Bernardo Pacini


La frutta

La frutta sopra al frigo
non aspettava dormissi
per marcire e render vana
l’analessi quotidiana
sullo schermo del pc

Le due, o le tre, su un seggiolino
la notte lì conserta acquiesceva
era il rumore del frigo socchiuso
a rifare quel corridoio

Luce inferta, inviperita, alle caviglie
luce del sonno ignorato
che a occhio e a croce
suggeriva i termini da usare

Ogni croce salvata sul desktop
per idea o deviazione
del rotaiare dei denti sul male

A occhio misuravo la croce
vi incidevo il tuo nome
coprivo tutto col sale

 

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Francesca Serragnoli


Abbracciarti è ridere fino a piangere
l’appartamento vola via come un cappello
o un foulard di storni impigliati al cielo

come tante formiche il sole
vaga sul tuo petto

lo sguardo perde se stesso in un filamento
che ritira e scuce un infinito slargo
ferita abbandonata dal sangue
le cui labbra scolorano come argini morenti

leva la luna lo spillo
la vita si stacca
in una cesta si tiene stretta
al tempo intrecciato intorno al suo calore

l’isola violetta, l’ondulato amore
le cui vele non hanno ombra.

 

Inedito

Mario Benedetti


Riesumazioni

Cerco una fine dove giocavo.
E altre forme nella mente adulta
raccolgono il nonno bambino dalla terra.
Le ossa di mio padre
raccolgono sempre gli alberi,
i tram delle città, le parole che scambio.
Le ossa, la scheggia della guerra che era nella gamba,
l’acqua che bagna gli orti e le viti,
i denti rimasti bianchi, gelati, il sole.
Mio viso che sei stato una cosa,
piccolo con le grondaie e le castagne, i monti,
i chilometri di un paese. E l’automobile bianca,
la ferrovia, le cinquecento lire, le mille lire,
la zuppa con il vino e altro
chiuso in una sola mantellina ritornava.

 

Tutte le poesie (Garzanti, 2017)

Foto di Dino Ignani

Manuel Giacometti


Odoravi i piracanti del diavolo.
Era la tua maniera di portare
al collo quei reperti di miniera:
piriti e lapislazzuli avvolgono
il décolleté dei tuoi ritratti armeni.

 

Poeti italiani nati negli anno ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Franca Mancinelli


Siamo noi, polline e polvere. Poche ore per ere di lontananza. Come la chioma di un albero prima della bufera che disperde. Avere due occhi, riconoscerti. Di tutti i nomi che ti hanno chiamato, mi porto alla bocca tre sillabe di silenzio.

 

Inedito pubblicato nella rivista «Levania», l’errore, n. 8, dicembre 2018

Foto di Dino Ignani

Intervista al poeta: Giovanna Rosadini

Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi. Per lo stesso editore ha curato Nuovi poeti italiani 6, antologia di voci poetiche femminili che ha suscitato un vivace dibattito e una larga eco, uscita nel 2012. La sua terza raccolta poetica, Il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 è uscita la sua nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore. Vive e lavora a Milano.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

