Umberto Fiori


Sulla mia faccia tesa il Conoscente
vede tatuarsi
i vispi ghirigori del suo assolo.

Si ferma. “Fiori… vedi come ti agiti?
Qualsiasi cosa non assomigli a te
la senti come un’offesa… Sempre a disagio
sei, sempre in guardia. Tutto sul serio, prendi.
Tendi il collo, mi guardi di traverso
come se l’universo fosse in pericolo.
Ma non lo senti che nemmeno
una frase, di quello che dico, è mia?
Dài, ti prendevo in giro! Un po’ di spirito,
di leggerezza, di ironia…
Figlio mio…
tu capisci soltanto abbasso e viva!

C’è veramente da meravigliarsi
che dopo tanti anni di fanfare,
di cori, di proclami, tu ti sia
messo in mente di scrivere.

Addirittura poesia…”

Il Conoscente (Marcos y Marcos, 2019)

Francesco Vasarri


Le case crolleranno, si è dimezzato
nel bianco l’Oltrarno e in sovrapposte
immagini trascorre per la brina
la figura. Non avendo mercato
da comprarvi o da spendervi lo stipendio di grazia
me la tengo per me, mi ci trastullo in cadavere:

fioccano i tuoi bei dentini da tutte le parti,
lo scrigno di Ligeia si è aperto e non posso
con l’icona di quella martoriata
bocca sdarmi nel sangue della neve.

[E quanto dura la neve, quanto dura Pistoia,
quanto ancora sul tasto ribattendo Sokolov
porterà la memoria di te a sognarsi ancora non nata.
Dentro la vita morbida ci si gettava il seme
del futuro, ma nulla funzionava. Nell’atteso
meccanismo inceppavano gli umori finali.
Quando hanno detto nevica ho guardato la neve
e con la mano affondavi nel linimento del bianco, ti ho
gettato una corda di parolette sottili, ma l’ho
mancata di poco la tua mano vermiglia, la
tensione cresceva, ti si spaccavano i pori.

Ma le città quanto durano, quanto
dura il nevaio, dalla finestra lo vedo
e mi ripete che è morto, che non si
sveglia la crepa, che qui
nessuno ti sgela.]

 

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Tiziano Scarpa


Poesia scritta dalle parole #11

La disfatta non è morire
ma avere sprecato la vita.
Noi parole conosciamo due modi
per contrastare la disfatta.

Il primo è predisporre l’esecuzione perfetta,
preparata accuratamente in disparte
per essere messa in atto una volta,
una volta sola.
Ne sono buoni esempi
la ginnastica artistica,
il pattinaggio su ghiaccio.
In un minuto di gara ci si gioca
anni di allenamento.
Non ne sono buoni esempi
questi versi.

L’altro modo è accumulare tentativi
pubblici, ufficiali, documentati.
Una marea di esecuzioni sghembe
che, per la legge dei grandi numeri,
ogni tanto può produrre qualche apice,
un gesto venuto bene,
un talismano da imparare a memoria.

(in fin dei conti Shakespeare e Picasso
hanno prodotto una grande quantità di
roba così così,
e un sacco di giornate di Francesco d’Assisi
non sono state considerate degne
di essere raccontate)

Potrai sempre dire di essere stato
la parte mediocre di un grand’uomo.

 

Le nuvole e i soldi (Einaudi, 2018)

Silvio Raffo

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era una volta una cucina, un grato
sentore di carbone e pan tostato
Una scala saliva all’abbaino:
se il bimbo s’affacciava all’ammezzato,
la vecchia non smetteva di cucire
e al suo regno di spilli lo invitava
La mamma era partita dal mattino
ma nella casa ancora risuonava
l’eco della sua voce all’imbrunire

 

Io sempre a te ritorno – Poesie per la madre (Crocetti, 2001)

Maria Borio


Lapachos

Le teste viola simmetriche
quando il freddo sul delta taglia l’atmosfera
sono i lapachos, riempiono i viali con consonanti
di labbra e petto, tolgono la l e la p dalle frasi.
Seguiamo il raccordo: le case bianche di Recoleta

e il mosaico delle villas ci uniscono in un arco.
Seguiamo il delta, l’ordine dei cani domestici,
l’uomo che li cura, imitiamo il muso nella faccia
con un’ingenuità privilegiata, così fragili e forti
che fra questi viali possiamo chiamare tutto

fantasma, popolo. Gli animali hanno maschere,
i lapachos fanno specchio alle persone –
una storia, un’immagine, un affresco,
allegoria aspra. Dai lapachos qualche fiore

attraversa i binari fra le villas e Recoleta,
attraverso un corrimano di lava vediamo
il muso di un cane dove si respira, si mangia.
Il delta è d’argento, è tutta la fragilità

che portiamo, seduti nel parco, nell’aria
sotto i lapachos che diventa colore,
la città che si svuota, l’aria viva triste
nel giorno dello sciopero generale.

