Raffaele Carrieri


La poesia

La poesia non è pazienza
E non è impazienza.
La poesia non è scrivania
E tanto meno carta.
La poesia è speranza.
Amata o disamata
Produce gelo fuoco
E un certo vuoto
Nel quale uno si riconosce
E un altro fugge.
La poesia non è lana
Per la testa fredda
E solo riscalda
La mano aperta.
La poesia è un ponte
Che sta per cadere
E mai non cade.
La poesia è in alto
E anche in basso
Dove crescono semi
Fiumi e vermi.

 

Poesie scelte (Mondadori, 1976)

Anna Belozorovitch


Usucapione

A volte, quando allo specchio nuda
m’asciugo o mi preparo o mi curo,
mi tiene assieme un unico pensiero:
che quella superficie è altrui,
che ogni forma è donna perché un corpo
un giorno, o più volte, l’ha avuta.
Mi sento, allora, come chi gratuitamente
vive in casa d’altri a patto di curarne la tenuta.
M’asciugo e mi preparo e mi curo
sperando di restituirmi a te e d’essere abitata.
Mi amo, allora, nella misura in cui
ogni mia forma attende d’essere amata.
Mantengo acceso il fuoco nella tua assenza,
lucido i vetri, tengo sgombro il salone:
in questa casa senza eredi nulla
deve mancare in una lunga permanenza.
Occupo, col terrore dell’usucapione.

 

Il pesce rosso (Il seme bianco, 2018)

Marcello Fois

Congedo

Parti da te, figlio… da quello che sei.
Bisogna morire per imparare?
Mi chiedi.
Sì, figlio, per imparare qualcosa deve morire.
Tu non lo sai e non devi saperlo,
ma il cuore, con l’età, si restringe.
Non è più tanto capiente, immenso,
come all’inizio dei giorni.
Tra non molto gli abbandoni conteranno anch’essi.
Ma ora il tuo cuore è una piazza sconfinata,
e ti fa credere che sopravviverai
senza dover rinunciare a niente,
capirai, col tempo, quanto sia difficile trattenere
ogni cosa, ogni pensiero, ogni persona…
Sei nell’euforia di tutti gli inizi.
Qualcuno dovrà morire perché tu viva.

Domani, quando chiamerai, io non ci sarò,
ma solo perché tu possa esserci,
quando chiameranno te.

 

L’infinito non finire (Einaudi, 2018)

Sandro Pecchiari


Ordine

detto così
sembra non ci sia
un destino
se sminuzzi la vita
e la strattoni
in date, voli
e arrivi e ritorni

così calcoli gli sguardi
e soppesi le carenze
e le riordini
assieme alle tue calze
e alle parole

anche l’amore?
anche quello
e il suo fluire
sta in una casella
dell’agenda

 

Scripta non manent (Samuele, 2018)

Giulia Martini


Marta non m’ama ed io non l’amo. Pure
cosa rimane nella nostra vita
da quando disse – Tra di noi è finita –
è un’apocalisse con figure
michelangiolesche, botticelliane.

Le primavere botticelliane –
che sembra lei quella chiamata Flora –
potessi almeno rivederla ancora
al plenilunio, tra le ipecacuane.
Ma se la rivedessi, che direi?

Ma se la rivedessi, che direi?
È una domanda che mi faccio indarno
mentre attraverso i ponti sopra l’Arno
pieni di sampietrini e di cammei
d’onice incisa come Dio comanda.

Resto indecisa – come Dio comanda –
tra vivere e morire o continuare
a leggere e ripetere e amare
le mie abitudini di laureanda
in Letteratura contemporanea.

Ma Marta non mi è più contemporanea –
ormai declina a un lontano passato
la rondine il futuro trapassato –
curiosa ancora ma già estranea
come galassia in allontanamento.

Di quel tuo passo in allontanamento
non mi dimentico le calzature
Vans, e che va di moda la texture
sulle Dottor Martins – e non commento
il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte
come una martire preraffaellita
e che mi disse – Tra di noi è finita –
usandomi una voce aspra e forte
quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta
a queste vie simmetriche e deserte
rimettere le rime che ci ha inferte
la nostra ingiusta vita incombusta.
Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.

 

Coppie minime (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Marco Gennai

Tiziano Scarpa


Poesia scritta dalle parole #9

Non sei credibile
perché sei maschio.

Làsciatelo dire da noi parole
che in italiano infatti siamo femmine
la nostra desinenza è femminile.

(tra l’altro, è indicativo
che il sesso delle parole stia alla fine,
sulle estremità. Sarebbe come avere
cazzi e vagine aperte
sulle mani, sui piedi,
invece che protette fra le cosce
di due sillabe interne,
per esempio lamApad,
sofOfitt, temApest,
oppure sul cocuzzolo
Ofuoc, Aguerr, Efulmin, Odisastr)

Qualunque cosa dici
sei maschio quindi porco
puerile irresponsabile
ambizioso narciso.
E anche se soffri sarà sempre meno
della sofferenza femminile
che infatti è femminile.

Se il dolore è maschile
è perché è inferto dai maschi.

Lascia che siamo noi a rappresentarti,
a farti da avvocate.
Ogni riga è un processo
intentato da noi nei tuoi confronti
e questo ti conviene
perché mostrarti accusato
ti procura indulgenza
se non proprio una vera assoluzione.

 

Le nuvole e i soldi (Einaudi, 2018)

Manuela Dago


Il cuore è un osso duro

non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto

 

Poesie che non mi stavano da nessuna parte (Sartoria Utopia, 2017)

Vincenzo Mascolo


Oh Queneau
Queneau
ma dimmi, a cosa servono i poeti
e tutta la fatica quotidiana
per svellere dall’ombra le parole
Queneau, sai dirmi a cosa può servire
se i loro corpi vedo evaporare
come la rugiada del mattino
se i poeti attraversano invisibili
la linea luminosa del mattino.

 

Q. e l’allodola (Mursia, 2018)

Mario Benedetti


Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 

Tutte le poesie (Garzanti, 2017)

Foto di Dino Ignani

Federica D’Amato


Primavera

Come se oggi non fosse
anche l’autunno o la brina
fresca di collana cascata dagli inverni,
come se non entrasse oggi
anche in noi di noi ogni momento
di quella nostra ampiezza, fine
o inizio, gli incontri dell’estate,
nome bruciante strada
che porti fino alla collina se
tu sei oggi il mite sfogliarsi
d’ogni cosa, il puppare miele
di cristo il suo riposo nel lino:

non declinare,
non andartene
se puoi
dal lento nascere
di questo equinozio.

 

A imitazione dell’acqua (Nottetempo, 2017)