Anna Belozorovitch


Usucapione

A volte, quando allo specchio nuda
m’asciugo o mi preparo o mi curo,
mi tiene assieme un unico pensiero:
che quella superficie è altrui,
che ogni forma è donna perché un corpo
un giorno, o più volte, l’ha avuta.
Mi sento, allora, come chi gratuitamente
vive in casa d’altri a patto di curarne la tenuta.
M’asciugo e mi preparo e mi curo
sperando di restituirmi a te e d’essere abitata.
Mi amo, allora, nella misura in cui
ogni mia forma attende d’essere amata.
Mantengo acceso il fuoco nella tua assenza,
lucido i vetri, tengo sgombro il salone:
in questa casa senza eredi nulla
deve mancare in una lunga permanenza.
Occupo, col terrore dell’usucapione.

 

Il pesce rosso (Il seme bianco, 2018)

Marcello Fois

Congedo

Parti da te, figlio… da quello che sei.
Bisogna morire per imparare?
Mi chiedi.
Sì, figlio, per imparare qualcosa deve morire.
Tu non lo sai e non devi saperlo,
ma il cuore, con l’età, si restringe.
Non è più tanto capiente, immenso,
come all’inizio dei giorni.
Tra non molto gli abbandoni conteranno anch’essi.
Ma ora il tuo cuore è una piazza sconfinata,
e ti fa credere che sopravviverai
senza dover rinunciare a niente,
capirai, col tempo, quanto sia difficile trattenere
ogni cosa, ogni pensiero, ogni persona…
Sei nell’euforia di tutti gli inizi.
Qualcuno dovrà morire perché tu viva.

Domani, quando chiamerai, io non ci sarò,
ma solo perché tu possa esserci,
quando chiameranno te.

 

L’infinito non finire (Einaudi, 2018)

Sandro Pecchiari


Ordine

detto così
sembra non ci sia
un destino
se sminuzzi la vita
e la strattoni
in date, voli
e arrivi e ritorni

così calcoli gli sguardi
e soppesi le carenze
e le riordini
assieme alle tue calze
e alle parole

anche l’amore?
anche quello
e il suo fluire
sta in una casella
dell’agenda

 

Scripta non manent (Samuele, 2018)

Giulia Martini


Marta non m’ama ed io non l’amo. Pure
cosa rimane nella nostra vita
da quando disse – Tra di noi è finita –
è un’apocalisse con figure
michelangiolesche, botticelliane.

Le primavere botticelliane –
che sembra lei quella chiamata Flora –
potessi almeno rivederla ancora
al plenilunio, tra le ipecacuane.
Ma se la rivedessi, che direi?

Ma se la rivedessi, che direi?
È una domanda che mi faccio indarno
mentre attraverso i ponti sopra l’Arno
pieni di sampietrini e di cammei
d’onice incisa come Dio comanda.

Resto indecisa – come Dio comanda –
tra vivere e morire o continuare
a leggere e ripetere e amare
le mie abitudini di laureanda
in Letteratura contemporanea.

Ma Marta non mi è più contemporanea –
ormai declina a un lontano passato
la rondine il futuro trapassato –
curiosa ancora ma già estranea
come galassia in allontanamento.

Di quel tuo passo in allontanamento
non mi dimentico le calzature
Vans, e che va di moda la texture
sulle Dottor Martins – e non commento
il tuo seguire la moda e la morte.

Marta che muore della nostra morte
come una martire preraffaellita
e che mi disse – Tra di noi è finita –
usandomi una voce aspra e forte
quasi fosse una voce buona e giusta.

È veramente cosa buona e giusta
a queste vie simmetriche e deserte
rimettere le rime che ci ha inferte
la nostra ingiusta vita incombusta.
Pur Iulio suona ancora di lontano…

Marta non m’ama ed io non pure l’amo.

 

Coppie minime (Interno Poesia, 2018)

© Foto di Marco Gennai

Tiziano Scarpa


Poesia scritta dalle parole #9

Non sei credibile
perché sei maschio.

Làsciatelo dire da noi parole
che in italiano infatti siamo femmine
la nostra desinenza è femminile.

