Lino Curci


Messaggio

Sono qui, sulla terra, in una calma
sera d’estate e il disco della luna
arde vicino, immenso. Odo i miei passi
sul selciato, la mia dura presenza
che sola incrina di rumore e affanno
il perfetto silenzio, e l’eco breve
che subito si spegne. Odo il mio corpo
e mi repugna. Mai l’anima nuda
fu più pronta a seguirti, invito, a uscire
dalla misura che la stringe. Vedo
la mia sostanza a me fatta straniera,
gli uomini andare nella notte, vasto
brulichio sul pianeta ancora caldo
di spento sole, e questo mio passaggio
nella serena luce della luna,
crudele e antica. Mi fu scelto un mondo
per vivere, fra tanti: e sono qui,
nel chiaro cielo di un’estate, un uomo
che cammina sgomento, creatura
che qualcuno contempla, che ebbe un luogo
per morire e pregare appena: «guarda
colui che passa!» E solo in quest’altura
d’astri, remoto da me stesso, ostile
alla forma dì vita in cui consisto,

mi riconosco di uno stampo eterno.

 

Splendore della poesia italiana (Ceschina, 1958)

Kostandinos P. Kavafis


Non ti ebbi e non ti avrò
forse mai. Qualche parola, uno sfiorarsi
come al bar l’altro ieri, niente di più.
È una pena, lo confesso. Ma noi dell’Arte
talvolta con la forza del pensiero, e certo solo
per un tempo breve, creiamo piaceri
che sembrano quasi fatti di materia.
Così al bar l’altro ieri – con l’aiuto
di una benevola ebbrezza –
ho avuto mezz’ora di assoluto erotismo.
E lo capisti mi parve,
e rimanesti apposta un po’ di più.
Era necessario. La fantasia
e la magia dell’alcol non bastavano;
avevo anche bisogno di vedere le tue labbra,
avevo bisogno di sentire il tuo corpo vicino.

Tutte le poesie (Donzelli, 2019), a cura di P. M. Minucci

Duncan Bush


Minatore, Abercynon, 1985

Dopo essere tutti rientrati
un giorno mi misi a guardare i ragazzi
che salivano nella gabbia, disse lui,
le loro facce
gli occhi bianchi, e seppi
che la mia faccia era altrettanto
nera e mi sentii gli occhi
bianchi e stanchi
nella testa e
capii. Ecco, ecco com’è
per gli altri, siamo
neri, la tribù
dei neri britannici.
Quando lavoriamo siamo negri.
Quando scioperiamo siamo rossi.
Il guaio è, disse
ridendo – nera la faccia,
gialli i denti, rossa la bocca –
è che ci vedono
in questi maledetti colori primari.
E l’unica cosa blu
che abbiamo – e si tirò
su il polsino
per farmi vedere – sono le cicatrici.

Impronte. Poesia gallese contemporanea (Mobydick, 2007), trad. it. G. Sensi, P. McGuinness

Samuel Beckett

samuel-beckett

 

cosa farei mai senza questo mondo senza volto né domande
dove essere non dura che un istante in cui ciascun istante
si rovescia nel vuoto nell’oblio d’essere stato
senza quest’onda dove infine
sprofonderanno insieme corpo e ombra
cosa farei mai senza questo silenzio abisso di bisbigli
furiosamente anelante il soccorso l’amore
senza questo cielo che s’innalza
sulla polvere delle sue zavorre

cosa farei mai farei come ieri come oggi
guardando dal mio oblò se non sono solo
a vagare e girare lontano da ogni vita
in uno spazio di marionetta
senza voce fra le voci
conchiuse in me

 

Le poesie (Einaudi, 2006), trad. it. Gabriele Frasca

Maria Luisa Spaziani


Vorrei sentire la tua mano fresca
sulla fronte che brucia. Così scende
sopra i roseti esausti la rugiada.
Così sboccia la luna nel buio.

Aiutami ad amarti, ad inventarti
nelle tue assenze. La mia fantasia
è comunque un tuo dono, un chiaro alibi
in questo mondo senza altrove.

Pallottoliere celeste (Mondadori, 2019)

Margaret Atwood

atwood

 

Cuore

Alcuni vendono il proprio sangue. Tu ti vendi il cuore.
O quello o l’anima.
Il difficile sta nel tirare fuori quella maledetta cosa.
Una specie di movimento a spirale, come sgusciare un’ostrica,
la tua spina dorsale un polso
e poi, oplà! È nella tua bocca.
Quasi ti metti in subbuglio
simile a un’attinia che espelle un sasso.
C’è un rumore rotto, il chiasso
d’interiora di pesce in un secchio,
ed ecco, un enorme e brillante grumo rosso intenso
di un passato ancora vivo, tutto intero su un piatto d’argento.

Viene fatto passare. È scivoloso. Viene lasciato cadere,
ma anche assaporato. Troppo scadente, dice uno. Troppo salato.
Troppo aspro, dice un altro, con una smorfia.
Ognuno è un buongustaio istantaneo,
e tu ascolti tutto
in un angolo, come un cameriere appena assunto,
la tua mano, diffidente e capace nella ferita nascosta
sotto la camicia e nel petto,
con timidezza, senza cuore.

 

La porta (Le Lettere, 2011), trad. it. E. Rao

Natan Zach

Non mente

In me il tuo corpo fa nascere fiori
un intero tappeto nel mio corpo

sarò la tua musica
tu sarai la mia

e se in sogno griderò aiuto
dormendo col cuore destro

sarai tu il luogo
in cui mi sveglierò

abbracciata, vicina, serena
rammentando giorni lontani:

una madre che sfiora appena
un padre dalle orfane parole

solo allora so
che tutto fu solo un sogno

i sogni raccontano fole
ma non mente la luce del giorno.

 

Sento cadere qualcosa (Einaudi, 2009)

Lucille Clifton


per la mia ultima mestruazione

allora ragazza, arrivederci,
dopo trentotto anni.
trentotto anni e non
sei mai arrivata
– splendida nel tuo vestito rosso –
senza qualche problema
da qualche parte, per qualche motivo.

adesso è finita,
e mi sento proprio come
quelle nonne che,
dopo che la ragazzaccia che erano se n’è andata,
siedono tenendo la sua foto tra le mani,
sospirando: “non era
bellissima? non era bellissima?”

Nuovi poeti americani (Einaudi, 2006)

Mario Luzi


A te più giovane

Le strade per cui parti dalla vita
e vi torni, non una innumerevoli
volte, i passi che portano lontano
e quelli che risalgono il versante…
che mi viene di là ora? Memorie,
ambagi, è nulla, è come quando
una città pensata nella veglia
se dormi, s’addormenta sul tuo cuore
con i suoi trivi, i suoi vicoli strani
da porta a porta fino al fiume. Esisti,
quale affanno rinnovi e ne fai parte
al mio cuore che n’è già stanco! Guardo
sorpreso tutto quel che vive
e passa e non ha quiete come te,
o il succedersi in case delle serve
e in Padova il variare dell’issopo.

 

Le poesie (Garzanti, 2014)