Intervista al poeta: Franco Buffoni

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) ha pubblicato Suora carmelitana (1997), Il profilo del Rosa (2000), Theios (2001), Guerra (2005), Noi e loro (2008), Roma (2009). L’Oscar Poesie 1975-2012 raccoglie la sua opera poetica. Con Jucci (Mondadori 2014) ha vinto il Premio Viareggio. In seguito sono apparsi Avrei fatto la fine di Turing (Donzelli 2015), O Germania (Interlinea 2015), Poeti (Lietocolle-Pordenonelegge 2017). È autore dei romanzi Più luce, padre (Sossella, 2006), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro (Marcos y Marcos 2014), Il racconto dello sguardo acceso (Marcos y Marcos 2016). Del 2017 l’opera teatrale Personae edita da Manni. Del 2018 il libro-intervista Come un polittico che si apre, scritto con Marco Corsi per Marcos y Marcos, e il libro di poesia La linea del cielo (Garzanti). Il suo sito è www.francobuffoni.it

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Il criterio di fondo che ho adottato per la scelta degli autori della collana “Lyra Giovani” dell’editore Interlinea (ma ciò vale anche per I Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che dirigo da vent’anni per Marcos y Marcos) è coniugare due obiettivi: l’alta qualità nella ricerca e l’innovazione radicata nella tradizione. Il giovane autore pubblicato in LyraGiovani deve aver studiato e deve conoscere la storia della poesia italiana, oltre a quella latina e qualche letteratura straniera, deve averle introiettate, ma deve poi essere in grado di rinnovare tutto questo con un dettato proprio, con un’autonomia di tipo estetico. Non è facile, è una bella pretesa, lo ammetto. Faccio un esempio, in grande sintesi: Giovanna Cristina Vivinetto e Julian Zhara, due degli autori pubblicati di recente, che rappresentano motivo di interesse anche per chi non sia lettore consueto di poesia. Zhara propone un’innovazione di tipo metrico-stilistico, conosce la metrica italiana in modo approfondito, pur essendo di madrelingua albanese. Tutto lo sforzo che ha compiuto sulla lingua italiana appartiene all’età adulta, quindi l’esito è di grande interesse. Mi ricorda un po’ il rapporto che ha con la lingua italiana la recente vincitrice del Premio Strega Helena Janeczek, che è di madrelingua tedesca: sono casi molti interessanti questi, di autori che si sono appropriati dell’italiano come di un dono consapevole, sono fonte di grandi sorprese. Quindi, nel caso di Zhara, forse prevale il come dire le cose sul che cosa dire. In Vivinetto avviene esattamente il contrario: la sua scrittura è inserita nella tradizione italiana, mi ricorda molto la scrittura poetica anni sessanta-settanta della Maraini, che ha peraltro firmato la prefazione al libro, una scrittura femminista e di tipo rivendicativo; e un po’ anche la scrittura poetica e politica del grande narratore Primo Levi, altrettanto rivendicativa, incentrata sulla sua terribile vicenda biografica. Vivinetto racconta per sé e per gli altri la sua transizione di genere. Qui prevale il che cosa dire sul come dirlo. Vivinetto è tradizionale nella scrittura ed estremamente innovativa nel contenuto, perché è la prima poeta trans in Italia, mentre in Zhara è fondamentale il rapporto innovativo con la lingua italiana e con la sua tradizione metrica. Per quanto riguarda i prossimi titoli in uscita nella collana “Lyra Giovani”: il primo è “Omonimia” di Jacopo Ramonda, autore molto interessante dal punto di vista tecnico, perché propone un’innovazione della poesia in prosa, che nella cultura italiana ha un grande rappresentante in Giampiero Neri. Il secondo è “Trasparenze” di Maria Borio, che oltre a essere poeta è critico letterario e saggista, e cura il sito di Nuovi Argomenti. “Trasparenze” è un’opera che nasce da un progetto hegeliano, strutturato per tesi/antitesi/sintesi: la sintesi è la trasparenza, mentre il puro e l’impuro sono rispettivamente la tesi e l’antitesi. Qui di nuovo l’originalità è anche tematica.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Imposterei questa risposta partendo dal concetto di diario, il journal intime che ho tenuto ininterrottamente dal 1971 al 2006 e che oggi giace secretato fino al 3 marzo 2048 (quando compirò cento anni) al Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia, insieme agli avantesti di tutti i miei libri, all’epistolario e all’archivio della rivista Testo a fronte. Smisi di tenere il diario quando cominciai a scrivere Più luce, padre (Sossella 2006). In seguito altri docu-fiction Zamel (Marcos y Marcos 2009), Laico alfabeto (Transeuropa 2010), Il servo di Byron (Fazi 2012), La casa di via Palestro (Marcos y Marcos 2012) fino al recente Racconto dello sguardo acceso, hanno assorbito la funzione stabilizzatrice del mio equilibrio psichico svolta in precedenza dal diario. Ma con una differenza essenziale: il diario era scritto solo per me stesso (difatti adesso è secretato al Centro Manoscritti di Pavia fino al 2048 quando compirò cento anni), mentre quando aggiungo una nuova pagina ai miei docu-fiction (passando magari prima attraverso quell’utile prova d’orchestra che per me sono i social), so che molte persone dopo qualche minuto (per esempio su facebook) o dopo qualche mese in cartaceo, potranno leggerla. Non è un caso che in questa risposta io abbia menzionato solo libri di narrativa o docu-fiction. La poesia, cui principalmente devo la mia immagine pubblica, ha svolto e svolge un ruolo molto marginale nella mia presenza sui social. Per due ragioni: sono un poeta da libro, non da singolo testo, quindi preferisco dialogare coi miei lettori sui libri che pubblico (Avrei fatto la fine di Turing, Donzelli 2015; O Germania, Interlinea 2015; Jucci, Mondadori 2014; l’Oscar Poesie 1975-2012; La linea del cielo, Garzanti 2018) piuttosto che su qualche poesia apparsa su un social. La poesia, quando è vera, crea la lingua e sa narrare in modo nuovo. Credo che il/la grande poeta italiano del secolo XXI sarà figlio o nipote di qualcuno che al semaforo tentava di lavarci il vetro. Avrà studiato Lucrezio e Petrarca come noi, ma avrà udito fonemi e respirato aromi che noi non conosciamo: farà digerire tutto questo all’italiano, che resterà italiano ma canterà in modo nuovo.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

