Lucia Brandoli


E per sopravvivere
mi son fatta tenace.

Ma tu chiedi di cedere,
di rinunciare,

allentare la presa,
sciogliere l’elmo,

separare il morso.

Ma sostieni si possa
il respiro anche senza

intenzione, si possa
abdicare a una morte

violenta. Anche nuda
in un tratto io resto,

convinta di esistere.

Convinta di esistere (Ensemble, 2021)

Patrizia Valduga


Donna bambina ma di troppe brame
o donna di dolori e di buriane,
sempre presa da trippe e budellame,
non so uscire dal buio stamane,

dal cavo della mia notte catrame,
tra geli duri e colpi di caldane,
e sollevarmi e via con voglie grame
fingendo quieti, cose lievi e piane,

per i giorni di guerra e bulicame
e per predar le prede piene e vane,
e a vedere come senza esche o trame

poco lega l’amoroso legame…
Oh cuore che mi caschi! Che rimane?
un annientato niente. E ho anche fame.

Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi, 1989)

Foto di Dino Ignani

Niccolò Nisivoccia


Quando il giorno si allunga, trovare te – sulla soglia di ciò che ancora non siamo, di ciò che vogliamo.

*
Dentro una mattina di luce che filtra dalle persiane. Quasi più buio che luce. Fuori, il bosco. È l’età ancora dell’inconsapevolezza, della pura presenza, di un gesto, di un tocco. È l’età in cui la pura presenza, un gesto, un tocco ancora bastano, ancora non hanno bisogno di altro. Avverti una presenza, vieni sfiorato da una carezza. È l’inizio di una memoria, è l’inizio di una storia.
*

Ciò che testimonia la nostra fedeltà al contempo la esige: verità sommerse che il vivere, nel suo traffico quotidiano, dimentica e cela; volti nell’ombra, che la vita ci chiama a cercare – e che prima o poi, nel suo aprirsi alla luce, rivela e disvela.

Quasi una cosmologia (Interno Libri Edizioni, 2021), prefazione di Vittorio Lingiardi

Acquista ora

Gualtiero Santi

Lontano

La mia voce migliore è stata quella strozzata,
nel mare-lungo specchio di un disgusto atroce,
nel mondo ch’esigeva i frammenti d’una pace
che io, invece, vedevo intera quasi fosse irreale.
Ma l’infame solitudine di quel palco m’entrò
nelle ossa mentre sudavo parole, che si facevano
musica e volevano gridare in faccia
agli applausi, in faccia ai sorrisi idioti di chi suona
armonie con lire senza vita e senza corde;
quelle sbiadite su una carta stampata
che s’ammassano in banca come un cumulo
di note senza senso che mai suoneranno la vita.

E come potevo cantare ancora?
Se quella stanza sembrava colare
a picco sulla mia vita come una pioggia
di coriandoli sbiaditi, come una pioggia
di canzoni che non ho potuto cantare
per la fretta di viverle e saperle.
Ora so che la nebbia è quasi un riposo,
un sorriso fatto per caso a un’alba nuova,
un’alba che sorride di rado -questo è vero
Ah ah aaaah!-.
Sì, è vero. È stato anche un rifiuto,
non nascondo le mie idee;
non andavo d’accordo col mondo.
Ma ci credi che non è solo questo?
Semplicemente tutto ha iniziato a languire
in un ritmo calmo, sordido, lento:
il mare, l’applauso, il buio, l’amore…
tutto si stava mescolando ed un gorgo
tremendo m’ingollava pian piano.
Non avevo più scampo perchè tutto
– La vita, il successo, l’amore-
tutto era diventato troppo,
davvero troppo vicino.
Ero Stanco.

Ho pensato, allora, che solo da spenti
i miei occhi avrebbero saputo brillare;
e avrebbero saputo placarsi…
lontano.

da La fragilità del fuoco

Aldo Ferraris


Il giorno aveva sputato nella ciotola del mattino
il suo sale di meraviglia senza sapore.
Il bambino si guardò intorno, le stanze
erano percorse dal fuoco ma il legno
della memoria era marcio, sfrigolava
solamente di insetti di gelo, zoppicava
sui nomi, non li sapeva pronunciare
e il libro della sua realtà era già cenere.
Il bambino aprì la mano e non ricordò,
stringeva un bianco seme di melograno.

da Il graffio dell’abbandono

Alessandro Fo


In morte di un amico di Facebook

per Ohannès (Giovanni) Choukhadarian

Amava la poesia di Ripellino,
che giudicava splendida e geniale.
È tutto ciò che so di una vita.

La primavera è comparsa di colpo
e d’erba alta ha già inondato i giardini.

Passo fra false spighe e ombrelli di fiori.
Lo splendido mistero verde si rinnova,
la diffusa follia resta incurabile,
e ne fiorisce a suo modo il notiziario,
mentre al portatile apprendo che è partito
per altra destinazione questo amico
soltanto virtuale.

