Jolanda Insana

foto LaPresse

Come riconoscerli?

stanno troppo vicini a chi respira profondo in pieno giorno
e simulando pienezza non si fanno riconoscere
ma quando l’aria viene meno
le froge non fremono e s’accasciano svuotati
animali a sangue freddo per troppo sole essiccati
come riconoscerli?
esangui e senza sale sbavano ai colpi
della bassa macelleria e non sono svezzati
e succhiano rovistano aprono porte fanno rumore
sono affamati
hanno la mano rapace
un braccio più lungo e uno più corto
per spillare meglio quello che più gli piace
senza mai sollevarsi di terra
lesti calano a spegnere lo zolfanello che barbaglia
e a quel soffio s’ammorba la vita
si riconoscono alla zaffata
animali di merda per non cedere nulla
fanno di sé la massima cloaca
vento e gelo a queste anime minchie
che a occhi chiusi slappano
sulle ricchissime natiche del campo ingermogliato
scracchiando lordura
rompono i recinti e fuoriesce l’impeto di bestie
calde e maleodoranti che il gelo non raffrena
e scozzando contro l’aria zoccolano verso dove non sanno
ma nell’inseguimento la bestia sono io e non m’affreno

 

Poeti contro la mafia (La luna, 1994) a cura di Filippo Bettini

Wang Guozhen


Non serve
che parli
del tuo amore passato
non dirmi
che il tuo amore passato
è stato un errore
nelle notti stellate
davvero hai camminato
con l’altro
piano piano
lungo le piccole strade
devi ricordare bene
la luce della luna
come l’acqua
non negare
il tuo amore passato
è bellezza
tutto ciò
che è fatto
con cuore sincero
non si può rinnegare
in futuro
non mi lamento
mia cara
rispetta il passato
amami sinceramente

Rivista Poesia (n. 86 luglio/agosto 1995), traduzione di Francesca Ferrari e Yu Gong

Attilio Bertolucci


Ma se il tramonto dura sulle cime
degli alberi che chiudono la pianura
soffocata da brume estive, il cielo
è una leggera arida spoglia inerte.

Eterno giorno, che cos’è la morte
quando sui visi radianti si posa
la maschera lucente
del tramonto lentissimo di luglio?

Non c’è memoria più, non c’è speranza
nel transito fatale del tempo.

Le poesie (Garzanti, 2014)

Mark Strand


Gente che cammina nella notte

Portavano quanto avevano in sacchi dell’immondizia e bisacce,
interminabili teorie che piegavano lungo strade di campagna, per campi
desolati fino al limite della città, poi su strade urbane, sotto filari
di piante spoglie e oltre cumuli di macerie. Quando giunsero
nella piazza centrale, si ripararono con coperte
e pezzi di cartone, e dormirono sulle panchine o si appoggiarono
ai lastroni spaccati di cemento, fumando, guardando le smorte
bandiere grigie del loro respiro venire sollevate via, l’agile luna
scalare il cielo, i loro cani smunti rovistare in cerca di carogne.

Uomo e cammello (Mondadori, 2007), a cura di Damiano Abeni

Gregory Corso

 

Nella mia bella… e cose svariate

Tutte le cose belle
cose mie
nei cani morti avvolti in cellofan e legati
e immobili e belli come i miei
nelle mie stanze-tomba di polvere e niente cose

Una cosa che faccio di questi tempi
quando una bella topa mi passa vicino
la faccio passare nel mio buco della chiave
o la infilo sotto la porta se è vecchia
e non come una madre o una troia

o un maiale senza madre
quindi la porto nella mia bella
e cose svariate
e l’amerò nel cellofan con lo spago
come musica per un mondo e niente cose

Ma non mi vanto del mio lavandino sozzo
e delle cose appese alla maniglia ad asciugare
sarebbe meglio essere solo che con una troia
che sfaccenda per casa con la mia polvere non impacchettata
con le calze di nylon e qualche canna e niente cose

 

Gasoline (Minimum Fax, 2015), trad. it. D. Abeni

Vittorio Bodini

Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.

Pigro
come una mezzaluna nel sole di maggio,
la tazza di caffè, le parole perdute,
vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano:
divento ulivo e ruota d’un lento carro,
siepe di fichi d’India, terra amara
dove cresce il tabacco.
Ma tu, mortale e torbida, così mia,
così sola,
dici che non è vero, che non è tutto.
Triste invidia di vivere,
in tutta questa pianura
non c’è un ramo su cui tu voglia posarti.

