Ronny Someck

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Signor Auschwitz

È difficile sgelare dal ricordo il blocco azzurro di ghiaccio
rappreso nei suoi occhi, le cifre tatuate sul suo braccio
e la cinghia con cui frustava la donna ch’era stata lì con lui
e che adesso tace in terrazza.
“Peccato” la sua voce diceva tagliente “che Hitler non abbia fatto straordinari”,
e nei vasi i cactus si aguzzavano come fili spinati
del campo da cui era scappato.
Il rivolo schiumoso dal pozzo avvelenato della bocca lui se lo nettava
nella bandiera della Festa d’Indipendenza, che restava sempre appesa da un anno all’altro.
“Signor Auschwitz” noi gridammo quando vennero a portarlo al manicomio,
e lui potè ancora infilarsi una mano nella tasca, scartare
le caramelle dal cellofan e gettarle verso di noi.

 

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), A. Rathaus

Yehuda Amichai

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Quand’ero bambino

Quand’ero bambino
i fili d’erba e gli alberi maestri s’innalzavano sulla riva
e per me lì disteso erano
tutti uguali,
perché salivano al cielo più in alto di me.
Avevo solo le parole di mia madre
come una fetta di merenda avvolta in carta frusciante
e non sapevo quando sarebbe tornato mio padre,
perché oltre la radura c’era un altro bosco.

Ogni cosa porgeva la sua mano,
cozzava un toro nel sole
e di notte la luce delle strade
accarezzava le mie guance e i muri,
e la luna, una grossa anfora, si chinava su di me
a spegnere la sete del mio sonno.

 

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. Ariel Rathaus