Nicola Vitale


Metti questa parola solida
che sembra carne
o quella introflessa
verso sbalzi d’umore.
Metti una parola buona
per sembrare uno che canta di notte.
Metti una parola comunque
per cercare credito in un futuro
senza risultato.
Cosa si può scrivere in permanente ritardo?
Una parola corre
sul crinale che ci divide dal mondo
rovesciando nel contrario le cose.

 

Chilometri da casa (Mondadori, 2017)

© Foto di Dino Ignani

Gianni Montieri


Qualcuno ha twittato: “È morto
Chris Cornell”. In ufficio è calato
il silenzio, non che si parli molto
poi qui dentro. Resto sgomento:
i miei due colleghi non sanno nulla
dei Soundgarden. La memoria
torna indietro al tavolo da biliardo
in casa di Roberta, a Giuliano, a Daniela.
Invecchiamo così perdendo più cantanti
che capelli. Giuliano ha due figli
Roberta sta a Berlino, Daniela insegna
la sua bambina è bella. Fra sei giorni
è il mio compleanno, Cornell canta
i colleghi vanno a pranzo.

 

© Inedito da “Le cose imperfette”

© Foto di Anna Toscano

Stefano Maldini


fermati e guardami
io non sono niente
mi affaccio come tutti
dall’intreccio dei pensieri
mi spingo più lontano
raggio laser verso il cielo
una vedetta che si affila
al vento limpido della vita

adesso ascoltami
oscillano i nostri corpi
rotolano allegri nel buio
e poi si riavvolgono
la casa lontana li chiama
bandiere confuse
fra il tempo dell’inizio
e l’unica possibile uscita

e alla fine toccami
prendimi se ci riesci
rincorrimi fra i gomitoli
del nostro codice segreto
diventare tuo padre
è rivivere ma anche
ricordalo, morire
fuggire via da me

 

© Inedito di Stefano Maldini

Ron Smith


The Birth of Modern Poetry

Chucked out of the Academy,
he sails straight
to a pastry shop
where the darkness laps
the gossip in his head,
the whispers. That line
lashed to that gondola:
how it goes slack, goes taut.
“Suffering
exists in order
to make people think,”
he will tell the daughter
he can’t yet imagine and certainly
does not want. Does he know
what he wants? A good pasta and something
potable. Liquid darkness and sputtering tapers–
flickers–but, sometimes
hard as gems . . .
You can spend an evening
in the mask shop
filling in
those empty eyes. Who really cares
if he sinks or swims? Homer
and Isabel. Hilda and Bill. He eats, when he eats,
too fast. The knife’s silver edge: the grinding: that Yeats
he reads and reads: he’ll get
to goddamn London and change the world.
Which way to change it? How do you know?
You make it new, make it up as you go,
and you keep on moving.

 

 

[This poem is dedicated to Mary de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” first appeared in Terminus 11, December 2014. It has been reprinted]

From The Humility of the Brutes, Louisiana State University Press, 2017.

 

*

 

La nascita della poesia moderna

Sbattuto fuori dall’Accademia,
veleggia dritto
a una pasticceria
dove la tenebra lambisce
le dicerie nella sua testa,
i mormorii. Quella gomena
legata a quella gondola:
come va lasca, va tesa.
“La sofferenza
esiste perché
la gente pensi,”
lo dirà a sua figlia
ancora non riesce a figurarselo e di sicuro
non vuole. Ma lo sa
ciò che vuole? Una buona pasta e qualcosa
di bevibile. Tenebra liquida e stoppini sfrigolanti –
sfavillii – eppure, a volte
duri come gemme. . .
Puoi passare una serata
nel negozio di maschere
a colmare
quegli occhi vuoti. Davvero, chi se ne frega
se lui affonda o sta a galla? Homer
e Isabel. Hilda e Bill. Lui mangia, quando mangia,
troppo in fretta. Il filo d’argento del coltello: l’affilatoio: lo Yeats
che legge e rilegge: arriverà
alla dannata Londra e cambierà il mondo.
In che modo cambiarlo? Come lo sai?
Lo rinnovi, te lo inventi nell’andare,
e continui a camminare.

 

[Questa poesia è dedicata a Maria de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” è apparsa la prima volta in Terminus, 11 dicembre 2014. È stata ristampata]

 

Traduzione in italiano di Angela D’Ambra

Giovanna Rosadini


Si scrive sul vuoto e sull’assenza,
assorbiti dal silenzio friabile di ricordi
decomposti che prendono alla gola,
nella frana del tempo che tutto divora
e trasforma, cercando la propria voce
e l’altrui orma nella terra impastata
di buio, dove ogni cosa ormai tace.

