Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

Voglio cantare la tenerezza delle madri
e ogni tentativo ingenuo
di volere bene più del cielo.
Voglio cantare la caduta dell’uomo
e tendergli la mano
fino a che risalga, ritorni umano.
Voglio lanciare la parola
in ogni stanza nera
prendere queste dita come una spada
e senza tregua,
fino a quando il fiato
farà abbastanza mondo
e la luce avrà ancora
questa metà del giorno,
vincere ogni cosa meschina
tenere alto amore
poter guardare te negli occhi
e dire: non ti preoccupare,
a noi morte non ci avrà mai.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Bruno Galluccio

galluccio
il mondo ruota intorno alla fermata degli autobus
c’è una pausa che si dissolve per la stanchezza
l’incontro degli occhi che per un attimo si risvegliano

il circolo polare è verso la periferia
qui la rinuncia in appiattimenti e ombre
obiezioni che trascurate appassiscono

cerchi di salutarti nel chiarore mutevole
e nell’ipotesi di leggerezza
non ha peso chiederti se sei salvo

c’è la concretezza del panorama e dell’aria
c’è il cadere finalmente
il peso verticale fino all’impronta dei piedi

 

La misura dello zero (Einaudi, 2015)

Erri De Luca

Erri-De-Luca

Intervento a una assemblea sul carcere

In Sarajevo circondata si poteva entrare
durante una diminuzione di proiettili.
Ma noi stasera non entriamo a Sarajevo
e niente spartiamo con chi sconta,
nemmeno il possesso di una chiave.
Da noi stasera il tempo trottola per strada,
sbanda in un vagone, si rigira in un letto a due piazze,
aspetta una telefonata,
stasera da noi il tempo fa le sue faccende.
Dentro la cella è chiuso,
corre solo in testa a chi non lo trascorre.
Un giorno chissà quando sarà l’ultimo,
il prigioniero uscirà incontro al tempo
che scodinzolerà tra le sue gambe
come un cane invecchiato.
Un giorno chissà quando
sarà di nuovo il primo all’aria aperta.
Ma noi stasera qui parliamo di prigione
come sazi che parlano di fame.
Siamo gli altri, quota eccedente ch’è rimasta fuori
per mancanza di spazio e di sfortuna.
L’unica mossa giusta sarebbe contro i muri
appoggiare l’orecchio così forte
da farli cadere.

Bizzarrie della provvidenza (Einaudi, 2014)

Valerio Grutt

valerio grutt

Ogni giorno fai in modo di ringraziare
ma non per una cosa o per un momento,
sia ringraziamento il tuo modo di camminare
il modo di porgere la mano
di chiamare l’ascensore, di guardare
negli occhi chi ti passa accanto.
Sia ringraziamento bere un’aranciata,
lavarsi le mani, aprire la finestra
allo sciame dei ricordi
e lo scontro con chi ti vuole bene
e lo scontro con chi non ti vuole bene.
Saper ringraziare nel modo
di chiudere una portiera, di dire
buonasera o accogliere nel petto
il tuono, il trapano del tormento.
Sia ringraziamento tutto ciò che viene
che inizia e finisce e il giro nero
dell’universo e la luce accesa
sul comodino, sia vicino, sia contento
tutto questo tempo
sia così, sia ringraziamento.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Stelvio Di Spigno

di spigno

La voce corta

C’è sempre un anno che precede, con una voce corta
che ti dice che è giusto partire, rimescolare
le frasi, fare a pugni coi desideri e le intenzioni,
e c’è sempre un anno nuovo, nel quale è doloroso
tornare, rivedere volti appesantiti, anche se di poco,
perché poco il mondo si è spostato, giorno per giorno,
mentre pensavi che tutto passasse a rilento.
E ora eccomi qua, nella stanza come nuova,
tra pareti che non parlano più, e che a stento,
se potessero parlare, mi riconoscerebbero.

In mezzo sta il tempo che è passato, la smania
di andare a senso, il dubbio su cosa sia esattamente
quello che si passa vivendo, diventando, amando.
Stare bene stare male, quando sei in questo guado,
non conta e non importa. Gli abiti saranno
più vecchi di un anno. Quelli che volevi gettare,
chiaramente rammendati, non potrai metterli più.

Proprio come una giacca mai indossata, finita e fuori moda,
è questa stazione del ritorno. Foraggiarne il ricordo
è come riaprire il guardaroba e trovarci
un cadavere allo specchio. I ragazzi della scuola,
la grande donna al balcone, lo screzio del collega,
cosa saranno mai. Ora più niente. Un oscuro pianeta
in una tasca interna, ma come mi manca
l’allegria di non sentire più me stesso, di potere
essere ancora e adesso, giocare a carte di notte,
andare avanti, senza sapere, senza prezzo.

