Claudio Pozzani


A mia madre

Ti ho visto in faccia in quella stanza
io sporco di sangue e muco
tu stravolta e curiosa
Ho tentato di dirti che non ero sicuro
di voler restare fuori di te
ma le parole che avevo in testa
nella mia bocca si impastavano male
Avevo appena imparato che tutta la vita
sarebbe stata ipocrisia e paradosso
ti avevo appena fatta soffrire
ti avevo fatto sanguinare
eppure ero io a piangere e tu a sorridermi
Ti ho visto in faccia in quella stanza
mentre mi portavano via
C’era troppa confusione
per dirti quanto fossi felice
di poter finalmente dare un viso
al ventre che mi aveva ospitato
E più tardi con i miei colleghi
si discuteva di reincarnazione,
di eterno ritorno, dei cicli di Vico
ma non vedevo l’ora di rivederti
e di conoscere il tuo uomo e vostro figlio
dei quali sentivo la voce ovattata e lontana.
Ti ho visto in faccia in quella stanza
e darei tutto quello che ho per ricordarmene.

Spalancati spazi – Poesie 1995-2016 (Passigli, 2017)

Foto di Dino Ignani

Carlo Invernizzi


Corre il vento

Corre il vento per le strade e dai muri
strappa uomini di carta che azzuffa
per balconi e terrazzi e precipita
roteanti sulla piazza.
Verso i portici spaziando arrovella
tra i passanti che imprecano al cappello
che rincorrono frullando.
Mulinella nel viale coi lampioni
ciangottando
che sussultano lungo i fili
ondeggiando.
Sui tetti poi a sera svelle baffi
ai comignoli
follettando a distesa.

 

Impercettibili nientità. Poesie 1950-2017 (La nave di Teseo, 2020)

Pierluigi Cappello


Sera

Le nove, la sera, e un poco il nero che ti sporca le mani
è tutta la terra passata di qui
a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
nel dirti senti come sono nuove le foglie
da quale maniera di essere solo sono volate
adesso guardi le cose come sono venute
come si sono fissate, quando nella tua persona
e appena pieghi la testa nel vuoto,
nella domanda a che ora le api vanno a dormire
quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
davanti ai miei anni, insieme.

 

Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 (BUR, 2013)

Pasquale Vitagliano


La perdita è il perno di questa teoria
Prima abbiamo cominciato con le persone
Perdite secche nemmeno i nomi ci hanno lasciato
Se non una mota di facce gesti azioni senza più paternità.

Poi abbiamo cominciato a perdere idee e concetti
E le parole macere più peste nella testa troppe
Le cose che si fanno quando è una perdita di tempo
La memoria per cui agiamo ora senza preavviso.

Alla fine finiamo per perdere le cose che portiamo
Le chiavi come le chiami quelle altre cose gli oggetti
Le cose che non trovi perché te le hanno tolte
E invece le hai lasciate dove sono sempre state.

 

Del Fare spietato (Arcipelago Itaca, 2019)

Elio Pecora


Di talenti – il tono è meno ironico del solito –
siamo stati dotati per scelta e per umori. (Il plurale
serve a spargere il dispiacere.) Non quei talenti
richiesti dall’epoca, che plaude all’urlo e allo scandalo:
rumori subito scancellati dai successivi rumori.

 

Rifrazioni (Mondadori, 2018)

Foto di Dino Ignani

Maria Esther Maciel


ALCACHOFRA

As pétalas se chamam
capítulos
e se despetalam
como páginas
de um livro
com caule e estrias
em verde-claro
e penugem lírica.
Come-se dela
quando cozida
a fina camada
(quase raspa)
de uma por uma
das lâminas
que os dedos
levam à boca
para o deleite
da língua.

E ao fim do último
capítulo
eis que de repente
surge
a inesperada
delícia:
um botão tenro e carnudo
– o coração da flor
que vira
fruta viva.

 

da Longe, aqui (2020)

 

*

 

CARCIOFO

Il petali si chiamano
capitoli
e si staccano
come pagine
di un libro
dallo stelo e dai solchi
verde chiaro
e peluria lirica.
Di lui si mangia
quando cotto
il sottile strato
delle lame
una alla volta
(quasi una scorza)
che le dita
portano in bocca
per il piacere
della lingua.

E alla fine dell’ultimo
capitolo
ecco che improvvisa
sorge
l’inattesa
delizia:
un bocciolo tenero e carnoso
-il cuore del fiore
che si fa
vivo frutto.

 

Traduzione di Prisca Agustoni