Donatella Bisutti


Il passaggio

Tutti sono lì a spiare il momento
in cui un uomo con tutto
il suo peso nel mondo
diventa una cosa
da buttare via.
Un mostruoso miracolo
di segno opposto
a quello della nascita.
Ma nessuno crede davvero
che possa succedere a lui.

Sciamano. Poesie 1985-2020 (Delta 3, 2021)

Foto di Dino Ignani

Adelelmo Ruggieri


La posizione del morto

Tanto delicata che dimentichi
Di stare con il volto vòlto al cielo
Da sotto una spinta ti tiene a galla
Le membra lambite da piccole onde
Quel guardare di piatto l’orizzonte…
La posizione del morto è felice
Dietro la collina il sole che scende
È un giorno verso sera che si spegne

La città lontana. Poesie 1993-2009 (Marcos y Marcos, 2021)

Lucia Brandoli


Cavo la certezza di una tua quieta volontà –
grande valle luminosa.

Gli ulivi crescono come mani,
fino alla piega dei rami.
I tronchi invecchiano sereni.
L’erba è mangiata dai cani.

Senza pretese si aprono i fiori,
sono bianchi e gialli, toccati dal viola.
Il mattino corrisponde alla parola che lo chiama.

Apri gli occhi anche tu insieme alla valle.
Occhi che mi ricordano.

Inedito

Petr Hruška

Alky

v ty dny kdy
vlhký beton byl pořád zasviněn
kousky z odkvétajících stromů
jsme se několikrát sešli
v nezvyklé denní době
v nějakém bistru nebo baru
nedaleko od našeho společného bytu
přicházeli jsme každý
odjinud
sedávali naproti sobě
pozorovali své vystupující tváře
dnem nasvícené
poslouchali svá slova
odkud se berou
odkud v malých hejnech
stále přelétají
jako alky z nepřístupných útesů
u severních moří
dávali jsme si další
a další schůzky
v těch dnech zasviněných
kousíčky odkvétajících stromů

*

Alche

in quei giorni in cui
il cemento umido era ancora insozzato
da pezzetti d’alberi sfioriti
ci siamo incontrati più volte
a ore improbabili del giorno
in un bistro o in un locale
non lontano dal nostro appartamento
arrivavamo ognuno
da un luogo diverso
sedevamo l’uno di fronte all’altro
osservavamo i nostri visi sporgenti
illuminati dal giorno
ascoltavamo le nostre parole
da dove venivano
da dove planavano volando
sempre in piccoli stormi
come alche da coste inarrivabili
di mari settentrionali
ci davamo altri
appuntamenti ancora
in quei giorni insozzati
dai pezzettini d’alberi sfioriti

Volevamo salvarci (Miraggi, 2021) trad. it. Elisa Bin

Franco Marcoaldi


VII

Voglio l’oceano che non ha memoria,
non voglio più la storia, visto
che tutto il tempo è eterno
tempo del presente, mentre
il vuoto, sempre più vuoto,
si riversa dove tutto è vuoto.

E scavo e scavo e scavo
e il vuoto si fa più vuoto ancora,
s’ingrossa il buco, di secondo
in secondo, di minuto
in minuto, di ora in ora.

Così, cosa ci resta? Ci restano
le piccole ossessioni. Sono
quelle a puntellare tante giornate
amare, mentre nelle grandi arcate
di ferro cedono le viti
si arrugginiscono le travi,
non tengono i bulloni.

Il mio tormento del momento?
Le condizioni del mio cuore.
Come sta? Va meglio?
Batte ancora? È scompensato?
E se sì, quanto? Dimmi la verità.

Tu parli sempre di ultime
questioni, ma qui a tenere banco
sono i tic, sono le fissazioni.
Che vanno e vengono. Occupano
tutto il campo e poi scompaiono.

Per un corpo da curare, c’è una pancia
da riempire. Certo, fa bene camminare,
ma diciamola tutta: com’è bello poltrire.

Notizie per informarsi,
notizie per stordirsi.

Fumare o non fumare?
Smettere, ricominciare.