Si scrive, ed è una lotta con l’ombra
che sempre sfugge e sempre ci minaccia
presi da un’onda che lascerà una traccia

Fioriture capovolte (Einaudi, 2018)

© Foto di Dino Ignani

Federica Guerra


Come faccio a portare via tutto
portarmi via il nome
di una strada – via Sammartina
così facile a dirsi eppure
scritto male da tutti
Il pilastrino della madonnina
sola ora che le sue pie
non le portano più le rose
la Serafina col suo secchio del Dash
pieno di uova da 20 centesimi l’una
il fosso davanti casa
e la sua acqua sempre a scorrere
e l’acqua del lago più simile a me
sempre a rimanere

io che per tutta la vita ho sognato
di viverci dentro, e ora mi chiedo
come portarlo via.

 

© Inedito di Federica Guerra

Anne Stevenson


Anaesthesia

They slip away and never say goodbye,
My vintage friends so long depended on
To warm the levels of my memory.
And if I grieve for them, grief has to learn
How to care sparingly and not to cry.
Age is an exercise in unconcern,
An anaesthetic, lest the misery
Of fresh departures make the final one
Unwelcome. There’s a white indemnity
That with the first frost tamps the garden down.
There’s nothing we can do but let it be.
And now this ‘you’ and now that ‘she’ is gone,
There’s less and less of me that needs to die.
Nor do those vacant spaces terrify.

 

*

 

Anestesia

Scivolano via senza mai dire addio,
I vecchi amici su cui tanto contavo
Per dare tepore alle pieghe della memoria.
E se per loro avevo dell’affetto, l’affetto deve imparare
A soffrire in economia e non piangere.
L’età è un esercitarsi nella noncuranza,
Un anestetico, ché la tristezza
Delle nuove dipartite non renda male accetta
Quella finale. C’è un bianco risarcimento
Nel primo gelo che opprime il giardino.
Non possiamo farci nulla se non lasciare che sia.
E ora questo ‘tu’ e ora quella ‘lei’ sono andati,
C’è sempre meno parte di me che dovrà morire.
E non fanno paura quegli spazi vuoti.

 

Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), a cura di Carla Buranello

Andrea De Alberti


Dall’interno della specie

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

 

Dall’interno della specie (Einaudi, 2017)

© Foto di Dino Ignani

Michele Brancale


Il villaggio anonimo e il crollo del fascismo

Anonimo il villaggio, periferia
del mondo conosciuto, mangiatoia
di rivolte e frustrazioni infedeli,
Maria porta la grazia dell’inizio
e non si corrompe in lei l’affidarsi
senz’aggredire, la riconoscenza
nonostante il turbamento, l’esito,
inedito, per cui Dio si fa figlio
di una giovane ragazza di Giudea
nel popolo che sempre resta eletto.

Gli eletti furono traditi in casa,
dai loro vicini, da Mussolini,
che in questo giorno lascia il piedistallo
e un Paese in frantumi. Da Cassibile
si sente la voce irresponsabile
che abbandonata la gente a se stessa
si è rifugiata nella retorica
della radio, quella che non arriva
nei lager, dove i tuoi fratelli, Maria,
e le tue sorelle sono reclusi,
avendo alle spalle un’Italia matrigna.

 
Rosa dei tempi (Passigli, 2014)

Beatrice Cristalli


Lei chiama Michele

Lei chiama Michele
E Michele non arriverà
Perché è troppo facile
Rispondere ed esistere
Insieme
Allora pensi che frugare
Tra la stoffa che è solo cartone
Sia l’ultima prova
Per dimostrarci
Che di Michele tu
Ne sai

Ma poi riparti
Con nello zaino il peso
Del polistirolo – però!
Tu non lo togli
Tu chiami Michele
E Michele non esiste;
Allora ti ascolto
E mi siedo un secondo perché
Devo sostenere le parole che
Non posso ricevere
Ma non è colpa mia
Se chiamo anche io Michele
E Michele non esiste

Lo chiami ancora nella piazza
E tutti mi stanno guardando:
Ma cosa c’è di male a scrivere
In chiesa e sui gradini di
Questa città
Che odio – per tutto;
Chiamo Michele a voce grossa
Perché non mi interessa
Nessuno risponde mai
C’è solo una chiavetta
C’è solo lei che resta
E condivido questo anche io
Anche se non so
Come mi dovrei comportare
Tra le parole che ripeto
A me:
Non leggerai nulla di così diretto.
Tanto non ci riesco

Perché ne sono cosciente
Michele non arriverà
Ma si incastra negli spazi
Senza alcuna mia subordinazione
Vola da solo – vicino ai miei sogni

Quando la gente ti guarda
Un po’ si vergogna
Ti muovi goffa
Chiami Michele di nuovo
La direzione l’hai presa.
Vorrei essere quel polistirolo
Che finge di essere vero peso
Il mio l’ho dimenticato
In ogni giornata
Negli occhi – tu cercalo di sera

 

Tre di uno (Interno Poesia Editore, 2018)

© Foto di Samantha Faini