Jacques Prévert

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.

 

Poesie (Guanda, 2012), trad. it. M. Cucchi, G. Raboni

Marcel Proust


Lasciate piangere il mio cuore tra le vostre mani refrattarie,
il cielo scolorito fa appassire lentamente
il fiore dei vostri occhi chiari che quietamente
abbassa sul mio cuore le sue corolle affascinate.

Che le vostre ginocchia mi siano pacifico giaciglio,
vestito dei vostri sguardi avrò caldo per la notte
e, sorvegliante magico, il vostro afflato terrà lontano
tutto ciò che insudicia e ciò che schernisce e ciò che nuoce.

Il porto e i campi sono neri; dopo il giorno beffardo
la consolante notte viene intrisa di lacrime
e permeando di dolcezza la nebbia dispersa
i fuochi del desiderio di te si accendono nel mio cuore.

Poesie d’amore (Mimesis, 2018), a cura di R. Bertoldo

André Breton


Au beau demi-jour de 1934
L’air était une splendide rose couleur de rouget
Et la forêt quand je me préparais à y entrer
Commençait par un arbre à feuilles de papier à cigarettes
Parce que je t’attendais
Et que tu te promènes avec moi
N’importe où
Ta bouche est volontiers la nielle
D’où repart sans cesse la roue bleue diffuse et brisée qui monte
Blêmir dans l’ornière
Tous les prestiges se hâtaient à ma rencontre
Un écureuil était venu appliquer son ventre blanc sur mon cœur
Je ne sais comment il se tenait
Mais la terre était pleine de reflets plus profonds que ceux de l’eau
Comme si le métal eût enfin secoué sa coque
Et toi couchée sur l’effroyable mer de pierreries
Tu tournais
Nue
Dans un grand soleil de feu d’artifice
Je te voyais descendre lentement des radiolaires
Les coquilles même de l’oursin j’y étais
Pardon je n’y étais déjà plus
J’avais levé la tête car le vivant écrin de velours blanc m’avait quitté
Et j’étais triste
Le ciel entre les feuilles luisait hagard et dur comme une libellule
J’allais fermer les yeux
Quand les deux pans du bois qui s’étaient brusquement écartés s’abattirent
Sans bruit
Comme les deux feuilles centrales d’un muguet immense
D’une fleur capable de contenir toute la nuit
J’étais où tu me vois
Dans le parfum sonné à toute volée
Avant qu’elles ne revinssent comme chaque jour à la vie changeante
J’eus le temps de poser mes lèvres
Sur tes cuisses de verre

 

 

*

 

 

Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi piú profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già più
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

 

Poesie (Einaudi, 1967), trad. it. G. Falzoni

Oscar Vladislas de Lubicz Milosz


Tutto sarà esattamente come in questa vita. La stessa stanza.
– Sì, bambino mio, la stessa. All’alba, l’uccello dei tempi tra il fogliame
Pallido come una morta: le serve allora si alzano
E si sente il rumore diaccio e cavo dei secchi

Alla fontana. Oh terribile, terribile giovinezza! Cuore vuoto!
Tutto sarà esattamente come in questa vita. Ci saranno
Le voci povere, le voci d’inverno dei vecchi faubourg,
Il vetraio col suo canto alternato,

La nonna decrepita che da sotto la cuffia sudicia
Urla nomi di pesci, l’uomo dal grembiule azzurro
Che sputa nella mano consumata dalle stanghe
E grida chissà cosa, come fosse l’Angelo del giudizio.

Tutto sarà esattamente come in questa vita. Lo stesso tavolo,
La Bibbia, Goethe, l’inchiostro e il suo profumo di tempo,
Il foglio di carta, bianca donna che legge nel pensiero,
La penna, il ritratto. Figlio mio, figlio mio!

Tutto sarà esattamente come in questa vita! – Lo stesso giardino,
Profondo, profondo, fitto, oscuro. E verso mezzogiorno
Felici di essere lì si riuniranno
Persone che non si sono mai conosciute e che non sanno

Le une delle altre se non questo: che ci si dovrà vestire
A festa e avviarsi nella notte
Degli scomparsi, da soli, senza amore e senza lume.
Tutto sarà esattamente come in questa vita. Lo stesso viale:

E (in un pomeriggio d’autunno), dove il viale curva,
Là dove il bel sentiero scende paurosamente, come la donna
Che coglierà i fiori della convalescenza – ascolta figlio mio –
Ci rincontreremo come un tempo qui;

E tu, hai dimenticato il colore del tuo abito di allora;
Io, invece, ho conosciuto solo pochi istanti di felicità.
Sarai vestito di viola pallido, incantevole dolore!
E i fiori sul tuo cappello saranno piccoli e tristi

E io non ne conoscerò il nome: perché nella vita ho conosciuto
Solo il nome di un fiore piccolo e triste, il nontiscordardimé,
Vecchio dormiglione delle forre nel paese di Nascondino, fiore
Orfano. Sì, sì, cuore profondo! come in questa vita.

