Guido Gozzano

Alle soglie

II

Mio cuore, monello giocondo che ride pur anco nel pianto,
mio cuore, bambino che è tanto felice d’esistere al mondo,

mio cuore dubito forte – ma per te solo m’accora –
che venga quella Signora dall’uomo detta la Morte.

(Dall’uomo: ché l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo
le danno un nome, che, credo, esprima un cosa non tetra)

È una Signora vestita di nulla e che non ha forma.
Protende su tutto le dita, e tutto che tocca trasforma.

Tu senti un benessere come un incubo senza dolori;
ti svegli mutato di fuori, nel volto nel pelo nel nome.

Ti svegli dagl’incubi innocui, diverso ti senti, lontano;
né più ti ricordi i colloqui tenuti con guidogozzano.

Or taci nel petto corroso, mio cuore! Io resto al supplizio,
sereno come uno sposo e placido come un novizio.

 

I colloqui e altre poesie (Interno Poesia Editore, 2020), a cura di Alessandro Fo

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Philip Larkin


Here

Swerving east, from rich industrial shadows
and traffic all night north; swerving through fields
too thin and thistled to be called meadows,
and now and then a harsh-named halt, that shiedls
workmen at dawn; swerving to solitude
of skies and scarecrows, haystacks, hares and pheasants,
and the widening river’s slow presence,
the piled gold clouds, the shining gull-marked mud,

gathers to the surprise of a large town:
here domes and statues, spires and cranes cluster
beside grain-scattered streets, bargecrowded water,
and residents from raw estates, brought down
the dead straight miles by stealing flat-faced trolleys,
push through plate-glass swing doors to their desires –
cheap suits, red kitchen-ware, sharp shoes, iced lollies,
electric mixers, toasters, washers, driers –

a cut-price crowd, urban yet simple, dwelling
where only salesmen and relations come
within a terminate and fishy-smelling
pastoral of ships up streets, the slave museum,
tatoo-shops, consulates, grim headscarfed wives;
and out beyond its mortgaged half-built edges
fast-shadowed wheat-fields, running high as hedges
isolate villages, where removed lives

loneliness clarifies. Here silence stands
like heat. Here leaves unnoticed thicken
hidden weeds flower, neglected waters quicken,
luminously-peopled air ascends;
and past the poppies bbluish neutral distance
ends the land suddenly beyond a beach
of shapes and shingle. Here is unfenced existence:
facing the sun, untalkative, out of reach.

 

*

 

Qui

Deviando a est, da ombre lunghe di industrie
e dal traffico a nord di tutta una notte; deviando per i campi
troppo bassi e ricoperti di cardi per essere campi
e all’improvviso un passaggio tra i binari, che scherma
al tramonto gli operai; deviando sulla solitudine
di cieli o spaventapasseri, balle di fieno, lepri e fagiani,
e la presenza lenta del fiume che si allarga,
e la fila di nuvole d’oro, il fango d’oro pestato dai gabbiani,

si raccoglie sorprendendo una grande città:
qui cupole e statue, guglie e gru si ammassano
a fianco di strade disseminate, il fiume pieno di barche,
i residenti di tenute grezze, bruciate
le miglia a perdita d’occhio, vagoni bassi e furtivi,
spingono oltre le porte battenti dei loro desideri –
vestiti economici, stoviglie, scarpe coi tacchi, ghiaccioli,
mixer elettrici, tostapane, lavatrici, asciugatrici –

una folla a metà prezzo, moderna ma semplice, dimora
dove solo venditori e relazioni vengono
in una pastorale di navi terminate in vento
che sa di pesce, il museo degli schiavi,
tatuatori, consolati, mogli austere coi foulard;
e molto oltre i suoi ipotecati costruiti a metà
campi di grano presto scuri, che crescono
come case recintate dalle siepi, dove la solitudine

chiarisce le vite rimosse. Qui il silenzio è come
il caldo. Qui le foglie cresciute a saperlo
nascondono fiori tra le erbacce, la corrente del fiume dimessa,
l’aria che risale di luce corpuscolare;
e oltre i papaveri bluastri a distanza imparziale
la terra finisce improvvisa al di là una spiaggia
di forme e sassi. Qui è un’esistenza affrancata,
a un palmo dal sole, afasico, fuori dalla portata.

