Bruce Hunter


What My Students Teach Me

Federico
tells me it’s too cold here
but some choice.
You go out one morning,
the car hood’s open a little;
three sticks of dynamite
and this is the third time.
In Salvador you take the hint:
you leave.

Ginny Fung
writes of the love
of her and her husband.
The first English she learned
was curses.
Those faces
she could read
in any language.

Cyrous
on the most profound moment of his life
writes a vague tribute
to world harmony and brotherhood.
When I question it,
he says
I am a Baha’i from Iran.
This is for my friends,
not wanting me to seem foolish.
I nod dumbly as he explains
he was made to watch
as the blades fell
and their heads dropped in the street.

Leong Hiu
who now signs her name Lisa
has not seen her brother
since the night
the pirates boarded in the China Sea,
tells me she likes the winter here
because when she wakes
all the white stars are lying on the ground.

Shatha
tells the class
I am visiting my mother after work
babysitting my sister’s children
when the sirens went.
We hid under the table
covering my nieces with our bodies
as the bombs fell the teapot shattered.
Everything crashing, it seemed forever.
You were watching that night
on your televisions: Desert Storm.

Dan
says it began in April.
Two million of us sir,
in the Square, I was so proud to be Chinese.
I was a reporter
when the official came into the office
and said, no more stories!
I was so angry I quit.
When the tanks came in June
– we ran, hearing the screams,
too scared to look back.
Now I can no longer write, I study computers

Fardad
speaks of a trip to the front with his friend
who asked to drive.
We stopped for water.
I was gone a minute.
When I came out,
a missile, there was nothing left.
At the court martial, his mother screamed at me,
I should have been in his place.

And me,
what do I know.
I am a man on the beach
where the boats come in.

 

*

 

Ciò che m’insegnano i miei studenti

Federico
mi dice che qui fa troppo freddo
ma c’è scelta.
Una mattina esci,
il cofano dell’auto è semi-aperto;
tre candelotti di dinamite
ed è la terza volta questa.
A Salvador fiuti l’antifona:
ti squagli.

Ginny Fung
scrive dell’amore
fra lei e suo marito.
Il primo inglese che imparò
furono insulti.
Quelle facce
sapeva leggerle
in qualsiasi lingua.

Cyrous
nell’attimo più intenso della vita
scrive un vago omaggio
ad armonia del mondo e fratellanza.
Quando lo contesto,
dice
sono un Baha’i dell’Iran.
Questo è per i miei amici,
non vogliono che sembri idiota.
Annuisco in silenzio mentre spiega
che fu costretto a guardare
quando le lame calarono
e le loro teste caddero per strada.

Leong Hiu
che adesso si firma Lisa
non vede suo fratello
dalla notte in cui
i pirati lo imbarcarono nel Mar della Cina,
mi dice che le piace l’inverno qui
perché quando si sveglia
c’è una coltre di stelle bianche sul terreno

Shatha
racconta alla classe
vado a trovare mia madre dopo il lavoro
per badare ai bambini di mia sorella
quando le sirene suonarono.
Ci nascondemmo sotto il tavolo
coprendo le mie nipoti con i corpi
mentre bombe mandavano in frantumi la teiera
Ovunque schianti, pareva non avere fine.
Quella sera alla TV
guardavate: Desert Storm.

Dan
dice che iniziò in aprile.
Due milioni di noi, signore,
in Piazza, ero così fiero d’essere cinese.
Ero un giornalista
quando l’ufficiale entrò nell’ ufficio
e disse, basta storie!
Ero così furente che mollai.
Quando a giugno i cingolati giunsero
– fuggimmo alle urla,
troppo atterriti per guardare indietro.
Ora non scrivo più, studio i computer

Fardad
parla di un viaggio al fronte col suo amico
che chiese di guidare.
Ci fermammo per l’acqua.
Mi allontanai un momento.
Quando uscii,
un missile: non ne rimase nulla.
Alla corte marziale, sua madre mi urlò
che avrei dovuto esserci io al suo posto .

E io,
io che cosa so.
Sono un uomo sulla battigia
dove arrivano le barche.

