Charles Bukowski

buk

Il mio fallimento

penso ai diavoli dell’inferno
e fisso un
bel vaso di
fiori
mentre la donna in camera mia
rabbiosa accende e spegne la luce
di continuo.
abbiamo litigato di
brutto
e io me ne sto qui seduto a fumare
sigarette
indiane
e intanto alla radio le
preghiere di un cantante lirico non
sono nella mia
lingua.
fuori, la finestra alla
mia sinistra rivela le luci
notturne della
città e io vorrei solo
avere il coraggio di
spezzare questo semplice orrore
e rimettere le cose
a posto
ma la mia rabbia meschina
me lo
impedisce.

mi rendo conto che l’inferno è solo quello che ci
creiamo noi,
a fumare queste sigarette,
qui ad aspettare,
qui a fantasticare,
mentre nell’altra stanza
lei continua a
starsene lì ad
accendere e spegnere
la luce,
accendere e
spegnere.

I cavalli non scommettono sugli uomini (e neanche io) – Minimum fax, 2004 – trad. it. D. Abeni

Peter Handke


[…]

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno con i baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai –,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

[…]

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Parla di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri primi sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove per il diverso senso del tempo di quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo ad unirci
dopo esserci uniti
giacendo cosí per anni
fianco a fianco, il respiro
nel respiro uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.
I tuoi capelli lisci diventarono ricci,
i tuoi occhi chiari diventarono scuri,
i tuoi denti grandi si fecero piccoli.
Sulle tue labbra tese
apparve un disegno fine e delicato,
sul mento sempre liscio
scoprii al tatto una fossetta che prima non c’era
e i nostri corpi invece di farsi male a vicenda
diventavano giocando uno solo,
mentre sulla parete della stanza
alla luce dei lampioni
si muovevano le ombre dei cespugli dei giardini d’Europa,
le ombre degli alberi d’America,
le ombre degli uccelli notturni di ogni dove.

 

Canto della durata (Einaudi, 2016), trad. it. Hans Kitzmüller

Hermann Hesse


Strano, vagare nella nebbia!
È solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
né gli alberi si scorgono tra loro,
ognuno è solo.
Pieno di amici mi appariva il mondo
quando era la mia vita ancora chiara;
adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno.
Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.
Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l’altro
ognuno è solo.

Poesie (Guanda, 1979), trad. di Mario Specchio

H.D. (Hilda Doolittle)


Mid-day

The light beats upon me.
I am startled –
a split leaf crackles on the paved floor –
I am anguished – defeated.

A slight wind shakes the seed-pods –
my thoughts are spent
as the black seeds.
My thoughts tear me,
I dread their fever.
I am scattered in its whirl.
I am scattered like the hot shrivelled seeds.

The shrivelled seeds
are split on the path –
the grass bends with dust,
the grape slips under its crackled leaf:
yet far beyond the spent seed-pods,
and the blackened stalks of mint,
the poplar is bright on the hill,
the poplar spreads out, deep-rooted among trees.

O poplar, you are great
among the hill-stones,
while I perish on the path
among the crevices of the rocks.

*


Mezzogiorno

La luce batte su di me.
Sono allarmata –
una foglia spezzata scricchiola sul lastricato –
sono angosciata – sconfitta.

Un leggero vento scuote i baccelli –
i miei pensieri sono consumati
come i semi neri.
I pensieri mi lacerano,
temo la loro febbre.
Sono dispersa nel suo vortice.
Sono dispersa come i semi caldi rinsecchiti.

I semi rinsecchiti
sono spaccati sul sentiero –
l’erba si piega per la polvere,
l’uva scivola sotto la sua foglia secca:
eppure oltre i semi ormai passati,
e gli steli di menta anneriti,
il pioppo sulla collina è splendido,
il pioppo si allarga, le sue radici profonde tra gli alberi.

Oh pioppo, tu sei grande
tra le pietre del colle,
mentre io perisco sul sentiero
tra i crepacci delle rocce.

Poesie imagiste di Hilda Doolittle (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Giorgia Sensi

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Giuseppina Luongo Bartolini


Spiegami la fioritura
e il declino
il mistero del nascere
e del morire il cedere
d’ogni cosa vivente e creata
al crollo della fine
tu stesso nell’altrove
dei mondi a me per sempre
perduto il caro viso
dolcezza dello sguardo
la dedizione del cuore.

Album – Poesie dell’amore (Book Editore, 2005)

Robert Walser


Uomini bianchi
mi strappano via a mezzo della notte
l’anima piena e vuota d’amore,
sazia, assetata,
e la portano ai ghiacciai, sui monti.
Sbranata dai loro denti
di mostri
me la riportano e nel corpo me la tornano
a piantare.
O cara donna, cara, vienimi a trovare!
Ti vorrei spogliare,
come l’umanità dai suoi dolori si vorrebbe liberare.
Non avere paura, come di seta ti saprò amare.

