Yamaguchi Seishi


悲しさの極みに誰か枯木折る
kanashisa no kiwami ni tare ka kareki oru

al culmine del dolore
qualcuno spezza
un ramo appassito

da Haiku kenkyū, Volume 44, 1977, p. 77

*

海に出て木枯帰るところなし
umi ni dete kogarashi kaeru tokoro nashi

giunto al mare
il vento gelido non può
tornare a casa

da Haiku nyūmon, 1971, p. 237

*

一人行く女の旅や閑古鳥
hitori yuku on’na no tabi ya kankodori

il viaggio solitario
di una donna –
cuculo

da Gendai haiku sajiki, Vol, 2, 1973, p. 129

*

風雪に満州黄旗白く褪せぬ
fūsetsu ni manshūki hata shiroku asenu

nella tormenta
la bandiera della Manciuria
scolorita di bianco

da Bunrui Seishi kushū, 1979, p. 234

*

塹壕は浅くことしの草も枯れぬ
zangō wa asaku kotoshi no kusa mo karenu

trincea angusta –
anche quest’anno l’erba
appassisce

da Yamaguchi Seishi to koten, 1989, p. 59

 

© Traduzione in italiano di Luca Cenisi

Julia Hartwig


Non chiedere

Nel sogno ho fatto in tempo a pensare
cosa accadrà dopo
E mi sono risposta da sola
Perché chiederlo

Quando ci alzeremo
i nostri passi ci condurranno al luogo
che fino ad ora abbiamo cercato invano
E nel sogno io ci credevo e al contempo non ci credevo

E in ciò v’era una sorta di felicità
che si può conoscere solo in sogno

 

Rivista Poesia (n. 250, giugno 2010), traduzione di Francesca Fornari

Valentino Zeichen


Lunedì 1° novembre

Se non fossi un fottuto moralista
scriverei da ebbro
invece scrivo da sobrio
e la spia ne è l’esito noioso.
Pranzo in solitudine
e mi soffermo su
un dolore ignoto.
Bevo vino rosso
sulla carne rossa
come un macellaio.
Siccome m’ubriaco
ci metto tanto
anche a scrivere
una mediocre poesia.

 

Diario 1999 (Fazi, 2018)

Foto di Dino Ignani

León Felipe


Disfate questo verso.
Toglietegli le frange della rima,
il metro, la cadenza
e persino l’idea stessa…
Gettate al vento le parole…
e se dopo resta ancora qualcosa,
quello
sarà la poesia.
Che
importa
che la stella
sia remota
e disfatta
la rosa?
Avremo ancora
la luce e l’aroma.

 

Poesie (Lerici, 1963), a cura di Arrigo Ripetto

Nella Nobili

al pittore Giorgio Morandi

“Paesaggio 1926”

La casa alta ferma nel tempo
È la mia casa – la mia casa morta,
È la mia casa senza memoria
Senza finestre, senza porta.

Non c’è nessuno dentro.
E io non sono mai stata
Oltre quel muro
Che forse non ha seguito nemmeno –
E forse è solo un muro senza casa
È una ferita che si dilata
Nella memoria.

Tristezza – fammi piangere!
(io vorrei ritornare)

Vorrei con le mani tremanti
Toccare quella casa, quel muro,
Chiamare con voce serena
Un’immagine alla finestra

Un frammento di luce
Una mano sensibile
Che passando mi percuota
La corda del sentimento
Che più non vibra.

Cerco una porta
Un’antichissima porta
Che in altri tempi esisteva.

Nella sera in nita
Che oscilla eternamente
Sulla casa e non discende –
Ti ho perduto adolescenza.

Ma se notte di cielo non viene,
Se non chiudo questi occhi neri,
Se non precipito nel sonno –
Voglio perdere nel mio grido
Anche questa giovinezza.

Non ho nemmeno un filo
Di tristezza da legare
A un ricordo.