Siamo fragili e forti, siamo questi alberi d’inverno,
prendiamo le facce dei cani nelle nostre,
gli occhi, scomponiamo i lapachos,
le villas adesso alcaline e viola.

Buenos Aires, 25 settembre 2018

 

Poeti italiani nati negli anno ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Dino Ignani

Martina Germani Riccardi


long time lava

non mi basta nessun passo.
rivoglio tutto
quello che non ho avuto.

una cartella vuota che porta il mio nome
i treni
con una direzione.

intanto ho espresso
un desiderio complesso,
ho gridato aiuto.

mi hai detto per il tuo cuore grazie
ti ho detto mi manchi anche tu, e ti amo
da quest’isola

 

Le cose possibili (Interno Poesia Editore, 2016-2019)

Foto di Assunta D’Urzo

Intervista al poeta: Guido Catalano

Guido Catalano nasce a Torino alle 8.50 del mattino del 6 febbraio del 1971. A 17 anni decide che vuole diventare una rockstar, più tardi ripiega sulla figura di poeta professionista vivente, che ci sono più posti liberi. Tiene spettacoli di poesie in tutta Italia da molti anni e ha collaborato con molti musicisti, tra i quali Federico Sirianni, Dente, Dario Brunori. Cura una rubrica di posta del cuore sul Corriere della Sera, edizione Torino. Ha pubblicato 7 libri di poesie e 2 romanzi, oggi tutti editi per Rizzoli: I cani hanno sempre ragioneSono un poeta, cara; MotosegaTi amo ma posso spiegarti; Piuttosto che morire m’ammazzo; La donna che si baciava con i lupi; D’amore si muore ma io no (romanzo); Ogni volta che mi baci muore un nazista; Tu che non sei romantica (romanzo).

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Dal mio piccolo punto di osservazione direi che se ne vede di più in giro. Nelle librerie gli scaffali si stanno allargando e ogni tanto si vedono raccolte di poeti non morti. Non nel senso di zombi o vampiri, dico, gente viva, magari anche sotto i settanta.
Si moltiplicano i reading e le persone vanno a vedere i poeti declamare i loro versi.
I ragazzi e le ragazze del poetry slam stanno facendo un ottimo lavoro, malgrado ogni tanto esca fuori qualche povero di spirito che afferma che lo slam faccia del male alla Poesia, alla Società, a Dio, al Mondo.
Poi c’è il discorso social. La poesia viene condivisa parecchio anche se la qualità per lo più è bassa, molto bassa o sotto il livello di accettabilità (LDA).
Rispetto a quando ho iniziato ad andare in giro a leggere poesie e a pubblicare i miei primi libri, sicuramente qualcosa si sta muovendo.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Speravo che non mi avresti fatto questa domanda ma ormai l’ho letta e mi tocca rispondere.
La poesia, quando sei fortunato è un incantesimo e il libro di poesie è un libro magico (Spell Book in inglese). Dunque il poeta è un mago.
Quando la poesia funziona ha, come succede con gli incantesimi, un effetto.
Un mago può lanciare palle di fuoco dalle mani.
Un poeta può cambiare le cose con i suoi versi.
Può cambiare l’umore delle persone. Può far vedere loro cose che prima non vedevano. Può eccitare, immalinconire, divertire, innamorare, far pensare, spaventare.
Io una volta con una poesia ho piegato un cucchiaio di metallo.

 

