Giovanna Rosadini


Inautunnarsi, nel presagio
di un nuovo inverno: qualcosa
ancora riluce dal fondale opaco
dell’estivo tempo sfinito, estinto.
Lasciarsi accadere come in sogno,
portare da questo vento improvviso
latore di tempesta, che sia,
che ci riporti la vita odorosa
di buono, fragrante e ripulita:

nuvole alte e compatte sopra
la verdeazzurra maestà del mare,
lo sguardo ora libero si allunga
nell’aperto orizzonte sgomberato,
e la linea di volo dei gabbiani
che si disegna, larga, in controluce
pare annunciare, nell’aria sottile,
silenziosa, un brivido inatteso,
la parvenza alata di un sorriso.

 

Inedito

Foto di Samantha Faini

Sergio Sbrollini


Il mio compleanno

Oggi è un giorno buono
per vedere gli amici,
per sapere con loro
la mia vita che passa.

Vecchi amici che narrano
primavere svanite
hanno nei compleanni
cari gesti d’infanzia.

Scorrerà triste vino
dalle cose perdute,
dolce da un rubinetto
che nessun saprà chiudere.

E gli amici ormai giungono
con le stesse mie rughe.
Io già mi sento andare
a pensieri che struggono.

Bruna che ridi e altri versi (Palomar, 1992)

Linda Laffi


E mi portavi sulle spalle
in alto, più in alto
a toccare gli stipiti
– avevi mani grandi
da starci tre volte dritta sui palmi –
e poi l’inciampo, l’impronta sullo specchio –
una firma in polvere
che nessuno si azzarda mai
a puntare o a parlarne
ma resta nei giorni,
così ti tengo, così rimani
ancora a me.

Inedito

Francesco Ottonello

foto di Michele Milani

Alluvione a Capoterra

Nonna ancora si aspetta una ragazza
mio padre si è fatto sempre più piccolo,
io verterò a te rappreso nel tuo
acerbo, nel tuo vero, per la vita

l’acqua si riprendeva la sua terra
io e mio fratello salivamo sui tetti
di corsa in casa abbracciando la madre,
ancora ferma, nell’isola, terra

ma niente rimarrà piantato nei ricordi
quattro generazioni e poi via,
poche parole quelle che straripano
noi che attendiamo dopo un addio.

Isola aperta (Interno Poesia Editore, 2020)

 

Antonella Anedda


Nuvole, io

I.

Il documento viene salvato, lo schermo torna grigio,
lo stesso grigio topo del cielo.
Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica
ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome.
Al massimo lo declino al plurale. Dico noi
e mi sento falsamente magnanima.
Dire voi e tu mi dà disagio come accusare.
La terza persona mi confonde ogni volta con il sesso.
Alla fine torno all’io che finge di esistere,
ma è una busta come quelle usate per la spesa
piena di verdure o pesce surgelato.
Io con l’io mi nascondo
chiamando a raccolta quello che sappiamo:
abbiamo paura, ancora non è chiaro come finirà la storia.
Dunque riapro la finestra dello schermo,
ritrovo il documento, esito davanti alla tastiera.
Salvo in una nube l’insalvabile.

Historie (Einaudi, 2018)

Foto di Dino Ignani

Giulia Fuso


Se producessi una sintesi
delle parole da non pronunciare
in questa situazione complicata
userei uccello o pollo
magari grissino o pièce
inspiegabilmente, da brava
userei sette lettere per svuotarmi
pulire la zona grassa degli eventi
niente di simbiotico o cresciuto
nella malattia che ci siamo voluti,
tutto stretto intorno all’osso di pollo
la forcella del buon augurio
che non tengo in mano
da tredici giorni.

Inedito

Clemente Rebora


Tempo

Apro finestre e porte –
Ma nulla non esce,
Non entra nessuno:
Inerte dentro,
Fuori l’aria è la pioggia.
Gocciole da un filo teso
Cadono tutte, a una scossa.

Apro l’anima e gli occhi –
Ma sguardo non esce,
Non entra pensiero:
Inerte dentro,
Fuori la vita è la morte.
Lacrime da un nervo teso
Cadono tutte, a una scossa.

Quello che fu non è più,
Ciò che verrà se n’andrà,
Ma non esce non entra
Sempre teso il presente –
Gocciole lacrime
A una scossa del tempo.

 

Le poesie (Garzanti, 1999)

Cristina Campo


Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove il sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

La tigre assenza (Adelphi, 1991)

Federica Picaro


Per tentare la luce del giorno
risaliremo il traffico dei morti –
ci vedranno tornare
quelli che stanno sull’orlo
e non temono, reggendosi
a stento, seduti lungo
il fiume di una città d’arte,
Gounod, ripetevi, la musica
lasciava seccare le labbra,
si vedevano fili d’erba tra i denti,
una nuova vita avanzava,
morente anche quella,
ma lungo il fiume di una città d’arte
col notiziario acceso (sopravvivenza, gridava,
per sospette calure estive),
niente marciava al suo posto,
neanche Gounod, a stento si reggeva.

 

È così che ci incontriamo (Kipple Officina Libraria, 2020)