Alfredo Giuliani

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Predilezioni

Accordo è la passione della mia ignoranza,
questo mondo lambito dai canili,
sesso d’un sogno, veramente s’umilia
in periferie ricciute e rosa,
puerilmente si macchia per capire l’ospitalità.

I torti sono tortosi, ma il nudo movimento
tenta di vivere la sua esistenza, il mimato dolore
è il sollievo che parla. Pure, il cuore si ghiaccia,
súbito è tempo per la rivoluzione delle pene.

L’anno licantropo ha dodici lune soltanto. La mia viltà
per la bellezza è incredibile, bisogno dell’ansia.
Perché fortuna e danno rapiscono la fiamma e
nella grigia ossea dignità non c’è che eleganza.

 

I novissimi. Poesie per gli anni ’60 (Einaudi, 1972)

© Foto di Dino Ignani

Franca Mancinelli

FRANCA MANCINELLI

 

Acqua dove nuoti sola, una bracciata dopo l’altra. Breve sequenza di mare limpido, infranto solo dai tuoi gesti. A un tratto, di colpo, ti svegli. La scossa di terrore ti attraversa come una scarica elettrica di alta tensione. Hai sfiorato una grande medusa o un cumulo di rifiuti che galleggia. Ti fermi quel poco che basta perché l’allarme si plachi dentro le cellule. Non importa più distinguere la sostanza di questo corpo estraneo. Solo tornare a chiudere gli occhi nel mare, rientrare nei gesti, tracciare i tuoi cerchi che portano avanti.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

franca mancinelli

 

I piccoli gatti che hanno perso la madre hanno gli occhi chiusi. Sembrano ammalati. Se ne stanno accucciati in un angolo, aspettando che passi. O che ritorni lei, il suo calore, la sua lingua odorosa sul muso. Una mattina, nel sottopassaggio della stazione, ce n’era uno così, rifugiato nell’intercapedine tra il muro e le scale. Le sue palpebre sigillate sembravano ancora intuire le immagini. Bastò un po’ d’acqua tiepida come saliva per liberarle.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Alessandro Moscè

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Raccogli le ombre, una ad una
e sistemale nell’album dei francobolli,
spogliale sul letto di un albergo
con l’indolenza dei liceali.
Non hanno la pelle chiara della luna
ma si possono attraversare
anche quando fa freddo
e ti senti smarrita dietro la porta di casa.
Le ombre non parlano e non cantano,
ma avvertono con gli occhi della civetta
e si abbandonano sull’argine dei fiumi
per dormire qualche ora
sotto gli alberi dei cachi.
Spariscono come le cose accatastate
ma ci seguono circospette
quando non le vediamo,
dietro un vecchio specchio
che rifrange sia i vivi che i morti
finché si riesce a seguirli
con la coda dell’occhio

 

© Inedito di Alessandro Moscè

Franca Mancinelli

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Ha le radici fuori della terra. Le ha cresciute come rami. Non le ha protette nel buio. Non sai da dove respiri. E quante ne possiede che affondano vertiginose, invisibili. Ma queste che ha esposto alla morte, indurite vene affiorate dicono la sua forza più della chioma che innalza al cielo. Albero maestro reggi, guida questa navicella di strade e case perse nello spazio.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

Franca Mancinelli

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Le tasche finte non le sopporti. Il loro assomigliare così tanto a quelle vere. Lì, sul petto, o nei calzoni, all’apparenza, a forma di. Ingannano fino all’ultimo, quando ti accorgi che non possono, non sono fatte per lasciare entrare nulla. Non ci credi, ritenti, pensi siano molto piccole, poco capienti, ma senti bene la cucitura, come respinge: non puoi, proprio non puoi. Devi portarti addosso questa disonestà, questa nascosta mancanza che irretisce anche i tuoi gesti, i tuoi modi di fare. Anche tu come loro, anche tu.

 

© Inedito di Franca Mancinelli da Tasche finte

Umberto Piersanti

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Jacopo

tu, immune alle parole
e agli spaventi,
che c’entrano le strade
con la tua terra che nessuno
divide, striscia o frammenta?
le attraversi al mio braccio,
forestiero, le macchine lo sai
possono far male,
sono come la pietra che dal cielo
trapassò la tempia al generale,
sono molto più fitte
e quotidiane,
non sai da dove vengono,
che fanno,
solo che se ti tocca forte
ti fa male,
succede,
a tre anni il braccio si torceva,
non sai come

immune anche a quei segni
d’aria, fatti di niente,
che cerchiano tuo padre
per ogni strada,
il pegno che lui paga
alle folte parole,
alle fitte figure
che covano dentro
e vanno a fuoco

quand’ancora non eri lontano
e sperso
alla fiaba pensavo
di chi scendeva
da quel regno della vita,
sceglieva il cuore,
forse, del tempo che precede
qualcosa t’è rimasto,
ma confuso,
qualcosa che t’avviluppa i muscoli
ed il cuore

solo quando sei dentro l’acqua
e ci cammini,
giù nel fondo lento
e silenzioso,
torna il volto perfetto
senza le pieghe,
penso che tu sei nella terra
da dove vieni

 

L’albero delle nebbie (Einaudi, 2008)

Foto di Dino Ignani