Giulia Del Vecchio


La mia adorata non ha corpo.
Mi scrive lettere che mancano
di carta ruvida, e non si sentono
al tatto.
Ogni tanto, mi dona un tratto di parole
che ha una durata eterna
nella voce – fatta di accenti sporchi,
di sonore che afferrano, liquide,
e di labiali che fanno l’amore.

La mia creatura non ha tempo.
Si spiccia dove la porta il senso
di nausea.
Oggi non c’è, per esempio –
e sta parlando con qualche discorsivo
affetto, gonfiato tutto dalla sua indomabile
vitalità.

La mia bella è senza concetto.
Non riusciresti a derivarla nemmeno
dal più perfetto degli argomenti.
Lei sta divisa laggiù, dove stanno
tutte le eccezioni,
i sistemi sono ridotti a ruderi
e si sfaldano in roboanti
scherzi.

Non c’è nulla che io possa chiederle,
e niente che io riesca a darle.

L’amore mio è un sentimento
che potrei passare tutta la vita
a spiegarmi.

 

Inedito da Il lato esterno della parola

Michele Mari


Vita dell’uomo sanza riso e pianto,
foco vermiglio che non gitti ardore,
pregiata essenza indiana sanza odore
ed augellino immemore del canto;

sanza porpora ed auro regal manto,
moneta sanza corso né valore,
pratello aprico u’ non aulisca fiore,
pugna marzial sanz’onorevol vanto:

tal fu mia vita a me, alma sovrana,
pria che voi l’arricchiste dello spiro
che colma di piacer la spoglia vana:

ed ora parmi vita d’uom deliro,
e trista assai e nel tempo sì lontana
ché volto innante omai sol voi desiro,

di voi sol vivo, e sol per voi sospiro.

 

(sonetto caudato, 1982)

Dalla cripta (Einaudi, 2019)

Roberto R. Corsi


Mi narra il turbamento dinanzi a una coppia molto giovane
Che si bacia sulla panchina; vistosa lei muove la mano sulla patta
Dei jeans di lui. Scrivine, gli dico: perfino Larkin s’è appropriato
Di simile visione, stemperandola nel dolce rimpianto.
L’amico invece esita, trova volgare il tutto. Eppure
C’è tanta brezza dentro quel primo impulso, che stacca il frutto
Dal ramo dell’adolescenza ansiosa, desiderante
Sul ritmo binario di un gesto semplice, innato,
Forse destato, sferzato dall’agone con amiche più esperte.
Finestre altissime cui, solo col pensarci,
Hai già perduto il tempo per poterti inerpicare.

 

(8 giugno 2018)

Foto di Laura Albano

Patrizia Cavalli


Il cuore non è mai al sicuro e dunque,
fosse pure in silenzio, non vantarti
della vittoria o dell’indifferenza.
Rendi comunque onore a ciò che hai amato
anche quando ti sembra di non amarlo più.
Te ne stai lì tranquilla? Ti senti soddisfatta?
Potresti finalmente dopo anni
d’ingloriosa incertezza, di smanie e umiliazioni,
rovesciare le parti, essere tu
che umili e che comandi? No, non farlo,
fingi piuttosto, fingi l’amore che sentivi
vero, fingi perfettamente e vinci
la natura. L’amore stanco
forse è l’unico perfetto.

 

Datura (Einaudi, 2013)

Foto di Dino Ignani

Pierluigi Bacchini

Sulle sdraie, lungo l’agosto

L’apparizione è avvenuta anche stasera.
Improvvisa. Questa scheggia lunare,
luna – tra la magnolia e il cedro
e il melograno. Luna bucherellata
tanto più misteriosa da quando
l’intelligenza l’ha toccata. Tiepida
fantasia.

Tra poco verrà l’assiuolo, uccello della notte.
Accendono le luci
nella vallata del fiume. Una vita
antica è questa che conduciamo.
Altre luci vanno veloci sull’autostrada
laggiù distante, lungo la pianura. Le foglie, di notte,
sono nere. O argento bianco. Ecco l’assiuolo. L’hai udito?
Ha dato il primo richiamo.
Sul tardi (ecco)
l’ho udito di nuovo) spesso ascolto la civetta.

 

Poesie. 1954-2013 (Mondadori, 2013)

Stefano Bortolussi


Pallas

Salivamo a bordo, noi piccoli fratelli
con aggiunta di amici e bambinaia,
non senza prima rivolgere preghiera alla déesse
di viaggi e vacanze, ferro da stiro
in grado di lisciare ogni accidente di percorso
a eccezione delle nausee che ti forzavano
alla sosta ripetuta sul ciglio del tornante,
frustrando la tua voglia di arrivo e gin rosa:
per noi le sospensioni idropneumatiche
erano solo forma basculante di tortura,
peggio che cinese, e non c’era Ginko o Fantomas
che tenesse testa alla nausea
ritmata di conati, ai lamenti allora ignari
delle meraviglie delle quattro sfere di acciaio,
una per ruota, per metà piene d’olio e per l’altra
di azoto: era un incrocio troppo complicato
di viscere e meccaniche. Solo da fermo,
all’arrivo, il dirigibile perdeva finalmente quota,
il Nautilus ridiscendeva sotto il filo di un’acqua invisibile,
i passeggeri emergevano pallidi dal ventre dello squalo
e insieme ai due occupanti del sedile anteriore
la meravigliosa bestia sospirava il suo arrivo.

 

Inedito da Paternalia (di prossima pubblicazione)

Vittorio Bodini


 

Con questo nome

Amore, cosa chiamo con questo nome
io non sono più certo di sapere.
Se ricerco nel fondo ove s’immerse
il tuo quieto naufragio,
fra i denti degli squali, di quelle sabbie gelosi,
presto riemerge il mio pensiero nudo
al visibile giorno,
con le braccia ferite e qualche filo
d’alga sul corpo, o i ciechi segni d’una medusa.

Ma a sera, se col passo delle fiere
che convengono caute presso lo stagno,
fra gli azzurri veleni che mesce il cielo,
in me come a tremante vetro s’affacciano
le antiche colpe, o errori, o la presente
solitudine, oh allora, come sei
tu stranamente viva sulle mie labbra,
e che stupiti altari la mia voce
odono che si scolpa nelle tenebre
a mia insaputa: O amore, tu sapessi…

 

Tutte le poesie (Besa, 2010)

Carlo Betocchi


Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.

Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.

Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.

 

Altre poesie (Vallecchi, 1939)