 

Ho camminato nel mondo con l’anima aperta (Solferino, 2018), a cura di Maria Grazia Calandrone

Grace Paley


Grazie a Dio non c’è nessuno Dio

Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti

se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce di fronte alla tortura
all’odio tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra terremoto

se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti

se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili con-
sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perchè questo è il giorno d’oggi ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi

abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni se

sappiamo essere responsabili se siamo
diventati responsabili

 

Fedeltà (Minimum Fax, 2011), trad. it. L. Brambilla, P. Cognetti

Raffaele Carrieri


La poesia

La poesia non è pazienza
E non è impazienza.
La poesia non è scrivania
E tanto meno carta.
La poesia è speranza.
Amata o disamata
Produce gelo fuoco
E un certo vuoto
Nel quale uno si riconosce
E un altro fugge.
La poesia non è lana
Per la testa fredda
E solo riscalda
La mano aperta.
La poesia è un ponte
Che sta per cadere
E mai non cade.
La poesia è in alto
E anche in basso
Dove crescono semi
Fiumi e vermi.

 

Poesie scelte (Mondadori, 1976)

Wallace Stevens

 


Domination of Black

At night, by the fire,
The colours of the bushes
And of the fallen leaves,
Repeating themselves,
Turned in the room,
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
Yes: but the colour of the heavy hemlocks
Came striding.
And I remembered the cry of the peacocks.

The colours of their tails
Were like the leaves themselves
Turning in the wind,
In the twilight wind.
They swept over the room,
Just as they flew from the boughs of the hemlocks
Down to the ground.
I heard them cry – the peacocks.
Was it a cry against the twilight
Or against the leaves themselves
Turning in the wind,
Turning as the flames
Turned in the fire,
Turning as the tails of the peacocks
Turned in the loud fire,
Loud as the hemlocks
Full of the cry of the peacocks?
Or was it a cry against the hemlocks?

Out of the window,
I saw how the planets gathered
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
I saw how the night came,
Came striding like the colour of the heavy hemlocks.
I felt afraid.
And I remembered the cry of the peacocks.

 

*

 

Dominio del nero

Di notte, accanto al fuoco,
i colori dei cespugli
e delle foglie morte
replicavano se stessi
girando nella stanza,
come le foglie stesse
che giravano nel vento.
Sì. Ma il colore dei pesanti abeti
venne a grandi passi.
E ricordai il grido dei pavoni.

Erano, i colori delle code,
come le foglie stesse
che giravano nel vento,
nel vento del crepuscolo.
Percorrevano la stanza
così come volavano dai rami degli abeti
fino a terra.
Li sentii gridare – i pavoni.
Era un grido contro il crepuscolo?
O un grido contro le foglie stesse
che giravano nel vento,
che giravano come le fiamme
giravano nel fuoco,
che giravano come le code dei pavoni
giravano nel fuoco vivo,
vivo come gli abeti
pieni del grido dei pavoni?
O era un grido contro gli abeti?

Fuori della finestra,
vidi il modo in cui i pianeti si riunivano
come le foglie stesse
che giravano nel vento.
Vidi il modo in cui la notte veniva,
veniva a grandi passi come il colore dei pesanti abeti.
Ebbi paura.
E ricordai il grido dei pavoni.

 

© Traduzione inedita di Simone Pagliai

Heiner Müller


Tristano 1993

Ieri mio figlio aveva un’aria strana
Una notizia orribile lunga un intero spot
Negli occhi di mio figlio io
Che ho visto troppo ho letto la domanda
Compensa ancora il mondo la fatica di vivere?
Un istante una notizia orribile
Lungo un intero spot io ero il dubbio
Devo augurargli una lunga vita
O per amore una precoce morte

 

Non scriverai più a mano (Scheiwiller, 2006), a cura di Anna Maria Carpi

Vittorio Sereni


Gli squali

Di noi che cosa fugge sul filo della corrente?
Oh, di noi una storia che non ebbe un seguito
stracci di luce, smorti volti, sperse
lampàre che un attimo ravviva
e lo sbrecciato cappello di paglia
che questa ultima estate ci abbandona.
Le nostre estati, lo vedi,
memoria che ancora hai desideri:
in te l’arco si tende dalla marina
ma non vola la punta più al mio cuore.
Odi nel mezzo sonno l’eguale
veglia del mare e dietro quella
certe voci di festa.

E presto delusi dalla preda
gli squali che laggiù solcano il golfo
presto tra loro si faranno a brani.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 1995)