(tra l’altro, è indicativo
che il sesso delle parole stia alla fine,
sulle estremità. Sarebbe come avere
cazzi e vagine aperte
sulle mani, sui piedi,
invece che protette fra le cosce
di due sillabe interne,
per esempio lamApad,
sofOfitt, temApest,
oppure sul cocuzzolo
Ofuoc, Aguerr, Efulmin, Odisastr)

Qualunque cosa dici
sei maschio quindi porco
puerile irresponsabile
ambizioso narciso.
E anche se soffri sarà sempre meno
della sofferenza femminile
che infatti è femminile.

Se il dolore è maschile
è perché è inferto dai maschi.

Lascia che siamo noi a rappresentarti,
a farti da avvocate.
Ogni riga è un processo
intentato da noi nei tuoi confronti
e questo ti conviene
perché mostrarti accusato
ti procura indulgenza
se non proprio una vera assoluzione.

 

Le nuvole e i soldi (Einaudi, 2018)

Manuela Dago


Il cuore è un osso duro

non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto

 

Poesie che non mi stavano da nessuna parte (Sartoria Utopia, 2017)

Vincenzo Mascolo


Oh Queneau
Queneau
ma dimmi, a cosa servono i poeti
e tutta la fatica quotidiana
per svellere dall’ombra le parole
Queneau, sai dirmi a cosa può servire
se i loro corpi vedo evaporare
come la rugiada del mattino
se i poeti attraversano invisibili
la linea luminosa del mattino.

 

Q. e l’allodola (Mursia, 2018)

Mario Benedetti


Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

 

Tutte le poesie (Garzanti, 2017)

Foto di Dino Ignani

Federica D’Amato


Primavera

Come se oggi non fosse
anche l’autunno o la brina
fresca di collana cascata dagli inverni,
come se non entrasse oggi
anche in noi di noi ogni momento
di quella nostra ampiezza, fine
o inizio, gli incontri dell’estate,
nome bruciante strada
che porti fino alla collina se
tu sei oggi il mite sfogliarsi
d’ogni cosa, il puppare miele
di cristo il suo riposo nel lino:

non declinare,
non andartene
se puoi
dal lento nascere
di questo equinozio.

 

A imitazione dell’acqua (Nottetempo, 2017)

Osama Esber


Nella terra della Rivelazione

Dante,
Ispiratore, tu illumini le mie parole sulle strade dell’inferno.

Leggo il tuo poema epico
portando sulle spalle il peso di un altro inferno,
in una nazione dove la Rivelazione Divina sceglie
di comparire in proiettili e lame.

Dante,
Il mio inferno è dentro di me
E fa esplodere la lingua del qui ed ora,
Le fiamme si alzano illuminando le strade dell’esilio.

Dante,
Non vedo ora animali nella foresta,
solo bambole imbottite di idee,
idee che svaniscono come vapore.

Dante,
Ho messo da un lato il tuo libro
E nel suo messaggio per me io viaggio
Sulle strade di un altro inferno.

Da un inferno dove scorrono cinque fiumi,
sono venuto.
Ogni fiume con la propria storia da raccontare:
Il primo sgorga da ferite invisibili.
Il secondo sgorga da dolori
E bagna le guance della terra come lacrime.
Il terzo emana dalle urla della folla,
frantumando le mura di città indifferenti.
Il quarto viene da preghiere disperate,
bussando, invano, alle porte del cielo.
Il quinto è un fiume di parole morte
nelle cui acque i poeti vedono dissolversi i propri volti.

Sotto tetti che crollano
Dai loro detriti si alzano nubi nere,
Estendendo il lutto a un cielo,
Fra improvvisi bagliori,
Da cui s’irradiano luci che illuminano le strade per i funerali,
su un terreno macchiato di sangue che colora le acque
il mio inferno si trova lì.

Non è una storia, né metafore, neppure fantasie
Che gesticolano nell’oscurità dell’immaginazione.
Non ho bisogno di una guida.
Non è un mondo separato
Come nella lingua del Corano o della Bibbia.
Si annida nelle celle di città e nelle loro anime sconfitte.
È:
Nella strage dei bambini
Nei lividi dei corpi
In preghiere rosse che splendono intorno alle bare
Nei petti di giovani uomini che pendono dai soffitti di stanze
Con buchi di proiettili

Nella più antica città abitata del mondo
Sulle più antiche coste,
Inferno getta i suoi semi:
Crescono alberi di fuoco
Piovono nubi di fuoco
Scorrono fiumi di acido
Animali di fuoco vagano in un bosco in fiamme.

