Gianni Ruscio


I tuoi denti i tuoi denti;
il tuo dente sbarazzino, il tuo dente
memorabile…
accanto ai miei imbarazzi, accanto ai sorrisi,
a queste labbra senza sorrisi
che non siano per te.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
sorrisi infrangibili nel fiore
della fragilità.
Le tue labbra il tuo seno le tue labbra il tuo seno
il tuo seno, le mie labbra e il tuo seno. Sopra e sotto e sotto
e sopra che mi ospitano
e mi riempiono. Di vuoto di luce di vuoto di luce;
di cura di sorpresa di luce di vuoto…
Spegni tutto. Vieni a letto con me. Nella terra con me.
Nel letto di terra che ho preparato per te.
Se vuoi dormiamo. Altrimenti ci seminiamo.
Sennò è il volto stretto nella passione.
L’occhio che avevamo in comune…

 

Respira (Edizioni Ensemble, 2016)

Silvia Bre


Lo si sa sempre
che verrà un momento
– è già qui in agguato è sotto è dentro –

in cui il disordine l’avrà avuta
vinta a tutto campo
senza neanche un superstite

un abc, un qualunque fondamento
generale, un solo gesto.

Ma forse anche le cose come stanno
hanno un ordine

tanto più vasto
da uscire dall’inquadratura

da non entrare mai
in nessuna mente

così il massimo di reale combacia
con l’astrazione pura

come quando la notte
essere e non essere
niente
si equivalgono.

La fine di quest’arte (Einaudi, 2015)

Foto di Dino Ignani

Cristina Alziati

«A mio padre

Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
poi la mente mi slitta ad ogni passo.
Non ho voluto vederti, di certo
ti avranno sdraiato.
Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
che non fu angoscia la tua meticolosa
cura – i documenti posati sulla panca
la sedia che portasti nel giardino, il nodo –
ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
stato. Tutto è con te, segreto.
Forse a spartirne il peso io serbo,
dell’atto tuo, l’altro versante – il tonfo
della sedia sulla pietra, e la tua assenza
e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
del corpo sotto il pergolato».

Come non piangenti (Marcos y Marcos, 2011)

Biancamaria Frabotta


Mio marito ha un cuore generoso
come quel dio che dona il primo verso.
La notte a sé non tira le coperte
sul petto non mi pungono i suoi peli
e al risveglio vorrebbe unirsi al coro
anonimo che sole e fame assillano.
Mio marito diffida delle ore scure
e al suo cospetto io mio vergogno.
Mio marito diffida delle cose oscure.
Così, per amor suo, io cambierò stile
e per lui terrò in serbo cose chiare.

 

Tutte le poesie. 1971-2017 (Mondadori, 2018)

Foto di Dino Ignani

Alfonso Gatto

L’erba

L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra
soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.
Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…
Forse è più dolce piangermi che avermi.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2017)

Giuseppe D’Abramo


Tassidermia umana

la vita – così com’è – ha un sapore di quasi niente
e alla fine ci si limita soltanto ad attendere qualcosa
scivolando tra lo schifo degli scarti altrui: sorriso
tagliato nella gomma della faccia,
sguardo da demente alla luce di un sole bastardo,
mentre le dita accarezzano i contorni di improbabili miti
come fiammelle a fermo immagine; da qualsiasi parte ti volti
questo insensato moto delle cose nel suo rovescio
di inerzia spaventevole sgocciola
sotto il decubito vetroso della tua anima piegata all’indietro
dall’attrito della finzione
e dappertutto un vuoto neutrale, inespugnabile,
tiene insieme i pezzi.

Chandra Livia Candiani


La libreria

Sono i miei libri
le parole
che di notte sussurrano
da sole,
ebbre
vagano su un’aria delicata,
di carta,
fruscio di versi
frastuono del vocabolario,
se anche bruciano
i personaggi dei romanzi
restano le reti delle mani
che si tendono
verso uno studiato mondo
che ora senza orizzonte trema
percorsi di silenzi, battiti.
Non sono madre
né padre
ma un elenco
di legno e vuoto
che sorregge
numerata prole
nel guscio di noce
di un pensiero solo,
organino che suona notturni
nel colloquio
di silenzi.

 

Fatti vivo (Einaudi, 2017)

Luciano Cecchinel

madre perduta

lontana oscura madre
per lungo latte
di strane cantilene
in me come in mancato grembo
quante vite fuggite
nell’assonnato limbo
di tante altre
tinnenti ninnenanne

dietro a te, madre
che ora torni da oceani di bruma,
con la bandierina
e la tenera assidua cantilena:
my country ‘tis of thee,
grand land of liberty

per i lampi di vene deflagrate,
madre perduta e oscura,
dove ancora, spasmodiche comete,
vite perdute
si sfanno incandescenti in stelle
come dentro gli occhi a fessura
le tue pupille
accese, dilatate

 

Lungo la traccia (Einaudi, 2005)