 

Traduzione di Andrea Sirotti

Gary Geddes

gary-geddes

What does a house want?

A house has no unreasonable expectations
of travel or imperialist ambitions;
a house wants to stay
where it is.

A house does not demonstrate
against partition or harbour
grievances;
a house is a safe
haven, anchorage, place
of rest.

Shut the door on excuses
greed, political expediency.

A house remembers
its original inhabitants, ventures
comparisons:
the woman
tossing her hair
on a doorstep, the man
bent over his tools and patch
of garden.

What does a house want?

Laughter, sounds
of love-making, to strengthen
the walls;
a house
wants people, a permit
to persevere.

A house has no stones
to spare; no house has ever been convicted
of a felony, unless privacy
be considered a crime in the new
dispensation.

What does a house want?

Firm joints, things on the level, water
rising in pipes.

Put out the eyes, forbid
the drama of exits,
entrances. Somewhere
in the rubble a mechanism
leaks time,
no place
familiar for a fly
to land
on

Palestine, 1993

 

“From What Does A House Want? Selected Poems, Red Hen Press, 2014. La poesia what does a house want non è inclusa nel volume, di prossima pubblicazione in Italia (2017-2018), On Being Dead in Venice, antologia che raccoglie testi e traduzioni apparsi su varie riviste online italiane insieme a poesie ancora inedite in Italia. Si ringrazia la redazione di Interno Poesia per averci consentito di riproporla”.

*

 

Cosa vuole una casa?

Una casa non ha aspettative irragionevoli
di viaggi o ambizioni imperialiste;
una casa vuole starsene
dove è.

Una casa non manifesta
contro partizioni o proteste
portuali;
una casa è un’oasi
sicura, ancoraggio, luogo
di riposo.

Chiudi la porta a pretesti,
avidità, calcolo politico.

Una casa ricorda
i suoi abitanti primi, azzarda
paragoni:
la donna
che scuote la chioma
su una soglia, l’uomo
chino sugli arnesi e il suo pezzo
di giardino.

Cosa vuole una casa?

Risate, rumori
d’amore, per rinforzare
le mura;
una casa
vuole gente, un placet
a persistere.

Una casa non ha pietre
da dar via; nessuna casa mai è stata accusata
d’un reato, a meno che la privacy
non sia considerata un crimine nella nuova
normativa.

Cosa vuole una casa?

Salde commessure, cose a livello, acqua
che sale nei tubi.

Strappa via gli occhi, vieta
il dramma di uscite,
d’entrate. In qualche luogo
fra i detriti un meccanismo
cola il tempo,
nessun punto
familiare perché una mosca
possa planarci
sopra

Palestina 1993

 

Testo e traduzione pubblicati per la prima volta su El Ghibli (Anno 9, numero 39, marzo 2013), trad. it. di Angela D’Ambra

Margaret Atwood

atwood

Come

Come dirti
che questo significa dolore,

questo piatto bianco, l’arancia sopra
al mattino; e il coltello d’argento,

il modo in cui stanno sulla tavola
come se appartenessero a questo posto,

così sicuri, dando tanto per scontato,
dimenticando di essere stati lasciato indietro;

decidono di appartenermi
e la polvere, la luce

le cose che io non riuscirò mai
a toccare, che mai mi toccheranno.

 

Poesie (Bulzoni, 1986), trad. it. A. Rizzardi

Leonard Cohen

leonard-cohen

 

There is nothing here
except the shadow
of an occasional DC-3
nobody wants to be on

A Nazi war criminal
visited us last night
a very old man
in a silk parachute

We still love beauty
which the lizards express for us
Spinnakers of red membrane
blow from their throats

We’d like to write more often
but we are busy with the disciplines
psychic self-defence
and other martial arts

We have abandoned free love
and we have established the capital penalty
for certain crimes
There is no longer static between men and women

Our hospitality is simple and formal
we use no intoxicants
We salute those who came and go
We are naked with our friends

 

 

Non c’è niente qui
tranne di tanto in tanto
l’ombra di un DC-3
su cui nessuno vuole volare

