Patrizia Valduga


Donna bambina ma di troppe brame
o donna di dolori e di buriane,
sempre presa da trippe e budellame,
non so uscire dal buio stamane,

dal cavo della mia notte catrame,
tra geli duri e colpi di caldane,
e sollevarmi e via con voglie grame
fingendo quieti, cose lievi e piane,

per i giorni di guerra e bulicame
e per predar le prede piene e vane,
e a vedere come senza esche o trame

poco lega l’amoroso legame…
Oh cuore che mi caschi! Che rimane?
un annientato niente. E ho anche fame.

Medicamenta e altri medicamenta (Einaudi, 1989)

Foto di Dino Ignani

Niccolò Nisivoccia


Quando il giorno si allunga, trovare te – sulla soglia di ciò che ancora non siamo, di ciò che vogliamo.

*
Dentro una mattina di luce che filtra dalle persiane. Quasi più buio che luce. Fuori, il bosco. È l’età ancora dell’inconsapevolezza, della pura presenza, di un gesto, di un tocco. È l’età in cui la pura presenza, un gesto, un tocco ancora bastano, ancora non hanno bisogno di altro. Avverti una presenza, vieni sfiorato da una carezza. È l’inizio di una memoria, è l’inizio di una storia.
*

Ciò che testimonia la nostra fedeltà al contempo la esige: verità sommerse che il vivere, nel suo traffico quotidiano, dimentica e cela; volti nell’ombra, che la vita ci chiama a cercare – e che prima o poi, nel suo aprirsi alla luce, rivela e disvela.

Quasi una cosmologia (Interno Libri Edizioni, 2021), prefazione di Vittorio Lingiardi

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Gualtiero Santi

Lontano

La mia voce migliore è stata quella strozzata,
nel mare-lungo specchio di un disgusto atroce,
nel mondo ch’esigeva i frammenti d’una pace
che io, invece, vedevo intera quasi fosse irreale.
Ma l’infame solitudine di quel palco m’entrò
nelle ossa mentre sudavo parole, che si facevano
musica e volevano gridare in faccia
agli applausi, in faccia ai sorrisi idioti di chi suona
armonie con lire senza vita e senza corde;
quelle sbiadite su una carta stampata
che s’ammassano in banca come un cumulo
di note senza senso che mai suoneranno la vita.

E come potevo cantare ancora?
Se quella stanza sembrava colare
a picco sulla mia vita come una pioggia
di coriandoli sbiaditi, come una pioggia
di canzoni che non ho potuto cantare
per la fretta di viverle e saperle.
Ora so che la nebbia è quasi un riposo,
un sorriso fatto per caso a un’alba nuova,
un’alba che sorride di rado -questo è vero
Ah ah aaaah!-.
Sì, è vero. È stato anche un rifiuto,
non nascondo le mie idee;
non andavo d’accordo col mondo.
Ma ci credi che non è solo questo?
Semplicemente tutto ha iniziato a languire
in un ritmo calmo, sordido, lento:
il mare, l’applauso, il buio, l’amore…
tutto si stava mescolando ed un gorgo
tremendo m’ingollava pian piano.
Non avevo più scampo perchè tutto
– La vita, il successo, l’amore-
tutto era diventato troppo,
davvero troppo vicino.
Ero Stanco.

Ho pensato, allora, che solo da spenti
i miei occhi avrebbero saputo brillare;
e avrebbero saputo placarsi…
lontano.

da La fragilità del fuoco

Peter Handke


[…]

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno con i baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai –,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

[…]

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Parla di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri primi sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove per il diverso senso del tempo di quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo ad unirci
dopo esserci uniti
giacendo cosí per anni
fianco a fianco, il respiro
nel respiro uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.
I tuoi capelli lisci diventarono ricci,
i tuoi occhi chiari diventarono scuri,
i tuoi denti grandi si fecero piccoli.
Sulle tue labbra tese
apparve un disegno fine e delicato,
sul mento sempre liscio
scoprii al tatto una fossetta che prima non c’era
e i nostri corpi invece di farsi male a vicenda
diventavano giocando uno solo,
mentre sulla parete della stanza
alla luce dei lampioni
si muovevano le ombre dei cespugli dei giardini d’Europa,
le ombre degli alberi d’America,
le ombre degli uccelli notturni di ogni dove.

