Francesca Serragnoli


Tutto barcolla
tutto ha sede nel suo sterminio
come un oboe
spezzato da un ginocchio.

Mentre tu lavi i piatti del tuo regno
l’aria frana nel vento
dalle finestre entra terra.

L’alba è matura
e recisa
nel tuo volto bivacca il mio cuore
si alza in piedi solo per tremare
una candela lo tiene fra le mani
come un labbro in agonia.

La quasi notte (MC edizioni, 2020)

Angelo Nestore


In nome del padre

Se il padre mi dice: Sii uomo
io mi ritraggo come una larva,
conficco l’addome sotto l’amo.

Molle, come un mollusco senza guscio,
mi sento disalberato, stringo i denti.

E mi chiedo
a cosa sia servito aver imparato quattro lingue
se le parole non si sentono sott’acqua,
se so soltanto scrivere poesie.

I corpi a mezzanotte (Interlinea, 2021)

Hans Raimund

Hans Raimund

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Attesa

Aspettare chi non verrà più
occhio inchiavardato nella porta
orecchio proteso lontano
incontro a chi non verrà più

Aspettare ricusare
intorno all’attesa descrivere un arco
nella direzione opposta
incontro a chi non verrà più

Aspettare non essere più in grado
di tastare l’assenza di chi non verrà più
Suoni non più interrogare non luce non stare
seduto così arco teso senza freccia
non passi non voci presagite ombre non più

Aspetta la parola dimenticare
dimenticare chi non verrà più
il ricordo dimenticare di chi non verrà più

Fare luogo all’inatteso

 

Luci lune luoghi. Antologia della poesia austriaca contemporanea (Marcos y Marcos, 1999), trad. it. L. Reitani

Attilio Lolini


Sigaretta

Mattino degli altri
solo chi in te confida

va la gente in strada
verso una vana sfida

ma
senza fretta
accendo
una sigaretta.

Prendi per mano
le tristezze
di un tempo lontano.

Zoppica il sole
salendo verso il cielo

arranca e va di sbieco
come un uccello cieco.

Carte da Sandwich (Einaudi, 2013)

Ylenia Papa


Makarismos

Beato il cuscino,
che di notte ti respira l’odore
per rendermelo in tua assenza.
Beati il bicchiere, il cucchiaio e la forchetta
sui quali hai lasciato i tuoi baci.
Beato il divano che ti tenne tra le braccia,
compagno nelle sere meno audaci.
Ma che sia maledetto il telefono
che tiri fuori dalla tasca:
guardando nel suo sguardo
dimentichi il mio viso.

Inedito

Hans Magnus Enzensberger

Un moto d’affetto

Il mio nonno,
un uomo fortunato,
capiva poco della vita.
Ansava per la fame,
portava cappelli chic
e credeva sovente
di aver ragione.
Novantasettenne,
vide, incredulo
e per la prima volta,
l’interno di una clinica.
“Peccato”, borbottò,
“sol che avessi saputo
come sono carine
le giovani infermiere
intorno al letto,
che mani delicate,
mi sarei ammalato
prima, assai prima”,
qui contrasse la bocca,
girò gli occhi
verso il campanello, ed era morto.

 

Più leggeri dell’aria (Einaudi, 2001), trad. it. Anna Maria Carpi

Patricia Smith

Ethel’s Sestina

Ethel Freeman’s body sat for days in her wheelchair outside the New Orleans Convention Center. Her son Herbert, who had assured his mother that help was on the way, was forced to leave her there once she died.

Gon’ be obedient in this here chair,
gon’ bide my time, fanning against this sun.
I ask my boy, and all he says is Wait.
He wipes my brow with steam, says I should sleep.
I trust his every word. Herbert my son.
I believe him when he says help gon’ come.

Been so long since all these suffrin’ folks come
to this place. Now on the ground ’round my chair,
they sweat in my shade, keep asking my son
could that be a bus they see. It’s the sun
foolin’ them, shining much too loud for sleep,
making us hear engines, wheels. Not yet. Wait.

Lawd, some folks prayin’ for rain while they wait,
forgetting what rain can do. When it come,
it smashes living flat, wakes you from sleep,
eats streets, washes you clean out of the chair
you be sittin’ in. Best to praise this sun,
shinin’ its dry shine. Lawd have mercy, son,

is it coming? Such a strong man, my son.
Can’t help but believe when he tells us, Wait.
Wait some more.
Wish some trees would block this sun.
We wait. Ain’t no white men or buses come,
but look—see that there? Get me out this chair,
help me stand on up. No time for sleepin’,

cause look what’s rumbling this way. If you sleep
you gon’ miss it. Look there, I tell my son.
He don’t hear. I’m ’bout to get out this chair,
but the ghost in my legs tells me to wait,
wait for the salvation that’s sho to come.
I see my savior’s face ’longside that sun.