In primis Vittorio Sereni, col quale purtroppo ebbi pochi contatti diretti, perché morì giovane, ma alla cui immagine e al cui carisma mi sento tuttora legato. Come scrivo nelle poesie a lui dedicate – “Di quando la giornata è un po’ stanca”, “Vittorio Sereni” e “Vittorio Sereni ballava benissimo” – riconoscevo mio padre in Sereni, e Sereni in mio padre. Entrambi ufficiali dell’esercito italiano, coetanei (Sereni nato nel 13, mio padre nel 14, Sereni morto nell’83, mio padre nell’80), entrambi prigionieri dal 43 al 45. E molto simili nel modo di fare e nel modo di porsi, autorevoli e anche un po’ autoritari. Contatti diretti per molti decenni li ebbi invece con Luciano Erba e Nelo Risi. Soprattutto Risi è stato per me un maestro di etica: abitavamo vicini a Roma, e lo andavo a trovare a via Capo le Case, poi negli ultimi anni a via del Babuino, nella casa della ex moglie Edith Bruck. L’asciuttezza morale e l’estremo rigore ateo del medico Nelo Risi mi hanno insegnato molto, più di quanto non mi abbia insegnato il cattolicesimo pessimistico di impianto francese di Luciano Erba, al quale tuttavia mi legava una profonda simpatia umana. Ti faccio un esempio: quando diedi a Erba il testo della Suora carmelitana, glielo diedi espurgato dei due versi relativi al fistfucking, perché ero convinto che lo avrebbero ferito. Ne ebbi conferma pochi mesi dopo, quando a Mario Luzi diedi il testo integrale, ed egli mi rispose (tornando a darmi del lei) che quel poemetto, per via di quei due versi, era écoeurant, disgustoso, aggiungendo: “Credo che questo fosse proprio l’obiettivo che lei si era prefisso. Quindi: bravo”. La lettera autografa di Luzi sta con tutto il mio epistolario al Fondo manoscritti dell’università di Pavia. Mentre quando feci leggere il testo integrale a Giovanni Giudici (col quale ci fu un intensissimo rapporto nell’ultimo decennio della sua vita cosciente), e gli chiesi consiglio sull’opportunità di espungere quei due versi, mi rispose: “Invece li devi lasciare. Se tu li togliessi verrebbe a mancare una colonna portante del senso complessivo del lavoro”.
Ma il mio mentore fu Giovanni Raboni: mi inventò come poeta e mi inventò come traduttore: io esco da una sua costola. Mi pubblica, quando sono assolutamente inedito, nel ’78: «Paragone» e poi il Quaderno collettivo di Guanda. Malgrado quell’esordio, resto un appartato. Ed è proprio ciò che Raboni fa notare nella prefazione a I tre desideri nel 1984. Nonostante i riconoscimenti, ancora non ero entrato nel meccanismo. Ma nell’81 Raboni mi aveva posto la domanda essenziale: “Perché non traduci tutti i poeti romantici inglesi?” Già mi aveva fatto tradurre Keats per Guanda. In precedenza non avevo mai pensato di applicarmi seriamente alla traduzione di poesia. I due esordi – come poeta e come traduttore di poesia – sono cronologicamente vicini e, quel che più conta, furono mossi dalla stessa volontà e per la stessa collana: la Fenice di Guanda. Credo proprio di essere stato trattato bene dal destino. Quindi non è paragonabile quello che ricevetti da Raboni, rispetto a quanto ricevetti da altri maestri. L’ultima sua lettera è del 12 marzo 2004. Raboni aveva allora settantadue anni e parla di Guerra – che poi sarebbe poi uscita nello Specchio alla fine del 2005 – come di un libro già pronto (anche questa lettera, come tutto il mio epistolario, è custodita al Centro manoscritti di Pavia). Allora Raboni dirigeva la collana di Marsilio, e tra le altre cose mi chiede: dove intendi pubblicare questo libro così compatto e forte? Non ebbi la possibilità di rispondere perché mi giunse la notizia dell’ictus che nel volgere di pochi mesi lo portò alla morte.
