Antonio Lillo


Giustificazione alle mie lamentazioni di editore povero

Se sono povero e lo dico a voce alta
non è che mi lamenti disperato. Non piango
in vista del suicidio. Ma ne rido a modo mio
per stemperare il senso di ingiustizia.
L’italiano medio invoca il mio successo editoriale
e non ammette la sconfitta del mio conto
che non va di pari passo alla poesia.
E non capisce il senso della mia lamentazione.
Poiché il male di uno – in questo caso – è collettivo
in ogni mio: «Sono poverino!»
(povertà che vivo a testa alta
perché nel mio lavoro metto tutto
a volte prima degli affetti e faccio libri
non guerre non palazzi e se il popolo non legge sono cazzi
solamente suoi) in ogni mio: «Sono poverino!»
non c’è nascosto un: «Ah, me miserino!»
ma un più maturo: «Noi, popolo di stronzi!» riassuntivo.
Ché la miseria è comune e non fa sconti.

 

Limonio (Pietre Vive, 2019)

Silvia Rosa


Fino al cuore

I giorni, questi animaletti bizzarri
chiassosi che dormono con palpebre
brevi quando mi scrivi un saluto
messi a tacere non abbastanza
disciplinati, corrono tutte le strade
verde cinabro dei miei pensieri,
hanno fame, hanno sete, sono curiosi
scavano senza sosta giù a ritroso
dove il passato è una figura scomposta
lo scheletro di quello che eri, i giorni
che miagolano un canto, un lamento
come se tutta la terra fremesse in un coro,
sono troppi da perdere il conto: potessi
almeno metterli in fila, distrarli, portarli
a pascolare altrove mentre mi graffia
un’unghia di vento sulla schiena, sono così
in quest’attesa che domani è già ieri e
il calendario si muove al contrario
si morde la coda, gira in tondo, sbrana
i minuti lentamente spolpandomi
fino al cuore.

Tempo di riserva (Ladolfi, 2018)

Gabriella Leto


Io amo vorrei dire
l’animale dallo sguardo sgomento
che senza colpa accetta di soffrire.
E amo anche la pioggia quando viene
in cadenza secondo il proprio accento
e il cielo che contiene
assai lontano il volto della luna
pallida per le molte sue nottate
e la viola la viola gialla e bruna
simile nel disegno a una farfalla
dalle ali spalancate.

 

L’ora insonne (Einaudi, 1997)

Giorgio Caproni

Io come sono solo sulla terra
coi miei errori, i miei figli, l’infinito
caos dei nomi ormai vacui e la guerra
penetrata nell’ossa!… Tu che hai udito
un tempo il mio tranquillo passo nella
sera dagli Archi a Livorno, a che invito
cedi – perché tu o padre mio la terra
abbandoni appoggiando allo sfinito
mio cuore l’occhio bianco?… Ah padre, padre
quale sabbia coperse quelle strade
in cui insieme fidammo! Ove la mano
tua s’allentò, per l’eterno ora cade
come un sasso tuo figlio – ora è un umano
piombo che il petto non sostiene più.

 

Tutte le poesie (Garzanti, 1999)

Foto di Dino Ignani

Simone Savogin

Se tu, un poco, riuscissi a tremare ancora

Parlarmi, di quelle mani
di pietra e lama,
che in buio di suono
t’hanno zittito i sogni.
Piangimi ogni colpo
di carne e voglia,
che, ignorante,
ha rapito il soffio
di provare sorpresa.
Chiedimi abbracci
di tempo e parole,
ché solo di questo
sono capace.
Se soltanto…
nulla, se non
il tuo male in me,
e tu
di nuovo luce di respiri e veli.

 

Scriverò finché avrò voce (tre60, 2019)

Eugenio Montale

 

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

 

Ossi di seppia (Mondadori, 1976)

Luciano Neri

L’immagine di chi si ama
all’istante è un quadro
senza cornice, situazione
reale, ambiente senza
figure né protezioni,
una folla intorno
i rumori quotidiani
un gesto, un sorriso,
un’inflessione
il mistero si spalanca
all’improvviso
come sorpresa unica
e l’amata diventa il quadro

Discorso a due (L’arcolaio, 2019)

Massimo Morasso

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald

Facciamo che io ero Francis Scott Fitzgerald.
E facciamo che sono rimasto ubriaco
per almeno una settimana di fila,
e che in un barlume di coscienza felice
ho pensato che sedermi in biblioteca
mi avrebbe reso più sobrio.
E facciamo anche che in biblioteca
può capitare che tu prenda un libro,
che poi il libro ne prenda un altro,
e che infine il libro prenda te.
Così mi è capitato di leggere
tutto d’un fiato Il grande Meaulnes,
e di venire a sapere che Alain-Fournier ci aveva lasciato la pelle
una diecina di anni fa nella battaglia della Marna
(una mattanza memorabile, la Marna, per inciso:
un infernetto trinciagiovanotti da manuale).
Lo lessi mettendoci l’anima,
quell’allucinato, ipersensibile romanzo.
Ne uscii distrutto, neanche fosse un libro mio,
concepito goccia a goccia col mio stesso sangue.
Devo dire che un uomo onesto,
uno che meriti per davvero
di essere definito umano,
non è più lo stesso uomo
dopo aver vissuto una storia
inscritta negli universali del cielo e dell’inferno.
Qualche giorno dopo, mentre me ne stavo lì
steso fra i vimini, in veranda,
a inseguire una piccola luce zigzagante
su uno dei moli dell’altra sponda,
con una strana, tremula fitta nella voce
Zelda mi sussurrò:
«Ho la sensazione che sia accaduto qualcosa
di irreparabile fra di noi. Un’altra
delle nostre piccole morti… Guardandoti,
mi sembra che dentro ai tuoi occhi
stiano passando delle ombre
che non riusciremo più a condividere».
E allora scoppiai in lacrime, a lungo, senza ritegno,
e mia moglie continuava a guardarmi,
a stringermi le mani, avvolta nel suo boa di piume
bianche come in un sudario.
La sbornia e la sua incerta consapevolezza
l’avevano distrutta. Forse per noi
l’inizio del dolore cominciò
al momento della nostra nascita.
«Io non sono sicuro che valga la pena di vivere
senza l’amore», le dissi poco dopo fra i singhiozzi,
accarezzandola, stringendola al mio petto,
prima di alzarmi e di versarmi un doppio scotch.

 

American Dreams (Interno Poesia Editore, 2019)

 

Foto di Stefano Pompei per gCguru

Elio Pecora

Felice. Ma come è possibile che questa felicità,
così colma, comprenda
anche tutti i disagi, tutti gli assilli?
Il sole alto sulla piazza, la folla svagata, i cani,
la violinista con l’orchestra nel registratore,
colombi, vocii, motori, le bestemmie dell’uomo in bicicletta,
la vecchia dei fiori puzzolente di orina. Tutto visto, sentito,
e il pensiero dell’amore assente
e il pensiero di essere vivo e breve.
Felicità e disperazione.

Simmetrie (Mondadori, 2007)