Francesca Serragnoli


Questa reticenza invade il mare
offre tè alle distanze alle rive
che increspano le dita nella tazza
raccolgono la schiuma con la lingua
il tuo cuore ridesta la mano a cobra
intravede l’acqua ricamata di brividi
sinuoso argomento che gira nello scheletro
il caos d’essere attraversati
da un altrui penoso silenzio
non più attraenti per alcun agguato
la medaglia del volto brillare a vuoto
con quel rintocco che lacera la piazza.

 

Inedito di Francesca Serragnoli

Simone Di Biasio

La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli,
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.

Salvatore Quasimodo, “Giorno dopo giorno”

Vivere ha l’altezza della cucina o del telefono
lungo il corridoio in cui la casa lascia forma
sulla tua vecchia schiena e tu curva in avanti
sgrani gli occhi sgrani i rosari, tu piena di grazia
cerchi nella credenza gli affetti personali
e l’artrosi che di te si nutre t’ha fatta davanzale
da cui ci possiamo affacciare, guardare fuori
o aspettare che faccia giorno dai tuoi occhi verdi.

 

Inedito da Panasonica (in pubblicazione per “Il Ponte del Sale”)

Arzachena Leporatti


quello che non sai di me te lo dico piano
(è rimasto poco da dire)
te lo spingo delicato
fra le orecchie e il collo
e tu lo afferri
lo ripeti senza parole
lo tieni stretto a te
lo comprendi
siamo uguali
pezzi di carne
emozioni
brividi
paure che si nascondono per rimpicciolirle
quello che non so di te
(forse un po’ di più)
non voglio saperlo
voglio sorprenderti in forme diverse
a sentire questi stessi sussulti
piegarmi in due per le fitte al petto
e pensare
stai tranquilla
è solo il cuore

 

Anatomia di una convivenza (Interno Poesia, 2018)

Giacomo Noventa


El saòr del pan, e la luse del çiel
Gèra inçerti prima de tì.
Ancùo me par una grazia el me pan,
E me continuo, vardando nel çiel.
Ancùo so che Dio no’ pol esser
Lontan da mi:
E ch’el xé dapartuto.
Mi te strenzo: e, cô i me brassi te perde,
Mi te çerco e te trovo partùto.

 

*

 

Il sapore del pane, e la luce del cielo
Erano incerti prima di te.
Oggi mi sembra una grazia il mio pane,
Ed è un continuarmi, guardando nel cielo.
Oggi so che Dio non può essere
Lontano da me:
E che è dappertutto.
Io ti stringo: e, quando le mie braccia ti perdono,
Io ti cerco e ti trovo dappertutto.

 

Versi e poesie (Marsilio, 1996)

Fabrizio Cavallaro


C’è un tempo per l’amore giovane,
un corso di fiume che s’impenna
al limitare della foce, poi rientra
nel letto di ogni insonnia plausibile
ogni ritorno al batticuore primario,
il tempo in cui l’adolescenza rimane
strascico appeso alla corsa
velo bianco di sposa che si sporca,
dopo si osserva la scia di cometa
con occhi spalancati e pazienti.

 

Estività (Ensemble, 2018)

Franco Buffoni


Giornale deca croissant

Ragionano, blandiscono, promettono
Con fare complice e bonario:
Si permettono. Il capolavoro forse è proprio
Diventare vecchi e non adulti
Aspettando mezzogiorno al caffè,
Giornale deca croissant
Defunto lo sguardo.
Di quando il vecchio preside mi disse
Non aveva mai avuto un amico
Con cui confrontarsi, sempre frenato
Dal timore che la sua autorità
Potesse produrre favoritismi.
Ma ora con la pensione
Si sentiva più sicuro,
Poteva darmi del tu.

 

La linea del cielo (Garzanti, 2018)

© Foto di Dino Ignani

Fabrizio Falconi


sto ad un certo punto del sonno
tra sonno e veglia
ad aspettarti e puntualmente arrivi
a sbarrare la porta,
non vuoi tenermi e non vuoi
lasciarmi andare, senza dire
e senza tacere, come un sibilo
di vento trattenuto dalle onde
tutto è lucente e spazioso
ma non appare nulla di atteso,
copro la testa col cuscino
spingendo via il resto di te
che rimane e resto indeciso
se entrare, resto in bilico
come un geranio sul balcone
come una vela prima dell’orizzonte,
nessuno mi ha avvertito
che avrei solamente sognato
avrei solamente dormito
avrei vegliato
come solo gli insonni e i morti
possono fare.

 

Nessun pensiero conosce l’amore (Interno Poesia, 2018)

Chiara Piscitelli


Via dello sguardo

Hai sognato che ero d’altri.
Com’è semplice ora spiegarti che un sogno può restare disatteso
e a noi tocca l’appartenenza alla fine.

Sono venuta per questa pena che ti abbuia il viso
la via dello sguardo
dove la mia insicurezza è saldata alla tua
e tu smetti di dire e sognare
perché parlare crea mondi, piani non finiti
che noi non abitiamo.
Vedi, ho sognato che potevo essere d’altri
ma se c’è un tempo in questa vita
io l’ho misurato tutto sul tuo polso
al termine di una notte in cui in due
si è resa possibile l’alba in una stanza.

 

© Inedito

Guido Ceronetti


Esili giorni dell’oscurità
E il disastro degli esseri attraente
Della carne estenuata l’eco e il timbro
Tra le rovine sue risuscitando

Che una poesia di amante li raccolga
Lettrice dei bei segni desolati
Quanti ne fai coltello del miracolo
Dei contatti infiniti tra miserie

Da gola rotta esce la pietà
E scruta le macerie fulminate
Della luce negli occhi delicati
E il suo tormento tra le mani cieche

Le troppe mani che in solitudini
Parricide incarnate trepidano
E i visi enormi d’uomo e di materia
Sfigurata che vivono nell’uomo

Che una poesia capace li raccolga
Sulla lingua della sua lacrima

 

Sono fragile sparo poesia (Einaudi, 2012)

Foto di Giosetta Fioroni

Antiniska Pozzi


Amavo (una volta)
un comunista
ma lui forse
in ultima istanza
amava più il comunismo
di me

Perché era un amore
di gioventù
e quelli si sa che non hanno
rivali
neppure le mogli
neppure i figli

Hanno a che fare con l’identità
e lui
quando si guardava allo specchio
vedeva un comunista

una volta si tagliò i baffi
e per poco non ne morì
anche lo specchio impazzì
voleva smettere di riflettere
ma per alcuni è difficile farlo

difficile vedersi differenti
da come si è
e lui era un comunista
un comunista vero
di quelli che li trovi solo nei libri
nella teoria

lo amavo e poi è morto
– qualcuno ha detto –
come il comunismo

 

Amavo (una volta) un comunista (LietoColle, 2018)