C’è stata anche molta vicinanza con Franco Fortini, in particolare nella seconda metà degli anni ottanta e nei primi novanta. Ricordo che lo andavo a trovare a piedi, nella sua casa vicino all’Arena, perché per quattro anni ebbi anche un contratto a Milano Iulm, ancora nella vecchia sede all’Arco della Pace. Qualche volta faceva lui la passeggiata, ascoltava la mia lezione di letteratura inglese, poi la commentava al bar ritrovando a tratti anche la sua antica energia polemica. Infine lo riaccompagnavo a casa. Fu un rapporto stupendo, molto generoso da parte sua, che credo di dovere un po’ all’ingiustizia da lui messa in atto nei confronti di Pasolini. Mi son fatto questa convinzione. Che l’affetto e l’amicizia per me così immediata e così gratuita – Fortini accettò persino di far parte del comitato scientifico della mia rivista «Testo a Fronte» – fosse una sorta di compensazione. Essendo egli stato ingiusto ai tempi con un omosessuale in quanto omosessuale, ed essendo questi scomparso tanto precocemente, non potendo quindi più egli “rimediare” (Fortini era fatto così), fu con me generosissimo, quasi a compensare le parole cattive di tre decenni prima. Anche le sue lettere sono custodite a Pavia.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Io consiglio sempre di leggere, leggere, leggere tantissimo, non solo poesia, ma anche la grande narrativa e la grande saggistica, per diventare persone colte. Consiglio di studiare molto bene le filologie, le etimologie, di studiare almeno due lingue classiche e due o tre lingue moderne. Consiglio molto di tradurre: la traduzione è un grandissimo esercizio, anche per diventare poeti, perché dà la misura della propria originalità, della capacità di innovare o meno. Dopo, quando si è convinti davvero che il proprio libro debba essere pubblicato, che ne valga davvero la pena, allora consiglio di cercare buon editore e/o curatore di collana.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori? 6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco? 7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Io ho compiuto settanta anni e sono cinquanta anni che bazzico il mondo della poesia. Da cinquanta anni sento fare questo discorso: è proprio il genere letterario in sé che è fragilissimo, ma è il più duraturo in assoluto, il più antico e il più fedele a sé stesso. Il libro di narrativa può anche vendere migliaia di copie, però poi alla lunga, nelle antologie scolastiche restano i poeti. Sono i poeti che innovano il linguaggio e sono i poeti che vanno maggiormente in profondità. Dunque direi che questa è la chiave. Quante volte accade che idee parole e stilemi inventati da poeti vengano assunti da divulgatori come possono essere i cantautori o certi narratori? Non è il numero di copie vendute che deve interessare. La vera letteratura, la grande letteratura, si trova tra i poeti. Ci sono narratori che nell’otto-novecento hanno venduto centinaia di migliaia di copie, di cui oggi non ci si ricorda nemmeno più il nome. Bisogna mettersi in quest’ottica. Anch’io faccio letture di poesia e mi sono simpatici gli slam poetry e i festival, purché si sia consapevoli che la poesia è in prima istanza un dialogo diretto e profondo tra il poeta e il lettore, e questo può avvenire solo nel silenzio e nella concentrazione. Naturalmente parlare di silenzio e di concentrazione significa parlare di cose elitarie, dove per élite intendo una élite dell’anima. Certo, io faccio di tutto per promuovere il genere letterario poesia, ma non penso di dover sfidare i cantautori o i narratori, che vanno per la loro strada e raggiungono il loro successo effimero, mentre la poesia segue un percorso diverso. Dalla seconda metà del Novecento il genere letterario poesia è diventato sempre più di nicchia: su un pubblico generalista ha sempre meno presa, con un conseguente ridimensionamento del ruolo del poeta. Perché