Marija Sukovic


Neka meso ispašta

ja nisam ono što bi poželio voljeti
tek što možeš da me vidiš valjalo je truda

jer ne zalistah u saksiji gdje me posadiše
ja sam divlja biljka
odbjegla u drumove da diše
kamene cipele i razlog buntovnika
apstraktna slika
isklijala avangarda u bašti krompira
uskok preko reda, utroba nemira

dok vaše stvarnosti zaziru od isteka
ja sam rijeka, ja sam hladna rijeka

zaobiđite me uštirkani, ovo je pjesma smrada
ja sam nokat koji urasta i ne marim

neka meso ispašta

 

*

 

Che la carne marcisca

Non sono quella che io vorrei amare
ma riuscire appena a vedermi è valsa la pena

perché non sono sbocciata nel vaso in cui mi hanno interrata
io sono una pianta selvatica
che fugge, per respirare, sulla strada
sono scarpe di pietra e ragione indomita
immagine utopica
avanguardia germogliata tra le patate del verziere
che travalica il confine, con l’agitazione nelle viscere

mentre le vostre realtà destinate sono ad una fine
io sono un fiume, un freddo fiume

girate alla larga fighetti, questa è una poesia puzzolente
sono l’unghia incarnita, e me ne infischio

che marcisca la carne

 

(traduzione di Paolo Maria Rocco)

Umberto Fiori


Località

Dopo lo svincolo,
dove la provinciale incomincia a stringersi
tra i filari di gelsi, ti viene incontro
la cancellata di un condominio
e poi – sulla sinistra – una cascina
con un distributore,
un bar, una bottega di orologiaio.

Non è un paese,
neppure una frazione: dodici case
saranno, su un lato e l’altro del rettilineo.
Una località.

Lì tutte le mattine
siamo in colonna.

In mezzo a una cucina, a pianterreno,
una donna sta ferma
con un vassoio in mano.
Da un marciapiede largo
meno di uno zerbino
due ragazzine ci vedono
chiusi dentro le macchine,
i motocarri, le corriere, i camion.
Da vicino, ci vedono, e anche noi
le vediamo
dondolare sui tacchi.

Passare non si può.
Stare, nemmeno.

Niente si muove, nessuno. Solo la luce
sui cofani, sui muri, sui capelli,
diventa sempre più chiara.

 

Poesie 1986 -2014 (Mondadori, 2014)

Mariangela Gualtieri


Non si cuce più il nome alla
sua voce. Il sangue riconosce
più larga parentela che traluce
fra squame e venature e linfe
e pietre e fuoco e cadute e colpi
d’ala piccola, d’ala grande,
una balbuzie di foglie – un incompreso
abito cucito a poco a poco nella profonda
sete, nelle stellate ondine increspate
giace un non sapere che riposa, che nutre.

 

Quando non morivo (Einaudi, 2019)

Vernalda Di Tanna


Nutrimento disumano

La distanza allatta ogni domanda,
spettina la pelle. E la tua lingua,
stiracchiata, sussurra una voce
disumana. Resta a galla una rete
spoglia d’acqua. Se ami il giorno,
rischi di fraintendere le stelle: il callo
della malinconia è la doppia
vita che sa fingere la nostalgia.

Inedito

Louise Glück


On one side, the soul wanders.
On the other, human beings living in fear.
In between, the pit of disappearance.

Some young girls ask me
if they’ll be safe near Averno —
they’re cold, they want to go south a little while.
And one says, like a joke, but not too far south —

I say, as safe as anywhere,
which makes them happy.
What it means is nothing is safe.

You get on a train, you disappear.
You write your name on the window, you disappear.

There are places like this everywhere,
places you enter as a young girl
from which you never return.

Like the field, the one that burned.
Afterward, the girl was gone.
Maybe she didn’t exist,
we have no proof either way.

All we know is:
the field burned.
But we saw that.

So we have to believe in the girl,
in what she did. Otherwise
it’s just forces we don’t understand
ruling the earth.

The girls are happy, thinking of their vacation.
Don’t take a train, I say.

They write their names in mist on a train window.
I want to say, you’re good girls,
trying to leave your names behind.

da Averno, Farrar, Straus e Giroux, New York 2006

 

*

 

Da un lato, l’anima vaga.
Dall’altra, esseri umani che vivono nella paura.
In mezzo, la buca della sparizione.

Alcune ragazze mi chiedono
se saranno al sicuro vicino all’Averno –
hanno freddo, vogliono andare per un po’ a Sud.
Una dice, come uno scherzo, ma non troppo a Sud –

io dico, è sicuro come qualsiasi altro posto,
e la cosa le rende felici.
Significa che niente è sicuro.

Sali su un treno, scompari.
Scrivi il tuo nome su un finestrino, scompari.

Ci sono posti così dappertutto,
posti in cui entri ragazza,
da cui non torni mai.

Come il campo, quello che è bruciato.
Dopo, la ragazza è sparita.
Forse non è mai esistita,
non abbiamo prove di niente.

Tutto ciò che sappiamo è:
il campo è bruciato.
Ma l’abbiamo visto.

Perciò dobbiamo credere nella ragazza,
in quello che ha fatto. Altrimenti
sono solo forze che non capiamo
a governare la terra.

