Stefania Ruggieri


il sistema di intercambiabilità è in crisi
si vuole escludere l’uno ma per venire fuori
l’altro impertinente si violenta

in salita sul dorso curvo della terra a prima vista
sembra un buon momento per piantare
bandiera dare una versione appalesare appartenenza
ora più che allora [io] impara a vivere piangendo
senza respiro nessun mestiere nessuna paziente abitudine
impara a interpretare a farneticare a scollarsi dalla realtà
mentre la sua epoca stanca continua a forzare mani
a stringere nell’angolo a schiudere al di sopra il cielo
ininterrotto tutto l’invisibile sulla fronte
impara lo stupore mutilato dall’angoscia
quando non è scarto sottrazione

gli alberi perpendicolari ai piedi fanno ombra
ma qui è già passata primavera la fioritura
gelide stagioni attraversano ora il racconto

Dittico. tutto l’invisibile sulla fronte. in-versioni (Transeuropa, 2024)

Alessandra Racca

Ph. Romina Rezza

La donna cannone

La donna senza figli
quella che ha fatto l’inseminazione
quella che non si sa
la donna che avrebbe tanto voluto
quella che ha abortito
quella che ormai

Sotto il tendone dell’adeguatezza
si chiede a ognuna
il numero prestabilito
prima dell’inchino normale

Crescere in sé
la donna cannone
la libertà stellare
di volare in terra
dentro la carne la
più esplosiva
autenticità

Di pancia (e altri organi vitali), Interno Poesia Editore, 2024

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Alida Airaghi


17 maggio 1979

Affidi alla tua sigaretta (alle dita
che magre la tengono
stretta, al fumo
leggero impalpabile,
alle labbra socchiuse)
la mente
sospesa per qualche minuto
nel vuoto innocente.

Confidi all’azzurro degli occhi
il tuo altro
il tuo oltre le cose,
sapiente accortezza
che sa ma rifiuta
la scialba mollezza
del niente.

Due gatti gemelli
ti dormono accanto
ti scortano i passi
felini felpati
osservano
attenti se canti
se suoni
facendo le fusa
a ogni carezza
di musa e nutrice
fedeli adoranti.

La casa che arredi
elegante
pulita
invasa dal bianco
da odori dell’orto
colori profumi
sbocciati in giardino
bellezza
del dentro del fuori.

Lo stile dei libri
ordinati scaffali
forzieri di idee
letture parole
regali agli allievi
distratti svogliati
per farli
pensare svegliare.

Rimasta com’eri
preziosa bambina
intenta decisa
vivendo
disegni speranze
di ieri nell’oggi
offrendo riscatto
a chi non ha sogni
così necessaria
al mondo febbrile
mia Daria
pacate parole
sorriso gentile.

Quanto di storia (Marco Saya, 2024)

Pier Paolo Pasolini


Sento tossire l’operaio che lavora qui sotto; – la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno – danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante, – toccate dal sole dell’ultima mattina di bel tempo. Egli, -l’operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto, – certamente sicuro che nessuno lo senta. È un male di stagione – ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che influenza. – Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino, come noi – da ragazzi.

La vita per lui è rimasta decisamente scomoda; – non l’aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro, – come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri. – Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà, – in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza, – all’uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto; – e quando viene il male, esso è accolto eroicamente: – un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli – più grandi di lui, nuovi agli eroismi. – Insomma, a quei colpi di tosse – mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre.

La tosse dell’operaio, 8 novembre 1969, Tempo.

Francesco Napoli

1. Verso i Sessanta

Valerio Magrelli, Roma, classe 1957 esordisce già nel 1980 per Feltrinelli con Ora serrata retinae, come appartenenza va posto nella generazione del “pubblico della poesia”, quella riduttivamente definita neo-orfica. A questo proposito lui stesso affermava: «non condividevo il sistematico rifiuto del senso della Neoavanguardia, né però potevo abbracciare quel totale abbandono al senso che pervadeva i suoi nemici più accaniti». Di contro ci sono alcuni suoi coevi, perfino di qualche anno maggiori, che invece di certo vanno considerati più coerenti con la generazione successiva, la Generazione Sessanta. E questo per formazione, e per esiti e risposte, oltre che per milieu storico-geografico, poiché condividono i medesimi passaggi formativi, le medesime condizioni ambientali affrontate e patite dai nati nel Sessanta. È il caso di Antonella Anedda (Roma 1955) che affronta la crisi identitaria della poesia post-neoavanguardia provando a dipanare uno dei grandi nodi, quello dell’io poetante, trovando una risposta alla sua presenza, quella che Riccardo Donati ha definito per lei «la problematica insituabilità e instabilità del soggetto poetante». Per Antonella Anedda appare centrale il ruolo dell’autos – riconosce quindi da subito la necessità di preservare l’autorevolezza – e considera un accanimento inutile quello contro di esso, contro l’ego. E l’avvertita necessità della prevalenza dell’autos, la sua indispensabile presenza nella poesia diventa forse uno dei punti comuni di questa Generazione, un punto per il quale si batteranno tra Maestri (autos riconosciuti) e un progressivo sbiadimento della loro presenza. L’autos è necessario a garantire una possibile risposta anche alla vexhata quaestio poesia e non poesia. Per Anedda è sempre possibile utilizzare qualsiasi pronome, e quindi anche l’io, ma quello che può marcare la differenza è il tono che vi si accompagna, da una connessione che tenga in equilibrio (precario forse) emozione e ragione regalando poi una inattesa prospettiva. Equilibrio, va da sé, estremamente difficile da raggiungere, affinché non ci si trovi di fronte soltanto al poetico, ma alla vera e propria poesia – nelle parole di Anedda «una forma molto particolare di conoscenza, non è sfogo, e non è neppure solo intelletto» confessa in un’intervista su “Atlante”, il magazine della Treccani […]

Poeti italiani nati negli anni ’60 (Interno Poesia Editore, 2024)

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Attilio Bertolucci

Ph. Dino Ignani

Interno notte

Sto al buio ma c’è
luce nell’altra stanza
in cui ti muovi e crei
ombre sul muro beffardi
conigli giganti
sparvieri.