So di andare controcorrente rispetto all’opinione comune degli addetti ai lavori, ma a me pare che oggi la poesia goda di ottima salute. Indubbiamente poesia e poeti non beneficiano più, nelle nostre opulente società occidentali dove la riuscita economica è il valore predominante, e il ruolo divenuto centrale dell’immagine ha scalzato quello della parola, dello status e del prestigio avuto in altre epoche storiche, ma la poesia continua a circolare e ad essere richiesta e fruita, e molti sono i luoghi dove la si può incontrare, oltre alla tradizionale pagina stampata dei libri. Ha larghissima diffusione sui social, dove per esempio è nato il fenomeno degli Instapoets, autori che esordiscono in rete e solo successivamente, grazie al largo seguito ottenuto, approdano all’editoria tradizionale. E’ il caso di Tyler Knott Gregson, giovane poeta americano che deve la sua fama a Instagram e Tumblr, o della indo-canadese Rupi Kaur, best seller internazionale, o della giovanissima Lang Leav, poetessa di origini thailandesi che vive in Nuova Zelanda. Ciascuno di loro si avvale della semplicità e immediatezza del testo, sfrondato da orpelli retorici e complessità ermeneutica, per arrivare al lettore. Il fenomeno ha in Italia il suo esponente più rappresentativo in Guido Catalano, che si è esibito anche in tournées teatrali insieme a Dente, un cantautore che ha delle contiguità espressive con il genere poesia. Del resto, è ancora fresca l’attribuzione del Nobel della letteratura a Bob Dylan, e, come noto, la poesia delle origini era cantata (in ebraico, la parola “shir” designa sia il canto che la poesia).
Ma, se i social sono uno strumento a doppio taglio, che da un lato mantiene vivo il genere ma dall’altro rischia di snaturarlo abbassandolo di livello, è anche vero che la poesia colta continua a esistere nelle tradizionali collane di marchi editoriali storici come Einaudi e Mondadori (la Collana bianca, Lo specchio) e non solo, penso per esempio a editori “di nicchia” ma non meno prestigiosi come Aragno e Crocetti, editore anche del mensile Poesia, giunto al trentesimo anno di vita. E ha più di vent’anni di vita anche il trimestrale Atelier di Giuliano Ladolfi editore, che con Poesia è la rivista cartacea più seguita e apprezzata. La collana di poesia della Marcos y Marcos, “Le ali”, è ormai una realtà consolidata, come la “Gialla” di Pordenonelegge, e nuove realtà editoriali fanno capolino, come l’ottimo lavoro che sta facendo Amos edizioni con la collana di poesia A27 diretta da Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter e Giovanni Turra, o la recente collana “Lyra giovani” di Interlinea, promossa da Franco Buffoni.
C’è la multiforme realtà della rete, ovvero blog e portali dedicati a letteratura e poesia, e nuove realtà editoriali strettamente connesse con la rete, sia per le modalità adottate di vendita sia per la coesistenza di una branca online… Mi riferisco a Samuele editore di Alessandro Canzian, con il corrispettivo online dei “Laboratori di poesia”, e a Interno Poesia di Andrea Cati, con l’omonimo blog.
Un capitolo a parte è la poesia performativa, e le sue contiguità con i festival letterari, irrinunciabili appuntamenti per i suoi fan, e il teatro, penso in Italia a un capostipite del genere come Lello Voce (nomen omen) o al più giovane Dome Bulfaro, o a un narratore abitato lateralmente dalla poesia, e straordinario performer con lo strumento-corpo, come Tiziano Scarpa. Ma anche alle carismatiche letture di Mariangela Gualtieri, originariamente drammaturga del Teatro Vadoca, negli anni diventata un fenomeno di culto… O a fenomeni, all’estero, come quello di Kate Tempest, poetessa che mescola cadenze rap con la poesia colta.
Come si può vedere, un panorama ricco, variegato ed estremamente vitale, pur essendo la poesia un mondo di piccoli numeri e risorse limitate.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è uno dei linguaggi possibili, è il luogo del privilegio assoluto della parola e di una primaria necessità espressiva.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Su un piano storico, le ineguagliabili suggestioni di testi millenari come la “Torà” o il “Daodejing”, e, risalendo in ambito nazionale, la poesia toscana due-trecentesca, Leopardi, per arrivare al Novecento di Montale e poi Sereni e poi Raboni, che ho avuto la grande fortuna di conoscere e frequentare ai tempi in cui lavoravo per Einaudi. Amo molto la poesia ebraica, Yehuda Amichai in primis, e la poesia americana, dai giganti dell’Ottocento Dickinson e Whitman alle grandi poetesse novecentesche e contemporanee, Anne Sexton, Jorie Graham, Adrienne Rich e soprattutto Sharon Olds.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Talento. Consapevolezza di averne. Umiltà e preparazione. Passione ed energia, come per qualsiasi tipo di arte.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Direi perché siamo più individui che nazione.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La colpa è dei modelli socioculturali che non la comprendono.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Occorrerebbero dei buoni maestri.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