Nobody sees me running toward the sun.
Lawd, they think I done gone and fell asleep.
They don’t hear Come.

Come.
Come.
Come.
Come.
Come.
Come.
Ain’t but one power make me leave my son.
I can’t wait, Herbert. Lawd knows I can’t wait.
Don’t cry, boy, I ain’t in that chair no more.

Wish you coulda come on this journey, son,
seen that ol’ sweet sun lift me out of sleep.
Didn’t have to wait. And see my golden chair?

Blood Dazzler. Copyright © 2008 Patricia Smith.

 

*

La sestina di Ethel

Il corpo di Ethel Freeman è rimasto seduto per giorni sulla sua sedia a rotelle fuori dal New Orleans Convention Center dopo l’uragano Katrina. Suo figlio Herbert, che aveva rassicurato la madre sull’arrivo degli aiuti, è stato costretto a lasciarla lì anche da morta.

 

Farò la brava, qui su questa sedia,
per il tempo che ci vuole, mi sventolo sotto il sole.
Chiedo a mio figlio, e lui mi dice solo aspetta.
Mi asciuga la fronte. È meglio, dice, se prendo sonno.
Mi fido di ogni sua parola. A Herbert, mio figlio
io credo se mi dice che l’aiuto è lì che viene.

Da tempo tutta ’sta gente che soffre viene
in questo posto. Ora nel terreno accanto alla mia sedia,
sudano alla mia ombra, non fanno che dire a mio figlio
non è forse un autobus quello? È il sole
che li inganna, splende troppo forte per il sonno,
e ci fa udire motori, ruote. Non ancora. Aspetta.

Gesù, c’è gente che implora la pioggia mentre aspetta,
scordando quel che la pioggia può fare. Quando viene,
rade al suolo la vita, ti sveglia dal sonno,
si mangia le strade, ti spazza dalla sedia
in cui sei stata. Meglio onorarlo, questo sole,
che splende e asciuga. Per amor del cielo, figlio,

stanno arrivando? Che uomo forte, mio figlio.
Posso solo credergli quando mi dice, Aspetta.
Solo un altro po’. Almeno ci fosse un albero che blocca il sole.
E noi si aspetta. Nessun bianco o nessun bus che viene,
guarda, però — lo vedi? Tirami via da questa sedia,
aiutami ad alzarmi. Non è tempo per il sonno,

perché, guarda cosa romba da ’sta parte. Nel sonno
te la perdi. Guarda là, dico a mio figlio,
ma non mi sente. Manca poco casco dalla sedia,
ma il fantasma nelle gambe mi dice: aspetta,
aspetta la salvezza che adesso viene.
e vedo il volto del Salvatore insieme al sole.

Non mi vede nessuno che corro verso il sole.
Gesù, pensano che sia andata e abbia preso sonno.
Non sentono che Viene.

Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Viene.
Non c’è che una forza che mi fa lasciare mio figlio.
Ethel non aspetta, Herbert. Lo sa Dio che non aspetta.
Non piangere, figlio, non son più su quella sedia.

Se solo venissi con me nel viaggio, figlio,
hai visto il vecchio sole che mi ha tirato su dal sonno.
Non ho dovuto aspettare. Lo vedi com’è d’oro la mia sedia?

 

Traduzione di Andrea Sirotti

Grazie a Emilia Mirazchiyska per l’intermediazione letteraria

Matteo Bianchi


15 febbraio (Venezia e una ragazza)

Ora come potrei rivolgerti la parola, che mi tiro a lustro per sopperire al vuoto nello specchio e rivedo sul nastro l’istante in cui, durante il nostro primo bacio, mi hai buttato le braccia al collo, un sabato sera ubriaco. Chissà come campa chi è sopravvissuto al patibolo e ha salvato il tutto a scapito di una parte, o cara storpiatura. Non volevo restare indietro: tu ambiziosa e sgombra, io bisognoso delle tue cure. Rischiavo di versare troppo sangue e la mia voce non doveva finire al vento, non poteva: ci riconoscevamo a stento in mezzo al mercato del pesce a Rialto nella bora, nella solita bufera neanche sapevo perché fossi lì.