 

Tutte le poesie (Besa, 2010)

Amelia Rosselli


È una soneria costante; un micidiale compromettersi
una didascalia infruttuosa, e un vento di traverso
mentre battendo le ciglia sentenziavo una
saggezza imbrogliata.

Conto di farla finita con le forme, i loro
bisbigliamenti, i loro contenuti contenenti
tutta la urgente scatola della mia anima la
quale indifferente al problema farebbe meglio
a contenersi. Giocattoli sono le strade e
infermiere sono le abitudini distrutte
da un malessere generale.

La gola della montagna si offrì pulita al
mio desiderio di continuare la menzogna indecifrabile
come le sigarette che fumo.

 

Poesie (Garzanti, 2007)

© Foto di Dino Ignani

Natan Zach


Dal “Manuale del nomade”

Non scordarti di chiudere la finestra prima di uscire
non scordarti di chiudere la porta a chiave
non scordarti di baciare tua moglie sulla bocca e sull’orecchio
non scordarti di dondolare la piccola culla
senza spaventare il bambino.
Non scordarti la torcia elettrica
e portati dietro le batterie.
Tu sai quando parti
ma non quando tornerai.
Forse tornando la finestra sarà chiusa
e la porta di casa chiusa a chiave,
tua moglie non distinguerà i tuoi passi
e tuo figlio non saprà più chi sei.
Attento, o tu che parti per terre lontane,
non metterti in cammino se intendi
tornare.

 

Poeti israeliani (Einaudi, 2007), trad. it. Ariel Rathaus

Billy Collins

billycollins
Advice to Writers

Even if it keeps you up all night,
wash down the walls and scrub the floor
of your study before composing a syllable.

Clean the place as if the Pope were on his way.
Spotlessness is the niece of inspiration.

The more you clean, the more brilliant
your writing will be, so do not hesitate to take
to the open fields to scour the undersides
of rocks or swab in the dark forest
upper branches, nests full of eggs.

When you find your way back home
and stow the sponges and brushes under the sink,
you will behold in the light of dawn
the immaculate altar of your desk,
a clean surface in the middle of a clean world.

From a small vase, sparkling blue, lift
a yellow pencil, the sharpest of the bouquet,
and cover pages with tiny sentences
like long rows of devoted ants
that followed you in from the woods.

 

*

 

Consiglio agli scrittori

Anche se ti tiene in piedi per tutta la notte,
lava a fondo le pareti e pulisci i pavimenti
dello studio prima di comporre una sillaba.

Pulisci come se il Papa stesse arrivando.
Il candore è nipote dell’ispirazione.

Più pulisci, più brillante
sarà la tua scrittura, e allora non esitare a prendere
per i campi e a sfregare il fondo
dei sassi o spolverare sui rami più alti
della buia foresta i nidi pieni di uova.

Quando ritroverai la strada di casa
e riporrai spugne e spazzole sotto il lavello
vedrai alla luce dell’alba
l’altare immacolato della tua scrivania,
una superficie pulita al centro di un mondo pulito.

Da un vasetto, azzurro splendente, solleva
una matita gialla, la più appuntita del mazzo,
e ricopri pagine di piccole frasi
come lunghe file di fedeli formiche
che ti hanno seguito fin qui dal bosco.

 

A vela, in solitaria, intorno alla stanza (Fazi, 2013), a cura di F. Nasi

Maria Luisa Spaziani


Scorreva un vento caldo sugli abeti
tenebrosi da secoli, e portava
da fondali africani un grido lungo
come un corno da caccia. Solo il tonfo
delle pigne ritmava il suo ruggito
lontano, quasi musica, e rasente
il disco della luna, rari uccelli
notturni sciabolati sul confine
d’ombra e di luce qui da te giungevano
a portare messaggi che ora il tempo
mi esalta e mi confonde. Fu una notte
di aspettazione, e lento San Lorenzo
si annunciava con pianti di comete,
gigli che si sfogliavano nel buio
senza mani a raccoglierli. Passavano
lungo il tratturo i cani dei pastori,
neri dentro la tenebra dei pini,
i cani, occhi provvidi del giorno
e ora anime perse, inquieti lemuri
dell’estate che scavano entro zone
precluse il loro grido di rivolta,
e da millenni lo affidano al canto
delle sorgenti in corsa verso il mare.

L’occhio del ciclone (Mondadori, 1970)

Foto di Dino Ignani