Qui,
Nella città dalle spalle larghe,
La città del poeta che ha visitato l’inferno
E che da lì ha fatto ritorno molte volte,
La città di una mucca che ha causato un inferno
Non possiamo dormire
Perché l’inferno apre le sue porte nei nostri sogni
Oscilla nei lampadari dell’insonnia
Brilla nelle luci quando guardiamo da finestre,
Nel sole, nella luna e nelle stelle.
Non perché è tutto comprende ed è passaggio
Ma perché brucia così nei piccoli dettagli
come nei grandi,
Perché è l’inferno che ci caccia
Che ha fatto la nostra immaginazione e le nostre idee,
Che ha preso dimora nei nostri occhi.
E nella profondità delle nostre anime
I suoi fiumi ruggiscono.

Lo sento crepitare
Nei colori esiliati della pelle
Nella mano che mendica
Negli occhi abbassati
Negli sguardi distratti
Nei gemiti dei malati dietro i muri
Nei sogni abortiti di letti mobili
Nei cuori che pulsano nella solitudine
I loro battiti campane risonanti
Appese nella cupola della vacuità.
In città che non vedono nulla nei loro specchi
Se non il loro paradiso momentaneo.

Senza sacche o vestiti
Ce ne andiamo.
Andiamo dall’auto dentro la tomba
O dentro la tenda del confine,
La barca della fuga verso altre spiagge
Che avevamo rifiutato e nuotiamo perdendo la direzione.
Abbiamo ingoiato l’esca,
Strappati dalla nostra vita monotona
E gettati, senza desiderio, nel cesto
Dell’esilio.

O farsa celeste,
Farsa degli odi,
Dove l’inferno è fabbricato
Il paradiso è fabbricato
Dove l’inferno è una prigione
Il paradiso è una prigione
E le parole perdono il loro gusto
E i ritmi sono persi nel
Nostro sangue.

Il mio inferno si biforca
Numerose sono le sue strade e le città
Sparsi i villaggi
Da quando ho preso coscienza
Sono stato carbonizzato dal suo fuoco
Sono stato fatto risorgere più di una volta con una nuova pelle
Ho visto l’occhio sadico di Dio
Ho visto i miei amici sulle sue braci
Con le loro poesie che grondavano sudore
Un fuoco che illumina le strade degli inizi
Dove i passi continuano a muoversi senza mai arrivare
E il corpo resta felice nonostante la disperazione.
Ed eccomi per le sue vie: incapace di
Raccogliere i segnali della salvezza,
Perchè sotto la potenza del raggio della realtà
Abita il nostro paradiso fugace.

Oh inferno
Nel tuo nome annuncio la mia storia
Con il tuo lessico
Faccio una poesia per il futuro
Una collana di parole che
Pianta la speranza
Io appendo al collo del tempo.

 

© Traduzione in italiano di Franco Nasi, revisione di Amarji

 

*

 

 

في أرض الوَحي

أسامة إسبر

دانتي
تُضيء كلماتي مُلهماً ورائداً.

دانتي،
قرأتُ كتابكَ حاملاً على كتفيَّ أعباءَ جحيمٍ آخر
في بلادٍ اختارَ فيها الوَحْيُ
أن يتجسّدَ في رصاصٍ وأنصال.

دانتي،
جحيمي في داخلي
يُفَجِّر لغةَ الآن وهنا،
ويعلو اللهبُ كي يضيءَ أفقَ العذاب.

دانتي،
لا أرى حيواناتٍ في الغابة الآن.
أرى دُمى محشوة بالأفكار
وأفكاراً متلاشيةً كبخار الآلات.

دانتي،
أضعُ كتابَك جانباً
وأسافرُ في رسالتهِ إليَّ
على طرقات جحيم آخر.

أجيءُ من جحيمٍ تجري فيه خمسةُ أنهار
لكلِّ نهر حكاية:
الأوّلُ ينبع من جراحٍ غير مرئية.
الثاني ينبعُ من الأحزان،
ويجري على خدودِ الأرض كالدموع.
يتبجّسُ الثالث من صرخاتِ حشودٍ
تقرعُ جدرانَ مدنٍ لامبالية.
يخرجُ الرابع من صلوات يائسةٍ
عبثاً تقرعُ أبوابَ السماء.
الخامس نَهْرُ كلماتٍ ميتة
يتمرأى في مائه الشعراء.

