Franco Arminio


Passo le mie mani
sul tuo corpo
come un archeologo.
L’amore è leggere il sacro
seppellito nei corpi,
è quella cosa che si sgretola,
fa cadere le vernici,
rivela il fondo d’oro,
l’archivio di luce
da cui veniamo.

 

Resteranno i canti (Bompiani, 2018)

© Foto di Mario Dondero

Nicola Grato


non voglio rifugiarmi nella storia
paesana, nel ripiego, nel risvolto
di copertina, nell’eco del tempo
da cartolina d’augurio e saluto;
ricerco nella fatica, nel dolore
che viene dall’assenza di parole,
o dall’uso smodato, furbo, accattone
di talune – e sono coltellate,
tiri gaglioffi, bandiere al vento del niente
imbecille e senza scopo.
Lo sai, saranno crociere a Marrakech,
voli intercontinentali a Dubai
e disprezzo per il bene del giorno,
e per la vita tutta – col rancore
del borghese sazio, della dama
di compagnia dietro ai vetri sporchi
dei suoi desideri.
Poi il nuovo giorno, il sole che scandaglia
ogni tegola, ogni strada, le vigne
addormentate, le palizzate
di legno e metallo; poi le persone
usciranno di casa, parleranno –
chi venderà verdura, chi pesce
salato, e la lotta di due gatti
e il sorriso che t’immagini del grano
nei campi ancora scuri.

 

Inventario per il macellaio (Interno Poesia Editore, 2018)

© Foto di Salvina Chetta

Kathleen Jamie


Glacial

A thousand-foot slog, then a cairn of old stones —
hand-shifted labour,
and much the same river, shining
way below
as the Romans came, saw,
and soon thought the better of.

Too many mountains, too many
wanchancy tribes
whose habits we wouldn’t much care for
(but could probably match),
too much grim north, too much faraway snow.

Let’s bide here a moment, catching our breath
and inhaling the sweet scent of whatever
whin-bush is flowering today

and see for miles, all the way hence
to the lynx’s return, the re-established wolf’s.

*

Glaciale

Una scarpinata di trecento metri, poi un cumulo di vecchie pietre –
un lavoro manuale,
e sempre lo stesso fiume, che scintillava
laggiù
quando i Romani vennero, videro,
e ben presto ci ripensarono.

Troppe montagne, troppe
tribù minacciose
le cui abitudini non ci garbano granché
(ma che potremmo forse uguagliare)
troppo grigiore nordico, troppa neve là in lontananza.

Su, facciamo una sosta qui, riprendiamo fiato
e inaliamo il dolce profumo di quella ginestra
che è in fiore oggi

guardiamo laggiù in fondo per miglia, da ora
e fino a che non ritornerà la lince, e il lupo.

 

La compagnia più bella (Medusa Editore, 2018), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Titolo originale: The Bonniest Companie, Kathleen Jamie, Picador, 2015

Nicola Vitale


Metti questa parola solida
che sembra carne
o quella introflessa
verso sbalzi d’umore.
Metti una parola buona
per sembrare uno che canta di notte.
Metti una parola comunque
per cercare credito in un futuro
senza risultato.
Cosa si può scrivere in permanente ritardo?
Una parola corre
sul crinale che ci divide dal mondo
rovesciando nel contrario le cose.

 

Chilometri da casa (Mondadori, 2017)

© Foto di Dino Ignani

Gianni Montieri


Qualcuno ha twittato: “È morto
Chris Cornell”. In ufficio è calato
il silenzio, non che si parli molto
poi qui dentro. Resto sgomento:
i miei due colleghi non sanno nulla
dei Soundgarden. La memoria
torna indietro al tavolo da biliardo
in casa di Roberta, a Giuliano, a Daniela.
Invecchiamo così perdendo più cantanti
che capelli. Giuliano ha due figli
Roberta sta a Berlino, Daniela insegna
la sua bambina è bella. Fra sei giorni
è il mio compleanno, Cornell canta
i colleghi vanno a pranzo.

