Pierre Reverdy


Colui che attende

E davvero l’autunno che ritorna
e si inizia a cantare
Ma nessuno
ci tiene
più di me
io sarò l’ultimo
Ma non è così triste
come avevano detto
questa stagione pallida
Un po’ più di malinconia
Per darvi ragione

Il fumo interroga
Sarà lui oppure tu
a tesserne l’elogio
prima che arrivi il freddo
E aspetto
L’ultima luce
che sale nella notte
Ma la terra discende
E non tutto è finito
Un’ala la sostiene
Per tutto questo tempo
In fin dei conti io verrò con te
A chiudere la porta
Se tira troppo vento

 

La maggior parte del tempo (Guanda, 1966) a cura di Franco Cavallo

Alfred Jarry


Non so se mio fratello mi ha scordato
Ma io mi sento immensamente solo,
Con la mia cara testa lontana, impallidita
Nel cercare un ricordo menzognero.

Davanti a me sul tavolo ho questo suo ritratto,
Non so se fosse bello oppure brutto.
Come una tomba il Doppio è vuoto e vano.
Ho perso la sua voce, la sua voce adorabile,

Giusta e che sembra fatta falsa apposta.
Forse l’ignora, postumo tesoro.
Viene evocata fuori lettera, di
Colpo distrutta penna e carezzevole.

 

Décervelage. Poesie patafisiche (e non) – (Nottetempo, 2015), a cura di A. Amerio

Julio Cortázar


Gli amanti

E chi li vede che se ne vanno per la città
se tutti sono ciechi?
Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.

Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.

Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 2018), trad. it. G. Toti

Yves Bonnefoy


Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,
Le sentiva innumerevoli, non cercava
Di dar loro un volto. Le occorreva
Non sapere, desiderando non essere.

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra
Davvero occorre l’approvazione degli occhi?
Pensano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga
A sventare senza posa troppi inganni!

Psiche aveva amato che il non vedere
Fosse come il fuoco quando avvolge
L’albero di qui degli altri mondi della folgore.

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto
Tra le mani, non l’abbandonava
Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

 

L’ora presente (Mondadori, 2013), trad. it. F. Scotto

André Frenaud


Paesaggio

Grande corpo disteso incerto,
ti vedo così da lontano
oltre i corvi e la cenere.

La grande pianura oblunga
e i pascoli profondi
le altezze delle tue anche
ove stilla un gentile ruscellare dell’acqua
montagna amata dalle api e dal vento
dal mio morto respiro, ricomposto attorno a te
per penetrare attraverso la bocca spalancata.

La vita di quaggiù non è la nostra,
distratto, ognuno, da antiche devastazioni,
ma quella della grave statua crespata che guardo,
sperduta in un movimento sabbioso.
La luce costeggia i burroni, si immerge
ed ecco che la nostra ombra si illumina senza menzogna,
aurora in cui tu ed io saremo per sempre confusi.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Albert Camus


Mediterraneo

I

Nel vuoto sguardo dei vetri, ride il mattino
Con tutti i suoi denti azzurri e scintillanti,
Gialli, verdi e rossi, ai balconi si cullano le tende.
Ragazze dalle braccia nude stendono panni.
Un uomo; dietro una finestra, il binocolo in mano.

Mattino chiaro dagli smalti marini,
Perla latina dalle liliali lucentezze:
Mediterraneo.

 

Rivista Poesia, N. 255 (Dicembre 2010), trad. it. Roberto Rossi Precerutti

Francis Ponge

La farfalla

Quando lo zucchero elaborato nei gambi emerge nel fondo dei fiori, come tazze mal lavate, – un grande sforzo si svolge al suolo da cui le farfalle di colpo prendono il volo.
Ma da quando ebbe ogni bruco la testa accecata e lasciata nera, e il tronco dimagrito dalla vera esplosione in cui presero fuoco le ali asimmetrice.
Da quel momento la farfalla erratica si posa più, se non alla ventura, o quasi.
Fiammifero volante, il suo fuoco non è contagioso. Del resto, arriva troppo tardi, e può solo costatare i fiori sbocciati. Non importa: comportandosi da lampista, verifica per ciascuno la provvista di olio. Depone sulla cima dei fiori il cencio atrofizzato che porta con sé e vendica così la sua lunga amorfa umiliazione di bruco ai piedi dei gambi.
Minuscolo veliero dell’aria maltrattato dal vento quale petalo in soprannumero, vagabonda nel giardino.

 

Il partito preso delle cose (Einaudi, 1979), trad. it. Jacqueline Risset

Gilbert Lely

 

Interno

Poiché l’ora è notturna e dicembre e si muore;
poiché fuori fa freddo e in casa c’è calore;
poiché il fuoco sonoro, chiaro, canta il suo canto
delle foglie e del vento al rumor somigliante,
e la neve sorniona e morbida attutisce
il tumulto inquieto che per la via fluisce;
poiché le tende grevi e nell’ombra assopite
ricadon con languore sui soffici tappeti
teneri come il sonno e la sabbia dei greti;
poiché come due sogni sono le nostre vite,
questa sera, due sogni che, dall’alba fugati,
fuggendo si sarebbero con delizia intrecciati,
e i nostri corpi tra l’ombra e la solitudine
si dissolvono in una squisita lassitudine, –
Cara, svestiti tutta: oh! la tua nudità
d’un regale splendore il buio illuminerà,
e noi scivoleremo, muti, nel nostro letto,
bocca su bocca, i tuoi seni contro il mio petto.
Ma casto scorderò tutti i cattivi ardori:
sì, io m’inebrierò soltanto dei tepori
della tua carne. E mentre la Notte con amore
poserà su di noi dell’ala sua il candore,
in un abbraccio immobile noi due ci stringeremo
e il gioco dolce e triste dei morti giocheremo.

 
Poesie scelte (Bibliopolis, 2002), trad. it. M. Bàino,V. Barba, E. D’Ambrosio

Max Jacob


Cappello

Uno stormo di piccioni sopra un melo,
uno stormo di cacciatori, niente piccioni,
uno stormo di ladri, niente mele,
non rimane che un cappello di ubriaco
appeso al ramo più basso.
Bel mestiere il mercante di cappelli,
mercante di cappelli di ubriachi.
Se ne trovano un po’ ovunque dentro i fossi,
sui prati, sopra gli alberi.
Ce ne son sempre di nuovi da Kermarec
mercante di cappelli a Lannion.
Il vento lavora per lui.
Da piccolo sarto quale sono
mi farò cappellaio,
il sidro lavorerà per me.
Quando sarò ricco come Kermarec
acquisterò un frutteto di mele da sidro
e dei piccioni domestici,
se fossi a Bordeaux berrei del vino
e me ne andrei a testa nuda sotto il sole.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Arthur Rimbaud

Sensazione

Le sere turchine d’estate andrò nei sentieri,
Punzecchiato dal grano, calpestando erba fina:
Sentirò, trasognato, quella frescura ai piedi,
E lascerò che il vento m’inondi il capo nudo.

Non dirò niente, non penserò niente: ma
L’amore infinito mi salirà nell’anima,
E andrò lontano, più lontano, come uno zingaro
Nella Natura – felice come con una donna.

 

The love book – Le più belle poesie d’amore (Mondadori, 2012), a cura di G. Casati