تَحْتَ سَقْفٍ ينهارُ
ترتفعُ منه غيومٌ سوداء
تُوسِّع سماءً للنَدْب،
في لهبٍ مفاجئٍ،
تنبثقُ منه أضواءٌ
تُشكّل شَمسْاً
تُضيءُ طُرقَ الجنازات،
فوق ترابٍ يصطبغُ بدمٍ
يُلوِّن المياه
يَتوضَّع جحيمي.

ليس قصّةً، أو استعارات،
أو صوراً متخيّلة
تُومئ في عزلة الخيال.
ليس عالماً آخر منفصلاً
روايةَ إنجيلٍ أو قرآن،
جحيمي يُعشّش في مسامِّ المدن
وأرواحها المهزومة.
أراه:
في أشلاء الأطفال
في كدمات الجثث
في صلواتٍ حمراءَ
تتوهّجُ حول التوابيت،
في صدور شبّان
يتدلّون من سقوف الغرف
مُثقّبين بالرصاص.

في أقدم مدينةٍ مَأْهولةٍ في العالم
على أقدمِ شطآن
ينثرُ الجحيم بذاره
فتنمو أشجارٌ من لهب
تُمطرُ سحبٌ من لهب
تتدفّق أنهارٌ من الأحْماض
وتتجوّل حيواناتٌ من لهب
في غابة محترقة.

هنا،
في مدينةِ الأكتاف الكبيرة،
مدينةِ الشاعر الذي زارَ الجحيم
وعادَ منه مرات كثيرة،
مدينةِ البقرةِ التي صَنَعتْ جحيماً،
لا نستطيع أن ننام
ذلك أنَّ الجحيم يفتحُ بوّاباته في أحلامنا،
يتدلّى في ثريات اليقظة،
يلمعُ في الأضواء حين ننظرُ من النوافذ،
في الشَمْس والقمر والنجوم،
يحرقُ في التفاصيل الصغيرة،
كما يحرقُ في التفاصيل الكبيرة،
صنعَ أخيلتنا وأفكارنل
سكن أعيننا.
وفي أرواحنا
تهدر أنهاره.

أراهُ:
في لون البشرة المنفيِّ
في اليد التي تتسوّلُ
في العين المُنَكَّسة
في الملامح الذّاهلة
في صرخات المرضى خَلْف الجدران،
في الأحلام المُجْهَضَة للأسرّة المُتنقّلة،
في مدنٍ لا ترى من نفسها في مراياها
سوى فراديسها اللحظويّة.

وها نحن
نرحلُ بلا حقائب أو ثياب،
نترجّلُ من السيارة إلى القبر،
أو خيمةِ الحدود،
ينقلبُ بنا قاربُ الهرب
إلى شواطئ أخرى،
ونسبحُ فاقدين للاتجاه.
نبتلع الطَّعْم
نُرْفَعُ من حياتنا الرتيبة
ويُقذف بنا،
دون إرادة،
في سلّة المنفى.

أيّتها المَهْزلة الإلهية
يا مهزلة الأحقاد
حيث الجحيم مُمتلكٌ
الفردوس ممتلكٌ
حيث الجحيم سجنٌ
الفردوس سجنٌ
الكلماتُ تفقد طعْمها
وتضيع الإيقاعات في الدم.

جحيمي مُتَشعِّبٌ
منذ أن وَعيْتُ على الدنيا
كَوَتْني ناره وتَفَحَّمْتُ في أرجائه.
وُلدْتُ أكثر من مرة
بعد أن صرتُ رماداً واحترقتُ من جديد.
رأيتُ أصدقائي يتقلّبون على جماره
والعرق يتصبّبُ من قصائدهم.
جحيمي في داخلي يستعرُ
ناراً تضيء طرق البدايات
وتظلُّ الخطى سائرة دون أن تصل
ويظلُّ الجسد سعيداً رغم شقائه.
وها أنذا على طرقاته غير قادر
على التقاط إشارات الخلاص
ففي سطوة شعاع الواقع
يسكنُ فردوسنا العابر.

باسمكَ أيّها الجحيم
أعلنُ حكايتي،
بمفرداتك
أصنعُ قصيدةً للمستقبل،
قلادةً من كلماتٍ
تزرعُ الأمل
أُعلِّقها على عنقِ الوقت.