 

© Inedito da “Le cose imperfette”

© Foto di Anna Toscano

Stefano Maldini


fermati e guardami
io non sono niente
mi affaccio come tutti
dall’intreccio dei pensieri
mi spingo più lontano
raggio laser verso il cielo
una vedetta che si affila
al vento limpido della vita

adesso ascoltami
oscillano i nostri corpi
rotolano allegri nel buio
e poi si riavvolgono
la casa lontana li chiama
bandiere confuse
fra il tempo dell’inizio
e l’unica possibile uscita

e alla fine toccami
prendimi se ci riesci
rincorrimi fra i gomitoli
del nostro codice segreto
diventare tuo padre
è rivivere ma anche
ricordalo, morire
fuggire via da me

 

© Inedito di Stefano Maldini

Ron Smith


The Birth of Modern Poetry

Chucked out of the Academy,
he sails straight
to a pastry shop
where the darkness laps
the gossip in his head,
the whispers. That line
lashed to that gondola:
how it goes slack, goes taut.
“Suffering
exists in order
to make people think,”
he will tell the daughter
he can’t yet imagine and certainly
does not want. Does he know
what he wants? A good pasta and something
potable. Liquid darkness and sputtering tapers–
flickers–but, sometimes
hard as gems . . .
You can spend an evening
in the mask shop
filling in
those empty eyes. Who really cares
if he sinks or swims? Homer
and Isabel. Hilda and Bill. He eats, when he eats,
too fast. The knife’s silver edge: the grinding: that Yeats
he reads and reads: he’ll get
to goddamn London and change the world.
Which way to change it? How do you know?
You make it new, make it up as you go,
and you keep on moving.

 

 

[This poem is dedicated to Mary de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” first appeared in Terminus 11, December 2014. It has been reprinted]

From The Humility of the Brutes, Louisiana State University Press, 2017.

 

*

 

La nascita della poesia moderna

Sbattuto fuori dall’Accademia,
veleggia dritto
a una pasticceria
dove la tenebra lambisce
le dicerie nella sua testa,
i mormorii. Quella gomena
legata a quella gondola:
come va lasca, va tesa.
“La sofferenza
esiste perché
la gente pensi,”
lo dirà a sua figlia
ancora non riesce a figurarselo e di sicuro
non vuole. Ma lo sa
ciò che vuole? Una buona pasta e qualcosa
di bevibile. Tenebra liquida e stoppini sfrigolanti –
sfavillii – eppure, a volte
duri come gemme. . .
Puoi passare una serata
nel negozio di maschere
a colmare
quegli occhi vuoti. Davvero, chi se ne frega
se lui affonda o sta a galla? Homer
e Isabel. Hilda e Bill. Lui mangia, quando mangia,
troppo in fretta. Il filo d’argento del coltello: l’affilatoio: lo Yeats
che legge e rilegge: arriverà
alla dannata Londra e cambierà il mondo.
In che modo cambiarlo? Come lo sai?
Lo rinnovi, te lo inventi nell’andare,
e continui a camminare.

 

[Questa poesia è dedicata a Maria de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” è apparsa la prima volta in Terminus, 11 dicembre 2014. È stata ristampata]

 

Traduzione in italiano di Angela D’Ambra

Giovanna Rosadini


Si scrive sul vuoto e sull’assenza,
assorbiti dal silenzio friabile di ricordi
decomposti che prendono alla gola,
nella frana del tempo che tutto divora
e trasforma, cercando la propria voce
e l’altrui orma nella terra impastata
di buio, dove ogni cosa ormai tace.

Si scrive, ed è una lotta con l’ombra
che sempre sfugge e sempre ci minaccia
presi da un’onda che lascerà una traccia

Fioriture capovolte (Einaudi, 2018)

© Foto di Dino Ignani

Federica Guerra


Come faccio a portare via tutto
portarmi via il nome
di una strada – via Sammartina
così facile a dirsi eppure
scritto male da tutti
Il pilastrino della madonnina
sola ora che le sue pie
non le portano più le rose
la Serafina col suo secchio del Dash
pieno di uova da 20 centesimi l’una
il fosso davanti casa
e la sua acqua sempre a scorrere
e l’acqua del lago più simile a me
sempre a rimanere

io che per tutta la vita ho sognato
di viverci dentro, e ora mi chiedo
come portarlo via.

 

© Inedito di Federica Guerra

Andrea De Alberti


Dall’interno della specie

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

 

Dall’interno della specie (Einaudi, 2017)

© Foto di Dino Ignani