Beatrice Zerbini


Foto di Enrico Maria Bertani

Non ho tempo per essere infelice;
mi chiamano per nome gli orologi,
mi invitano alla festa
di salire
i gradini a due a due,
finché ho le gambe;
di bussare alla tua porta,
finché ho la bocca;
di vivere finché
sono viva.

Non ho tempo per essere
un lamento, declinare gli affetti,
tralasciare il miracolo
di amarsi in due
io sto morendo e

ti distillassi l’amore –
un amore normale –,
a partire da ora,
con l’odore del brodo
su per le scale
e gli esami del sangue a digiuno,
le commissioni,
il carrello storto della spesa,
non saprei come
dartelo tutto e come
recapitarti la cura che ti serbo
intera;
amarti mille volte
con una vita sola.

In comode rate (Interno Poesia Editore, 2019), prefazione di Alba Donati

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Mattia Tarantino


Vorrei conoscere il mondo dei morti,
reclamarlo in una lingua senza storia
che non abbia una grammatica, ma possa
avverare tutto ciò che si pronuncia.

Mi usano per parlare a chi è rimasto,
vogliono che dica, rovesciandola,
la parola che non hanno mai trovato

Inedito da “L’età dell’uva”

Mimi Khalvati


Eden

In this country, nature is green on green.
In mine, green grows out of ochre, fawn, dun –
what are the colours of dust? Caught between
fruit trees, what are they but shifts of the sun?

In this country, grass and tree are implicit
in each other, as in water. In mine,
dust and tree are awkward friends who elicit
only the same blessings at the same shrine.

But it’s dust that deepens shadows, the tree
that plays on colours watermarked by shade.
When shade is deep as water, roots drink deeply,
and drinking from the same pool, friends are made.

If only we were dust and tree. My children,
grown from my poor soil. I imagined Eden.

 

*

 

Eden

In questo paese la natura è verde su verde.
Nel mio, il verde spunta sull’ocra, sul fulvo, sul grigio –
quanti colori ha la polvere? Catturati tra
gli alberi da frutto, non sono che variazioni di sole.

In questo paese albero ed erba sono dati certi
come del resto l’acqua. Nel mio,
albero e polvere sono amici impacciati che solo
implorano la stessa benedizione a un unico tempio.

Ma è la polvere che rende scure le ombre, l’albero
che gioca sui colori filigranati dall’ombra.
Quando l’ombra è profonda come l’acqua, le radici bevono a fondo
e bevendo dalla stessa pozza, si fa amicizia.

Se solo fossimo noi albero e polvere. I miei figli,
nati dall’aridità del mio terreno. Immaginavo l’Eden.

 

(traduzione Andrea Sirotti)

Stefano Dal Bianco


A uno dei tanti che rimarranno fermi

Che cosa posso dirti di me, di dove sono,
che tu potessi raccontare agli altri…

Racconta loro che non ci sono più,
che sono un altro, fatto simile ad altri,
che non ho più tempo per nessuno,
che ho perso la testa e l’ho rimessa a posto,
e che mi sono convertito ad altra vita,
alle leggi di un dio che non è qui
e che perciò mi chiede conto.

Che nessuno si preoccupi per me,
che nessuno mi chieda di avere pietà,
che nessuno mi chieda di mentire più.

 

Prove di libertà (Mondadori, 2012)

Marco Bini

In cinque contro cinque, campo grande,
il fallo laterale pura speculazione,
neanche l’ombra di una tattica o di un tiglio
mentre il pallone macinava galassie
in volo perenne.

Si perdeva quasi subito il punteggio
protési al bel gesto
che fa leggenda e gerarchia
per lo scontro decisivo che (sapevamo)
mai sarebbe stato in calendario.

Tutti a difendere, poi tutti avanti
compatti e scomposti;
ogni tanto capitava che lancio e scatto combaciassero,
che ci lasciassero
riprendere fiato con le distanze fattesi voragine
a guardare il miracolo del portiere
che non accadeva mai.

New Jersey (Interno Poesia Editore, 2020)

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Bruce Hunter


Aria for Dante 

In Italy, on Dante Alighieri Day,
glum news, over seven thousand souls now.
I seek my solace in the garden of this, my cold country,
as sleet turns to rain. Robin trills the dawn.
Back from Mexico for another year.
Spring’s sweet twerp in a jazzy red vest.

Outside the train station in Bologna
Not far from Torre Degli Asinelli
A line of green lorries of Esercito Italiano
wait under the streetlamps
to carry home the bodies of the beloved.

There is a hush over Tuscany.
This is only the beginning.
I worry after my friends from the villages:
Alice, Simone in Poggibonsi. Others
from Castellina, San Gimignano, Siena.

Where at dinner one night at a trattoria,
the old joke played on the tourist.
A giant pepper grinder left at my plate.
When I finally reach for it, out came their cell phones
and we all laughed. I’d been had. Again.
Walking at midnight in the moon’s sheen
on the cobblestones of Piazza del Campo.

Where the Contrades’ horses race a mad course
through these narrow streets in August.
Alice stops at the old Asylum
I should know this, she teases. But I do.
Crazy poets in a country where they love them.

Amongst marled hills the colour of pumpkins,
Chianti’s sweet soil for its noble wines.
Lavender winds in the region of Tuscany,
in the province of Siena,
in the comune of Monteriggioni,

behind the high stone wall with eleven towers.
On a quiet street, a bench below Dante’s words.
a traitor betrayed the village, burns in hell.
All our villages and bodies now,
towers no defense. Hell no longer allegorical.

In my sleepy garden, I rouse the soil with a spade.
Robin tiptoes behind me, copping worms
for his mate in the eaves.
Who leads me away. Too close,
too close, she cries.

