Eugenio Montale


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Tutte le poesie (Mondadori, 2005)

Fatos Arapi


Si S’të Desha Pak Më Shumë

Unë e desha përtej vdekjes,
Ashtu dashurova unë
Edhe prap s’ia fal dot vetes:
S’i s’e desha pak më shumë…
Pak më shumë ku shpirti thyhet,
T’i them ndarjes: – Prit, ca pak…
Të gënjejmë mallin që s’shuhet,
Kujtimin të gënjejmë pak.
Përtej vdekjes, përtej botëve,
Atje ku nis “ca pak” tjetër,-
Asaj që më rri mes Zotave:
“Si s’të desha pak më tepër…”.

 

*

 

Come ho fatto a non amarti un po’ più forte

Eppure l’ho amata molto oltre la morte,
solo così, io riuscivo ad amarla,
e comunque non posso perdonarmi
di non averla amata un po’ più forte.
Un po’ più forte dove l’anima si frattura,
chiederò: “un poco, ancora” a quanto ci separa,
per ingannare la nostalgia che non cede,
i ricordi insieme, inganneremo, per poco.
Oltre la morte, oltre tutti gli universi,
là dove inizia un altro “ancora un poco”
per te sola, che siedi in mezzo agli déi:
come ho fatto a non amarti un po’ più forte.

 

Traduzione di Julian Zhara

André Breton


Nella bella penombra del 1934
L’aria era una splendida rosa color triglia
E la foresta quando mi preparavo ad entrarci
Cominciava con un albero dalle foglie fatte di cartine di sigarette
Perché ti attendevo
E perché se te ne vieni con me
Da qualsiasi parte
La tua bocca è volentieri il niello
Dal quale riparte continuamente la ruota azzurra diffusa e spezzata che sale
A impallidire nella rotaia
Tutti i prodigi s’affrettavano a venirmi incontro
Uno scoiattolo era venuto ad applicare il suo ventre bianco sul mio cuore
Non so come ci stava
Ma la terra era piena di riflessi piú profondi di quelli dell’acqua
Come se il metallo avesse finalmente scosso il suo guscio
E tu coricata sullo spaventoso mare di pietre dure
Roteavi
Nuda
In un gran sole di fuoco d’artificio
Ti vedevo far discendere lentamente dai radiolari
Le conchiglie stesse del riccio di mare c’ero
Chiedo scusa non c’ero già piú
Avevo alzato la testa perché lo scrigno vivente di velluto bianco m’aveva lasciato
Ed ero triste
Il cielo tra le foglie riluceva feroce e duro come una libellula
Stavo per chiudere gli occhi
Quando le due pareti del bosco che s’erano bruscamente divaricate si sono abbattute
Senza rumore
Come le due foglie centrali d’un mughetto immenso
D’un fiore capace di contenere tutta la notte
Ero dove mi vedi
Nel profumo suonato a tutto spiano
Prima che quelle foglie tornassero come ogni giorno alla vita cangiante
Ho avuto il tempo di posare le labbra
Sulle tue cosce di vetro

 

Poesie (Einaudi, 1967) trad. it. G. Falzoni

Giuseppe Piccoli


Ah, la cara bocca baciata:
appena fu toccata apparve il suo viso
e nelle mani fu stretto un ricordarsi
e la lingua parlò che bello è il sorriso
sorpreso negli occhi. Nuova vita allora
mi coglie se vesto il mio corpo di foglie
per apparirti come albero in primavera.
La sera è tenue quando ti abbraccio
e l’andare si fa più breve
se pur solitario ripenso a quanto di baci
offriva la nostra comunione di allora
e nello specchio quelle figure mostrano
di nuovo il nostro inverno di ora
che cogliamo un poco d’eterno
del grembo dell’essere quaggiù
sperduti e quasi irrisi
e si scopre pace alla finestra illuminata
prima scordata che scrivevo versi di male.

