7ª poesia più letta del 2018

di Franco Arminio

 

Passo le mie mani
sul tuo corpo
come un archeologo.
L’amore è leggere il sacro
seppellito nei corpi,
è quella cosa che si sgretola,
fa cadere le vernici,
rivela il fondo d’oro,
l’archivio di luce
da cui veniamo.

 

Resteranno i canti (Bompiani, 2018)

© Foto di Mario Dondero

 

Poesia pubblicata il 25 maggio 2018.

10ª poesia più letta del 2018

di Andrea Zanzotto – 

Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

 

IX Ecloghe (Mondadori, 1962)

 

Poesia pubblicata il 20 aprile 2018.

Intervista al poeta: Guido Mazzoni

Guido Mazzoni è nato a Firenze nel 1967. Vive a Roma. ha pubblicato i libri di poesia La scomparsa del respiro dopo la caduta (in Poesia contemporanea. Terzo quaderno italiano, a cura di F. Buffoni, Guerini 1992), I mondi (Donzelli 2010) e La pura superficie (Donzelli 2017, Premio Pagliarani 2018) e i saggi Forma e solitudine (Marcos y Marcos 2002), Sulla poesia moderna (Il Mulino 2005), Teoria del romanzo (Il Mulino 2011) e I destini generali (Laterza 2015). È in uscita per Alidades un’antologia francese delle sue poesie (Grammaire. Choix de poèmes 1997-2017).

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Distinguerei fra giudizio di valore e sociologia della letteratura. Ciò che si scrive oggi non è né migliore né peggiore di quello che si scriveva un secolo o mezzo secolo fa, ma la poesia come istituzione, come forma della cultura, ha perso il proprio mandato sociale. È l’arte più praticata e la meno letta: molti hanno provato a scrivere poesie una volta nella vita, pochissimi leggono poesie altrui o sanno distinguere fra bosco e sottobosco, fra autori riconosciuti e puri dilettanti; le persone colte sentono ancora il bisogno di interessarsi ai film, ai romanzi o alle mostre di cui si parla, ma non sanno nulla di poesia contemporanea e non percepiscono questa ignoranza come un problema.
Si tratta di un fenomeno consustanziale alla poesia moderna, necessario e inevitabile. In Italia emerge all’inizio del Novecento («gli uomini non domandano più nulla dai poeti», Palazzeschi, Lasciatemi divertire; «io mi vergogno, sì, mi vergogno di essere un poeta», Gozzano, La signorina Felicita) e si aggrava nel corso degli anni Settanta, quando il prestigio che circondava la letteratura e i libri pubblicati viene meno nell’epoca della scolarizzazione di massa e della presa di parola collettiva. La poesia moderna perde il mandato perché è il più egocentrico dei generi letterari. Nella sua forma più comune, quella lirica, il testo contiene frammenti di esperienze personali scritti in uno stile fortemente personale, e anche gli autori che rifiutano l’io finiscono comunque per usare la forma in modo straniato, cioè distante dal grado zero del senso comune, che non a caso concepisce la poesia come un genere difficile o oscuro. In questo senso la poesia moderna è un sintomo, esprime la logica profonda di un’epoca segnata dall’individualismo. Invece da un punto di vista pratico finisce per soccombere a questa stessa logica, perché il risultato ultimo di un simile processo è la moltiplicazione delle monadi. A tutti interessa esprimere la propria differenza, a pochi interessa leggere la differenza altrui. Il nostro genere ha vissuto questa contraddizione molto prima che la televisione via cavo o internet la rendessero popolare fra le masse e oggi paga il proprio radicalismo e la propria lungimiranza con l’emarginazione dalla vita collettiva.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Una forma d’arte, una delle tante, l’unica che mi riesce praticare decorosamente.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Fra i grandi poeti del canone moderno, Leopardi, T.S. Eliot, Wallace Stevens, Montale. Fra i poeti italiani del secondo Novecento soprattutto Sereni e Fortini, ma in un’altra fase della vita, oggi non più. Fra i poeti delle generazioni che precedono la mia le influenze sono state molteplici e sono cambiate nel corso del tempo. Negli ultimi anni il poeta da cui ho imparato di più è Carlo Bordini. Ma gran parte degli autori che mi hanno influenzato non hanno scritto poesie.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

La posta di ingresso è bassissima. Basta saper scrivere, e neanche tanto bene. Da questo punto di vista è molto più difficile suonare in un gruppo, disegnare fumetti e persino dedicarsi al romanzo.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

È un fenomeno che riguarda tutti i paesi occidentali avanzati, fa parte della logica della poesia moderna ed è inevitabile (vedi punto 1).