 

Canto della durata (Einaudi, 2016), trad. it. Hans Kitzmüller

Aldo Ferraris


Il giorno aveva sputato nella ciotola del mattino
il suo sale di meraviglia senza sapore.
Il bambino si guardò intorno, le stanze
erano percorse dal fuoco ma il legno
della memoria era marcio, sfrigolava
solamente di insetti di gelo, zoppicava
sui nomi, non li sapeva pronunciare
e il libro della sua realtà era già cenere.
Il bambino aprì la mano e non ricordò,
stringeva un bianco seme di melograno.

da Il graffio dell’abbandono

Giuseppina Luongo Bartolini


Spiegami la fioritura
e il declino
il mistero del nascere
e del morire il cedere
d’ogni cosa vivente e creata
al crollo della fine
tu stesso nell’altrove
dei mondi a me per sempre
perduto il caro viso
dolcezza dello sguardo
la dedizione del cuore.

Album – Poesie dell’amore (Book Editore, 2005)

Philip Morre

Grey Blues

The colour of your absence is rather
an absence of colour, the no-colour
of soldiering on, getting through
– this day and the next – of making do.

Call it grey if you must, the schwa
of colours, say a washed-out grisaille,
say cinereal – and no such thing as a
silver lining: cloud-cover’s here to stay.

I used to see you as the intensest
seam of luck in my life’s bleu-de-travail,
less reason-for-living than recompense:
the gods’s apology for the hoax they play!

They’re still up there, riffling the packs
on their holiday mountain, bickering
over who gets to cruise this evening
in the swan costume, sleeving the jacks …

And you? I can’t even say for certain
what country you’re in: but just yesterday
saw your blue coat through the rain-curtain
hiking the headland, not heading this way.

Inedito

*

Grey Blues

Il colore della tua assenza è piuttosto
un’assenza di colore, il non-colore
del tirare avanti, del far passare
– domani e dopodomani – del far bastare.

Chiamalo grigio se vuoi, lo schwa
dei colori, chiamalo grisaglia sbiadita –
o cinereo – e non pretendiamo nemmeno
che dopo la pioggia venga sempre il sereno.

Ti vedevo come la più sgargiante rifinitura
nel bleu-de-travail della mia vita,
non tanto ragione-di-vita quanto ricompensa;
le scuse degli dei per lo scherzo che tirano!

Sono ancora lassù, loro, in quel villaggio olimpico,
a mescolare le carte, a bisticciare – a chi toccherà
rimorchiare in costume da cigno stasera?
– mentre infilano i fanti nelle maniche …

E tu? Non so neanche dire per certo
in che paese ti trovi: ma giusto ieri ho visto
la tua giacca blu attraverso una cortina di pioggia
scarpinare sul promontorio, non in questa direzione.

 

Traduzione di Giorgia Sensi e Philip Morre

Derek Walcott


Una mappa dell’Europa

Come l’idea di Leonardo
Dove si aprono paesaggi su una goccia d’acqua
O draghi si acquattano in macchie scure,
Il mio muro che si sfalda, nell’aria chiara,
Mappa d’Europa con le sue venature.

Sul davanzale minato, il bordo di latta
Dorato di una birra luccica
Come la sera su un lago del Canaletto,
O come le rocce di quell’eremo
Dove, nella sua cella di luce, lo smunto Gerolamo
Prega che il Suo regno venga
Alla città remota.

La luce crea la propria quiete. Nel suo anello
Ogni cosa è. Una tazza da caffè crepata,
Un pane spezzato, un vaso sbrecciato diventano
Se stessi, come in Chardin,
O nel chiarore di birra di Vermeer,
Non oggetti della nostra pietà.

In lei nessun lacrimae rerum, nessuna arte.
Solo il dono di vedere
Le cose come sono, dimezzate da un’oscurità
Da cui non possono scostarsi.

 

Isole. Poesie scelte (1948-2004) Adelphi, 2009, trad. it. M. Campagnoli

Charles Simic

charles-simic

 Negozio di vestiti usati

Un’ampia scelta di vite passate
in mezzo a cui frugare
alla ricerca di quella che ti vada bene
pulita e stirata,
però consunta al collo.

Un manichino vestito di nero
è all’ingresso per servirti.
I suoi occhi non ti lasciano andare.
I suoi baffi sembrano disegnati
con la punta di un sigaro spento.

Vedi torri pendenti di pantaloni.
Appena ti volti per scappare,
i cappelli di uomini morti rotolano
sul pavimento per accompagnarti
premurosi all’uscita.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. N. Gardini

Ginevra Dellanotte


Vorrei un amore sognato nel tempo
dove non eri ancora nato
vederti crescere al mattino
non morire mai la notte
mischiare le correnti
alla fine della terra
dove crescono le nostre viole.
Così inaspettato è
l’incanto dei sogni che volano
i simili sono “i soli”
che parlano ai lombrichi
camminano le stesse pietre
con gambe in prestito
divaricano il mare
per infornare il pane
perdono lacrime nelle carezze
sorrisi negli schiaffi
e così invecchiano il tempo
di ricordi…

Inedito