Laura Pugno

laura-pugno

I

sarà ovunque,
verde e verde gemmato,
il ritornare
sui tuoi passi nel mondo,
compiuto come meraviglia, distruzione

e dare tempo
a questo pensare col peso del corpo,
la mente
come una chiazza d’acqua che s’allaga

 

II

il letto nel legno d’ulivo,
la mente diffusa
il bagliore attraversa la pelle

il ramo che brucia di colpo
nel buio del bosco,
– l’imboscata, l’incendio –

dici che è fuoco controllato nei campi
perfezione terrestre

 

© Inediti di Laura Pugno

Mario De Santis

mario de santis

Interno

quando sono le stelle a viaggiare
siamo noi i punti fissi del mondo
attendere è ribaltare le attese
stare in un punto sapendo che tutto il resto
è vuoto. Così io aspetto il tuo arrivo
tra le famiglie dei pianeti, in un delirio
di orbite e attrazioni. L’universo fugge
verso tutti gli amori impossibili
il punto oscuro da cui il sole ha trovato,
nel buio, la sua strada. Così non c’è niente
da dire, farà tutto la materia
dove ci siamo già incontrati.

 

© Inedito di Mario De Santis

Dario Bellezza

bellezza ignani

Scaricato alla stazione di Martina Franca
fra trulli autunnali e polverosi fichi d’India
riversi sul suolo arso di mia Puglia materna –
abbandonato alle fredde rotaie di un treno per Bari
livido di una rabbia mattutina
ho pregato il Dio feroce degli esuli

L’esilio comincia dove finisce la terra
sacra degli amanti perpetui oltre la morte
dove il cuore impazzito sale le scale della sorte

Dio della velocità ferma dell’attimo fuggente
rapiscimi in una notte senza fondo
dove l’addio consumato fra pallide lenzuola
nasconda l’ulteriore figlio sconsacrato.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2015)

© Foto di Dino Ignani

Mario De Santis

de santis

tú cantas consuelo, tú cantas esperanza,
tú cantas rimedio.

(Gabriella Ferri)

 

A volere inventare partenze ora saremmo
lontani, come in un bicchiere di vino
vuoto sopravvive alla perfezione del brindisi.
In un chiodo di luce pixel abita la fine dei tuoi occhi,
a milioni. Nuotare invece in una goccia, trascendere
il rosso; da lì cade il tuo labbro che si volta
non su chi resta, al contrario – non io,
né dove sarei se non fossi con te che mi fissi
diretta ad un fondo, alla sete, agli orari, oltre me.

Non genera tempo la resa all’oggi che dichiari, non ne risponde:
c’è il fiato immobile di un parco di notte, la chiave persa
di una stanza d’hotel. E così non puoi vedermi né sapere
della partenza e di una direzione, né del ragno
sparito che attraversava il lenzuolo, la vernice
che cade, il futuro cliente, il binario – di domani, a quest’ora.
Ci siamo già detti quel che solo tu sapevi, ma ora è possibile
che questa lingua curva di una mattina nessuno più
la intenda, l’idioma nuovo solo di due stava su di noi.
Stava in quadro, in canale, nell’erba da nascere
Nella stagione, che si ripete e ricade
in altri silenzi e in altre sorti, senza di noi.
Eppure ne sarà il rimedio, perché dura. E tuttavia
se non fosse, c’è stato il volto dilatato da un ricordo
nel respiro, ci saranno occhi su cui riposano le pietre
del miracolo, in cui non abbiamo mai creduto.

 

© Inedito di Mario De Santis

© Foto di Valentina Tamborra

Mario De Santis

profilofot
Nasci in un tempo lavato, nel mezzo volto
delle foto, nel mezzo piano di uno schermo.
Nasciamo tutti così, nascosti in un dondolo
di negazioni ed affitti, una trincea della febbre.
Poi si arriva a vedere l’inganno ed era con te, da prima
che tutto fosse un bisbiglio, anche ottuso,
prima che ci incantasse la serie dei sorrisi
io nel tuo senso di fuga, dove non c’è affondo, o radura
tu nei miei giorni in eccesso che hanno troppe voci da capire.
Così per fondare la città che era noi, fu battaglia
ho provato a vendere case senza porte.
E nella città insicura noi soli ad abitare, come profughi
nei cubi di ferro occupati, per primi. Fu poi un difetto
l’attesa di un ritornello della storia, o un destino.
Da sempre non siamo che farina di luce.
Lampeggia, ognuno disperso, il pulviscolo
che siamo stati, come noi nei viali dove né armi
né insegne, riparano, dove né l’oro ci trova, né alla fine la resa.