Rivista “Poesia” (n.50, aprile 1992), trad. it. Renata Buzzo Màrgari

Pier Paolo Pasolini

Vanno verso le Terme di Caracalla
giovani amici, a cavalcioni
di Rumi o Ducati, con maschile
pudore e maschile impudicizia,
nelle pieghe calde dei calzoni
nascondendo indifferenti, o scoprendo,
il segreto delle loro erezioni…
Con la testa ondulata, il giovanile
colore dei maglioni, essi fendono
la notte, in un carosello
sconclusionato, invadono la notte,
splendidi padroni della notte…

Va verso le Terme di Caracalla,
eretto il busto, come sulle natie
chine appenniniche, fra tratturi
che sanno di bestia secolare e pie
ceneri di berberi paesi – già impuro
sotto il gaglioffo basco impolverato,
e le mani in saccoccia – il pastore migrato
undicenne, e ora qui, malandrino e giulivo
nel romano riso, caldo ancora
di salvia rossa, di fico e d’ulivo…

Va verso le Terme di Caracalla,
il vecchio padre di famiglia, disoccupato,
che il feroce Frascati ha ridotto
a una bestia cretina, a un beato,
con nello chassì i ferrivecchi
del suo corpo scassato, a pezzi,
rantolanti: i panni, un sacco,
che contiene una schiena un po’ gobba,
due cosce certo piene di croste,
i calzonacci che gli svolazzano sotto
le saccoccie della giacca pese
di lordi cartocci. La faccia
ride: sotto le ganasce, gli ossi
masticano parole, scrocchiando:
parla da solo, poi si ferma,
e arrotola il vecchio mozzicone,
carcassa dove tutta la giovinezza,
resta, in fiore, come un focaraccio
dentro una còfana o un catino:
non muore chi non è mai nato.

Vanno verso le Terme di Caracalla.

La religione del mio tempo (Garzanti, 2015)

Foto di Dino Pedriali

Derek Walcott


Una mappa dell’Europa

Come l’idea di Leonardo
Dove si aprono paesaggi su una goccia d’acqua
O draghi si acquattano in macchie scure,
Il mio muro che si sfalda, nell’aria chiara,
Mappa d’Europa con le sue venature.

Sul davanzale minato, il bordo di latta
Dorato di una birra luccica
Come la sera su un lago del Canaletto,
O come le rocce di quell’eremo
Dove, nella sua cella di luce, lo smunto Gerolamo
Prega che il Suo regno venga
Alla città remota.

La luce crea la propria quiete. Nel suo anello
Ogni cosa è. Una tazza da caffè crepata,
Un pane spezzato, un vaso sbrecciato diventano
Se stessi, come in Chardin,
O nel chiarore di birra di Vermeer,
Non oggetti della nostra pietà.

In lei nessun lacrimae rerum, nessuna arte.
Solo il dono di vedere
Le cose come sono, dimezzate da un’oscurità
Da cui non possono scostarsi.

 

Isole. Poesie scelte (1948-2004) Adelphi, 2009, trad. it. M. Campagnoli

Charles Simic

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 Negozio di vestiti usati

Un’ampia scelta di vite passate
in mezzo a cui frugare
alla ricerca di quella che ti vada bene
pulita e stirata,
però consunta al collo.

Un manichino vestito di nero
è all’ingresso per servirti.
I suoi occhi non ti lasciano andare.
I suoi baffi sembrano disegnati
con la punta di un sigaro spento.

Vedi torri pendenti di pantaloni.
Appena ti volti per scappare,
i cappelli di uomini morti rotolano
sul pavimento per accompagnarti
premurosi all’uscita.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. N. Gardini

Marie Takvam

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Devi essere arrivato in città!
Lo vedo chiaramente.
Tutte le case mi stanno sorridendo.
Hanno capito che ti amo.

Devi essere arrivato in città!
lo vedo dagli alberi del parco.
Hanno foglie vibranti,
ricevono baci dal sole e dal vento.

Devi essere arrivato in città!
Perciò
questa gioia incredibile
dalla luce e dall’alba
dalle barche a vela e dalla brezza.

Tutto è diverso oggi.
Quel che ieri era una lunga serie di case grigie
oggi è dipinta di oro e porpora
dal tramonto del sole.

Quella che ieri era gente qualunque
che andava all’autobus o all’auto
oggi sono persone
con una vita dentro.

Ciò che ieri era traffico e frastuono
oggi è il battito del cuore della città,
quello grande che fa muovere tutto!

In breve: Tu devi essere arrivato in città!

 

Parole dritte al cuore (Mondadori, 2014 ) a cura di M. Rossato