Frank Stanford


Transcendence of Janus

I am not asleep, but I see
a limb, the fingers of death, the ghost
of an anonymous painter
leaving the prints of death
on the wall; the bright feathers
of soft birds blowing
away in the forest;
the bones of fish and
the white backs of strange women;
your breathing
like the slow thunder
on the other side of some river
as you sleep beside me; old
dancing teachers weeping in their offices;
toads with bellies as quiet
as girls asleep in mansions, dreaming
of saddles and pulling the sheets
between their legs; fireflies
going to sleep on moonseed flowers
around a plantation gazebo at dawn;
a girl sweating in bed; hawks drifting
through the moon; a woman’s hair,
the flavor of death, floating
in the fog like a flag
on a ship full of ghosts,
the ghosts of soldiers
searching for the graves of their mothers; june bugs
listening to Leoncavallo;
christ weeping on Coney Island,
inevitable, like a fissure
in a faggot’s ass; a widower
with no sons, a lonesome janitor,
a worm in the sun, the dusty sockets
of poets, who have lost their eyes, their

*

Trascendenza di Giano

Non dormo, ma vedo
un arto, le dita della morte, il fantasma
di un pittore anonimo
lasciare le impronte della morte
sul muro; le piume sgargianti
di soffici uccelli arruffarsi
nel bosco;
ossa di pesci e
le bianche schiene di strane donne;
il tuo respiro
come il lento tuono
sull’altra sponda di un fiume
mentre mi dormi accanto; vecchi
maestri di danza che piangono nei loro uffici;
rospi con i ventri calmi
come ragazze addormentate dentro palazzi, mentre sognano
di selle e si tirano le lenzuola
fra le gambe; lucciole
che vanno a dormire sui fiori dai semi di luna
intorno al gazebo di una piantagione all’alba;
una ragazza che suda nel suo letto; falchi
che attraversano la luna; i capelli di una donna,
il sapore della morte, che fluttua
nella nebbia come la bandiera
di una nave carica di fantasmi,
i fantasmi di soldati
alla ricerca delle tombe delle loro madri; scarabei
che ascoltano Leoncavallo;
cristo piangente a Coney Island,
inevitabile, come una piaga
nel culo di un pederasta; un vedovo
senza figli, un bidello in solitudine,
un verme al sole, i calzini polverosi
dei poeti, che hanno perduto i loro occhi, i loro

Acqua segreta (Interno Poesia Editore, 2024), a cura di Luca Dipierro

Scopri il libro

Oscar Vladislas de Lubicz Milosz


La straniera

Non sai nulla del tuo passato. L’hai sognato
– Sì, certamente, l’hai sognato.
Vedo il tuo volto alla luce grigia della pioggia.
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.
Non so nulla, nulla voglio sapere del tuo passato.

I tuoi occhi mi parlano di brumose città lontane
Che mai vedrò
E mai dalla tua voce sentirò pronunciarne il nome.
Novembre è su tutta la mia anima, novembre è su tutta la pianura.
Ti vedo come una sconosciuta attraverso il Tempo che fu.

Sono cose morte ormai da anni,
– Irrimediabilmente morte –
Musiche soffocate, vizze lussurie.
Novembre, ne sono certo, è dietro la porta.
Nel tuo cuore vedo vivere quel che il tuo cuore dimentica.

La tua anima è lontana, lontanissima da qui. La tua anima straniera
È una notte di bruma,
Di bruma e pioggia sporca sui faubourg
Dove la vita ha il colore freddo della terra,
Dove uomini moriranno senza aver conosciuto l’amore.

Un tempo mi hai già incontrato, lo ricordi?
Sì, un tempo tristemente lontano,
Nel paese dei libri antichi e delle antiche musiche,
Nell’azzurro crepuscolo di una casa tranquilla
Dalle finestre letargiche.

Il fantasma delle parole che non ricordi
O che non hai pronunciato,
Dona uno strano senso alla tua presenza lontana.
Decifro nel libro del tuo silenzio
La tua storia morta per sempre, perfino per te.

La mia pallida ragione è un’illusione di chiarezza,
Un giorno di sole antico
Sulla strada dove la tua gioia incontrò il tuo dolore.
Tutto ciò forse non è mai stato
Ma se te lo rivelassi, moriresti di paura.

È triste come un giorno d’inverno in periferia
Dove incede la morte cittadina,
Come la malattia e il lutto in un lungo equivoco,
Come un rumore di passi in una casa sconosciuta
Come le parole «il tempo che fu» quando l’ombra è sul mare.

Non voglio saper nulla del tuo passato. Vedo
Spegnersi il giorno,
L’ultimo giorno sul tuo volto e sulle tue mani.
Lasciami il piacere d’ignorare le strade
Per le quali il caso ha saputo guidarti fino a me.