 

© Inedito di Mario De Santis

Tommaso Landolfi

landolfi con uccello

Respingere, di poco anche, la morte,
Bagnare alquanto queste arse radici
E risalire queste fibre in linfa,
Od essere, altrimenti,
L’olio di questa lampada languente:
Ciò tu potevi,
E non hai fatto.
Or come puoi vedermi,
Me che dovevo fare la tua gloria,
Fino a tal punto degradato e scempio,
Tanto votato a distruzione?
Io dovevo fiorire la tua mano,
Dal tempo immune pel suo tocco:
Quale invece ti vengo? Abbietto e vile,
Oggetto d’un ignominioso
Trionfo: il tuo.
Ah, tu assisti la vita che m’appicca
E mi tiri pei piedi.

 

Il tradimento (Adelphi, 2014)

Maria Grazia Calandrone

calandrone
I muschi pavimentano le primavere

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquillo – dal quale apparve
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.

Di lei mi resta
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia.

 

© Inedito da Gli scomparsi

© Foto di Dino Ignani

Mario De Santis

mario de santis

 

Giorni

Combaciano in un giorno che sollevato al cielo, di colpo
libera la primavera degli ospedali, da cui
un peso ne caveremo, come sporgono dalle finestre
voci di malattia, vite banali come allegre, un alito. Il dissimile
dall’estro, da ogni abbandono. Il suono del respiro
è semplice, roco, un motore di sangue inaudito.
Tuona, mentre cammina quel che non sono, tra i viali
dal Policlinico e così mi guarda alla finestra dove muore,
solo, mio padre. E guarda sottoterra le nuvole
mosse e toccate, nascono luci da generatori
in un tilt si riposa la paura, nella gola nera passano
transiti e verbi, impossibili sono certi ritorni degli anni
– e in fondo non è fin qui che arrivano i loro fantasmi?

ogni domani, ogni promessa, ogni sguardo nel buio
ogni terrazzo di Roma, ogni albergo che ci accoglie stanotte
e mai più? soffrono le inesistenze leggere, che hanno corpo
e albe sempre lecite – come noi, che lo siamo, finalmente
ma non precipita la loro rivelazione, non dice cosa sono,
come non sussurra un canto contrario. Due hanno un cielo
perenne ed aperto. Uno sta nel camminare dentro
la città che se ne muore, dentro il Ghetto a rivedere
passi e sbagli che si fanno, alleati. L’altro a dare sangue
al prossimo pericolo, a cercare primavere meno cupe
e non contare i giorni veri – e poi c’è un un calendario,
per tutti e per nessuno.

 

© Inedito di Mario De Santis

Mario De Santis

mario de santis

 

Volano carte piccole di povero alluminio
un tesoro di stagnola che modula apparizioni
come zanzare, pagine lunari, ultimi treni.

Abito l’inabile paesaggio, fatto e divorato,
nei vincoli la furia estiva, gli insetti stanno nel cavo
di sonno a milioni come noi, un bolo incandescente
con la bassa intensità di un disordine dei led
i maledetti, azzurri sciami:
precipita con loro, nel centro della casa,
il punto acido del mondo,
si vedono nell’attimo in cui il sonno la notte
prepara l’erosione, poco prima del risveglio.

E quando arriva in corpo, tutta questa vaga
luminaria, l’orbita coriandolare dei colpi d’ala
è reminiscenza totale, è così pura, e rifugio.
Lo svenimento, il crollo impotente ci narra
Una trama semplice, di una mosca della sua fuga
nella luce, in quella resa
alla ragnatela. Si diventa così, capaci di abitare
le città, perché capace è solo l’abbandono.

 

da Sciami (Ladolfi, 2015)