Non mi è più dato raggiungerti
in paesi in cui luce
e moto sono possibili
dove un frigorifero viene
aperto e chiuso
con un tonfo vitale
che non mi appartiene più.

Tu continua a mimare
la commedia serale
nella maniera dell’estraniamento
io dalla buia platea
lascerò che tu spenga
uscendo dalla comune.
Allora accenderò plaudendo
e piangendo. O ridendo.

Le poesie (Garzanti, 2014)

Giulia Martini

Ph. Stefano Pradel

Frammento di Re Enzo

Allegro cuore, batti pienamente
di tutta beninanza, lei verrà.

Da questo spiffero alla porta, magra
ci passa che è un piacere aprile e maggio.

Su con la gioia dunque, batti, batti,
preparati a fare fistinanza.

Tresor (Interno Poesia Editore, 2024)

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Ilaria Boffa

 

(coro)
Senti la marea!

(loro)
Sin dal principio
la marea, la successione ricorsiva
del tormento e l’ardore.
La laguna allaga e prosciuga
rivelando formazioni involontarie.
Le onde e la loro furia
in novembre. Inquieti e vigili
anfibi tra due mondi
come bricole* a sostenersi l’un l’altra.
Nell’acqua e nel fango
l’attacco di microorganismi.
Legno contro legno.

(lei)
Lascia la fune
fissata al pontile
molla gli ormeggi, ti tengo.

(loro)
La città e questa solitudine
architettura trovata delle cose
niente ombre nella luce del nord.
Gli abitanti scompaiono e allora
le strutture risiedono spoglie.
Controparti astratte
possediamo l’estetica di materiali
orientati all’utilità.
Alcuni luoghi rivelano profili causali
estendono la semantica.
La progettazione di ripari seppure
intrinsecamente sociale
si piega alla rilevanza morale.
Abbiamo scelto la Bellezza?
I nostri sguardi a volte
appaiono così distratti e violenti
così bisognosi di riqualificazione.
I nostri sguardi, spettatori
della propria posizione.
Appoggiamo le membra
sui madieri* e copriamo la muratura
con argilla resistente all’acqua
e intonaco di calce, spillando le ossa.
Ogni cosa si muove, ogni cosa fa male.

bricole*
due grossi pali in legno di rovere o quercia, legati tra loro e conficcati nel fondale della laguna di Venezia per indicare lo spazio acqueo navigabile
madieri*
travi di legno orizzontali su cui poggiano le fondamenta degli edifici veneziani

*

(chorus)
Hear the tide!

(they)
From the beginning
the tide, the recursive succession
of torment and ardour.
The lagoon floods and dries out
involuntary formations emerge.
The waves and their fury
in November. Unrest and vigilant
amphibians between two worlds
as bricole* they sustain each other.
Into water and mud
attacked by microorganisms.
Wood leaning against wood.

(she)
Loosen the rope
secured to the wharf.
Unmoor, I hold you.

(they)
The city and this solitude
found architecture of things
no shades in the northern light.
Inhabitants disappear so
structures reside naked.
Abstract counterparts
we possess the aesthetic
of utility-bearing composites.
Some places reveal causal profiles
they extend the semantics.
Designing shelters
though intrinsically social
yields to moral relevance.
Did we choose Beauty?
Our gazes at times
look so disengaged and violent
in such need of repurposing.
Our gazes, observers
of their own standpoint.
We accommodate our limbs
on the madieri*, covering
the masonry with waterproof clay
and lime plaster, stapling bones.
Everything moves, everything aches.

Beginnings & Other Tragedies/Inizi e Altre Tragedie (Valley Press, UK, 2023)

Gabriele Frasca

Ph. Dino Ignani

io. detto per intenderci. io torno.
fra questi labili contorni. resto.
non sarò poi così diverso. il gesto
con cui mi tengo il mento è quello, intorno
si svolge il solito fondale. il giorno
che giunge mi ritrova uguale. vesto
magari tale e quale. e ingiungo a presto
a ciò che in fondo se ne va nel forno
dove gli anni si sfanno. e degl’inganni
non scaldo che una pasta senza lievito.
aha. quanto. quanto tanto ci ho tentato
di darmi un suono. e forma. ed altri panni.
ma se non li ho vestiti. neanche devi
per indossarli tu tenere il fiato

Rive (Einaudi, 2001)

Federica D’Amato

Ph. Claudia Di Pierro

Eravamo nel giuramento.
Chi nasceva, chi moriva, chi fumava.
A volte qualcuno rideva.
Eravamo veri e soli
coi pugni stretti intorno alla croce:

tremavamo ai cambi di stagione,
nei venti di luna,
nelle parole trattenute
dalla piega del taglio dove
più non ti trovano le labbra,
miele infinito del sole bevendo

acqua, acqua di te
all’inizio della sete,
alla fine del mondo.
Cruz de mayo
albero e consolazione,
addio e incontro in un solo torrente

quello che ci porta da sempre,
quello che in eterno ci conforta
ragazzo adolescente
trovato ancora vivo sotto la vita.

La montagna dell’andare (Ianieri, 2023)