Fortissimo (Minerva, 2019)

Luca Benassi


(Modesta Valenti)

Modesta Valenti senza dimora, viveva alla Stazione Termini di Roma.
È morta il 31 gennaio del 1983, a 71 anni, dopo ore di agonia, a seguito di un malore
perché, essendo sporca e piena di pidocchi, il personale dell’ambulanza
si rifiutò di prenderla in carico e portarla in ospedale.

Bisogna farsi piccoli perché i pidocchi
non trovino sangue abbastanza
o la premura di una spazzola
a cacciarli oltre la soglia dei capelli.
Che fossi sporca lo diceva la coperta
macchiata di viola, avvolta al cuore di gennaio
e il volto nero, crocefisso all’incrocio dei binari.
Sono venuti chissà da dove, con la divisa rossa
chiamati da una pietà che non serba giustizia.
Io, Modesta Valenti, di anni 71
senza fissa dimora
ho toccato con la lingua il sole
che buca la pensilina del binario uno
e mi conta le ossa piccole, stremate dalla febbre
come un rosario sottopelle
sgranato nelle croste.
È in questi giorni più freddi
che chiedo pietà al petto,
alla sua ostinazione di battere
ai passi svelti, alla ciotola degli spicci.
Bisogna farsi piccoli perché gli occhi
ti accarezzino dove sei peggio
e ti coprano le spalle sfiancate
nell’attimo che serve
all’ultimo respiro.

Inedito

José Carlos Rosales

ph: Antonia Ortega Urbano

XXI (LA HUIDA)

Estás otra vez en la autopista,
otra vez conduciendo sin saber dónde ir,
otra vez en tu coche,
otra vez recorriendo sin rumbo la autovía,
en tu mismo sentido van otros automóviles,
en tu mismo sentido o en sentido contrario,
se cruzarán contigo,
te adelantan,
parece que te siguen,
se ponen a tu altura,
casualidades de la vida, no te siguen,
has robado tu coche y estás en la autopista,
has robado tu coche, rompiste la barrera,
ha crujido la barra de control,
roja y blanca, se ha roto,
todo lo que tocas se rompe,
puede romperse todo lo que tocas,
pero nadie te sigue, todo es frágil,
conduces sin destino,
hay nubes en el cielo, nubes deshilachadas
y una luna gigante,
parece que pudiera empezar a llover,
hay viento racheado, lo notas en el coche,
las ramas de los árboles se estremecen, se agitan,
y te notas cansado,
tan cansado que te sientes ligero,
tan ligero que quisieras volar,
miras los edificios que dan a la autovía,
ya las luces empiezan a encenderse,
pronto será de noche,
no sabes dónde ir,
quisieras disolverte, no estar, no ser,
y te miro pensando:
si quisiera podría levantarse y volar,
si pudiera volar, ¿a dónde iría?

*

XXI (LA FUGA)

Sei di nuovo in autostrada,
di nuovo stai guidando senza meta,
di nuovo nella tua macchina,
di nuovo fili senza meta in autostrada,
delle macchine vanno nella tua direzione,
nella tua stessa direzione o in quella contraria,
ti incroceranno,
ti superano,
sembra che ti seguano,
si mettono alla tua altezza,
casualità della vita, non ti seguono,
hai rubato la tua macchina e sei in autostrada,
hai rubato la tua macchina, hai rotto la barriera,
la barra di controllo ha scricchiato,
rossa e bianca, si è rotta,
tutto ciò che tocchi si rompe,
si può rompere tutto ciò che tocchi,
ma nessuno ti segue, tutto è fragile,
stai guidando senza meta,
ci sono nuvole in cielo, nuvole sfilacciate
e una luna gigante,
sembra che stia per iniziare a piovere,
tira vento, lo senti in macchina,
i rami degli alberi tremano, si agitano,
e ti senti stanco,
così stanco che ti senti leggero,
così leggero che vorresti volare,
guardi gli edifici affacciati sull’autostrada,
le luci iniziano già ad accendersi,
presto sarà buio,
non sai dove andare,
vorresti dissolverti, non esserci, non essere,
e ti guardo pensando:
se volesse potrebbe alzarsi e volare,
se potesse volare, dove andrebbe?

 

Se volessi potresti alzarti e volare (Interno Poesia Editore, 2021), traduzione e cura di Damiano Sinfonico

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