Ritrovo nei tuoi occhi la realtà dei sogni,
Sogni sognati ai vecchi tempi
E visioni sbocciate al sole della vita.
Nella penombra avvelenata dalla pioggia
Tutta un’eternità volge al termine.

Riconosco in te esseri misteriosi,
Viaggiatori dalle mete segrete
Incontrati un tempo nella bruma delle stazioni
Dove tutti i rumori hanno la cadenza degli addii.
A volte hai persino l’aria di una fiera

Con le sue luci in lacrime e i suoi fetori
Di muffa e vizio,
Con la sua miseria e la gioia malata delle sue musiche.
Ricordi di nostalgiche case da gioco
Si mescolano al caos del mio nervosismo.

Se me ne andassi, se chiudessi la porta, che faresti?
Sarebbe forse
Come se i tuoi occhi non m’avessero mai visto.
Il rumore dei miei passi morrebbe senza eco sulla strada
E solo notte io vedrei alle tue finestre.

È come se tu dovessi lasciarmi oggi
Subito e per sempre
Senza farmi sapere da dove vieni, dove vai.
Piove sui grandi giardini spogli, la tua anima ha freddo,
Novembre seppellisce il paesaggio e la mia vita.

Sinfonia di Novembre e altre poesie (Adelphi, 2008), trad. it. M. Rizzante

L’Étrangère

Tu ne sais rien de ton passé. Tu l’as rêvé,
– Oui, sûrement tu l’as rêvé.
Je vois ton visage dans la lumière grise de la pluie.
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.
Je ne sais rien, je ne veux rien savoir de ton passé.

Tes yeux me parlent de brumeuses villes lointaines
Que ye ne verrai jamais
Et dont jamais je n’entendrai le nom dans ta voix.
Novembre est sur toute mon âme, novembre est sur toute la plaine.
Je te vois inconnue à travers Autrefois.

Ce sont des choses depuis longtemps mortes,
– Mortes irrémédiablement –
Des musiques étouffées, des luxures flétries.
Je suis sûr que novembre est derrière la porte.
Je vois vire en ton cœur ce que ton cœur oublie.

Ton âme est loin, bien loin d’ici. Ton âme étrangère
Est une nuit de brume,
De brume et de bruine sale sur des faubourgs
Où la vie a la couleur froide de la terre,
Où des hommes mourront, sans avoir connu l’amour.

Tu m’as déjà rencontré jadis, t’en souvient-il,
Oui, jadis, tristement jadis,
Au pays des vieux livres et des vieilles musiques,
Dans íe crépuscule bleu d’une maison tranquille
Aux fenêtres léthargiques.

Le fantôme des paroles dont tu ne te souviens pas
Ou que tu ne prononças pas,
Donne un seni si bizarre à ta lointaine présence.
Je déchiffre dans le livre de ton silence
Ton histoire morte à jamais, même pour toi.

Ma raison plâe est une illusion de clarté,
Un jour de soleil ancien
Sur la route où ta joie rencontra ta douleur.
Tout cela n’a peut-être jamais été
Mais si je te le disais, tu mourrais de peur.

C’est triste comme un jour d’hiver sur les banlieues
Où chemine la mort de la ville.
Comme la maladie et le deuil dans un mauvais lieu,
Comme un bruit de pas dans une maison étrangère
Comme le mot jadis quand l’ombre est sur la mer.

Je ne veux rien savoir de ton passé. Je vois
S’éteindre le jour,
Le dernier jour sur ton visage et sur tes mains.
Laisse-moi la douceur d’ignorer les chemins
Où le hasard a su te guider jusqu’à moi.

Je retrouve en tes yeux des réalités de rêves,
De rêves rêvés dans le vieux temps
Et des visions écloses au soleil de la vie.
Dans le demi-jour empoisonné de la pluie
On dirait que toute une éternité s’achève.

Je reconnais en toi des êtres mystérieux,
Des voyageurs au but secret
Rencontrés autrefois dans la brume des gares
Où tous les bruits ont des inflexions d’adieux.
Parfois aussi tu m’es une atmosphère de foire

Avec ses lumières en pleurs et ses relents
De moisissure et de vice,
Avec sa misère et lajoie malade de ses musiques.
Des souvenirs de maisons de jeu nostalgiques
Se mêlent au chaos de mon énervement.

Si je sortais, si je fermais la porte, que ferais-tu?
Ce serait peut-être
Comme si tes yeux ne m’avaient jamais connu.
Le bruit de mes pas mourrait sans écho dans la rue
Et je ne verrais que la nuit à tes fenêtres.

