Giovanni Giudici

Con lei

Con lei era difficile. Ma non rimpiangere
il giugno lontano, la parola cuore,
i denti come perle duri sul bacio inesperto,
la mano timorosa, il contemplato pudore.

A ripensarci, lei era poco più d’una sciocca,
oggi diresti che la mette giù dura,
e molto meno ti chiede colei che ripete:
cinquemila in albergo e in macchina due, con la bocca.

 

da Tutte le poesie (Mondadori, 2014)

Czesław Miłosz


Sempre ho desiderato una forma più capiente,
che non fosse troppo poesia né troppo prosa
e permettesse di capirsi senza esporre nessuno,
né autore né lettore, a pene di più alto grado.

In sé la poesia è qualcosa di sconveniente:
esce da noi e non sapevamo che ci fosse,
dunque sbattiamo le palpebre, come se da noi fosse balzata
fuori una tigre, e stesse nella luce,
colpendosi i fianchi con la coda.

Perciò si dice giustamente che un dàimon detta la poesia,
pur se è eccessivo ritenere che sia di certo un angelo.
Difficile capire donde venga l’orgoglio dei poeti
se si vergognano quando traspare la loro debolezza.

Quale uomo assennato vorrà darsi in balìa dei dèmoni
che si muovono in lui liberamente, parlando mille lingue,
e non paghi di rubargli labbra e mano
tentano di mutare a proprio vantaggio il suo destino?

Poiché ciò ch’è morboso è oggi stimato,
qualcuno penserà che scherzo solamente
o che ho scoperto un altro modo
per lodare l’Arte tramite l’ironia.

Un tempo si leggevano soltanto saggi libri
che aiutavano a sopportare il dolore e la sventura.
Non è lo stesso, certo, sfogliare mille opere
provenienti da una clinica psichiatrica.

Ma il mondo è altro da come a noi appare
e noi non siamo come nel nostro farneticare.
La gente dunque conserva una tacita onestà,
acquisendo così la stima di parenti e vicini.

È questa l’utilità della poesia, che ci ricorda
com’è difficile restar sempre gli stessi,
perché la nostra casa è aperta, non c’è chiave alla porta
ed entrano ed escono ospiti invisibili.

D’accordo, quello che scrivo qui non è poesia.
Poiché poesia si può scrivere di rado, e non di propria voglia,
per coercizione intollerabile, e con la sola speranza
che buoni, non cattivi spiriti ci abbiano come strumento.

 

La fodera del mondo (Fondazione Piazzolla, 1966), trad. it V. Rosselli

1ª poesia più letta del 2019

di Costantino Kavafis

Quanto più puoi

Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto più puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.

Non la svilire a furia di recarla
così sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che diventi una straniera uggiosa.

 

53 poesie (Mondadori, 1996), traduzione di Filippo Maria Pontani

Poesia pubblicata il 23 gennaio 2019

2ª poesia più letta del 2019

di Erich Fried

 

La vita
sarebbe
forse più semplice
se io
non ti avessi mai incontrata
Meno sconforto
ogni volta
che dobbiamo separarci
meno paura
della prossima separazione
e di quella che ancora verrà
E anche meno
di quella nostalgia impotente
che quando non ci sei
pretende l’impossibile
e subito
fra un istante
e che poi
giacché non è possibile
si sgomenta
e respira a fatica
La vita
sarebbe forse
più semplice
se io
non ti avessi incontrata
Soltanto non sarebbe
la mia vita

 

È quel che è. Poesie d’amore di paura di collera (Einaudi, 1988), trad. it. A. Casalegno

Poesia pubblicata il 6 marzo 2019

3ª poesia più letta del 2019


di Rainer Maria Rilke –

 

La mia vita non è quest’ora in salita
dove in affanno mi vedi.
Sono un albero davanti al proprio sfondo,
una sola delle mie molte bocche,
quella che per prima tace.

Sono la pausa fra due suoni
che solo a fatica trovano l’accordo,
perché il suono morte è dominante –

Ma nel buio intervallo si incontrano
nella stessa vibrazione.
E il canto resta bello.

