Natan Zach

Per la prima volta
comincio a dubitare
di riuscire davvero a raggiungere quaggiù
ciò che dentro di me
chiamai felicità.

Non ne avevo dubitato mai.
Ma una sera vuota di desiderio

mi insinua questo dubbio nel cuore.
Dubbio che certo conobbero anche
gli scalatori di alti monti

vedendo la bianca vetta innevata
con il petto vuoto di scalata,
vuoto di monti.

 

Sento cadere qualcosa (Einaudi, 2009), traduzione di Ariel Rathaus

Gad Kaynar

שפת אמי

 

כְּשֶׁנּוֹלַדְתִּי הָיְתָה שְׂפַת אִמִּי אֲסוּרָה

גַּם אִמִּי הָיְתָה אֲסוּרָה כִּי כְּשֶׁנּוֹלְדָה

נֶחְגְּגָה לֵדָתָהּ בְּשָׂפָה אֲסוּרָה.

וְהִיא מֵעַטָּה לֶאֱכֹל, וְהִשְׁתַּדְּלָה לָלֶכֶת

בַּצְלָלִים כְּדֵי לֹא לְהַטִּיל אֶת צִלָּהּ,

כְּדֵי שֶׁרְזוֹנָהּ לֹא יַזְכִּיר מֶה עָשׂוּ

אֵלֶּה שֶׁדִּבְּרוּ בִּשְׂפָתָהּ וּמֶה חָבָל

שֶׁלֹּא עָשׂוּ גַּם לָהּ.

וּכְשֶׁהָיִיתִי מִתְפָּרֵץ לַכְּבִישׁ וְהִיא

אָמְרָה תִּזָּהֵר בִּשְׂפָתָהּ הָאֲסוּרָה

הִכִּיתִי אוֹתָהּ

וְנָשַׁכְתִּי בִּבְשַׂר זְרוֹעָהּ כְּדֵי

לְקַעְקְעָהּ

כְּדֵי שֶׁיִּרְאוּ שֶׁאֲנִי לֹא

מִדּוֹבְרֵי הַשָּׂפָה הָאֲסוּרָה.

שֶׁדָּבָר אֵין לִי אִתָּהּ.

 

La lingua di mia madre

Quando sono venuto al mondo, la lingua di mia madre era vietata
e anche mamma era proscritta, poiché la sua nascita
era stata celebrata in una lingua bandita.
Mangiava poco e cercava di camminare
nell’oscurità perché non si vedesse alcuna ombra
perché la sua magrezza non rammentasse cosa avevano fatto
quelli della sua lingua e quale peccato fosse
che non l’avessero fatto anche a lei.
Quando mi buttavo in strada e lei
diceva Achtung nella sua lingua vietata
la picchiavo
e le mordevo la carne dell’avambraccio per
rimuovere il tatuaggio
e mostrare che non
è mia la lingua proibita.
E io e lei non abbiamo nulla a che spartire.

 

Traduzione in italiano di Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano

Rachel Bluwstein

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה

בִּבְדִידוּתִי‭ ‬הַגְּדוֹלָה‭, ‬בְּדִידוּת‭ ‬חַיָה‭ ‬פְּצוּעָה
שָׁעוֹת‭ ‬עַל‭ ‬שָׁעוֹת‭ ‬אֶשְׁכַּב‭. ‬אַחֲרִישׁ‭.‬
הַגּוֹרָל‭ ‬בָּצַר‭ ‬בְּכַרְמִי‭ ‬אַף‭ ‬עוֹלֵלוֹת‭ ‬לֹא‭ ‬הוֹתִיר‭.‬
אַךְ‭ ‬הַלֵּב‭ ‬הַנִּכְנָע‭ ‬סָלַח‭.‬
אִם‭ ‬הַיָּמִים‭ ‬הָאֵלֶּה‭ ‬אַחֲרוֹנֵי‭ ‬יָמַי‭ ‬הֵם‭ ‬‮–‬
אֱהִי‭-‬נָא‭ ‬שְׁקֵטָה‭,‬
לְבַל‭ ‬יַדְלִיחַ‭ ‬מִרְיִי‭ ‬אֶת‭ ‬כָּחֳלוֹ‭ ‬הַשָּׁקֵט
שֶׁל‭ ‬שַׁחַק‭ ‬‮–‬‭ ‬רֵעִי‭ ‬מֵאָז‭.‬

*

 

Nella mia grande solitudine

Nella mia grande solitudine, una solitudine di animale ferito
ora dopo ora io giaccio. In silenzio.
La mia vigna l’ha spogliata il destino e non un solo rampollo è rimasto.
Ma il cuore, ormai vinto, ha perdonato.
Se davvero sono questi i miei ultimi giorni
voglio esser calma,
perché l’amarezza non intorbidi il quieto blu
del cielo, mio compagno di sempre.