C’est comme si tu devais me quitter aujourd’hui
Tout de suite et pour toujours
Sans songer à me dire d’où tu viens, où tu vas.
Il pleut sur les grands jardins nus, tonâme a froid,
Novembre ensevelit le paysage et ma vie.

Bei Dao


Linguaggi

Molti linguaggi
volano su questo mondo
si scontrano, generano scintille
a volte è odio
a volte è amore

il palazzo della ragione
precipita nel silenzio
pensieri leggeri come strisce di bambù
intrecciano cesti
colmi di ciechi funghi velenosi

animali in movimento dipinti sulla roccia
corrono calpestando fiori
un dente di leone cresce
nel segreto di un angolo
il vento ha portato via i suoi semi

molti linguaggi
volano nel mondo
ma la nascita di una lingua
non può accrescere né diminuire
il muto dolore dell’umanità

 

La rosa del tempo. Poesie scelte 1972-2008 (Elliot, 2018), a cura di R. Lombardi

Franco Fortini


La partenza

Ti riconosco, antico morso, ritornerai
tante volte e poi l’ultima.

Ho raccolto il mio fascio di fogli,
preparata la cartella con gli appunti,
ricordato chi non sono, chi sono,
lo schema del lavoro che non farò.
Ho salutato mia moglie che ora respira
nel sonno sempre la vita passata,
il dolore che appena le ho assopito
con imperfetta, di sé pietosa, atterrita tenerezza.
Ho scritto alcune lettere ad amici
che non mi perdonano e che non perdono.
E ora sul punto di dormire
un dolore terribile mi morde
come mille anni fa quando ero bambino
e lo chiamavo Iddio, e Iddio è questo
ago del mondo in me.

Fra poco, quando dai cortili l’aria
fuma ancora di notte e sulla città
la brezza capovolge i platani, scenderò per la via
verso la stazione dove escono gli operai.
Contro il loro fiume triste, di petti vivo,
attraverso la mobile speranza
che si ignora e resiste,
andrò verso il mio treno.

Tutte le poesie (Mondadori, 2021)

Heinz Kahlau


Se non ci sei

Se non ci sei,
ho sempre
quel che hai detto
e ho il tuo volto.

Delle tue parole
conservo più a lungo
quelle sommesse.
Quasi soltanto il loro suono,
il loro carezzare.
Poi ci sono quelle
che fanno male,
– difficili da dimenticare.

Dei colloqui rimarrà
solo quanto era nuovo per noi.
Dove i pensieri si incontravano.
Lì il tono della tua voce è
poco femminino,
molto umano.

Non si può dimenticare il tuo volto.
A volte è la vicinanza a farci dimenticare
la bellezza.

Rivista Poesia n. 326 (Maggio 2017), trad. Gio Batta Bucciol

Fernando Pessoa


L’amore è una compagnia.
Non so più andare solo per le strade,
perché non posso più andar solo.
Un pensiero visibile mi fa camminare più svelto
e veder meno, e nello stesso tempo mi dà piacere di camminare e vedere tutto.

Anche la sua assenza è una cosa che sta con me.
E l’amo tanto che non so come desiderarla.
Se non la vedo, la immagino e sono forte come gli alberi alti.
Ma se la vedo tremo, non so che ne è di ciò che sento nella sua assenza.

In tutto me stesso ogni forza mi abbandona.
Tutta la realtà mi guarda come un girasole con il suo viso nel mezzo.

*

O amor é uma companhia.
Já não sei andar só pelos caminhos,
Porque já não posso andar só.
Um pensamento visível faz-me andar mais de pressa
E ver menos, e ao mesmo tempo gostar bem de ir vendo tudo.
Mesmo a ausência dela é uma coisa que está comigo.
E eu gosto tanto dela que não sei como a desejar.

Se a não vejo, imagino-a e sou forte como as árvores altas.
Mas se a vejo tremo, não sei o que é feito do que sinto na ausência dela.
Todo eu sou qualquer força que me abandona.
Toda a realidade olha para mim como um girassol com a cara dela no meio.

Poemi di Alberto Caeiro (La Vita Felice, 1999), trad. it. P. Raule

Sandro Penna


Mio padre è morto.
Non era vecchio ma già
s’incamminava.
Era il mio vecchio
amico sì, da quando
io giovinetto,
scoprivo in lui un compagno
la sera, il lavoro finito.

Adesso, all’ombra bassa
fra gli alberi, sotto le stelle
sento la vita farsi
più lenta e malinconica.
Eppure è qui la stessa
delle mie sere accese.
È la stessa che corre
e torna in bei fanciulli.