Ieri sera è venuto a trovarci
un criminale di guerra nazista
un uomo molto vecchio
col paracadute di seta

Noi amiamo sempre la beltà
che le lucertole esprimono per noi
Spinnaker di membrana rossa
che si gonfiano dalle loro gole

Ci piacerebbe scrivere più spesso
ma abbiamo molto da fare con la disciplina
l’autodifesa psichica
e altre arti marziali

Abbiamo lasciato perdere l’amore libero
e abbiamo imposto per certi delitti
la pena di morte
Non ci sono più scintille tra uomo e donna

Offriamo un’ospitalità semplice e formale
non usiamo intossicanti
Salutiamo quelli che vanno e vengono
Nudi ce ne stiamo tra i nostri amici

 

L’energia degli schiavi (Minimum Fax, 2003), trad. it. D. Abeni

Margaret Atwood

atwood

 

Cuore

Alcuni vendono il proprio sangue. Tu ti vendi il cuore.
O quello o l’anima.
Il difficile sta nel tirare fuori quella maledetta cosa.
Una specie di movimento a spirale, come sgusciare un’ostrica,
la tua spina dorsale un polso
e poi, oplà! È nella tua bocca.
Quasi ti metti in subbuglio
simile a un’attinia che espelle un sasso.
C’è un rumore rotto, il chiasso
d’interiora di pesce in un secchio,
ed ecco, un enorme e brillante grumo rosso intenso
di un passato ancora vivo, tutto intero su un piatto d’argento.

Viene fatto passare. È scivoloso. Viene lasciato cadere,
ma anche assaporato. Troppo scadente, dice uno. Troppo salato.
Troppo aspro, dice un altro, con una smorfia.
Ognuno è un buongustaio istantaneo,
e tu ascolti tutto
in un angolo, come un cameriere appena assunto,
la tua mano, diffidente e capace nella ferita nascosta
sotto la camicia e nel petto,
con timidezza, senza cuore.

 

La porta (Le Lettere, 2011), trad. it. E. Rao

Margaret Atwood

atwood

 

Mi prendi la mano e
di colpo sono in un film scadente,
continua sempre così e
perché sono affascinata

Balliamo un lento valzer
in un’aria viziata di aforismi
ci incontriamo dietro infiniti vasi di palme
tu scali le finestre sbagliate

Altri se ne vanno
ma io resto sempre fino alla fine
ho pagato il prezzo, voglio
vedere quello che succede

In vasche casuali devo
togliermi di dosso te
sotto forma di fumo e celluloide
fusa

Non posso negarlo, sono
a lungo andare drogata
l’odore di popcorn e felpa logorata
indugia per settimane

 

Poesie (Bulzoni, 1986), trad. it. Alfredo Rizzardi

Miriam Waddington

miriam waddington

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donne

Per mille anni
in mille città
siamo vissute dentro
immagini sognate da
altri, siamo state
accenditrici di lumi nelle case
sostitutrici di lampadine negli
appartamenti, filatrici
di lana nelle tende, tessitrici
di tela nelle case di campagna,
e lavoranti di
nylon nelle fabbriche.

Siamo sempre state
le lavapavimenti e
le preparamarmellate le
generabambini e
le cantaninnenanne,
eppure la nostra anonimità
era dappertutto e
i nostri nomi sono sempre
stati scritti nel vento, affissi
solo sull’aria.

Ora i venti soffiano
via le vecchie immagini dalle
pagine della mente e noi
non siamo più il volto
nel ritratto ma
la mano che fa il
ritratto, noi non siamo più
il canto acquoso sopra
le acque del vento ma
la sorgente delle acque
che rifluiscono nelle acque.

Le nostre voci sono guarite
dalla febbre del silenzio,
esse portano dalle acque
la salubrità del mattino,
noi stiamo tracciando avventure
alla luce del futuro,

Noi stiamo incidendo i nostri nomi
nella foresta di pietra del tempo.

Cercando Fragole in Giugno e altre poesie (Clueb, 1993), trad. it. Daniela Fortezza