Eleonora Pinzuti


E allora?

Lo ripetevi spesso, come poco si potesse.
Eri di quelli che ti guardavano la fronte
a viso aperto, dritto, serio (troppo austero, a volte);

nell’ultima passeggiata volesti che andassimo
sulla spiaggia. Zoppicavamo assieme,
con i piedi affogati nella sabbia.

Ti tenevo forte senza te ne accorgessi
mentre vedevo il vento che ti spazzolava il mento.
Mi indicasti la villetta dove conoscesti Liliana,
dove vivesti la malaria con la forza intonsa
della giovinezza.

Urlavano i gabbiani alti, grandi, avorio
come le tue mani.
Le baracche vuote, la stagione che ti avrebbe
portato altrove ancora un po’ lontana
(per poco).

«E allora?» ripetevi sui sentieri di Senzuno,
e forse anche mentre ti tuffavi, nel luglio del ʼ41
salvandoti per un soffio dall’affondamento
dell’incrociatore Colleoni. Ti levasti da quel gorgo
a bracciate larghe.

A vederti, alto e intero, parevi della razza dei leoni,
di quelli che hanno vissuto senza parole,
senza il fardello del destino.

Sapevi guardare la vita:
nuda, com’era,
e da vicino.

 

Con figure (Zona, 2018)

Marco Pacioni


senso spossato
viso cercato
già partito
lo slabbro sul vetro
se tu ti ostini
e segni
l’orlo del vaso

più grande d’amore
è poesia
che respira anche senza fiato
beltà rende
anche quando canta
il suo contrario

 

Lo sbarco salato del risveglio (Interno Poesia, 2018)

Riccardo Canaletti


Al porto i pescatori

i rumori del porto sono jazz
le onde battono e ribattono e battono
sul legno improvvisando.

i pescatori non abbassano lo sguardo
e mettono lucciole alle lenze.
uno bestemmia e l’altro
più giovane lo guarda tacendo.
la radio trasmette la partita
qualcuno perde e c’è chi strappa
la scommessa. vento di piscio e salsedine
al faro. i passanti ignorano la danza
dei pesci all’amo fuori dall’acqua.

le voci anziane raccontano di amori
passati in altre notti all’alto mare.
i ragazzi ascoltano e ancora tacciono
quasi nudi come gli altri prima d’ora.

io vorrei delle comete scrivere
accese d’estate nel traffico serale
mentre osservo queste due generazioni
inciampando come nella vita.

 

La perizia della goccia (Affinità Elettive, 2017)

Yang Lian


Il vecchio secolo scopre la fronte
e scuote le spalle ferite
la neve copre le rovine — bianca e inquieta
come schiuma d’onde, si muove in una selva oscura
una voce sperduta ci giunge da quegli anni
non ci sono strade
attraverso questa terra che la morte ha reso misteriosa

Il vecchio secolo ingannando i suoi figli
lascia ovunque scritte irriconoscibili
la neve sulla pietra corregge la sporcizia decorata
io stringo nelle mani la mia poesia
chiamami! Nell’istante anonimo
la barca del vento portando la storia è passata in fretta
dietro di me — come un’ombra
mi segue una fine

Dunque ho capito:
un gemito non è un rifiuto, le dita della fanciulla e
il modesto mirto sono immersi nei cespugli viola
sguardi come meteoriti si tuffano nell’oceano immenso
ho capito che ogni anima infine sorgerà di nuovo
portando il profumo fresco e umido del mare
portando l’eterno sorriso e la voce che non si piega
salendo verso il puro mondo azzurro
e io declamerò il mio poema

Crederò che ogni ghiacciolo è il sole
queste rovine, essendoci io, diffondono una strana luce
tra questi campi pietrosi ho ascoltato un canto
mi nutre un seno pieno di gemme
avrò nuova dignità e sacro amore
sui campi candidi denuderò
un cuore
sul cielo candido denuderò
un cuore
e sfiderò il vecchio secolo
perché sono poeta

Sono poeta
se voglio che la rosa sbocci, la rosa sboccerà
la libertà tornerà, portando la sua piccola conchiglia
in cui risuona l’eco di una tempesta
l’aurora tornerà, la chiave dell’alba
ruoterà nella giungla, i frutti
maturi lanceranno fiamme
anch’io tornerò, a scavare di nuovo
il destino doloroso
a coltivare questa terra nascosta dalla neve

 

 

Nuovi poeti cinesi (Einaudi, 1996), trad. it. Alessandro Russo

Roberto Deidier


Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirti ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

 

Solstizio (Mondadori, 2014)

Foto di Dino Ignani

Anna Belozorovitch


Usucapione

A volte, quando allo specchio nuda
m’asciugo o mi preparo o mi curo,
mi tiene assieme un unico pensiero:
che quella superficie è altrui,
che ogni forma è donna perché un corpo
un giorno, o più volte, l’ha avuta.
Mi sento, allora, come chi gratuitamente
vive in casa d’altri a patto di curarne la tenuta.
M’asciugo e mi preparo e mi curo
sperando di restituirmi a te e d’essere abitata.
Mi amo, allora, nella misura in cui
ogni mia forma attende d’essere amata.
Mantengo acceso il fuoco nella tua assenza,
lucido i vetri, tengo sgombro il salone:
in questa casa senza eredi nulla
deve mancare in una lunga permanenza.
Occupo, col terrore dell’usucapione.