 

Poesie (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Sara Ferrari

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Natan Zach


Dal “Manuale del nomade”

Non scordarti di chiudere la finestra prima di uscire
non scordarti di chiudere la porta a chiave
non scordarti di baciare tua moglie sulla bocca e sull’orecchio
non scordarti di dondolare la piccola culla
senza spaventare il bambino.
Non scordarti la torcia elettrica
e portati dietro le batterie.
Tu sai quando parti
ma non quando tornerai.
Forse tornando la finestra sarà chiusa
e la porta di casa chiusa a chiave,
tua moglie non distinguerà i tuoi passi
e tuo figlio non saprà più chi sei.
Attento, o tu che parti per terre lontane,
non metterti in cammino se intendi
tornare.

 

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), trad. it. Ariel Rathaus

Natan Zach

Sfavorevole agli addii

Il mio sarto è sfavorevole agli addii.
Per questo, ha detto, non partirà mai più, non vuole
separarsi dall’unica sua figlia. Assolutamente è
sfavorevole agli addii.

Una volta ha detto addio a sua moglie
e non l’ha più rivista (Auschwitz). Disse addio
alle sue tre sorelle e anche loro
non le rivide mai più (Buchenwald). Una volta
disse addio a sua madre (il padre è morto
in età veneranda). Adesso è
sfavorevole agli addii.

A Berlino era in buoni
rapporti d’amicizia con mio padre. Bei giorni consumati
nella Berlino di allora. Quei maledetti
tempi sono passati. D’ora in poi
non partirà mai più. Perché lui
assolutamente è
(mio padre intanto è morto)
sfavorevole agli addii.

 

Sfavorevole agli addii (Donzelli, 1996)

Natan Zach

Non mente

In me il tuo corpo fa nascere fiori
un intero tappeto nel mio corpo

sarò la tua musica
tu sarai la mia

e se in sogno griderò aiuto
dormendo col cuore destro

sarai tu il luogo
in cui mi sveglierò

abbracciata, vicina, serena
rammentando giorni lontani:

una madre che sfiora appena
un padre dalle orfane parole

solo allora so
che tutto fu solo un sogno

i sogni raccontano fole
ma non mente la luce del giorno.

 

Sento cadere qualcosa (Einaudi, 2009)

Natan Zach

Per la prima volta
comincio a dubitare
di riuscire davvero a raggiungere quaggiù
ciò che dentro di me
chiamai felicità.

Non ne avevo dubitato mai.
Ma una sera vuota di desiderio

mi insinua questo dubbio nel cuore.
Dubbio che certo conobbero anche
gli scalatori di alti monti

vedendo la bianca vetta innevata
con il petto vuoto di scalata,
vuoto di monti

 

Sento cadere qualcosa (Einaudi, 2009), trad. it. A. Rathaus

Zelda Schneersohn


Ogni persona ha un nome

Ogni persona ha un nome
datole dal Signore
da suo padre e da sua madre
Ogni persona ha un nome
proposto dalla statura, dal sorriso sfoggiato
e da quel che indossa
Ogni persona ha un nome
datole dai monti
e dalle pareti intorno
Ogni persona ha un nome
pronunciato dagli astri
e dai vicini di casa
Ogni persona ha un nome
datole dai peccati
e inflitto dallo struggimento
Ogni persona ha un nome
assegnatole dai nemici
e dall’amore
Ogni persona ha un nome
datole dalle feste
e dal mestiere
Ogni persona ha un nome
affidatole dai tempi
e dalla vista scurita
Ogni persona ha un nome
Dato a lei
dal mare
e dalla
morte

 

Traduzione in italiano di Sarah Kaminski e Maria Teresa Milano

Yehuda Amichai

Cos’è esser donna?
Com’è sentire
il vuoto fra le gambe
e curiosità nella gonna, al vento estivo,
e impudenza nelle natiche.

Un uomo non può far altro che vivere
col suo strano fagotto fra le gambe. “Da che parte
preferisce che stia?”, mi domandava il sarto
misurandomi i calzoni senza un sorriso.

Com’è una voce integra, che non si spezza?
Com’è vestirsi e spogliarsi
fra languidi scivolii e carezze,
come vestendosi di olio di oliva,
spalmarsi il corpo di molle stoffe,
di qualcosa che è seta, brusio e un nulla di rosa o d’azzurro?
Un uomo si veste con rudi gesti
di strappo sempre più aspro,
angolosi ed ossuti, che staffilano l’aria.
E gli si impiglia il vento nelle ciglia.

Com’è sentirsi donna?
Quand’è il tuo corpo stesso a sognarti.
Le vestigia di donna sul mio corpo maschio
e le tracce dell’uomo sopra il tuo
ci annunciano l’inferno
che a noi si prepara
e la nostra reciproca morte.

 

Poesie (Crocetti, 2001), trad. it. A. Rathaus

Marina Arbib

ARBIB

Percorsa dal vento
La tenda si arrotonda sulla porta di casa
Come un ventre che porta frutto

*

Piogge lavano i muri
Lustrano le pietre del cortile
Gocciano nei catini
Gocce tintinnanti.

*

Alberi si ergono dal marciapiedi-
serpi lucenti
Si rizzano nella vetrina
tra i rotoli di stoffa cangiante

*

Melograno seccato dal sole
Voluttà riposta
Tra le pieghe della sua pelle
Invecchiata.

 

 

© Inediti di Marina Arbib