Adam Zagajewski

In prima persona plurale

A Julian Kornhauser

Indossiamo parole usate, enfasi e disperazione
corrose dalle labbra altrui,
camminiamo sulle botole dell’altrui spavento,
in un’enciclopedia scopriamo la vecchiaia,
di sera fingiamo che sia scoppiata la guerra,
conversiamo con Baczyński,
facciamo in fretta i bagagli,
ci ricordiamo dei poeti d’un tempo,
andiamo in stazione, condanniamo il fascismo,
e poi trionfalmente,
in uno scompartimento di prima classe,
in prima persona plurale,
diamo voce a tutta la nostra perspicacia,
come se non fossimo dotati
dell’orecchio assoluto per il silenzio.

 

Prova a cantare il mondo storpiato (Interlinea, 2019), a cura di V. Parisi

Alida Airaghi


Non mi trovava
mio cugino Carlo
quel pomeriggio che giocavamo
a nascondino, ed ero l’ultima
da recuperare. Gli altri
correvano per aiutarlo:
a spiare negli anfratti
del prato, nel parcheggio
vicino, tra gli alberi e la siepe.
Ma dimentica di loro
e di tutto
giacevo nel fosso
a guardare il cielo
che mi perdonava.
I bambini come matti urlavano
insulti a perdifiato,
e io tacevo.

 

L’attesa (Marco Saya, 2018)

Annamaria Ferramosca

a Giulio Regeni

seduto
sul ramo impazzito del tempo
occhi sereni sui secoli
sulle ginocchia un taccuino di dubbi
in petto la certezza

sui bordi del deserto
il sibilo incoerente della sabbia
e frammenti nella stanza un libro
l’impronta del capo sul cuscino

le tempie assopite in braccio alla madre
un barlume di vero riordinerà il caos?
la terra ti sarà senza conforto?

domani
costruiremo forse ripari
su altri pianeti lontano da quell’uomo
che là striscia feroce


Andare per salti
(Arcipelago Itaca, 2017)

Foto di Dino Ignani

Gabriella Sica


Tu io e Pagliarani come un tempo

Non t’è passata certo di una cena
la voglia qui da me
ti piace la casa lo so e il quartiere
vivrai ora d’aria d’accordo
avrai altri pensieri
forse meno desideri conviviali
ci si poteva anche pensare per tempo
quando con agio si poteva è vero
farne una noi tre insieme di cena
potremmo ancora come un tempo
non conta quanto ne sia passato
salterà l’invitato di gioia
con nuovo bel fiato nel corpo
su su non sempre si muore
proviamo con la poesia proviamo
la dolce cena noi tre insieme
la cambiamo questa morte in vita
su su in alto i nostri cuori su più su
voi che ascoltate i bei respiri
degli amici felici e più che vivi
con noi vi prego rimanete con noi
beati gli invitati a questa cena
sognatori di una più bella mensa
tu io e Pagliarani come un tempo.

 

Tu io e Montale a cena (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Dino Ignani

Paolo Febbraro


Venezia

Avevano tentato coi palloni,
l’avevano appesa a enormi tiranti,
provato a sostenerla
con sgraziate strutture d’acciaio.
Ma nulla, Venezia affondava,
più niente da fare,
Venezia affogava
nel mare melmoso,
piccola, rattrappita,
sommersa da un peso più grande di sé.
Più radi si fecero
lo scalpiccìo dei passanti,
il tramenìo dei turisti,
i traffici, i commerci.
Già i banchi nuotavano,
il mare lavava i marmi,
lambiva gli affreschi
e in un giorno di nuvole e piogge
Venezia fu lasciata anche dagli ultimi,
fu lasciata vuota e sola.
Nessuno calcò più le calli,
il mare nei campi
si fece silenzioso lago.
E al venir della notte,
quando nemmeno la luna
volle in lei più specchiarsi,
come svegliandosi, senza fatica,
Venezia si volse
verso la sua laguna
e senza il più piccolo scricchiolìo
si tolse all’abbraccio del mare
e volò via,
schivò i satelliti-spia,
piegò verso Sirio
poi a destra
in pochi secondi
scomparve alla vista.