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

È inevitabile che la poesia venga letta poco. O almeno: è inevitabile che la poesia seria, lontana dal senso comune, venga letta poco (vedi punti 1 e 8).

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Bisogna soprattutto dire che cosa non bisogna fare. Bisogna evitare le scorciatoie divulgative. Ce ne sono due, entrambe sbagliate. La prima pretende di dare subito, al lettore ingenuo, la poesia che il lettore ingenuo può capire, con la scusa che si tratta comunque di poesia, e che in questo modo alcuni dei lettori ingenui si appassioneranno a scritture più complesse. Non accadrà mai: l’educazione estetica non funziona così, e quando è condotta in questo modo educa solo al midcult, che è l’antimateria dell’arte autentica, il suo nemico peggiore. La seconda, che si lega spessissimo alla prima, pretende di divulgare poesia attraverso lo stereotipo della poesia: il sentimentalismo, le metafore topiche, le anafore topiche, tutto il bric-à-brac del poetese. Anche in questo caso il risultato è tremendo. E infine, oltre a evitare le scorciatoie divulgative, bisogna evitare di credere che l’impopolarità della poesia dipenda dal fatto che finora la poesia moderna è circolata sotto forma di testo scritto destinato alla lettura solitaria e silenziosa, mentre oggi lo sviluppo dei media ha reso possibile riscoprire la dimensione della performance, potenzialmente più popolare. Non ho nulla contro chi recupera l’aspetto teatrale e musicale che la poesia ha avuto in altre epoche, ma mi pare evidente che il pubblico che segue queste tendenze sia di nicchia esattamente come quello della poesia destinata alla lettura silenziosa. Una nicchia diversa, un po’ più grande forse e un po’ più distratta, ma nulla di paragonabile a ciò che può ancora succedere nel romanzo.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Gli instapoets sono un fenomeno molto interessante da un punto di vista sociologico. Finora la poesia aveva perso il mandato sociale e proprio per questo ignorava il masscult e conosceva il midcult solo in forma marginale (Neruda, Gibran, Hikmet, Merini). La perdita del mandato sociale aveva preservato il nostro genere da una commistione che nel romanzo è diventata comune, perché è un effetto inevitabile dell’allargamento dei lettori dovuto alla scolarizzazione di massa. Minoritari nella scrittura in versi, il masscult e il midcult poetici erano finiti in un’arte limitrofa, cioè nei testi delle canzoni. Oggi i social network sembrano aver creato le condizioni perché il midcult e il masscult entrino in poesia. In questo senso gli instapoets non aumentano la possibilità di avvicinare nuovi lettori alla poesia seria. L’educazione all’arte seria non funziona in questo modo (punto 7).

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Si leggerà più poesia cattiva.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

È una domanda che non ha senso da quando non si pensa più il testo come un’unità fatta di versi regolari, ovvero da quando esiste il verso libero, più o meno. Ciò detto, l’endecasillabo più bello della letteratura italiana è «nulla nessuno in nessun luogo mai», senza discussione.

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati
Foto di Dino Ignani

Guido Gozzano


Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.

Io piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.

A ciascun passo mi rivolsi indietro,
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.

Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sé romita,
e visse quella vita che non vissi.

Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.

Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,

sorrido e guardo vivere me stesso.

Tutte le poesie (Mondadori, 2016)

Matteo Meloni

a Fabio Pusterla

 

Che cos’ha in comune con noi
questa frangia di Alpi
radiosa e grande
che pare lì ferma aspettare da secoli?

Le sue incurvature, la roccia tagliente
mandano talvolta segnali, barbagli
sinistri e seducenti, attendono chete
il momento propizio.

Verrà un giorno una nube di aria
e di terra, si staccherà lucente
dalla montagna, verrà
a riprendersi quel che le appartiene,
la pietra il legno le case il torrente –
e noi con lei transumanti in un sonno
perpetuo: la fatica, il vento,
la neve.

 

© Inedito

Alessandra Palombo


Femminicidi

Figurarsi fiori,
farfalle, felicità,
fantasticare feeling,
focalizzare fallocrazia,
flagelli femminili,
femmine falciate,
febbricitanti follie,
ferite,
feroci
frustrati
fottuti falli falliti.