il poeta è più appartato e oggi si tende a dare maggiore enfasi a chi si espone di più. È più facile che su certe tematiche venga intervistata una persona dal brillante eloquio, ma superficiale, piuttosto che un poeta, questo è verissimo. Oggi molta gente non conosce nemmeno il nome dei poeti più importanti. Secondo me è il destino di tutte le arti: a partire dal Novecento questo fenomeno va aumentando e vale per la musica, la pittura, la scultura. Il pubblico non conosce i poeti perché dovrebbe fare uno sforzo per comprenderli, la poesia è un fenomeno che richiede preparazione per essere compresa e la gente ne ha sempre meno. Prima della concentrazione e del silenzio, per godere della poesia occorre la preparazione, bisogna studiare per poterla capire e poi per poterla apprezzare. In questo senso la scuola potrebbe fare di più. Invece fa poco, anche perché per insegnare, occorre sapere, e i primi a non essere preparati a insegnare la poesia spesso sono proprio gli insegnanti. Io però sono convinto che la Poesia esisterà e resisterà sempre.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non credo.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Tutto mi fa supporre che la situazione resterà quella attuale. Fino agli anni Novanta esisteva un enorme setaccio che era rappresentato dalle riviste cartacee di poesia: c’erano quelle di serie A, in cui un comitato scientifico di alto livello valutava l’eventuale pubblicazione; c’erano quelle di serie B e quelle di serie C, in cui chiunque si abbonava riusciva a far pubblicare le proprie poesie. Un poeta piano piano si faceva strada, si faceva apprezzare passando al setaccio delle migliori riviste: la collazione del proprio lavoro su queste realtà, magari correlata dalla presentazione di un grande poeta, portava inevitabilmente all’attenzione del pubblico della poesia. Questo setaccio è ormai quasi completamente scomparso, insieme alle riviste cartacee. Oggi però esiste la Rete e io noto che anche nella Rete, più o meno si sta verificando lo stesso meccanismo: esistono i siti dove tutti pubblicano, senza selezione, perché è un gioco collettivo a cui può prendere parte chiunque, ed esistono i siti in cui per pubblicare bisogna passare la selezione di un comitato di lettura. Quindi anche nel virtuale della Rete si verifica più o meno lo stesso fenomeno del passato. Si vedono nomi che col passare degli anni superano vari filtri e arrivano a essere presi in considerazione. È un processo lento ma c’è. Il filtro c’è ancora, gli aspiranti poeti sono tantissimi, ma non bisogna cadere nell’errore di pensare che oggi ce ne siano di più rispetto al passato: gli aspiranti poeti ci sono sempre stati e sono sempre stati decine di migliaia. A diciotto anni è molto comune pensare di poter diventare poeti. A fare la differenza è il continuare a scrivere, è il ricevere feed-back positivi, che arrivano con il tempo, quando la produzione è davvero convincente. Per ogni generazione (dieci/quindici anni) restano non più di due o tre nomi, gli altri sono dimenticati: per questo sembra che in passato ci siano stati meno poeti, ma è solo perché si ricordano solo i migliori. Il fenomeno virtuale è un mondo nuovo che si è schiuso negli ultimi venti/trenta anni e va studiato con serietà, però sono convinto che nel suo significato profondo non sia diverso da prima, il setaccio è ancora in funzione.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Questa poesia non è ancora uscita in volume. La scrissi la sera del Premio Strega: avevo votato ed ero lì per festeggiare la mia amica Helena Janeczek al ninfeo di Valle Giulia. Mentre tutti si agitavano attorno al tabellone dei risultati, Andrea – il giovane che mi accompagnava – divorava portate su portate seduto tranquillo al nostro tavolo…