È sufficiente distrarsi (ancora)
col crudo verso di cornacchia
(cra cra cra) e dai tarli
fisici e mentali si passa
al magro conto in banca,
al cinghiale (è il turno suo
stavolta) nascosto nella macchia.

È una tortura persistente,
sottile, che si spera di spegnere
in una quiete termale:
massaggi, docce, inalazioni,
fanghi – salutistico
ritorno nei ranghi.

…Meaning and moaning – oltre a tutto
il resto, tu mi hai insegnato
pure questo terribile gioco di parole,
senso e lamento, un’endiadi
involontaria che apre allo sgomento:
cerchiamo un varco, una ragione,
per l’appunto un senso,
ma sprofondiamo poi in un malessere
insidioso che procura il pianto.

E proprio non c’è da menar vanto
a vivere in un mondo
che non conosce vie d’uscita –
cominciare a giocare sapendo
che hai già perso la partita.

Per questo voglio l’oceano
che non ha memoria
e non voglio più la storia.

Se storia poi è questa
mediocrissima vicenda
in cui siamo impigliati.
Una frivola bufera incapace
perfino di dare sepoltura
agli annegati.

 

Quinta stagione. Monologo drammatico (Giulio Einaudi editore, 2020)

Francesco Cagnetta

Se la morte fosse un colpo in gola
se la morte fosse sangue che cola
un corpo che vola
sarebbe il modo esatto
di morire: un uomo che crepa
svanisce all’istante.
Se la morte fosse una persona, sola
se la morte fosse una parola
un gesto, la rosa chiusa nel bulbo
se la morte fosse il terreno arido
un dolore appeso
se la morte fosse una macchia
che si allarga sulle labbra
fino a negare l’esistenza
l’intera attesa sarebbe il buco
in cui non smetti di cadere
e tu non sei la formica
non conosci la strada per salire
quanto è cieco il cielo della notte.

Inedito

Charles Simic


Hotel Insonnia

Mi piaceva quel mio piccolo buco
con la finestra che dava su un muro di mattoni.
Nella stanza vicina c’era un piano.
Un vecchio storpio veniva a suonare
My Blue Heaven
due tre sere al mese.

In genere, però, era tranquillo.
Ogni camera con il suo ragno dal soprabito pesante
che cattura la mosca nella rete
fatta di fumo e cerimonie.
Era così buio laggiù
che non riuscivo a vedermi nello specchio del lavabo.

Di sopra, alle 5 del mattino, scalpiccìo di piedi nudi.
Lo “Zingaro” che legge la fortuna
(ha il negozio all’angolo)
va a pisciare dopo una notte d’amore.
Una volta, persino il singhiozzo di un bambino.
Era così vicino che per un attimo
pensai di singhiozzare io.

Hotel Insonnia (Adelphi, 2002), trad. it. A. Molesini

Alessandro Rivali


Caino percorse una terra guasta:
foto sulla pietra raccontavano
di ragazzi presi nella torbiera.

Praterie galleggianti,
cumuli di sfagni, erbe igrofile,
una distesa di canne palustri.

Sulle acque nascevano gorghi,
creature in corsa a filo d’acqua:
Caino riconosceva il male.

Serpenti visitavano sogni,
annunciavano la fine degli amici,
chi era restato nelle lamiere.

La terra di Caino (Mondadori, 2021)

Antonietta Gnerre

foto di Rino Bianchi

Sono grata al mio passato
che percorre le pene,
le volte che ho finto di vivere.

Ha imparato la mia vergogna a memoria.
A dare spazio nell’armadio alle sottovesti
ricamate con le ortiche.

Sono grata al presente,
al mare che ha spalancato
verso il cielo una parola
che amerà di più la galassia.

Avrò pietà per ciò che ho conosciuto.
Pietà per il silenzio, per il catrame
dissipato dietro ai muri.

Sono grata al bianco di un rettangolo.
A ciò che mi riscalda
nel campo che non vedo.

Quello che non so di me (Interno Poesia Editore, 2021), pref. Alessandro Zaccuri

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