Demetrio Marra


Mitologie

Non finisco i libri, ogni tanto, è il mio
inconfessabile, su Marte come
dischi volanti compiranno
certamente tutti i gesti di una determinata
loro altezza, su Marte che è
la Terra stessa, ovviamente. Nemmeno
Sebald, Ottieri, Barthes. Non ho letto
tutto Caproni, non ho il fisico
da lottatore che serve, né polpacci da ballerina.
Più Raboni, in realtà, come prima, di quando
sono dove non sono mai stato –

dietro le edizioni obsolete, gli esami,
gli articoli da correggere, i pasti
da non saltare, la zona celeste dei miei pigiami
e del mio foraggio, ultimamente
sveglio in mezzo leggere
Guido ma quell’incipit: dovrei farmi
forza e andare avanti. In rapporto tra
male e rimedio come strattona
Il giorno che l’avrebbero ucciso,
Santiago, miti d’oggi! Molto diverso da caso
a caso, mi spiego: riappendo
poster, oggi, sono da mesi giorni interi
a terra, caduti. Lo scotch perde aderenza –
sia una metafora nuova per la
camera tutta lì, imbellettata, ovvio. Gli angoli
di un calendario si piegano, il legno delle sedie
fuori posto. La lavatrice in potenza, dispersa
in terra e la busta dei bianchi, l’angolo
a valanga sul pavimento.

Con tutto questo
sto prendendo tempo. È un assedio,
qualcosa complotta alle spalle. Il lampadario emette
luce a intermittenza al centro della camera. Anche questo
– di cosa, poi – è metafora. Sul trasparente
dell’armadio e sullo specchio due incandescenze;
per cosa lente accensioni, altrettante, per cosa
si esaurisce il filamento, nessuna efficienza
luminosa sulle tre gocce dell’anticamera da bagno.

 

Riproduzioni in scala (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Laura Pusceddu

Ilaria Grasso

Le braccia si rinfrescano al vento di ponente
in mezzo a uno spazio verde privo di aghi.

Il vento alza le gonne e rinfranca le donne
nei giorni dei mesi estivi.

Il talco incrosta il sangue sul collo
e le cortecce dei pini
ci passano orizzontali alle narici.

Attorno a noi aiuole decadenti
e vociare urbano di uomini e motori
ci ricorda delle fasi della vita
mentre in alto una luna s’ingrossa
o si smagrisce nell’avvicendarsi dei cicli.

 

Inedito

Foto di Andrea Annessi Mecci

Ana Blandiana


Non sostituirmi,
non mettere al mio posto
un altro essere
che tu possa pensare
che sia sempre io
e non lasciare
che indossi le mie parole.
Abbi pietà di loro
se non hai pietà di me,
non costringermi a sparire
di fronte a un’estranea
che porta il mio nome
senza ritegno,
che almeno mi imiti
quasi come se
non mi avesse mai conosciuto.
Non provare a esigere
che sia io, pur cambiata,
non umiliarmi
cancellandomi dagli specchi,
lasciandomi solo in fotografia.

 

L’orologio senza ore (Elliot, 2018), a cura di B. Mazzoni

Roberto Amato


Mi ci sono voluti diciannove anni per leggere questo quaderno di appunti.
Sono settantasette paginette mi pare in ottavo.
Certo era molto giovane Flaubert,
gli si può perdonare tutto.
Soprattutto l’innocente incoerenza.

Io non sono mai stato molto giovane e, da subito,
colpevolmente coerente,
mi sono messo a progettare questo
Trattato sui principi luminosi delle latebre
che quasi certamente non vedrà mai la luce.

Ecco, tra me e Flaubert c’è una bella differenza.
Lo deve ammettere Dottore.

Le attitudini terrestri (Elliot, 2018)

Philip Morre

Snapshot of Hippo with Bananas
for Dennis Linder

He said often he always loved teaching,
loved, in fact, young things (nothing untoward
you understand), their bare tanned arms,
the social gradations of their pens and sneakers . . .

And he thought, rightly, that they loved him back.
“When I was at the asclepeion,” he would say,
“in Kos, a student like yourselves…” and before long
the whole class, seeing it coming, would chant as one:
“in Kos, a student like ourselves”, and he was chuffed
at the warmth behind the mockery. Which of us
is not, in old age, a parody of himself?

And who does not believe the hippo a benign
creature? His best draughtswoman, a decade ago,
made a picture of the ‘potamus astride a tor
of banana crates (such as you might find
discarded behind the market at noon),
which was pinned ever after over the door.
“Do pachyderms eat plantains?” He was always
trying to push back the limits of knowledge.