Da una tana di scoiattolo

In Siberia da una tana di scoiattolo
E’ resuscitato un verme
Di quarantamila anni fa.
Prelevato da un campione di permafrost
Presso il fiume Alazeya
L’animale come nulla fosse
Ha ricominciato a muoversi e a mangiare.
Mi contagia l’entusiasmo dei ricercatori
Dalla Doklady Biological Science:
La scoperta apre immense prospettive
Anche per gli esseri umani.
Mi piacerebbe tra duecento anni
Vederti uscire da una tana di scoiattolo
Per tornare al Ninfeo di Villa Giulia
Tra i reperti etruschi
Con questo cracker in mano.

 

Intervista a cura di Andrea Cati
Foto di Dino Ignani

Umberto Saba


Mio padre è stato per me “l’assassino”,
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino,
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d’una donna l’ha amato e pasciuto.

Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”.
Ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze in antica tenzone.

 

 

Portami ancora per mano.  Poesie per il padre (Crocetti, 2001)

Francesca Genti


non chiedermi, caro, la parola,
non dirla tu, non mi squadrare
come pollicino, fammi andare
per questo bosco scuro,
per il sentiero di quello che io sento.

tu non mentire, io non mento:

le parole sono molliche,
e ombre grandi di aquiloni,
sono il sole che abbaglia sui balconi,
e draghi che diventano formiche

le parole, la testa e il suo girare
tu buttale alle ortiche

come alfredino, fammi calare
nel fosso scuro: l’ombelico,
tu fammelo adorare,
così i baci, i nostri cedimenti,
il collo, le mani, gli occhi e i denti

sprofondami le unghie nella schiena:
la lingua è una catena
di suoni e di saliva
è bava stremata di lumaca,
tracciato seminale verso casa,
guscio, uovo, mondo, spirale,

ricordo dell’abbraccio originale.

 

Inedito di Francesca Genti

Giovanni Giudici


Stalinista

Morivo come Tolstoj – scappato via
In una stazioncina
Ma non tra sarmatiche nevi
Bensì a un grazioso clivo d’Appennino
Tra monte e mare dov’era
La ricchezza dei miei prima che uno
La furasse a Giannino:
Tra affettuosi ferrovieri però io pure
E tuttavia volendo non morire
Per un qualcosa di telefonato
O mandato piuttosto a dire:
Non mia ma figlia pare d’un mio figlio
Avevano lasciato una bambina
Assai più addentro Italia assai più giù
Per me ad altra sperduta stazioncina

Morivo e non volevo non morire
Ero là come sono
Qui adesso coi miei nervi-ragnatela
Il mio Tasso-a-sant’Anna le ossa rotte
E non so quale di preciso ora
Fosse del giorno o della notte
Là dove un po’ scherzando disvoleva
Colui che mi rispose
D’un fiochissimo filo all’altro estremo
Darmi l’infante che con sé teneva –
Chi parla? – E disse: il capo macchinista
Ma di quale mai macchina sa Dio
Tu sei un compagno? – dal mio cuore pieno
Gli chiedo e ride: sì, ma stalinista
E per averti a me rispondo: anch’io

 

Poesie (Garzanti, 1991)

Massimo Morasso


Potessi capire ti farei vedere tutto, la chiesa
scintillante, l’ostensorio e il catafalco con dentro
Caterina, la piccola anima incorrotta, sei qui
per ricevere la grazia dello spirito, mi sembri stupefatto,
poi aggrotti, osservi mamma, ci sorridi. Guardi le cose
come fossero estensioni del tuo corpo, con noi
sotto l’altare a farti festa tutto intorno, vestiti bene,
nessuno manca, gli zii ci sono ancora, oltre il brusìo
dei bassi conversari non ti parla
niente, neppure il prete che ti spruzza l’acqua,
il gong della campana, il lento salmodiare
di una vecchia, assorta, in preda al suo rosario.