 

Fermata del tempo (Marcos y Marcos, 2015)

Valerio Grutt

grutt interno poesia

 

Le mani di quelli che ami
sono fontane di luce
le tieni strette come appigli
nelle tempeste e nelle cadute.
Le mani di quelli che ami
sono case dove ripararsi
e tubi e cunicoli e cavi
dove corre l’amore
senza fermarsi e rami
che salgono e bucano
nuvole e stelle, sono pane
e minestre, e voli, navicelle.
Le mani di quelli che ami
neanche la morte
te le toglie dalle mani.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

 

Metto il portafoglio in tasca ed esco
la strada mi abbaglia, i palazzi,
i clacson. È questo il campo di battaglia
pianeta, via cumana. È qui
che si decide, nei nostri cuori avviene
la sfida grande tra Lucifero e Michele.

Vedo il cane che risale la campagna
il guard rail che la taglia; vedo due
che si baciano e si scrollano la notte
dalle spalle, vedo e non ho visto niente.
Gli occhi non sono occhi, gli alberi
sono altri alberi, resteranno piantati
gli occhi nelle orbite, gli alberi nella terra,
in questo e in altri tempi, fino al salto,
alla fine, la fine che esplode ancora
l’inizio di pianto e di gioia.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Valerio Grutt

grutt interno poesia

 

A Beatrice, un anno

 

A guardarla oggi, dal sorriso,
l’alba degli occhi, il lanciarsi
tra le braccia della nonna
e degli zii, sarà aperta
all’avventura dell’essere.
Forse una che aspetta i treni per amore
che prende le mani di chi soffre
costruisce pozzi e ospedali
o un avvocato a testa alta
che sfonda le barricate dei giorni.
Sarà sveglia, farà arcobaleni
con le mani, spenderà il cuore
nelle invenzioni. Scriverà poesie?
Leggerà gli oroscopi?
O sarà una signorina accesa
nel giro di feste e auto
e poi una moglie, una madre
che stringe i figli in abbracci d’albero
mettendo frutto di ogni sguardo.
Qualsiasi cosa sarà, avrà lo slancio
della luce che accende i campi
dai finestrini dei treni, la gioia
delle partenze e dei ritorni
la curiosità del conoscere e del dare.
Qualsiasi cosa sarà, per me, il fiore
più alto, il canto, la felicità che passa rapida
in questo pianeta d’acqua.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Valerio Grutt

valerio grutt interno poesia

 

Qui girano ancora le famiglie
degli operai che andavano al mare
con le figlie bionde che già piacevano
ai ragazzi e scomparivano nel buio
di pinete e ridevano dopo con le amiche
in esplosioni di felicità improvvise
nei deserti di luglio e di agosto.
Le vedo ora dopo pranzo nell’eco
di televisori e strilli di gabbiani
nel silenzio di case in affitto
di mamme che lavano i piatti.
Verranno fuori, più tardi, tra i vivi
con il sorriso dei villeggianti
splendidi di conquiste
con la semplicità delle vele.
Ragazzi e ragazze abbronzati
cercando di riconoscersi
sul porto canale, come se
tra le cartoline, i ciondoli, i braccialetti,
potessero trovare un pezzo di se stessi
smarrito, un segno luminoso,
una foto del paradiso.
Si preparano i camerieri per gli assalti
della sera, apparecchiano
con la tovaglia buona e si alza
già un odore di fritto misto
che fa voltare i marinai lontani.
Ma nei casermoni vuoti
che si riversano sul mare
c’è musica di ballate, canzoni
dell’estate, la voce di cose abbandonate
che qualcuno dovrà lucidare:
il Comune, un ricco imprenditore,
Garibaldi col piccione o io e te
luce nella luce degli occhi
e costumi bagnati
mentre svoltiamo con il manubrio
della bici e siamo ancora giovani
e felici tra i fantasmi di queste spiagge
nel vento, nello spettacolo del mondo.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Valerio Grutt

valerio grutt

 

Sto sull’orlo di un accadere
alla fermata dell’autobus
come potesse crollare la chiesa
col campanile, l’insegna della pizzeria
o spaccarsi il cielo a mostrarci
finalmente lo spettacolo
di un paradiso aperto di fulmini
e angeli. Sto con il telefono in mano
come potesse chiamarmi mia madre
o un’altra voce che non c’è più.
Sto sprofondato con le converse
bucate nel fango dell’attimo
e aspetto ma forse è già successo
è già passato il 14, è già andato
via ogni entusiasmo.
Trema terra, muoviti vento
che io possa alzare la croce
dell’essere e trovare, tra queste macerie,
i frammenti luminosi che componevano,
tra i raggi, lo splendore.

 

© Inedito di Valerio Grutt

Foto di Daniele Ferroni