Luca Alvino


74. A sconto del silenzio

Io scrivo versi, ma non so parlare,
rimango zitto anche per giorni interi,
non amo del dialogo i sentieri,
con la voce non so comunicare.

Però scrivendo posso argomentare,
nella scrittura sono più leggeri
i miei ragionamenti e i miei pensieri,
e coi lettori riesco a conversare.

Le mie parole sono più sincere
se sono scritte, e se non son parlate,
sono inebrianti e dense come assenzio.

Chiedo perdono per il mio tacere,
vi prego, amici, non me ne vogliate.
Io scrivo versi a sconto del silenzio.

Cento sonetti indie (Interno Poesia Editore, 2021), prefazione di Paolo Di Paolo

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Daniela Pericone


Mio corpo
immerso nei segni
di mutamento, vólto
che strema la sua cera,
spargi la quiete
che fu ardore, asseconda
lo slancio e la caduta,
la mira è caparbia
tra una linea e un sussulto
a distrarre le correnti
e i precipizi acerbi
– pretesto di chi s’incorda
alla fatuità della lotta e finge
l’audacia di tirare la coda
al tempo.

La dimora insonne (Moretti & Vitali, 2020)

Elvio Ceci


Nel mare bianco

Si ritrovano in alcuni giardini
di pescatori,
decorazioni ferme tra gli alberi,
siepi
ed uccellini.
Trainate sulle imbarcazioni
con alghe, polpe e frutti marini.

Anfore romane, intere o a pezzi,
le vedi tra Tripoli, Siracusa,
Gaeta, Salonicco… in luoghi rezzi.
Sono pronti a fornire una scusa i padroni
ai poliziotti avvezzi.

Sono anfore
non più con lezzi forti;
e contengono olio e vino.
Ma anche pietra
e il caldo negli orti sotto il vigneto
e ulivo e pino.
Trasportate dentro dei boccaporti,

avevano il sapore del sangue delle mani
degli agricoltori;
l’odore dei muscoli purosangue degli aiuti,
come cavalli o tori
o gatti che cacciano ogni angue;

il rumore dei latrati dei cani;
o di grandine, salpicanti grilli.
Odorano poi di riti e dei mani
contro la siccità;
o di occhi brilli
per la festa di raccolti immani.

Ansie e speranze per il futuro.
Disperse in questo grande mare bianco;
affollato da barche in cui il tamburo
ritmava l’andare di ogni stanco
schiavo,
temprato dal lavoro duro.

Se accosti l’orecchio alla bocca
dell’anfora,
queste immagini sentirai:
precari echi dalla brocca
ti risucchieranno in voragini
e una nuova umanità ne trabocca.

Cantare del deserto (Pietre Vive Editore, 2020)

Dejan Aleksić


ŠEŠIR

Nije lako čekati
Glavu po meri

Visiti od rođenja
U izlogu stare radnje
Čiji vlasnik odavno
Leži pod zemljom
Eshatološki gologlav

Još teže je
Biti filcano zvono
Nad poprištem misli
Hladnih kao prsti kasirke
Što broji sitninu

Ako neko i zastane
Pred zamašćenim oknom
To je tek da oslušne
Dečaka s harmonikom
I spusti novčić

U šešir koji zeva
Okrenut ka nebu

 

*

 

Il cappello

Non è facile aspettare
la testa della misura giusta

Pendere dalla nascita
Nella vetrina della vecchia bottega
Il cui proprietario da tempo
Giace sotto terra
Escatologicamente a testa nuda

Più difficile ancora
Essere una campana di feltro
Sopra l’arena dei pensieri
Freddi come le dita della cassiera
Che sta contando gli spiccioli

E anche se qualcuno si ferma
Davanti all’untuoso vetro
È solo per porgere orecchio
Al ragazzo con la fisarmonica
E gettare la monetina

Nel cappello che sbadiglia
Rivolto verso il cielo

Traduzione di Marija Bergam Pellicani

Umberto Piersanti


Primavera triste

più d’ogni altra primavera triste,
il male di vivere non lo incontri
solo in quel che cede
e si dissolve
ma nel fiore che s’alza dalla terra
nell’albero che s’apre
a nuove foglie

solo una beffa
questo cielo azzurro
il vento lieve
il sole che tiepido riscalda,
primavera brilla
a noi d’intorno,
ma i campi sono deserti
le piazze vuote,
primavera brilla
a noi d’intorno
e t’entra dentro il sangue
e lo raggela

aprile 2020

 

Campi d’ostinato amore (La nave di Teseo, 2020)

Foto di Dino Ignani

Ottavio Rossani


Libertà

Il tuo amore mi ha reso libero
da ossessioni e incertezze,
e non più ruvido.
Il grande sogno era l’attesa
di una vecchiaia saggia e serena.
Ma tu hai saltato la barriera
sconfinando nell’invisibile.
Troppo grande da accettare
il dolore della tua partenza.
Ma nella tragedia di perderti,
sono stato fortunato di averti compagna.
E so che da qualche parte
ancora fiduciosa mi aspetti.