Mi rendo conto che ora ne sto male,
però di lui (stranezze della vita
nell’era dei mass media)
non so davvero niente. E nemmeno
alla casella delle «Informazioni»
ho posto mai una se non vaga attenzione.
Ci siamo sempre scritti, solamente,
brevi commenti su post letterari.

Di lui sbiadisce e va via una vaga idea
fantasticata su una fotografia,
sul suo cognome armeno:
il volto povero e scavato di un Cristo
di un’icona orientale,
ma senza barba, attonito, smarrito
– anche quando gioviale
(scorrendo il wall) da un letto d’ospedale –
lo sguardo:
un po’ come L’uccello sbalordito di
Jiří Kolář sulla sovracopertina
di un certo ballatesco, astrale libro
del tardo nostro amato Ripellino.

Filo spinato (Einaudi, 2021)

Pier Paolo Pasolini

Vanno verso le Terme di Caracalla
giovani amici, a cavalcioni
di Rumi o Ducati, con maschile
pudore e maschile impudicizia,
nelle pieghe calde dei calzoni
nascondendo indifferenti, o scoprendo,
il segreto delle loro erezioni…
Con la testa ondulata, il giovanile
colore dei maglioni, essi fendono
la notte, in un carosello
sconclusionato, invadono la notte,
splendidi padroni della notte…

Va verso le Terme di Caracalla,
eretto il busto, come sulle natie
chine appenniniche, fra tratturi
che sanno di bestia secolare e pie
ceneri di berberi paesi – già impuro
sotto il gaglioffo basco impolverato,
e le mani in saccoccia – il pastore migrato
undicenne, e ora qui, malandrino e giulivo
nel romano riso, caldo ancora
di salvia rossa, di fico e d’ulivo…

Va verso le Terme di Caracalla,
il vecchio padre di famiglia, disoccupato,
che il feroce Frascati ha ridotto
a una bestia cretina, a un beato,
con nello chassì i ferrivecchi
del suo corpo scassato, a pezzi,
rantolanti: i panni, un sacco,
che contiene una schiena un po’ gobba,
due cosce certo piene di croste,
i calzonacci che gli svolazzano sotto
le saccoccie della giacca pese
di lordi cartocci. La faccia
ride: sotto le ganasce, gli ossi
masticano parole, scrocchiando:
parla da solo, poi si ferma,
e arrotola il vecchio mozzicone,
carcassa dove tutta la giovinezza,
resta, in fiore, come un focaraccio
dentro una còfana o un catino:
non muore chi non è mai nato.

Vanno verso le Terme di Caracalla.

La religione del mio tempo (Garzanti, 2015)

Foto di Dino Pedriali

Ginevra Dellanotte


Vorrei un amore sognato nel tempo
dove non eri ancora nato
vederti crescere al mattino
non morire mai la notte
mischiare le correnti
alla fine della terra
dove crescono le nostre viole.
Così inaspettato è
l’incanto dei sogni che volano
i simili sono “i soli”
che parlano ai lombrichi
camminano le stesse pietre
con gambe in prestito
divaricano il mare
per infornare il pane
perdono lacrime nelle carezze
sorrisi negli schiaffi
e così invecchiano il tempo
di ricordi…

Inedito

Jolanda Insana

foto LaPresse

Come riconoscerli?

stanno troppo vicini a chi respira profondo in pieno giorno
e simulando pienezza non si fanno riconoscere
ma quando l’aria viene meno
le froge non fremono e s’accasciano svuotati
animali a sangue freddo per troppo sole essiccati
come riconoscerli?
esangui e senza sale sbavano ai colpi
della bassa macelleria e non sono svezzati
e succhiano rovistano aprono porte fanno rumore
sono affamati
hanno la mano rapace
un braccio più lungo e uno più corto
per spillare meglio quello che più gli piace
senza mai sollevarsi di terra
lesti calano a spegnere lo zolfanello che barbaglia
e a quel soffio s’ammorba la vita
si riconoscono alla zaffata
animali di merda per non cedere nulla
fanno di sé la massima cloaca
vento e gelo a queste anime minchie
che a occhi chiusi slappano
sulle ricchissime natiche del campo ingermogliato
scracchiando lordura
rompono i recinti e fuoriesce l’impeto di bestie
calde e maleodoranti che il gelo non raffrena
e scozzando contro l’aria zoccolano verso dove non sanno
ma nell’inseguimento la bestia sono io e non m’affreno

 

Poeti contro la mafia (La luna, 1994) a cura di Filippo Bettini

Rita Greco


Si danno le spalle per tutto il giorno
ognuno intento al proprio solco
marciando risoluti al soldo del dovere.

La sera li chiude allo stesso tavolo
più dei coltelli che sminuzzano il cibo
sono armi gli occhi che guardano nel piatto.

Solo di notte resiste una traccia
quando lui nell’istante
in cui riemerge nel sonno
trovandola
la abbraccia.

La gioia delle incompiute (Giuliano Ladolfi Editore, 2021)