I’m the gardener, I tell her,
who fills the feeder for your babies.
My whole life deaf, I hear all her songs now –
a miraculous coil planted in my cochlea
– her insistent squalls of joy at dawn.

Until the Palio runs again, crowds jostle and cheer,
we have this: raw earth, first rain, a nest.
Splendid notes. Spring’s first aria,
That, she has always sung.
Whether we hear her or not.

March 25, 2020

 

*

 

Aria per Dante 

In Italia, nel giorno di Dante Alighieri,
notizie cupe, settemila anime adesso.
Cerco sollievo nel giardino di questo, mio paese freddo.
mentre il nevischio si fa pioggia. Il pettirosso gorgheggia all’alba.
Di ritorno dal Messico per un altro anno.
Felice idiota di primavera in una vivace livrea rossa.

Fuori dalla stazione ferroviaria di Bologna
Non lontano dalla Torre Degli Asinelli
Una fila di verdi camion dell’Esercito Italiano
attende sotto i lampioni
di riportare a casa i corpi dei cari.

C’è un silenzio sulla Toscana.
Questo è solo l’inizio.
Mi preoccupano i miei amici dai paesi:
Alice, Simone da Poggibonsi. Altri
da Castellina, San Gimignano, Siena.

Dove a cena una sera in trattoria,
il vecchio scherzo tirato al turista.
Un enorme macinino accanto al mio piatto.
Quando infine lo afferro, son saltati fuori i cellulari
e abbiamo riso tutti. Me l’hanno fatta. Di nuovo.
Nel passeggiare a mezzanotte allo splendore della luna
sui sampietrini di Piazza del Campo.

Dove i cavalli delle Contrade gareggiano in una folle corsa
per questi vicoli stretti ad agosto.
Alice si ferma al vecchio manicomio
Lo dovrei conoscere, prende in giro. Lo conosco, infatti.
Poeti folli in un paese dove li amano.

Tra le colline fasciate del colore delle zucche,
Il terreno dolce del Chianti per i vini pregiati.
Venti lavanda nella regione Toscana,
nella provincia di Siena,
nel comune di Monteriggioni,

dietro le alte mura in pietra dalle undici torri.
In un vicolo quieto, una panca sotto le parole di Dante.
un traditore tradì il paese, brucia all’inferno.
Tutti i nostri paesi e corpi ora,
torri senza difesa. Inferno non più allegorico.

Nel mio giardino dormiente, risveglio il terreno con una vanga.
Il pettirosso mi zampetta dietro, rifornendosi di vermi
per la compagna sulle gronde.
Che mi conduce lontano. Troppo vicino,
troppo vicino, lei lamenta.

Sono io il giardiniere, le dico,
che riempie la mangiatoia per i tuoi piccoli.
Sordo per tutta la vita, odo tutti i suoi canti ora –
una spirale miracolosa impiantatami nella coclea
– le sue urla insistenti di gioia all’alba.

Finché il Palio si fa ancora, le folle si accalcano ed esultano,
questo abbiamo: terra grezza, prime piogge, un nido.
Note splendide. La prima aria della primavera,
Che lei ha sempre cantato.
Che la si senta o no.

25 marzo 2020

(traduzione di Angela Caputo)

William Cliff


E che sia di nuovo questo bel vocabolario
attraverso cui la poesia ricomincia
a declinare il verbo che saprà spingere
la perfetta dizione dell’opera necessaria.

In seguito riapriremo un certo Baudelaire
che ha pronunciato la lingua come nessuno
l’aveva fatto con quell’asprezza francese
che il mondo intero ci invidia e che risuona

per molto tempo dopo che è stata ascoltata.
Così bisogna suonare a corda tesa,
assicurarsi che mai più si distenda,

e riprendendo l’opera senza artificio,
la consegneremo al mestiere affinché
enunci esattamente ciò che va detto.

 

Materia chiusa (Elliot edizioni, 2020), traduzione di Fabrizio Bajec

Ol’ga Sedakova


Infanzia

Ricordo la prima infanzia
e il sogno sull’oro piumino.

Un sogno o per davvero?
Qualcuno mi vide,
veloce entrò dal giardino,
e in piedi mi sorride.

– Il mondo – dice – è un deserto.
Il cuore dell’uomo una pietra.
Amano gli uomini quel che non sanno.

Non ti scordar di me, Olga,
ed io non dimenticherò nessuno.

Solo nel fuoco si semina il fuoco (Edizioni Qiqajon, 2018) trad. di Adalberto Mainardi

Sonia Caporossi

attrazione daltonica del vuoto
pericardite in sussulto incastrata
fra il flusso e il riflusso
esangue nell’incavo claudicante
del gradino sotteso, sottomesso, messo sotto
nell’inciampo di un “ahi!” incancrenito e messo a fuoco
rimestare la mestizia negli alleli dell’alluce
alleviare il dolo del poeticum col ghiaccio
«nell’addiaccio a freddo sulla soglia in cui ora giaccio»
scarpinando col tacco e la punta
abbracciando la croce a setaccio
di una nuga, estetica presunta
quando al secolare assioma del dolore
fa eco solamente la retorica del sasso
nella scarpa e il vecchio detto :: «il piede batte
dove la langue duole».

 

Inedito

Foto di Dino Ignani

Francesco Scarabicchi


Questa luce che tocca
ottobre e il mondo
calma scomparirà
da sé in silenzio
nella sera del tempo
e questa nebbia
bianca sulla città
lascerà intatto
tutto il vuoto dell’epoca,
il ritratto di ogni cosa che, ferma,
a voce spenta,
niente saprà di noi
come l’odore
della notte di vento
e pioggia dura
che sui nomi e le case
cade invano.

Il prato bianco (Einaudi, 2017)