Elenco di cose reali (Valigie Rosse, 2018)

Foto di Dino Ignani

Demetrio Marra


Mitologie

Non finisco i libri, ogni tanto, è il mio
inconfessabile, su Marte come
dischi volanti compiranno
certamente tutti i gesti di una determinata
loro altezza, su Marte che è
la Terra stessa, ovviamente. Nemmeno
Sebald, Ottieri, Barthes. Non ho letto
tutto Caproni, non ho il fisico
da lottatore che serve, né polpacci da ballerina.
Più Raboni, in realtà, come prima, di quando
sono dove non sono mai stato –

dietro le edizioni obsolete, gli esami,
gli articoli da correggere, i pasti
da non saltare, la zona celeste dei miei pigiami
e del mio foraggio, ultimamente
sveglio in mezzo leggere
Guido ma quell’incipit: dovrei farmi
forza e andare avanti. In rapporto tra
male e rimedio come strattona
Il giorno che l’avrebbero ucciso,
Santiago, miti d’oggi! Molto diverso da caso
a caso, mi spiego: riappendo
poster, oggi, sono da mesi giorni interi
a terra, caduti. Lo scotch perde aderenza –
sia una metafora nuova per la
camera tutta lì, imbellettata, ovvio. Gli angoli
di un calendario si piegano, il legno delle sedie
fuori posto. La lavatrice in potenza, dispersa
in terra e la busta dei bianchi, l’angolo
a valanga sul pavimento.

Con tutto questo
sto prendendo tempo. È un assedio,
qualcosa complotta alle spalle. Il lampadario emette
luce a intermittenza al centro della camera. Anche questo
– di cosa, poi – è metafora. Sul trasparente
dell’armadio e sullo specchio due incandescenze;
per cosa lente accensioni, altrettante, per cosa
si esaurisce il filamento, nessuna efficienza
luminosa sulle tre gocce dell’anticamera da bagno.

 

Riproduzioni in scala (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Laura Pusceddu

Ilaria Grasso

Le braccia si rinfrescano al vento di ponente
in mezzo a uno spazio verde privo di aghi.

Il vento alza le gonne e rinfranca le donne
nei giorni dei mesi estivi.

Il talco incrosta il sangue sul collo
e le cortecce dei pini
ci passano orizzontali alle narici.

Attorno a noi aiuole decadenti
e vociare urbano di uomini e motori
ci ricorda delle fasi della vita
mentre in alto una luna s’ingrossa
o si smagrisce nell’avvicendarsi dei cicli.

 

Inedito

Foto di Andrea Annessi Mecci

Ana Blandiana


Non sostituirmi,
non mettere al mio posto
un altro essere
che tu possa pensare
che sia sempre io
e non lasciare
che indossi le mie parole.
Abbi pietà di loro
se non hai pietà di me,
non costringermi a sparire
di fronte a un’estranea
che porta il mio nome
senza ritegno,
che almeno mi imiti
quasi come se
non mi avesse mai conosciuto.
Non provare a esigere
che sia io, pur cambiata,
non umiliarmi
cancellandomi dagli specchi,
lasciandomi solo in fotografia.

 

L’orologio senza ore (Elliot, 2018), a cura di B. Mazzoni

Roberto Amato


Mi ci sono voluti diciannove anni per leggere questo quaderno di appunti.
Sono settantasette paginette mi pare in ottavo.
Certo era molto giovane Flaubert,
gli si può perdonare tutto.
Soprattutto l’innocente incoerenza.

Io non sono mai stato molto giovane e, da subito,
colpevolmente coerente,
mi sono messo a progettare questo
Trattato sui principi luminosi delle latebre
che quasi certamente non vedrà mai la luce.

Ecco, tra me e Flaubert c’è una bella differenza.
Lo deve ammettere Dottore.

Le attitudini terrestri (Elliot, 2018)