conclusione.
Chi spera non spara.
Chi spara, punti a un cambio di filiera,
di carriera. Prima di sera.

 

La più bella poesia del libro e altre anomalie (Nino Aragno, 2015)

Foto di Dino Ignani

Mariangela Gualtieri

MariangelaGualtieri

 

Preghiera a sua madre perché muoia

Tu drappeggi dentro ore lunghissime
e un immenso niente ti pondera
tu ricorda un infinito
e le sue stelle. Ricorda
mamma, e non avere paura adesso
che la tua pelle s’è fatta
di velo, e una carezza la strapazza
non avere paura
non andare nel fondo
dove il decubito guasta ogni fiore
e si apre la carne in fessure
e slabbri d’orrore.

Gesù non sa niente di questo
essere vecchi – non sa
lo spavento lungo e un martirio
al rallentatore. Muori ma’,
muori stanotte dolcemente,
fra un respiro, fra i sogni,
e non restare nella carne
non intrattenerti ora, non distrarti
da questo andare imminente
tu sorridente mia, tu dolce,
tu signora allegra che non scendi più le scale
e la notte non puoi alzarti dal letto
e andare a fare pipì – tu
cascatrice favolosa che ti fai solo un graffio
e cadi così spesso da quel tuo vacillare.

Vola – sali – vai in quel posto
che non sappiamo. Diventa luce ma’.
Per me diventa il gran buco del mondo
la scomparsa figura più grande.
Tu discendi con una grazia imbattibile
tu vai giù aggiustando i capelli
e cadi come per cogliere fiori
e chiami la buonanotte
e hai quel sereno dei savi
e dei folli e d’una infanzia
che solo adesso ti godi.
Muori, mammina. Non restare fra
gli spini del tempo. Muori senza dolore.
Non ti attardare
rendi familiare la morte
col tuo abitarla, porta di là
l’immenso femminile
che nello specchietto componi e sbirci
per una voglia di essere fiore
o la fanciulla che si addobba
per lo sposo. Reginella,
svaporata bella signora
che siedi su rotelle come su un trono
di cioccolato, e ancora ridi
e senti il bene e la vita tu l’hai passata
con passetto di danza, canticchiando
Carmen o Norma. Ma’ –
diventa immensa. Tutto diventa.
Canta nel vento. Ridi con ogni foglia
e fai quella luce dei fiori.
E stenditi come la notte
quieta, immensa, eterna.
Tutta terrestre materna luce.

 

Le giovani parole (Einaudi, 2015)

Elio Pagliarani

elio-pagliarani

 

 

 

 

 

 

 

 

Che ci portiamo addosso il nostro peso
lo so, che schermaglia d’amore è adattamento,
guizzo, resistenza necessaria perché baci
la nostra storia i nostro uomo-donna
non solo all’ombra dei parchi
l’imparo ora, forse.

Oh, ma scompagina come il vento
freddo di viale Piave i giorno scorsi, e spaura,
quanto di me non solo porto
sulle spalle, ma mi tocca travasare
adattare al tuo fusto flessibile
e scontroso.
Io che speravo
necessario e sufficiente solo il fiore
che affiora, tocco con le carezze oltre che il tuo
fusto flessibile lo specchio la certezza
di come sia insufficiente il mio amore
per la tua capacità di comprenderlo,
per tua capacità di comprenderlo
come sia immane il mio bisogno d’amore.

 

Tutte le poesie. 1946-2005 (Garzanti, 2006)da Tutte le poesie. 1946-2005 (Garzanti, 2006)

Foto di Dino Ignani

Tonino Guerra

guerra

 

Mio padre

Mio padre vendeva frutta e carbone
e intanto accarezzava
un gatto che si chiamava Baruloun.
Se camminava guardava in terra
per vedere se c’era qualcosa da prender su:
un chiodo arrugginito o un laccio per le scarpe
e andava a letto col cappello in testa.
Quando sono venuto a casa
dopo un anno di prigionia in Germania
mi aspettava sulla porta col sigaro in bocca.
“Hai mangiato?” mi ha chiesto. E basta.

 

Portami ancora per mano. Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

Davide Rondoni

davide rondoni

 

Voler bene a una persona

Voler bene a una persona
è un lungo viaggio–

rupi, cadute d’acqua e bui
improvvisi, dilatati
il chiuso di foreste,
lampi a volte
sul silenzio così vasto del mare

e strade sopraelevate, grida

viali immersi all’improvviso
in una luce sconosciuta.

Voler bene a uno, a mille, a tutti
è come tener la mappa nel vento.
Non ci si riesce ma il cuore
me l’hanno messo al centro del petto
per questo alto, meraviglioso fallimento.

Sugli altipiani di ogni notte
eccomi con le ripetizioni e le mani rovesciate della poesia:
non farli stare male, sono tuoi, non farli andare via

 

Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003)