 

Poesie in tautogramma (Interno Poesia, 2018)

Foto di Roberto Ridi

Attilio Bertolucci


Emilia, ormai scurisce il tuo frumento
e il papavero esce a fare il bullo
e le viti mettono tenere ricci
e la sera i biancospini illuminano le stradette
dove non passano che tante biciclette.
Emilia, ormai le tue donne fioriscono le contrade
di nuove toilettes, e le rose rosse nei giardini
ascoltano quei pazzi usignoli querelarsi
senza ragione, come i soprani nelle opere.
La primavera era di una malinconia
sino a pochi giorni fa…
Ma venne il sole e si fa
come una ragazza a passeggio con un giovanotto:
ride di tutto negli occhi chiari.
Emilia, la tua calma ci ha stregati.

 

Le poesie (Garzanti, 2014)

Isabella Leardini

Questo testo è tratto da Domare il drago (Mondadori, 2018) ed è stato scritto da quasi 100 mani, durante un laboratorio di poesia con due classi prime in una scuola professionale. Dovevano scrivere d’istinto tante metafore sul cuore, per ognuno ne ho scelta una, le abbiamo composte come una partitura. Alla fine ognuno ha letto il cuore di qualcun altro.

 

Il mio cuore è un arco che scocca la sua unica freccia
il mio cuore è un piccione viaggiatore
il mio cuore è una giornata senza sole
il mio cuore è un anello inciso
il mio cuore è spezzato dal vento
il mio cuore è un giocattolo usato
per troppo tempo

il mio cuore è come il vetro sensibile agli urti
il mio cuore è un disastro naturale
il mio cuore è un palazzo pronto a crollare
il mio cuore è una strada sterrata
il mio cuore è una madre spaventata

il mio cuore è un torsolo
il mio cuore è un limone
il mio cuore è un tamburo
il mio cuore è un campo minato
il mio cuore è un foglietto stropicciato
lasciato in un angolino
il mio cuore è un apparecchio difettoso
l’ho spento

il mio cuore è un tatuaggio
il mio cuore è una canzone
il mio cuore è un oggetto impazzito
il mio cuore di te era abituato
il mio cuore, come un soldato armato

il mio cuore è un parco giochi
il mio cuore è un parco giochi di notte
il mio cuore è una finestra
il mio cuore è una finestra aperta in estate
il mio cuore è una finestra dove chiunque si affaccia
e vede sempre le stesse cose
il mio cuore è una stanza
messa sottosopra

il mio cuore è una giornata fredda
il mio cuore è un termosifone
il mio cuore è come la neve
il mio cuore è fatto di sapone
il mio cuore è finto come un sorriso
il mio cuore è cattivo come una piuma
il mio cuore è un anziano davanti a un cantiere

il mio cuore è impossibile
il mio cuore è come l’estate
il mio cuore è una stanza buia
il mio cuore è come una mela divisa a metà
il mio cuore è una grattugia
il mio cuore è un temporale
il mio cuore è un pesce fuor d’acqua
il mio cuore è come un bambino il giorno di Natale
il mio cuore è un dono

il mio cuore è il treno in anticipo
il mio cuore è il freddo in anticipo
il mio cuore è una porta chiusa
e pochi hanno la chiave per entrare
il mio cuore è l’ordine messo in disordine
il mio cuore è un labirinto
il mio cuore l’hai salvato
come si salva un cane abbandonato

il mio cuore è una cartina
che non hai mai guardato
il mio cuore è una canzone
che hai sempre ascoltato
il mio cuore è una coperta
il mio cuore è un mappamondo
il mio cuore è un portiere senza mani
il mio cuore è una fetta biscottata
che cade dalla parte della marmellata

il mio cuore è un dromedario
il mio cuore è un continente
il mio cuore è in estinzione
il mio cuore è sempre aperto
il mio cuore è una costellazione
il mio cuore è nulla rispetto al tuo cuore
il mio cuore è perfetto perché dentro ci sei tu

 

Foto di Giulio Malfer

Norbert C. Kaser


sto per avere un bambino
un bambino sto per avere
testa rossa color uva
i piedini giallo birra
le manine oro gewurztraminer
& il corpo trasparente
come grappa bianca

voglia di tutto
& anche di niente

un bambino sto per avere
non piange mai
balbetta dolcemente
sempre umido
& bagnato
il culetto del bambino

sono un tino

 

Rancore mi cresce nel ventre. Poesia & prosa 1968-1978 (Edizioni alpha beta Verlag, 2017), traduzione dal tedesco di Werner Menapace

Antonio Riccardi


Solo una volta ho visto piangere
mio padre, una sola al principio
della sua tenebra e mai più.

Piangere come piange chi si oppone
da solo alla vita che si disfà
inclemente, ormai paurosa.

Nessun armistizio nella discesa
nessun risanamento a portata.
Solo io che mento sul futuro.


Tormenti della cattività
(Garzanti, 2018)
Foto di Dino Ignani