Franca Mancinelli


Le tue scarpe erano terra asciugata dal sole. Si sgretolavano sul selciato, si scioglievano nelle pozze. Eri scalza, e capivi le foglie. Il freddo ti risaliva nel petto.
A stento trascinavi i piedi. Fino a che ti accorgevi di poggiare sulle caviglie: cercavi equilibrio come l’ uccello di passo dalle zampe sottili. Continuavi ad andare. Non smettevi di perdere corpo. Gli occhi aperti, le labbra chiuse.

 

© Inedito di Franca Mancinelli

© Foto di Dino Ignani

Giuseppe Goffredo


Con un’ala sola

Non una lacrima per la felicità
che ho vissuto. Molte cose ho
toccato per non andare ho dato.
Davvero è accaduto che il vero
fosse. Anche mi sono sentito
in volo. Mi ha commosso ogni
albero lungo la strada. E la
fronte dal cielo non ho distolto.
Ogni volta atterrito mi sono fatto
schiena fra le rive. Poco per
quanto ho potuto e con un’ala sola.

 

© Inedito di Giuseppe Goffredo

Carol Ann Duffy


Valentine

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

Here.
It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.
Lethal.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.

 

*

 

A San Valentino

Non una rosa rossa o un cuore di raso.

Ti dò una cipolla.
È una luna avvolta in ruvida carta scura.
Promette luce
come il lento spogliarsi dell’amore.

Eccola.
Ti accecherà di lacrime
come un amante.
Renderà il tuo riflesso
un traballante ritratto di dolore.

Sto cercando di essere onesta.

Non un biglietto lezioso o baci per interposta persona.

Ti dò una cipolla.
Il suo bacio pungente resterà sulle tue labbra,
possessivo e fedele
come noi,
finché lo saremo noi.

Prendila.
I suoi cerchi di platino si riducono a un anello nuziale,
se vuoi.
Letale.
Il suo odore si appiccicherà alle tue dita,
al tuo coltello.

 

La donna sulla luna (Le Lettere, 2011), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Francesca Serragnoli


Mai dovrebbero i tuoi occhi spegnersi
lasciano intravedere nebbie nei dintorni
spezzano raggi di sole come matite

a primavera, sciolto il volto contratto
rimane vedrai qualche vecchia foglia
uguale alle mani quando aprendosi
chiedono al sole di essere scaldate

un calore improvviso scuoterà il sonno
una nube si lascerà cadere

non sai cosa la pioggia spenga di questo sguardo
quale voragine offra la terra
cosa rimanga sospeso, intatto e cosa voli via
trascinando il filo che disfa l’aria.

 

© Inedito di Francesca Serragnoli

Monia Gaita


E dire

È rimasto soltanto un fiammifero di te.

Ne stivo fino al vigore ultimo
la belva più crudele.

Aspiro l’eco delle briciole,
mi semino
dentro il granaio dei volti,
vado a capo.

E dire che mi manchi
è contemplare le stagioni
che fioriscono,
è misurare il salto della perdita
ora che i fili del tuo ordito
sono forti
e giacciono nascosti
nel mio ventre.

E dire che mi manchi
è decifrarti l’alfabeto dell’assenza
nella nebbia,
guardare questa vita scorticata
produrre un taglio che risanguina
e rimarca.

 

© Inedito di Monia Gaita

Silvio Ramat


Ordine inverso

Rinasco, primogenito. Ai due maschi
venuti dopo di me e alla bambina
mostrerò come si allaccia una scarpa.
Dalla mia voce i primi rudimenti
impareranno di scrittura e i numeri,
più qualche verso a memoria. Farò
che siano puntuali a scuola. Giorni
saranno, e mesi e anni, di chiamate
per me, di allarmi senza alcun riposo.
Ai due maschi le regole del calcio
insegnerò e la passione. Alla bimba
come s’inventa un dolce: le terrò
le bambole, finché assorta in cucina
abbia impastato l’uovo e la farina.
Quattro ragazzi – e intanto il forno cuoce –
che non scordano il segno della croce.

 

La dirimpettaia e altri affanni (Mondadori, 2013)

Davide Brullo


cercammo il Nord per orientare
la gola alla sassaia delle stelle
e raccontare nel petto una migrazione
alle sule – gli iceberg sono

i multipli della nostra speranza –
riparammo tra i taciturni quando

era monumentale l’inverno
«i cavalli sprigionano con un nitrito
l’identità dei nativi –
fu sufficiente correre per dimenticare
una famiglia e i suoi fiumi» è scritto

la didascalia dell’alba inclinò
la casa come un veliero ma è solo
ricamo del vetro e metallurgia emotiva
l’astio con cui incunei i figli
nell’enclave delle lenzuola –
c’è chi pensa che Antartide possa
realizzarsi in una tazza –

 

Abbecedario antartico (Raffaelli, 2017)

© Foto di Simone Casetta

Luis Alberto de Cuenca


La herida

Nada, ni el sordo horror, ni la ruidosa
verdad, ni el rostro amargo de la duda,
ni este incendio en la selva de mi cuerpo
que amenaza con no extinguirse nunca,
ni la terrible imagen que golpea
mis ojos y tortura mi cerebro,
ni el juego cruel, ni el fuego que destruye
esa otra imagen de armonía y fuerza,
ni tus palabras, ni tus movimientos,
ni ese lado salvaje de tu calle,
impedirán que encienda en tu costado
la luz que da la vida y da la muerte:
tarde o temprano sangrará tu herida,
y no será momento de hacer frases.

 

La caja de plata (Editorial Renacimiento, 1985)

*

 

La ferita

Nulla, né il sordo orrore, né la rumorosa
verità, né il volto amaro del dubbio,
né questo incendio nella selva del mio corpo
che minaccia di non spegnersi mai,
né la terribile immagine che colpisce
i miei occhi e tortura il mio pensiero,
né il gioco crudele, né il fuoco che distrugge
l’immagine altra di forza e armonia,
né le tue parole, né le tue movenze,
né il profilo selvaggio del tuo andare,
impediranno che accenda nei tuoi fianchi
la luce che dà la vita e dà la morte:
presto o tardi sanguinerà la tua ferita,
e non sarà più il tempo di parlare.

 

© Traduzione in italiano di Francesca Coppola

Giovanna Rosadini


Infanzia

II.

Da piccola non c’erano guerre, e il mondo
sorrideva, pettinato e ben educato.
Ci chiamava un riflesso iridescente,
modellava il nostro sguardo, ne asciugava
le ombre, sarebbe sempre stato così.
Luce alta e diffusa disegnava strade e case,
i luoghi semplici del nostro divenire,
giardini ricolmi dei misteri colorati dei fiori
cuciti dal ronzio degli insetti, quella
sospesa immobilità nei pomeriggi
delle stagioni di mezzo, è sempre maggio
riguardando indietro, è sempre tempo
di promesse, e complicità salde e leggere
che sono, e non occorre dire.

 

© Inedito da Fioriture capovolte (di prossima pubblicazione presso Einaudi)

© Foto di Dino Ignani

Gisella Genna


Dite ai miei morti di apparirmi
poiché mi sento sola come loro
e non ho più uno specchio
dove guardare altrove.

Dite loro di svegliare il cielo
dal torpore di un tempo finito.

Io non so niente e ancora cerco
tra le volte e il fogliame
un segno, un filo
un’anticipazione.

 

© Inedito di Gisella Genna