 

Il pesce rosso (Il seme bianco, 2018)

Marcello Fois

Congedo

Parti da te, figlio… da quello che sei.
Bisogna morire per imparare?
Mi chiedi.
Sì, figlio, per imparare qualcosa deve morire.
Tu non lo sai e non devi saperlo,
ma il cuore, con l’età, si restringe.
Non è più tanto capiente, immenso,
come all’inizio dei giorni.
Tra non molto gli abbandoni conteranno anch’essi.
Ma ora il tuo cuore è una piazza sconfinata,
e ti fa credere che sopravviverai
senza dover rinunciare a niente,
capirai, col tempo, quanto sia difficile trattenere
ogni cosa, ogni pensiero, ogni persona…
Sei nell’euforia di tutti gli inizi.
Qualcuno dovrà morire perché tu viva.

Domani, quando chiamerai, io non ci sarò,
ma solo perché tu possa esserci,
quando chiameranno te.

 

L’infinito non finire (Einaudi, 2018)

Sandro Pecchiari


Ordine

detto così
sembra non ci sia
un destino
se sminuzzi la vita
e la strattoni
in date, voli
e arrivi e ritorni

così calcoli gli sguardi
e soppesi le carenze
e le riordini
assieme alle tue calze
e alle parole

anche l’amore?
anche quello
e il suo fluire
sta in una casella
dell’agenda

 

Scripta non manent (Samuele, 2018)

Giulia Martini


Marta non m’ama ed io non l’amo. Pure
cosa rimane nella nostra vita
da quando disse – Tra di noi è finita –
è un’apocalisse con figure
michelangiolesche, botticelliane.

Le primavere botticelliane –
che sembra lei quella chiamata Flora –
potessi almeno rivederla ancora
al plenilunio, tra le ipecacuane.
Ma se la rivedessi, che direi?

Ma se la rivedessi, che direi?
È una domanda che mi faccio indarno
mentre attraverso i ponti sopra l’Arno
pieni di sampietrini e di cammei
d’onice incisa come Dio comanda.

Resto indecisa – come Dio comanda –
tra vivere e morire o continuare
a leggere e ripetere e amare
le mie abitudini di laureanda
in Letteratura contemporanea.

Ma Marta non mi è più contemporanea –
ormai declina a un lontano passato
la rondine il futuro trapassato –
curiosa ancora ma già estranea
come galassia in allontanamento.

Di quel tuo passo in allontanamento
non mi dimentico le calzature
Vans, e che va di moda la texture
sulle Dottor Martins – e non commento
il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte
come una martire preraffaellita
e che mi disse – Tra di noi è finita –
usandomi una voce aspra e forte
quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta
a queste vie simmetriche e deserte
rimettere le rime che ci ha inferte
la nostra ingiusta vita incombusta.
Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.

 

Coppie minime (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Marco Gennai

Tiziano Scarpa


Poesia scritta dalle parole #9

Non sei credibile
perché sei maschio.

Làsciatelo dire da noi parole
che in italiano infatti siamo femmine
la nostra desinenza è femminile.

(tra l’altro, è indicativo
che il sesso delle parole stia alla fine,
sulle estremità. Sarebbe come avere
cazzi e vagine aperte
sulle mani, sui piedi,
invece che protette fra le cosce
di due sillabe interne,
per esempio lamApad,
sofOfitt, temApest,
oppure sul cocuzzolo
Ofuoc, Aguerr, Efulmin, Odisastr)

Qualunque cosa dici
sei maschio quindi porco
puerile irresponsabile
ambizioso narciso.
E anche se soffri sarà sempre meno
della sofferenza femminile
che infatti è femminile.

Se il dolore è maschile
è perché è inferto dai maschi.

Lascia che siamo noi a rappresentarti,
a farti da avvocate.
Ogni riga è un processo
intentato da noi nei tuoi confronti
e questo ti conviene
perché mostrarti accusato
ti procura indulgenza
se non proprio una vera assoluzione.

 

Le nuvole e i soldi (Einaudi, 2018)