Le ragazze sono felici, pensano alle vacanze.
Non prendete il treno, dico.

Scrivono i loro nomi sulla condensa del finestrino di un treno.
Vorrei dire, siete brave ragazze,
che cercate di lasciarvi i nomi alle spalle.

 

Traduzione di Marilena Renda

Giovanna Rosadini

Si spoglieranno gli angeli
durante il temporale, e pelle e piume
offriranno alle carezze dei lampi.
Corpi e città, Isacco Turina

 

Scrivere è un ritorno – innesco che apre voragini
di senso, un andare disarmati incontro
ad ombre infestanti e guerriere. Scrivere
è il gesto che consuma l’attesa, di una vita forse
prigioniera fra lamiere, e ancora sconosciuta.

 

Frammenti di felicità terrena (LietoColle-Pordenonelegge, 2019)

Foto di Dino Ignani

Antonio Prete


Vigilia

Ascolta il silenzio di una sedia,
diceva, e il battito dell’ora
che sospinge il niente verso il niente.
Negli occhi del cane segui le ombre
del dubbio e i lampi del ricordo.
Decifra le frasi che il vento
scrive sulla sabbia
e le lettere d’aria che gli uccelli
tracciano in volo.
Nel suono della risacca
senti le voci che abitano la luna.

Un po’ più oltre, diceva, è il giardino
segreto dell’invisibile.


Tutto è sempre ora
(Einaudi, 2019)

Karthika Naïr


Habits: Remnants

Listen, let’s get this straight: it isn’t you I miss, not you at all.
Warm rain—its scent and smoky song are what I miss, not you at all.

Nor all that jazz – the moon, the stars, the wine, the flame – that you conjured
before our verses grew old. That was a promise, not you at all.

A sky, an earth, this air, the awning, your mouth, my tongue, the impress
of skin on skin—these I hold as love’s edifice, not you at all.

Last week at the laundrette I tripped; a block-printed quilt snagged the heart.
A new voice pulled away my feet from the abyss, not you at all.

Yes, I’ve grown to like pine seeds and salted caramel, to worship
Steve Reich. But, surely, that’s what they call osmosis, not you at all.

I swear I’d spring-cleaned you from the mind. So I feign, when I find
slivers of laughter, a cinnamon-coloured kiss, not you at all.

The past invades our present, still imperfect yet continuous;
becomes a mutant who sings from each interstice, not-you-at-all.

By the Pleiades, by the quicksilver moon, I renounce the heart’s
feints, I will drink from this harvest chalice—it’s all you, after all.

 

From: New Soundings in Postcolonial Writing (Brill/Rodolphi, 2016)

*

 

Abitudini: Resti

Ascolta, parliamo ora chiaramente: non sei tu a mancarmi,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.
Pioggia tiepida — sono il suo odore ed il vapore della sua armonia a mancarmi,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

E neppure tutto quel jazz mi manca – la luna, le stelle, il vino, quella fiamma –
eri tu a chiamarli in causa
prima che fossero i nostri versi ad invecchiare. Era una promessa quella,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Un cielo, una terra, quest’aria, la tenda per il sole, la tua bocca,
la mia lingua, la traccia
pelle contro pelle — sono queste le cose che trattengo come un domicilio dell’amore,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

La scorsa settimana, alla lavanderia a gettoni, sono inciampata; una trapunta a quadri
mi ha afferrato il cuore
era una voce nuova a togliermi davvero il piede dall’abisso,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Sì, ho imparato ad apprezzare i semi di pino ed anche il caramello con il sale,
ad adorare Steve Reich.
Ma di sicuro questo è quello che qualcuno chiama osmosi,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Ti giuro: è con le pulizie di primavera che poi ti avrei voluto fuori dalla mente. Se trovo
qualche scheggia di risata, insomma,
o un bacio color cannella, faccio finta, è solo quello,
non tu, davvero, tu non c’entri niente.

Il passato invade il nostro adesso, ancora così imperfetto:
ininterrotto;
è ormai un mutante che canta da ogni intercapedine,
non-tu-davvero-tu-non-c’entri-niente.

Dalle Pleiadi, da questa luna d’argento vivo, io rinuncio
alle finte
del cuore, berrò da questo frutto del raccolto—
—e, in fondo, sei soltanto tu, dopotutto.

 

Traduzione di Francesco Guazzo

Adam Zagajewski

In prima persona plurale

A Julian Kornhauser

Indossiamo parole usate, enfasi e disperazione
corrose dalle labbra altrui,
camminiamo sulle botole dell’altrui spavento,
in un’enciclopedia scopriamo la vecchiaia,
di sera fingiamo che sia scoppiata la guerra,
conversiamo con Baczyński,
facciamo in fretta i bagagli,
ci ricordiamo dei poeti d’un tempo,
andiamo in stazione, condanniamo il fascismo,
e poi trionfalmente,
in uno scompartimento di prima classe,
in prima persona plurale,
diamo voce a tutta la nostra perspicacia,
come se non fossimo dotati
dell’orecchio assoluto per il silenzio.

 

Prova a cantare il mondo storpiato (Interlinea, 2019), a cura di V. Parisi