Alessandro Parronchi


Un gesto, una figura

Mi ritrovo in un gesto di mia madre
quel frugare la borsa affannoso
cercandovi qualcosa,
poi, svanito il sospetto, andare avanti.
E in quel gesto mia madre torna viva
mentre io verso la morte m’incammino.

Un gesto, una figura
una forma, una vita.
Il rivivere incerto intermittente
affidato alla nostra memoria
dà speranza che qualcosa non muoia.

-Tutto dal nulla rinascerà a un tratto.
-Chi l’ha detto? chi ha parlato?

Madre, se in qualche parte ancora sei,
prega per me, perché io sia tollerato,
stolto, dai miei fratelli che non credono.
Perché, forti, vedendomi più debole,
troppo non mi deridano,
ma la mia scarsa mente, i pensieri a brandelli
per loro filtrino l’alba
di un giorno felice.
La carne martoriata mandi raggi
nelle lacrime scendano le stelle
quando la terra abbandonata la sua orbita
i terremoti squassino le tombe.

La memoria non è l’ultimo porto,
il processo non s’arresta, nella sua
ciclicità tutto assorbe, anche la morte:
la morte appartiene alla vita.

 

Poesie (Polistampa, 2000)

Anna Maria Ortese


Più necessario della notte

Più necessario della notte, ascolti
godendo la mia pena.
Sola come le rocce che tranquille
emergono dai flutti, io prego il mare
delle tue labbra di placarmi. È giorno
senza bellezza o grido. Tu potresti
mutarmi in onda, se volessi, tu
se t’accostassi a cingermi. Reclino
il capo immaginando, ed ardo e tremo.
Come non torni? Come non ti accoglie
questo richiamo di fanciulla? Dove
trovare la pietà, se tu che dolce
sei come il vento, non mi sfiori? Assorto,
vociferando mitemente il mare
mi lambe, e io penso le tue mani, e gemo.

 

La luna che trascorre (Empiria, 1998)

Harald Hartung


Chiavi perdute

Fra lattine di cocacola arrugginisce una sedia da giardino
nel piatto della fontana mentre contro un albero
il vecchio barbone orina e canta
È il mio ennesimo giro e
al secondo piano ancora niente luce
Arriva il vecchio coi suoi jeans consunti
farfuglia qualche cosa, sguardo fraterno umido
Anche tu figlio mio! anche tu sarai presto fra noi

 

Sogna più lento (Libri Scheiwiller, 2006), a cura di Anna Maria Carpi

Amelia Rosselli


Perdonatemi perdonatemi perdonatemi
vi amo, vi avrei amato, vi amo
ho per voi l’amore più sorpreso
più sorpreso che si possa immaginare.

Vi amo vi venero e vi riverisco
vi ricerco in tutte le pinete
vi ritrovo in ogni cantuccio
ed è vostra la vita che ho perso.

Perdendola vi ho compreso perdendola
vi ho sorpresi perdendola vi
ritrovo! L’altro lato della pineta
era così buio! solitario! rovinoso!

Essere come voi non è così facile;
sembra ma non lo è sembra
cosa tanto facile essere con voi ma
cosa tanto facile non è.

Vi amo vi amo vi amo
sono caduta nella rete del male
ho le mani sporcate d’inchiostro
per amarvi nel male.

Cristo non ebbe così facile disegno
nella mente tesa al disinganno
Cristo ebbe con sé la spada e la guaina
io non ebbi alcuna sorpresa.

Candore non v’è nei vostri occhi
benevolenza era tanto rara
scambiando pugni col mio maestro
ma v’avrei trovati.

Vi amo? Vi amerei? Tante cose
nel cielo e nel prato ricordano
amore che fugge, che scappa
dietro le case.

Dietro ogni facciata vedere quel
che mai avrei voluto sapere; dietro
ogni facciata vedere
quel che oggi non v’è.

 

Impromptu (S. Marco dei Giustiniani, 1981)

Foto di Dino Ignani

Vladimir Nabokov


La poesia

Non la poesia d’occaso che plasmi quando pensi ad alta voce,
con il suo tiglio in inchiostro di china
e i fili del telegrafo sopra la rosea nube;

né l’interno tuo specchio, con le fragili
spalle nude di lei che ancora vi balenano;
non il lirico clic di una rima tascabile,
il motivetto che ti dice l’ora;

e non le monetine e i pesi sui giornali
della sera impilati nella pioggia;
non i cacodemoni del tormento carnale;
non la cosa che puoi dire assai meglio
in prosa…

ma la poesia che piomba da altezze sconosciute
quando attendi gli spruzzi dalla pietra
laggiù lontano, e corri alla penna come un cieco,
e dopo giunge il brivido e poi ancora…

nel viluppo dei suoni, leopardi di parole,
insetti come foglie, ocellati uccelli
si fondono formando una silenziosa, intensa
trama mimetica del perfetto senso.