His one fear was, paradoxically, that
he had done too well, not for himself – fame
in fickle times is a passport of sorts –
but for them. They hung on his words so,
refused to query, to challenge. He imagined
his star pupil, a lifetime on, giving the same
identical lecture: “When I was at the asclepeion,
in Larissa, with Hippocrates, a student like
yourselves…”, and all the big questions
still unanswered: Where does the soul reside?
Do hippos eat bananas? Is the blood a tide?

*

Istantanea di ippopotamo con banane
per Dennis Linder

Lo diceva spesso lui che amava insegnare,
amava, infatti, i giovanotti (niente di sconveniente
intendiamoci), quelle braccia nude abbronzate,
gli indicatori sociali delle loro penne e delle sneakers…

E pensava, giustamente, che anche loro lo amassero.
“Quando ero all’asclepeion,” diceva,
“a Kos, uno studente come voi…” e poco dopo
tutta la classe, anticipando il resto, avrebbe cantilenato:
“a Kos, uno studente come noi”, e lui era arcicontento
dell’affetto dietro alla presa in giro. Chi di noi
non è, da vecchio, una parodia di sé stesso?

E chi non crede che l’ippo sia una creatura
benevola? La sua disegnatrice più brava, diec’anni fa,
aveva ritratto un ippopotamo a cavallo di una pila
di casse di banane (come quelle che trovi
abbandonate dietro al mercato a mezzogiorno),
che da allora era rimasto inchiodato sopra la porta.
“I pachidermi mangiano banane?” Cercava sempre
di estendere i limiti della conoscenza, lui.

La sua unica paura era, paradossalmente, di
esser stato fin troppo bravo, non per sé – la fama
in tempi incerti è una forma di passaporto –
ma per loro. Pendevano troppo dalle sue labbra,
si rifiutavano di metterlo in discussione, di contestarlo.
Immaginava il suo alunno migliore, decenni dopo, fare
la stessa identica lezione: “Quando ero all’asclepeion,
a Larissa, con Ippocrate, uno studente come
voi…”, e tutte quelle belle domande
ancora senza risposta: Dove risiede l’anima?
Gli ippopotami mangiano banane?
Il sangue è una marea?

Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Valerio Magrelli


Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell’unica torcia paleozoica.

 

Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992)

Foto di Dino Ignani

Hans Magnus Enzensberger

La vista

Tu dici:
apro gli occhi e vedo quel che c’è
per esempio là sulla parete ‘sta donna nuda
o qui davanti ‘sta misera matita
o l’occhio che non smette di fissarmi – da ammattire
Chiudo gli occhi e vedo quel che non c’è

È così semplice
sei così facile da ingannare

In realtà sta a capo all’ingiù la realtà
anche la tua testa anche il cinema nella tua testa

Come lo sai che l’occhio si muove e l’immagine è ferma
o che l’occhio è fermo e si muove l’immagine?

Sicuro è soltanto che lo scomparso non è scomparso
e il qui davanti non è qui davanti

Tu vedi il cinema oppure il film
l’occhio oppure l’immagine

Ed ecco perché non smetti di fissare la donna nuda
che non si muove
con gli occhi sbarrati – da ammattire
la donna che non c’è
e guardi a occhi chiusi ‘sti miseri occhiali

 

La musica del futuro (Einaudi, 1997)

Franco Marcoaldi

Il peggior veleno

In sogno ho incontrato un vecchio
saggio al quale ho domandato:
“Sapresti dirmi, tra tanti
sentimenti, quello che più di ogni
altro avvelena l’esistenza?”
“Ahimé, lo spettro è ampio. Però
dovendo scegliere, per quanto
ti riguarda, direi l’ambivalenza”.

 

Il tempo ormai breve (Einaudi, 2008)

Foto di Dino Ignani

Francesca Del Moro


Sovraliminale

Finirà presto la stagione dei naufragi
com’è finita da tempo
quella degli attentatori islamici.

Le parate per i gay
fanno sempre arcobaleno
ma al giorno d’oggi il colore
che ci preme più di tutti è il nero.

Salvo saldi d’ideologia,
s’indossano solo pensieri
all’ultimo grido, sfilando.
Lei la chiama glossolalia.

Nell’aria deliziosamente danza
un avvelenamento lento
senza bagliore di esplosioni,
senza rilascio di gas venefici.

Günther Anders ha detto
che quando i morti sono troppi
la coscienza è incapace di rimorderti.

Così con la coscienza a posto
la sera mettiamo la testa a riposo,
le mani negate ai questuanti
gettano materiali plastici.

 

Inedito