La luna negli occhi (Nino Aragno, 2019)

Franco Loi


Cume me pias el mund! L’aria, el so fiâ!
j àrbur, l’èrba, el sû, quj câ, i bèj strâd,
la lüna che se sfalsa, l’èrga tra i câ,
me pias el sals del mar, i matt cinâd,
i càlis tra i amís, i abièss nel vent,
e tücc i ròbb de Diu, anca i munâd,
i spall che van de pressia cuj öcc bass,
la dònna che te svisa i sentiment:
l’è lí el mund, e par squasi spettàss
che tí te ‘l vàrdet, te ghe dét atrâ,
che lü ‘l gh’è sempre, ma facil smemuriàss.
tràss föra ind i pernser, vèss durmentâ…
Ma quan’ che riva l’umbra de la sera,
‘me che te ciama el mund! cume slargâ
te vègn adòss quèl ciel ne la sua vera
belessa sena feng nel so pensàss,
e alura del tò pien te càmbiet cera.

*

Come mi piace il mondo! l’aria, il suo fiato!
gli alberi, l’erba, il sole, quelle case, le belle strade,
la luna che muta sempre, l’edera tra le case
mi piace il salso del mare, le matte stupidate,
i calici tra gli amici, gli alberi nel vento,
e tutte le cose di Dio, anche le piccolezze,
e i tram che passano, i vetri che risplendono,
le spalle che vanno di fretta a occhi bassi,
la donna che ti turba i sentimenti:
è lí il mondo, che sembra aspettarsi
che tu lo guardi, che gli dai retta,
poiché lui c’è sempre, ma è facile dimenticarlo,
distrarsi nei pensieri, essere addormentati…
Ma quando arriva l’ombra della sera,
come ti chiama il mondo! come si allarga
e ti viene addosso quel cielo nella sua vera
bellezza senza finzioni nel suo riflettersi,
e allora per la tua pienezza cambi colore.

Isman (Einaudi, 2002)

Ph. Danilo De Marco

1ª poesia più letta del 2020


di Leonard Cohen

Sotto le mie mani

Sotto le mie mani
i tuoi piccoli seni
sono i petti rovesciati
di passeri caduti, ansimanti.

Ovunque tu vada
io sento il suono di ali che si schiudono
di ali che cadono.

Non ho parole
perché mi sei caduta accanto
perché le tue ciglia sono la spina
dorsale di animali minuscoli e fragili.

Mi spaventa il momento
in cui la tua bocca
comincerà a chiamarmi cacciatore.

Quando mi chiamerai accanto a te
per dirmi
che il tuo corpo non è bello
io voglio chiamare a testimoni
gli occhi e le bocche nascoste
di pietra e luce e acqua
contro di te.

Voglio
che consegnino ai tuoi piedi
la rima tremante del tuo volto
estratta dal profondo dei loro scrigni.

Quando mi chiamerai accanto a te
per dirmi
che il tuo corpo non è bello
voglio che il mio corpo e le mie mani
siano piccoli laghi
per il tuo sguardo e il tuo riso.

 

Le spezie della terra (Minimum Fax, 2010), trad. it. Damiano Abeni, Giancarlo De Cataldo

Poesia pubblicata il 3 marzo 2020

2ª poesia più letta del 2020


di Gabriele Galloni

Ho conosciuto un uomo che leggeva
la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.

 

In che luce cadranno (RP Libri, 2018)

Foto di Dino Ignani

Poesia pubblicata il 7 settembre 2020

3ª poesia più letta del 2020

di Beatrice Zerbini

Ogni giorno, perdo tutto
e tu con me
e te;
e si sfuocano
le colazioni,
si induriscono
i biscotti al burro;
perdo il quadro
che ride e vive,
la cornice delle tende,
le verità stupende
che non ho detto e
la stupidità
di avere paura.
Perdo tutto, ogni giorno;
la pelle nuova,
la ruga che ho sorriso,
la ruga che ho pianto,
la voce,
la mia e la tua,
il coro che sono,
l’assolo.

Perdo parole
che avremmo potuto dirci,
non dirci,
dire meglio.

Perdo possibilità
e una possibilità,
il ritmo del respiro,
la pazienza,
le sementi di un’idea.

E perdo le facce degli altri
in strada,
la mia su una vetrina buia.

Ogni giorno perdo
uno scorcio
carico di sole,
e la mia età
salda,
che mi ancora alla terra
come un macigno
o una nascita,
che mi seduce
e trascina,
che tracima;
perdo la speranza che
esonda sulla mia fretta,
sulla mia calma.

Perdo
il miracolo di un giorno,
l’elemosina del tempo,
lo scialacquio degli attimi,
con la risacca magra
di qualche
felicità.

Ogni giorno perdo tutto:
il significato,
la velleità del buio
e gli abbagli,
la vastità sul bivio
e l’ombra lunga
degli sbagli,
le rime,
le rime per te,
l’amore,
la bambina che crede,
la bambina in cui credi,
e un’ansia del petto
che può fremere
e domandare
e guardare
e regnare ogni giorno,
mentre perde.
E perde tutto.

Perdo giurisdizione
ed emozione;
si consuma,
si annebbia,
sbraita come un fumo
la mia vita,
che ogni giorno perde me,
mentre perdo tutto.

Perdo il timpano dolce
sotto le voci affettive
che sono un’ala,
a curarmi,
o macerie.

Ogni giorno,
poi,
mi sveglio –
se mi sveglio –
e tutto,
tranne te
e tu con me,
ritrovo.

In comode rate (Interno Poesia Editore, 2019), prefazione di Alba Donati

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Poesia pubblicata il 10 gennaio 2020