In questo senso mi sento di essere ottimista.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non so se più o se meno ma se ne leggerà sempre, perché soprattutto la poesia, fra i generi letterari, è quella che esprime l’interiorità dell’uomo, parla di sentimenti comuni e universali e come tale è terapeutica e taumaturgica.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto, si vede
la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre dal primo sangue fino a qui,
fino agli attimi che tornano a capire e restano
imperfetti e interrogati”.

Milo De Angelis

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Dino Ignani

Gianni D’Elia


Di tutto questo mi rimarrà un ricordo,
del ragazzo disceso alla spiaggia, di febbraio,
in una azzurra giacca a vento, che cammina
le mani in tasca sulla riva, nel brusio.

Io ero assorto, alzai lo sguardo e lo vidi
ciondolare pigramente tra i gabbiani,
che all’aria opaca filavano beati, aperti
giri in un vetro, sulle punte macchiate delle ali.

E c’era per sempre un vecchio con la bicicletta
un signore con un bracco agile e chiazzato,
una giovane donna col bambino al sole di un chiosco,
l’anima mia stinta ad un moscone screpolato,

e lo sguardo, tra i divelti capanni, da un gruppetto
di ragazzi intenti a un saccheggio, di un fanciullo assassino.

 

Trentennio (Einaudi, 2010)

Dimitri Milleri


Quando si abita il panico

Quando si abita il panico, lo sgomento,
nulla può essere pensato né agito:
la salvazione o l’abisso calano
inattesi come il bus invisibile
che traghetta a casa.

Nulla può essere pensato né agito:
suona la campana sugli arti mozzi
delle siepi, sul vento gelido,
sul compost svuotato, ci arresta
sui tris tracciati col gesso:
le cicatrici della pietra.

E quando ti chiedono- l’occhio vuoto,
le labbra secche,
la palpebra sfogliata-
che cosa hai mai, lo sai:
sai che non vogliono davvero,
che un crimine sarebbe il dire.

Quando si abita il panico, lo sgomento,
non si comprende il pianto dei parenti
sul trapassato,
come il dolore dentro un inciso.
Death shall have no dominion.

 

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Intervista al poeta: Franco Arminio

Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente. Ha pubblicato una ventina di libri. Ricordiamo, tra gli altri, Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza), Terracarne (Mondadori), Cartoline dai morti (Nottetempo) e Geografia commossa dell’Italia interna (Bruno Mondadori), Cedi la strada agli alberi (Chiarelettere), Resteranno i canti (Bompiani). Si occupa anche di documentari e fotografia. Come “paesologo” scrive sui giornali e in rete a difesa dei piccoli paesi. Ha ideato e porta avanti La casa della paesologia a Bisaccia e il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Non ho fatto studi specifici per dare una risposta attendibile. Si potrebbe dire che la poesia è collegata allo stato di salute dei scriventi in versi. E pure su questo posso andare per impressioni molto vaghe. Forse lo stato di salute è migliore del passato se pensiamo alla voglia di poesia. Ecco, in questo caso mi sembra di intravedere uno spazio maggiore, come se ci fossero più persone che cercano qualcosa pensando di trovare questo qualcosa nella poesia.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Anche a questa domanda in effetti non so rispondere. Posso solo dire che scrivo versi da quando avevo sedici anni. E lo faccio quasi ogni giorno e c’è stato un tempo in cui lo facevo per molte ore al giorno. Potrei dire che la poesia è una sorta di perenne riparazione, una lotta contro l’evanescenza del tempo, lo sfiatamento della giornata. Potrei anche dire un’arma per scavare nel male tentando di tirarlo fuori, come una chirurgia fai da te.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Ho letto e leggo sempre molto poesia. Direi che molto più della metà del tempo passato a leggere lo passo a leggere versi. Ci sono dei libri che in un certo momento ci danno spinte più forti di altri. E sono libri che vanno in direzioni diverse. Mi ha ispirato l’intonazione del primo libro di Valerio Magrelli.E poi l’ultimo Caproni oppure certe pagine di Char e tante altre cose ancora, ma faccio fatica a pensare a un maestro sempre in esercizio. Parlerei di maestri provvisori, di padri cangianti. Anche Michaux ora mi viene in mente e Osip, il russo…..ma in generale leggo molta poesia italiana.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Ovviamente non lo so. Penso che siano ingredienti strettamente personali. Non credo si possa programmare un poeta. Il disagio e il lavoro assiduo sono due condizioni importanti. Ma non vanno mai considerati come un binario unico. Il disagio deve anche contenere una certa contentezza di fondo. E il lavoro assiduo non deve escludere una sorta di leggerezza… un rimanere in qualche modo immuni dal lavorio, estranei alle fatiche che stiamo svolgendo.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Forse questa cosa non è più tanto vera. Forse adesso ci sono tanti lettori che cercano poesia e pochi poeti che la offrono.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Non saprei distribuire il peso delle colpe. Forse tutti potrebbero fare qualcosa di più. I librai potrebbero tenere almeno un libro di poesia in vetrina. Gli editori potrebbero promuovere di più i libri in versi. La scuola invitare i poeti e pagarli. La televisione magari chiedere ai poeti quello che troppo spesso viene chiesto solo ai giornalisti.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Mi dispiace esordire sempre con un non so, ma è questa la verità. Forse bisogna portare la poesia in ambiti dove di solito non la porta nessuno. Bisogna leggere poesie al benzinaio che ci mette la benzina, al barista che ci fa il caffè. Bisogna usare la rete per mandare in giro poesie ad amici e amiche. Poi alcuni si appassioneranno e altri no. Ma non vedo altra strada che quella di osare di più. Non capisco perché la poesia debba essere una cosa per addetti ai lavori, per specialisti. La poesia va portata nelle carceri, negli ospizi, nelle scuole di ogni ordine e grado, va portata al cinema, in televisione, in piazza e anche a letto mentre facciamo l’amore. Ogni momento della giornata è buono per metterci dentro qualche verso.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Solita risposta: non so. Io metterei la poesia oltre che nei suoi scaffali anche in tutto il resto della libreria. Ogni settore dovrebbe avere sempre almeno un libro di poesia e poi li ritrovi tutti nello scaffale specifico.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Credo che se ne leggerà sempre di più, ma in un mondo che legge sempre di meno.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Non ho capito se volete dei versi miei o di altri.
Nel dubbio me la cavo con questo mio distico:
la poesia è un mucchietto di neve
in un mondo col sale in mano.
E poi un Caproni a memoria:
Fermi! Tanto
non farete mai centro.
La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Luigi Di Ruscio


in questi anni ottanta
immagino che posso scrivere poesie come fosse il 1953
i mezzadri ancora urlavano per i nuovi patti colonici
armato di un binocolo da teatro scrutavo i satelliti di Giove
scruto una cosmoagonia così almeno andavo dicendo
nonostante che la speranza era tutta volante
e vivevo quasi completamente
in quella speranza leggero e volante come ero
(addomesticare maiali è facile basta
avere le tasche piene di scorze di patate)
vidi l’ultimo dirigibile volare tranquillamente nell’aria nostra
fui preso da panico perché ero abituato a vedere l’inconsueto
l’inferno arde e non illumina arde e ottenebra
(ardet et non lucet)
e la poesia come illuminazione non è possibile
se non siamo tutti attenebrati

Poesie scelte. 1953-2010 (Marcos y Marcos, 2019)