3. Chi sono i tuoi maestri?

Woody Allen, Charles Bukowski, Charles M. Shulz, Jaques Prévert, Stephen King, Lucio Battisti con Mogol, Jacovitti, e tanti altri.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non so se si possa diventare poeta.
In ogni caso occorre leggere molto, ascoltare molto e avere una necessità che viene dal di dentro, tipo una mano che ti stringe lo stomaco e quando scrivi allenta la stretta, cioè a me stringe lo stomaco ad altri magari stringe qualcos’altro, tipo la gola o le palle.
Detto questo, secondo me poeta non ci si diventa a tavolino.
Come i maghi, d’altronde.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Probabilmente perché abbiamo il record europeo di analfabetismo funzionale.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Da bambino, alle elementari, usavano farmi imparare le poesie a memoria e io odiavo questo tipo di esercizio perché allora come oggi ho gravi problemi di memorizzazione. Ho impiegato parecchio a riconciliarmi con la poesia che ritenevo uno strumento di tortura medievale.
Per il resto la questione della poesia che non viene letta ha a che fare con il concetto di profezia che si auto-adempie. A forza di dirlo accade. Una sorta di auto-sfiga. C’è gente che ci campa da anni, anche se non ha senso.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Portarla in giro, farla uscire, con tutti i mezzi possibili. Far capire alle persone che la poesia è come la musica, la canzone ed altre forme d’arte. Non ti mangia, non è pericolosa, può essere tutt’altro che noiosa e incomprensibile. Un libro di poesie può essere un compagno di viaggio meraviglioso. Le poesie possono essere usate, condivise. Con la poesia si limona un sacco.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Perché no? Se sei un giovane curioso può succedere. Io non sono tecnicamente un Instapoet ma scrivo roba che tende alla semplicità, cose piuttosto dirette, forse pop. Mi è capitato spesso che giovani o giovanissimi mi scrivessero dicendo: “io non leggo poesia, mai letta poesia ma dopo aver letto le tue adesso ho iniziato a leggerne”. Bella notizia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non lo so, spero di sì.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“Se ti tagliassero a pezzetti
il vento li raccoglierebbe
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di Dio
di Dio il sorriso”.

[ De Andrè – Bubola ]

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Monia Pavoni

Domenico Brancale


Me vulisse fa’ crede ca si turnere lla
andò cchiù pésele di na fronne
’ggi state ngullate allu viente

– o parole mucche so’ mattutine
ppi rivegghié o muorte

truvere angòre tutte chille cose ca ’ggi vessute
senz’ u pinziere de vive
quanne u tiempe canosce sule u presente
passate o future ca sìie.

Mo, mo, mo! Accussi si ghìnghiene o recchie.
Mo i’è ’a garámme andò s’addrùpene o suonne nuoste.

Me vullisse fa’ crede ca abbevèsce angòre culle paise
o pedecate nu mumente prime de ll’ombre.

 

*

 

Vorreste farmi credere che se tornassi là
dove più leggero di una foglia
sono stato incollato al vento

– le parole in bocca sono aurora
che svegliano i morti

troverei ancora tutto quello che ho vissuto
senza avere il pensiero di vivere
quando il tempo conosce solo il presente
passato o futuro che sia.

Ora, ora, ora! Di questo si riempiono le orecchie.
Ora è il precipizio della memoria in cui precipitano i sogni.

Vorreste farmi credere che esiste ancora quel paese
le mie orme un attimo prima dell’ombra.

Scannaciucce (Mesogea, 2019)

Eleonora Rimolo

Quell’abbraccio te lo sei preso tutto,
lo hai sentito premere tra le scapole:
un bene semplice che non ti raggiunge.
È una trincea la casa materna dove mi ospiti,
in cui i morti spiano le mie voglie, i tuoi gesti
misurati: non eccedi in niente, emargini
ai miei occhi le stanze più intime, chiedi scusa
per il disordine e poi dici di no, pronunci
le parole vuoto e fermo per intendere una fine,
per benedire nel sonno dopo la fatica
questo uso incosciente dell’affetto.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Foto di Daniele Ferroni

Nicolas Cunial


hardnoressia

a digiuno di sguardi da mesi domandi:
cosa mangiamo stasera?
(per vomitarlo domani?)

hai la pelle che si rapprende
alle collane di ossa
ti fa da coperta scomoda stretta
ed è più fredda di qualunque bilancia
che nessuna accurata misura
dei falsi grammi d’aria che mangi
può darti. sei senza una fame precisa
rigetti ogni cosa riversa sul cesso
che odora di vomito stanco
ma è acqua e poco altro.

quasi ho paura se ci si scopa
che tu possa ingoiarmi e pentirti
oppure spaccarti strapparti a metà
o romperti in due: tra te madre e un figlio inatteso
non avrei che il desiderio di un lampo
decesso. perché
lo ammetto: non sono in grado
di darti alcun nutrimento
(sai io che confesso la mia disfatta
mi sembro più uomo che parassita)

e tu sei felice così lo so
ma il tuo baricentro è l’assurdo
a stento ti appoggi con un occhio all’istinto
(che smorzi a morsi e poi lo risputi)
e l’altro rivolto a te specchio: cruna dell’ego
in attesa famelica che il tuo riflesso
sia più sottile del tuo sogno maniaco
fino al punto finale
di vederti sfilare attraverso:
un fantasma di carne da setacciare
su terra magrissima

 

Black in / Black out (Interno Poesia Editore, 2019)