Poesie (Mondadori, 2019)

Karen Blixen

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Incontro

Ah, quando sei lontano e nessuno
più nomina il tuo nome –
quando ovunque mi rechi sento
cupo e gelido un vuoto –

comincio a credere che tu sia solo un sogno
nato dalle brame della mia mente,
e a questo sogno ho dato vita e nome
e in ultimo il tuo aspetto –

– ma quando poi ti vedo e posso
sentire ancora le tue forti parole,
e posarti ancora il capo sulla spalla –
ascoltare ancora il suono della tua voce –

allora so che il resto è solo notte,
malvagi sogni che presto scorderò,
so che tu mi porti nella luce
e che in te dimorano la vita e il giorno

 

Poesie d’amore del ‘900 (Mondadori, 2001), trad. it. Bruno Berni

Vladimir Vysotsky

Chi è morto tragicamente, è un vero poeta,
E se al momento giusto, lo è del tutto.
Al numero 26 uno di loro andò dritto verso una pallottola,
Un altro infilò la testa nel cappio all’Angleterre.

A 33 anni Cristo… (Era un poeta, diceva:
«Su, non uccidere! Se ucciderai, io ti troverò dappertutto».)
Ma gli misero i chiodi alle mani, perché non combinasse qualcosa,
Perché non scrivesse e perché pensasse meno.

A me, a 37 anni, – ora come ora mi sta passando la sbornia.
Ed ecco rabbrividisco:
A questo numero, Puškin arrivò giusto in tempo per il suo duello
E Majakovskij incollò la tempia alla bocca della pistola.

Fermiamoci al numero 37! Dio è perfido,
Pose la questione come aut-aut.
Byron e Rimbaud sono caduti a questa soglia,
Ma i nostri contemporanei l’hanno oltrepassata.

Il duello non ha avuto luogo o forse è stato rinviato,
A 33 anni c’è stata crocefissione, ma non grave.
E a 33 anni non c’è stato sangue, ma che sangue?! E i capelli bianchi
Non hanno macchiato troppo le tempie.

E tirarsi un colpo? Da un pezzo il cuore è saltato in gola.
Pazienza, psicopatici e isterici!
I poeti camminano sul filo del rasoio
E si tagliano a sangue le loro anime scalze.

Il poeta ha un collo troppo lungo.
Accorciare il poeta! La conclusione è chiara, –
Ha un coltello conficcato! Ma lui è felice di pendere sgozzato
Dalla lama, per essere stato pericoloso!

Vi compatisco fanatici delle date e dei numeri fatali!
Languite come concubine nell’harem!
La durata della vita è aumentata, e forse anche la fine
Dei poeti si è spostata di un po’!


19 canzoni
(Stampa Alternativa, 1992), trad. it. S. Aversa

Dario Bellezza

Ph. Dino Ignani

La tua nonna tanto simile alla mia, innocente
creatura riuscita con splendore a diventare
nonna, viveva con tua madre in una casa
modesta ma lieta e allegra dove tu non trovavi
lo spazio immaginario per scorribande nel mondo
che di anno in anno cambia usi e costumi
per la irrequieta gioventù psichedelica
drogata non più di vino e politica, come
la mia, ma di sesso ed eroina, già ai quindici,
sedici anni, e fortuna vuole che le strade
della vita ci abbiano riunito per un attimo
in quella casa solare dove tua nonna, come la mia,
tristemente disse addio morendo a figli e nipoti
poco dopo l’invito-merenda fatto a me
pregustando una buona torta di cui qualche fetta
sbocconcellai. Tutte le nonne si rassomigliano, forse,
non ho molta conoscenza dell’universo
nonnesco, ma se sono nonne fino in fondo,
con la favola di «Cappuccetto rosso» ad allietare
le nostre infanzie terrene, prima di sconfinare
in collegi o strade affamate di droga o manifestazioni
contro il fascismo, quello di ritorno, il nuovo
fascismo che imbratta i muri con scritte naziste
di violenza o fa saltare i treni rapidi nelle gallerie.
Se sono nonne fino in fondo vanno ringraziate,
mangiando una fetta di torta, anche se tu eri
troppo ragazzo per capire che trangugiandola,
esaudivo un piccolo demone del ricordo, ritrovando
la mia vecchia dolcissima nonna. Ritornammo a casa
in vena di confidenze; ed io ti raccontai la lugubre
storia della fine mortale di mia nonna, sola, accampata
nello strazio di essere stata abbandonata da tutti, e ancora
il rimorso la notte nel sogno mi visita e mi sveglia
per punizione che nessuna espiazione potrà cancellare
oltre l’inferno canagliesco dell’immaginazione.

Morte segreta (Garzanti, 1976)