 

Da The Whitsun Weddings / Le nozze di Pentecoste (1964)

Traduzione di Demetrio Marra

Louis Aragon


Gli annegati

Di una città il mio cuore ha preso forma
Vi soffia un grande vento giunto non si sa donde
Scendevate o annegati perduti dietro l’orma
D’un sogno in mezzo alle isole che accarezzano le onde
Impazienti delle erbe della riva ai porti
Lontani d’Aliscans là dove riposando
Con gli eroi hanno messo casa i morti
Vi si giunge una sera vi si giunge ma quando
Voi derivate colle vostre storie diverse
Gli occhi al cielo stellato che non vedono lume
Passate sotto il ponte con le teste riverse
Ignari dei palazzi bianchi che sfiora il fiume
Poiché Arles vi aspetta andate l’ora è tarda
Altrove piangerete tra le pietre senza nome
Qui la notte non è che un canto di chitarra
E il mio nome vi sembra un’immensa Avignone.

Rivista “Poesia” (111, novembre 1997), traduzione di Nicola Gardini

Ágota Kristóf


Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve

con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate

più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane

un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega

chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

 

Chiodi (Casagrande, 2018), trad. it. di Fabio Pusterla, Vera Gheno

Eugenio Montale


Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.

Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.

Tutte le poesie (Mondadori, 2018)

Seamus Heaney


Rilke: dopo l’incendio

La mattina di primo autunno esitava,
restia alla novità, un vuoto dietro
i tigli arsi che ancora s’affollavano attorno
alla casa nella brughiera, ora solo un altro muro

dove i giovani si raccoglievano da chissà dove
si inseguivano e gridavano e correvano selvaggi in branco.
Eppure al suo apparire cadde il silenzio,
il figlio del luogo che con un lungo bastone biforcuto

estrasse una latta sformata o un pentolino
da sotto le travi calde e mezzo bruciate;
e poi, come chi ha un racconto ambiguo da fare,
si voltò verso i presenti e si affannò

per fare loro capire cosa c’era stato, lì.
Perché ora, ogni cosa svanita, tutto sembrava
molto più strano, più irreale del faraone.
Lui pure era cambiato: straniero in mezzo a loro.

District e Circle (Mondadori, 2009)

Maria Pawlikowska

L’autunno

Le rose arrugginite dell’autunno
osservano lo spazio bianco della pioggia –
la pioggia cuce il cielo alla terra
con mille brividi e punti. –

E tutto si corrode, si deforma,
cola, gronda madido,
ma non per sempre, dalla disperazione –
per poco, dalla lussuria.

Elogio della rosa (Einaudi, 2002)

Sergio Sbrollini


Il mio compleanno

Oggi è un giorno buono
per vedere gli amici,
per sapere con loro
la mia vita che passa.

Vecchi amici che narrano
primavere svanite
hanno nei compleanni
cari gesti d’infanzia.

Scorrerà triste vino
dalle cose perdute,
dolce da un rubinetto
che nessun saprà chiudere.

E gli amici ormai giungono
con le stesse mie rughe.
Io già mi sento andare
a pensieri che struggono.

Bruna che ridi e altri versi (Palomar, 1992)

Raymond Carver


Vedo un posto vuoto a tavola.
Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?
La barca attende. Non c’è bisogno di remi
né di vento. La chiave l’ho lasciata
nel solito posto. Tu sai dove.
Ricordati di me e di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Ora stringimi forte. Così. Dammi un bel bacio
sulle labbra. Ecco. Ora
lasciami andare, carissima. Lasciami andare.
Non c’incontreremo più in questa vita,
perciò ora dammi un bacio d’addio. Su, ancora uno.
E un altro. Ecco. Adesso basta.
Adesso, carissima, lasciami andare.
È ora di avviarsi.

Orientarsi con le stelle (Minimum Fax, 2013), trad. it. R. Duranti, F. Durante

Natan Zach

Sfavorevole agli addii

Il mio sarto è sfavorevole agli addii.
Per questo, ha detto, non partirà mai più, non vuole
separarsi dall’unica sua figlia. Assolutamente è
sfavorevole agli addii.

Una volta ha detto addio a sua moglie
e non l’ha più rivista (Auschwitz). Disse addio
alle sue tre sorelle e anche loro
non le rivide mai più (Buchenwald). Una volta
disse addio a sua madre (il padre è morto
in età veneranda). Adesso è
sfavorevole agli addii.

A Berlino era in buoni
rapporti d’amicizia con mio padre. Bei giorni consumati
nella Berlino di allora. Quei maledetti
tempi sono passati. D’ora in poi
non partirà mai più. Perché lui
assolutamente è
(mio padre intanto è morto)
sfavorevole agli addii.

 

Sfavorevole agli addii (Donzelli, 1996)