 

Traduzione di Massimo Bocchiola

Rivista Poesia n.55, ottobre 1992

Marie Luise Kaschnitz


Diese drei Tage

Diese drei Tage
Vom Tod bis zum Grabe
Wie frei werd ich sein
Hierhin und dorthin schweifen
Zu den alten Orten der Freude

Auch zu euch
Ja auch zu euch
Merkt auf
Wenn di Vorhänge wehn
Ohne Windstoß
Wenn der Verkehrslärm abstirbt
Mitten am Tage
Horcht

Mir einer Stimme die nicht meine ist
Nicht diese gewohnte
Buchstabiere ich euch
Ein neues Alphabet

In den spiegelnden Scheiben
Lasse ich euch erscheinen
Vexierbilder
Alte Rätsel
Wo ist der Kapitän?
Wo sind die Toten?
Dieser Frage
Hingen wir lange nach

Zur Beerdigung meiner
Wünsche ich mir das Tedeum
Tedeum laudamus
Den Freudengesang
Unpassender-
Passenderweise

Denn ein Totenbett
Ist ein Totenbett mehr nicht
Einen Freudensprung
Will ich tun am Ende
Hinab hinauf
Leicht wie der Geist der Rose

Behaltet im Ohr
Die Brandung
Irgendeine
Mediterrane
Die Felsenufer
Jauchzend und donnernd
Hinab
Hinauf.

 

Gedichte (Suhrkamp Verlag, 1975)

*

 

Questi tre giorni

Questi tre giorni
Dalla morte fino alla tomba
Come sarò libera
Vagare qua e là
Ai vecchi luoghi della gioia

Anche da voi
Sì anche da voi
Fateci caso
Se le tendine sventolano
Senza raffiche di vento
Se il rumore del traffico si estingue
In pieno giorno
State in ascolto

Con una voce che non è la mia
Non questa abituale
Compito per voi
Un nuovo alfabeto

Riflessi nei vetri
Vi farò apparire
Figure enigmatiche
Vecchi indovinelli
Dov’è il capitano?
Dove sono i morti?
A queste domande
Siamo stati attaccati a lungo

Al mio funerale
Desidero il Tedeum
Tedeum laudamus
Il canto di gioia
Inopportuna-
Opportunamente

Perché un letto di morte
Non è più un letto di morte
Alla fine voglio fare
Un salto di gioia
Giù su
Leggera come lo spirito della rosa

Trattenete nell’orecchio
Il frangente
Un qualche
Mediterraneo
Le coste rocciose
Esultante e fragoroso
Giù
Su.

 

Traduzione in italiano di Daria De Pellegrini

Edna St. Vincent Millay


L’amore non è cieco. Basta un occhio
per vedere che non sei bello, oppure
quante donne lo sono. Vedo tutti
i tuoi difetti: gli occhi dilatati,
alta la fronte. Di principi estetici
sono troppo imbevuta, fin da piccola,
per poter liberare la mia mente,
dirti perfetto e amarti da morire.
Più sottile è il potere dell’amore:
ha tanta forza che dico “Non bello”
come dicessi “Non qua” o “Non là”
“distesa”, oppure “a scrivere una lettera”.
So cos’è il bello di cui tutti parlano;
ma mi chiedo se sia così importante.

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Giacomo Noventa


El saòr del pan, e la luse del çiel
Gèra inçerti prima de tì.
Ancùo me par una grazia el me pan,
E me continuo, vardando nel çiel.
Ancùo so che Dio no’ pol esser
Lontan da mi:
E ch’el xé dapartuto.
Mi te strenzo: e, cô i me brassi te perde,
Mi te çerco e te trovo partùto.

 

*

 

Il sapore del pane, e la luce del cielo
Erano incerti prima di te.
Oggi mi sembra una grazia il mio pane,
Ed è un continuarmi, guardando nel cielo.
Oggi so che Dio non può essere
Lontano da me:
E che è dappertutto.
Io ti stringo: e, quando le mie braccia ti perdono,
Io ti cerco e ti trovo dappertutto.

 

Versi e poesie (Marsilio, 1996)

Pablo García Baena


Autunno a Malaga

Ospite leggero l’autunno arriva
silenzioso fino a Malaga. Io prego
per le sue bende benefiche di pioggia
che fasciano il dolce cuore malandato
dell’estate e della sua carne. Bacio fiamme
nelle morenti foglie del ricordo.
Addio, fredda piazzetta. Sulla panchina
distende ottobre stracci verdastri.
Cadono frutti e uccelli. La nebbia
cicatrizza i baci.

Rumore occulto. Poesie 1946-2006 (Passigli, 2018), trad. di Alessandro Mistrorigo

Anne Sexton


Casalinga

Certe donne sposano una casa.
Altra pelle, altro cuore
altra bocca, altro fegato
altra peristalsi.
Altre pareti:
incarnato stabilmente roseo.
Guarda come sta a carponi tutto il giorno
A strofinar per fedeltà se stessa.
Gli uomini c’entrano per forza,
risucchiati come Giona
in questa madre ben in carne.
Una donna è sua madre.
Questo conta.

 

Rivista “Poesia” (n. 90, dicembre 1995), traduzione di Rosaria Lo Russo