 

Viatico (Raffaelli, 2010)

Giovanna Cristina Vivinetto


Era come avere dieci anni
scoprire il gioco delle forme
sotto le pieghe del maglione,
il gonfiore nitido dei seni
doloranti il lunedì mattina
e chiedersi il perché.

E forse si tornava bambini
nell’immaginare allo specchio
le traiettorie di vite future,
le tracce sul corpo adolescente
di un sotterraneo divenire.

Così all’età di vent’anni
il mio corpo ne mostrava dieci:
dieci i piccoli seni,
dieci i fianchi sottili,
dieci le mani mai quiete
in puerile agitazione,
dieci i sessi atrofizzati
incapaci a un tratto
di evocare desiderio.

Era un rimettersi in gioco
di subdola perfidia
sconvolgere tutti quanti i piani.
Cambiare all’improvviso guardaroba.
Imparare a truccarsi a vent’anni.
Avere dei tacchi a ventuno.
Dubitare di sé a ventidue.

Tornare poi allo specchio
e scoprire che qui, proprio qui,
sotto questi seni e questi fianchi,
dietro la maschera di trucco
e dentro i tacchi alti
qualcuno qui c’era,
per un po’ c’è stato
e poi all’improvviso
non è stato più.

Desiderare infine
di avere dieci anni
per ricominciare da capo.

 

Dolore minimo (Interlinea, 2018)

Fabio Pusterla


Cara acqua, ma io ti guardo sempre
anche se tu non ci sei, se corri altrove
o ti rintani nel cavo della roccia.
Ti vedo anche quando fai
l’invisibile, la goccia infingarda,
perché ti ho vista brillare
in certe albe. C’era come
un fumo sottile che saliva da te,
e piccole foglie carezzavi lentamente;
insetti e molte ali ti sfioravano, le mille
elitre sfavillanti. E mi fido di te
anche quando minacci, e ti gonfi
anche quando porti via
tutto con te.

I giorni, i ponti, i tetti.
E anche me.

 

Cenere, o terra (Marcos y Marcos, 2018)

Anna Maria Ortese


Più necessario della notte

Più necessario della notte, ascolti
godendo la mia pena.
Sola come le rocce che tranquille
emergono dai flutti, io prego il mare
delle tue labbra di placarmi. È giorno
senza bellezza o grido. Tu potresti
mutarmi in onda, se volessi, tu
se t’accostassi a cingermi. Reclino
il capo immaginando, ed ardo e tremo.
Come non torni? Come non ti accoglie
questo richiamo di fanciulla? Dove
trovare la pietà, se tu che dolce
sei come il vento, non mi sfiori? Assorto,
vociferando mitemente il mare
mi lambe, e io penso le tue mani, e gemo.

 

La luna che trascorre (Empiria, 1998)

Elisa Ruotolo


Ho desiderato

Ho desiderato essere come voi.
Oggi mi sono distratta
e l’ho fatto ancora.
Il sonno dell’animale che non sa
e prende forza dal possesso – questo ho domandato.
E poi l’inferno di ogni febbre terrena
la morte
la guerra
la malattia
– pur di sentirmi parte vostra.

Stenti e purezza furono pasto quotidiano
la mia carne cresceva assieme alla cura
di schivare i muri a cui chiedevo
un rimedio d’ombra.
Ogni esperienza m’impoveriva
ogni sapere foraggiava la mia ignoranza
i nervi provati dall’esercizio
s’allentavano nell’inabilità.
Il contagio arrivava a dirmi la fatica
del bene
della pace
della salute.

È fin troppo facile farsi bestia
in un’ora qualsiasi
non essere come gli altri eppur morire come tutti
strappati al campo prima del raccolto
nella stoltezza d’aver dimenticato
che ogni mostro
fu bambino.

 

Inedito di Elisa Ruotolo

Alessandro Burbank


Infanzia

Gli amici dell’infanzia
si ricordano di me
perché ero grasso ma
giocavo bene a calcio.
Avevo dribbling. E allora penso
che non c’è niente di più bello
se si viene ricordati
all’interno di un contrasto.

Salutarsi dagli aerei (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Eddie Kaza