 

Dalla misura delle stelle (Ponte alle grazie, 2019), a cura di G. Drago

Poesia pubblicata l’11 giugno 2019

4ª poesia più letta del 2019

di Patrizia Cavalli

 

Il cuore non è mai al sicuro e dunque,
fosse pure in silenzio, non vantarti
della vittoria o dell’indifferenza.
Rendi comunque onore a ciò che hai amato
anche quando ti sembra di non amarlo più.
Te ne stai lì tranquilla? Ti senti soddisfatta?
Potresti finalmente dopo anni
d’ingloriosa incertezza, di smanie e umiliazioni,
rovesciare le parti, essere tu
che umili e che comandi? No, non farlo,
fingi piuttosto, fingi l’amore che sentivi
vero, fingi perfettamente e vinci
la natura. L’amore stanco
forse è l’unico perfetto.

 

Datura (Einaudi, 2013)

Foto di Dino Ignani

Poesia pubblicata il 17 giugno 2019

Nicanor Parra


Il premio nobel

Il Premio Nobel per la Lettura
lo dovrebbero dare a me
che sono il lettore ideale
e leggo tutto ciò che trovo:

leggo i nomi delle strade
e le insegne luminose
e le pareti dei bagni
e i nuovi elenchi dei prezzi

e la cronaca nera
e i pronostici del Derby

e le targhe delle auto

per un tipo come me
la parola è una cosa sacra

signori membri della giuria
che ci guadagno a mentirvi
sono un lettore incallito
leggo tutto – non salto
neppure gli annunci economici

certo che ora leggo poco
non dispongo di molto tempo
ma cavolo se ho letto
per questo chiedo che mi diate
il Premio Nobel per la Lettura
al più presto impossibile

 

L’ultimo spegne la luce (Bompiani, 2019), a cura di Matteo Lefèvre

Dannie Abse

Visita d’inverno

Ora che lei ha novant’anni passeggio nel parco
dove i soliti pavoni non stridono dal gran freddo
e luci vicine si accendono prima che diventi buio.

Avrò il coraggio di affermare, con lei così debole e anziana,
che da un pallido puntino di sperma di pavone
vengono tutti i colori di una coda di pavone?

Lo faccio. Ma lei come la Sibilla dice, “Vorrei morire”;
poi si lamenta, “Sono quasi morta, quest’inverno, figlio mio”.
E poiché è vero mi viene da piangere.

Ma non devo (solo il Nulla dura),
perché io abito il camice bianco non quello nero,
anche adesso – e non sono abilitato a piangere.

Così parlo di piccole cose approssimative,
di quattro fenicotteri che ho visto nel parco,
stavano su una zampa, sul ghiaccio, la testa sotto l’ala.

 

C’era due volte (Mobydick, 2003), trad. it. A. Bianchi, S. Siviero

Leonardo Sinisgalli


È nostro ancora questo fioco
lume della sera, un barbaglio
sulle cime dei lecci. Il fuoco
nella stanza si consuma;
(un sommesso
brusìo disperde la tua vigilanza)
e appena ti lambisce svampa
la veste: un ardore
ti difende dalla fiamma come la foglia
sempreverde. Tremi
ora che gli orti
devasta la tramontana
e ne patisce dietro i lividi vetri
la pigra passiflora.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 2019)

Giovanna Bemporand


L’anima mia che ha tristezze d’aurora
e di tramonto, e il gusto della morte,
non più tenuta viva da illusioni
piange sommessa al clamoroso mare
come un fanciullo triste, abbandonato
senza difesa a tutti i suoi terrori.
Ma quando il sole un riso di rubini
mi semina tra i solchi della fronte,
spiegano i sogni un volo di gabbiani!
Persa in un mondo di gocce d’azzurro
e di freschezza verde, annego in questo
mare più dolce dell’oblio l’angoscia
cupa degli anni tardi, in cui presento,
rammaricando, che il mio tempo è morto.

 

Esercizi vecchi e nuovi (Sossella, 2010)