Franco Fortini


Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padri che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma piú c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.

 

L’ospite ingrato (De Donato, 1966)

Eleonora Rimolo


Come scende la vita queste scale
come si sottrae all’incontro, come
affonda dentro la ferita cava, pulsante
quando terminato il giorno guaisce
il cane disperato col seme in eccesso.
Vorrei che fossi tu, vorrei
che nulla restasse inviolato,
bere quanto trabocca ed infine

ubriachi, prossimi alla partenza
con le code che salutano e le lingue
asciutte, noi educati viaggiatori noi
bestie turbate, incontaminate.

 

La terra originale (LietoColle, 2018)

Foto di Daniele Ferroni

Mary Barbara Tolusso


Molti se ne sono andati, singoli individui,
famiglie intere, generazioni di tetti a punta
che si spingono. In sogno li dipingo
alla Van Dick, con una luna poco
lunare. Tubature, soppalchi,
pareti non sono più che rammendi.
Lo spazio dà rilievo al soggetto,
una civetteria dell’epoca, una fine
di diaboliche impertinenze.
Le stagioni morte diventano eterne
e durano sempre più a lungo. Vanno
ripetendo che hanno avuto un cuore
con gli occhi fissi al sogno. Ma la vita
mica è una questione di cuore.

 

Disturbi del desiderio (Stampa2009, 2018)

Verusca Costenaro


Solitramonti (al mondo)

Pare che senta soltanto
le mani e i piedi
Sofia quando sale tra monti.
S’infila negli anfratti degli abbracci
di fuoco, culla il passo e il riposo
sui palmi di un fiore
colore che nasce bruciante negli occhi,
si partorisce all’ombra dell’ultimo raggio
dal sole ricava coraggio
per nuove salite
tra soli tra monti.
Sofia non regge
le soglie del buio, soffia aurore
nei volti, sbuccia croste dai cuori
più soli.
Non mette al mondo clamori Sofia,
mette al mondo sé stessa.

 

Sofia ha gli occhi (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Francesco Spagnuolo

Alessandro Bergonzoni


Amor abbeverato
alza comunque le mani,
ti son dietro.
Ho una pistola in vita
poi tu la erediterai
quando non ci sarò più.
Slacciare
è da concubine
da barellieri
da chiunque scenda alle mani.
Nasconditi
tra le tue braccia
come un pavimento
tra i piedi.
Impara a correggere ciò che è giusto:
fa che l’errore l’ammiri.
Operati da sveglia
fa’ che diventino tuoi
tutti i bambini senza mondo,
e poi mangiali,
in segno di fierezza.
Per averli protetti
dentro.

 

L’amorte (Garzanti, 2018)

Francesco Vasarri


Erano quindi (ormai è chiaro) larve,
erano quelle. Bianche, indisponibile
lavorìo delle zanne, di mandibole.

Ora nel bolo pallido sarebbe
sangue e inchiostro e il momento
per qualche aggiornamento intorno al teschio,

per una deviazione attorno al teschio.
Perché, pur troppo avide di carne
queste larve, le pavide,
non sono brave a masticarlo
il tempo.

 

Don Giovanni all’ossario (Anterem, 2016)

Silvia Salvagnini


adesso non ti piace
come lavo i piatti
né come asciugo il lavandino.
una sera di festa
è un motivo sensazionale
per non starmi vicino a parlare
non mi vieni a cercare
proponi di fare un film
alla mia amica più normale.
non posso più stare
con i piedi rannicchiata
con la testa fuori dal finestrino
a digiuno
a mangiare biscotti in giardino
non posso per te più stare
se non immobile
senza respirare.

 

Il seme dell’abbraccio. Poesie per una rinascita (Bompiani, 2018)

Valentino Zeichen


Lunedì 1° novembre

Se non fossi un fottuto moralista
scriverei da ebbro
invece scrivo da sobrio
e la spia ne è l’esito noioso.
Pranzo in solitudine
e mi soffermo su
un dolore ignoto.
Bevo vino rosso
sulla carne rossa
come un macellaio.
Siccome m’ubriaco
ci metto tanto
anche a scrivere
una mediocre poesia.

 

Diario 1999 (Fazi, 2018)

Foto di Dino Ignani

Eleonora Pinzuti


E allora?

Lo ripetevi spesso, come poco si potesse.
Eri di quelli che ti guardavano la fronte
a viso aperto, dritto, serio (troppo austero, a volte);

nell’ultima passeggiata volesti che andassimo
sulla spiaggia. Zoppicavamo assieme,
con i piedi affogati nella sabbia.

Ti tenevo forte senza te ne accorgessi
mentre vedevo il vento che ti spazzolava il mento.
Mi indicasti la villetta dove conoscesti Liliana,
dove vivesti la malaria con la forza intonsa
della giovinezza.

Urlavano i gabbiani alti, grandi, avorio
come le tue mani.
Le baracche vuote, la stagione che ti avrebbe
portato altrove ancora un po’ lontana
(per poco).

«E allora?» ripetevi sui sentieri di Senzuno,
e forse anche mentre ti tuffavi, nel luglio del ʼ41
salvandoti per un soffio dall’affondamento
dell’incrociatore Colleoni. Ti levasti da quel gorgo
a bracciate larghe.

A vederti, alto e intero, parevi della razza dei leoni,
di quelli che hanno vissuto senza parole,
senza il fardello del destino.

Sapevi guardare la vita:
nuda, com’era,
e da vicino.

 

Con figure (Zona, 2018)

Marco Pacioni


senso spossato
viso cercato
già partito
lo slabbro sul vetro
se tu ti ostini
e segni
l’orlo del vaso

più grande d’amore
è poesia
che respira anche senza fiato
beltà rende
anche quando canta
il suo contrario

 

Lo sbarco salato del risveglio (Interno Poesia, 2018)