E il sentiero oscuro sarà là, umido
Di un’eco di cascate. E io ti parlerò
Della città sull’acqua e del Rabbi di Bacharach
E delle Notti di Firenze. Ci sarà anche

Il muro basso e fatiscente dove sonnecchiava l’odore
Delle vecchie, vecchie piogge, e un’erba putre,
Grassa e fredda che scuoterà i suoi fiori cavi
In un ruscello muto.

 

Sinfonia di novembre e altre poesie (Adelphi, 2008) a cura di M. Rizzante

Pierre Reverdy


Colui che attende

E davvero l’autunno che ritorna
e si inizia a cantare
Ma nessuno
ci tiene
più di me
io sarò l’ultimo
Ma non è così triste
come avevano detto
questa stagione pallida
Un po’ più di malinconia
Per darvi ragione

Il fumo interroga
Sarà lui oppure tu
a tesserne l’elogio
prima che arrivi il freddo
E aspetto
L’ultima luce
che sale nella notte
Ma la terra discende
E non tutto è finito
Un’ala la sostiene
Per tutto questo tempo
In fin dei conti io verrò con te
A chiudere la porta
Se tira troppo vento

 

La maggior parte del tempo (Guanda, 1966) a cura di Franco Cavallo

Alfred Jarry


Non so se mio fratello mi ha scordato
Ma io mi sento immensamente solo,
Con la mia cara testa lontana, impallidita
Nel cercare un ricordo menzognero.

Davanti a me sul tavolo ho questo suo ritratto,
Non so se fosse bello oppure brutto.
Come una tomba il Doppio è vuoto e vano.
Ho perso la sua voce, la sua voce adorabile,

Giusta e che sembra fatta falsa apposta.
Forse l’ignora, postumo tesoro.
Viene evocata fuori lettera, di
Colpo distrutta penna e carezzevole.

 

Décervelage. Poesie patafisiche (e non) – (Nottetempo, 2015), a cura di A. Amerio

Julio Cortázar


Gli amanti

E chi li vede che se ne vanno per la città
se tutti sono ciechi?
Loro, si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.

Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.

Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.

 

Le ragioni della collera (Fahrenheit 451, 2018), trad. it. G. Toti

Yves Bonnefoy


Quelle mani che si avvinghiavano a lei di notte,
Le sentiva innumerevoli, non cercava
Di dar loro un volto. Le occorreva
Non sapere, desiderando non essere.

Anima e corpo, per stringere le vostre dita, unire le vostre labbra
Davvero occorre l’approvazione degli occhi?
Pensano i nostri occhi, che il linguaggio obbliga
A sventare senza posa troppi inganni!

Psiche aveva amato che il non vedere
Fosse come il fuoco quando avvolge
L’albero di qui degli altri mondi della folgore.

Eros, lui desiderava tenere tutto quel volto
Tra le mani, non l’abbandonava
Che con vivo rammarico ai capricci del giorno.

 

L’ora presente (Mondadori, 2013), trad. it. F. Scotto

André Frenaud


Paesaggio

Grande corpo disteso incerto,
ti vedo così da lontano
oltre i corvi e la cenere.

La grande pianura oblunga
e i pascoli profondi
le altezze delle tue anche
ove stilla un gentile ruscellare dell’acqua
montagna amata dalle api e dal vento
dal mio morto respiro, ricomposto attorno a te
per penetrare attraverso la bocca spalancata.

La vita di quaggiù non è la nostra,
distratto, ognuno, da antiche devastazioni,
ma quella della grave statua crespata che guardo,
sperduta in un movimento sabbioso.
La luce costeggia i burroni, si immerge
ed ecco che la nostra ombra si illumina senza menzogna,
aurora in cui tu ed io saremo per sempre confusi.

 

Poesia francese del novecento (Bompiani, 1985), trad. it. V. Accame

Albert Camus


Mediterraneo

I

Nel vuoto sguardo dei vetri, ride il mattino
Con tutti i suoi denti azzurri e scintillanti,
Gialli, verdi e rossi, ai balconi si cullano le tende.
Ragazze dalle braccia nude stendono panni.
Un uomo; dietro una finestra, il binocolo in mano.

Mattino chiaro dagli smalti marini,
Perla latina dalle liliali lucentezze:
Mediterraneo.

 

Rivista Poesia, N. 255 (Dicembre 2010), trad. it. Roberto Rossi Precerutti