Chiusa poesia della chiusa porta (Bertani, 1987)

Vittorio Sereni


Le sei del mattino

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

 

Poesie e prose (Mondadori, 2013)

Hilde Domin


Le vie più difficili

Le vie più difficili
vengono percorse da soli,
la delusione, la perdita,
il sacrificio,
sono soli.
Persino il morto che risponde a ogni richiamo
e che non si nega a nessuna richiesta
non ci soccorre
e osserva
se noi non cediamo.
Le mani dei vivi che si tendono
senza raggiungerci
sono come i rami degli alberi d’inverno.
Tutti gli uccelli tacciono.
Si sento solo il proprio passo
e il passo che il piede non ha ancora fatto
ma che farà.
Fermarsi e voltarsi
non serve. Si deve
andare.

Prendi in mano una candela
come nelle catacombe,
la piccola luce respira appena.
E tuttavia, quando hai camminato a lungo,
il miracolo non tarda,
perché il miracolo sempre accade,
e perché senza grazia
non possiamo vivere:
la candela brilla per il respiro libero del giorno
tu la spegni sorridendo
quando appari nel sole
e tra i giardini che fioriscono
la città è davanti a te,
e nella tua casa
la tavola è apparecchiata di bianco.
E i vivi che perderemo
e i morti che non possiamo perdere
spezzano per te il pane e ti porgono il vino –
e tu senti di nuovo la loro voce
vicinissima
al tuo cuore.

 

Rivista Poesia, N° 259, aprile 2011, traduzione di Daniela Maurizi

Ermanno Krumm


È tutto così semplice, così comodo:
un garage, una discesa e degli alberi,
la pioggia è venuta ieri
e c’è ancora temporale nell’aria
e mille parti d’albero che respirano
e l’erba che brilla sul mio capo

lo senti qui nel trionfo degli animali
nell’ossigeno nei polmoni nella pelle
che respira come un pesce nell’acqua,
sento il motore di un auto,
e piano piano passo là fuori
assieme ai rumori, alle cose che sono lì:

e chissà che andarsene non sia così
mi piacerebbe fosse più benevolo
e meno buio.

 

Animali e uomini (Einaudi, 2003)

José Saramago

“Non scrivere poesie d’amore”
Rainer Maria Rilke

Perché, Rainer Maria Rilke? Chi impedisce
al mio cuore di amare, e chi decide
le voci che si articolano nel verso?
Cosa c’impone questa mosca cieca
di sommare infinito a infinito?
La scala lunga lunga che salisti
nel vuoto si spezzò, allorché l’ombra
dell’Altro sui gradini si divise.
All’aerea vertigine del tuo volo
la misura del passo io contrappongo,
terrestre sono, e dall’avere terrestre,
uomo mi dico uomo, poesie faccio.

Le poesie (Feltrinelli, 2017), trad. it. F. Toriello

Erica Jong


Nell’attesa che il mio vecchissimo
agopuntore cinese
apra i canali della vita
o chi, bevo il suo tè
ammiro il fiume ghiacciato
dalla finestra
& libero il corpo per ricevere
la forza che guarisce o sigilla
i dono che ho ricevuto
dai morti.

La vita viene dalla morte
come tutti sappiamo
anche se detestiamo ammetterlo.

Rendiamo grazie.
La morte non è la fine
come prova la poesia.

Il mondo è cominciato con un sì (Bompiani, 2019), trad. it. G. Granato

Alfred Douglas


Il fiume verde

Verde sentiero erboso che oltre i campi
come rapido fiume via ti perdi
in fitti boschi senza uccelli in coro
a mezzogiorno, senza voci a offrire

la musica alla luna. Sigillato
è il luogo da sovrani muti canti:
l’inviolato silenzio di un cantore
che si è smarrito o che non si rivela.

Questo luogo silente è la mia anima.
Oh, svegliarsi da questa tetra notte
e sentire una voce, e molti canti.

Che sia effigie di pena, esangue volto,
d’Amore in sonno sciolto, o di delizia
dagli occhi aperti come fior d’arancio.

 

L’amore che non osa. Poesie per Oscar Wilde (Elliot, 2018), a cura di S. Raffo