Gianni Montieri


Qualcuno ha twittato: “È morto
Chris Cornell”. In ufficio è calato
il silenzio, non che si parli molto
poi qui dentro. Resto sgomento:
i miei due colleghi non sanno nulla
dei Soundgarden. La memoria
torna indietro al tavolo da biliardo
in casa di Roberta, a Giuliano, a Daniela.
Invecchiamo così perdendo più cantanti
che capelli. Giuliano ha due figli
Roberta sta a Berlino, Daniela insegna
la sua bambina è bella. Fra sei giorni
è il mio compleanno, Cornell canta
i colleghi vanno a pranzo.

 

© Inedito da “Le cose imperfette”

© Foto di Anna Toscano

Antonietta Gnerre


Il pavimento forma un verso.
E qui, dove invento una casa nella tua,
poggio le mani sui muri ancora caldi
dell’ultima estate.
Le poggio per misurare chi siamo.

Gli ulivi ci attendono nascosti.
Ora, ad esempio, anche loro stanno fissando
le formiche che trasportano un chicco di grano.

Il verso si completa con la luce che arriva
dalle persiane
tra i nomi delle formiche
che ci osservano.

 

© Inedito di Antonietta Gnerre

Monia Gaita


E dire

È rimasto soltanto un fiammifero di te.

Ne stivo fino al vigore ultimo
la belva più crudele.

Aspiro l’eco delle briciole,
mi semino
dentro il granaio dei volti,
vado a capo.

E dire che mi manchi
è contemplare le stagioni
che fioriscono,
è misurare il salto della perdita
ora che i fili del tuo ordito
sono forti
e giacciono nascosti
nel mio ventre.

E dire che mi manchi
è decifrarti l’alfabeto dell’assenza
nella nebbia,
guardare questa vita scorticata
produrre un taglio che risanguina
e rimarca.

 

© Inedito di Monia Gaita

Melania Panico


Le verità le ammassiamo nella neve
le sistemiamo sul letto sfatto – tutto fuori posto
ora che tra te e me ho messo questo lungo corridoio di sì
di parole sfiancate
sono diventate bianche
sfinite inutili come noi come padre e figlia come noi
e la finestra è rifugio o parere
la finestra dice che siamo oltre

dalla strada arriva un grido in controluce
è la perseveranza il tempio la vetta
è riempirsi di comprensione
che bella parola comprensione
il senso delle mie mani nelle tue
una marcia – il destino pattuito

 

 

© Inedito di Melania Panico

© Foto di Matteo Anatrella

Rita Pacilio


Capiterà a tutti di essere una boa
in mezzo al mare, una boa
dalla forma di pesce supino
dalla voce umana con braccia di violino

al posto delle branchie l’anima
spugna polposa e fili d’erba i capelli.

Si diventa così quando si va via

un nome senza nome
rimasto tra le palpebre e la mente
giovinezze disperse in un altro viaggio.
Quando anche le viscere svuoteranno

residui della traversata
resteranno bucce vuote
involucri rancidi, mezzi sorrisi,
il seno ormeggiato.

Questo siamo quando lasciamo
una casa, un fiore, chi abbiamo amato.
Capiterà a tutti di essere una boa

in mezzo al mare, pesci, uccelli dal ventre tremante.

 

Prima di andare – poesie e lettere d’amore (La Vita Felice, 2016)

Damiana De Gennaro


金継ぎ・kintsugi

ti conservo dove poso
i libri che mi aprono
la notte sulle ciglia –

riempiresti col tuo oro
le spaccature che la luna
mi scava nella schiena,
come l’edera sa fare
sulle pareti verticali?

tu sai come far alzare
il vento contro il tutto
che mi tiene corpo in pezzi,
frantumato.

 

Aspettare la rugiada (Raffaelli, 2017)

Francesco Filia


L’ordine delle strade e dei visi, è questo
che ci farà impazzire: come riconoscere
la regola degli elementi, la logica di un gesto
di un assioma calato come mannaia
su pensieri divenuti passi sospesi
eco dell’asfalto. Ecco i miei occhi
sbarrati nel vuoto, spalle al muro.

 

*

 

S’incontrano caso e destino
in un dettaglio fuori posto. Lo vedi
nell’apice di ogni cosa:
nel camminare lento di un passante
nell’arrendersi di uno sguardo
al suo riflesso
nel persistere di una mano protesa
verso il baratro. Si scontrano
ci tendono ci spezzano si mostrano
eterni e senza volto.

 

© Inediti da L’ora stabilita

Valerio Grutt


I miei amici sono gente strana
e non li vedo tanto spesso
visitano il giorno come iguane
e la notte dimenticano
dove hanno parcheggiato.
Fanno lavori che non si capiscono
hanno sempre il telefono scarico
e negli occhi gli occhi
di quando costruivano case
con i cuscini del divano.

Per riconoscerci apriamo conchiglie
che fanno un lampo,
ce le ritroviamo in tasca senza saperlo.

I miei amici ridono come l’acqua
e hanno rotto mille vite per arrivare qui
hanno svitato la spirale delle galassie
bevuto birra con gli angeli
e dicono è stato un caso.
Io invece so che sono venuti
a svuotare i depositi dal pianto
a mostrare un cuore che canta
oltre i balconi del sonno.

 

© Inedito di Valerio Grutt

© foto di Dino Ignani

Domenico Cipriano


(a Pier Paolo Pasolini)

Si diradano (le nuvole)
con la passione che restituisce la bellezza del creato. Nulla è
immobile, tutto ha un respiro incessante
anche il corpo morto col tempo si dissolve
o si eleva nel ricordo. Le parole
le interminabili visioni

l’anfiteatro della vita che non ostacola il male
e precipita. Le confessioni, i segreti.
Tutto ha un divenire, un’acerba contestazione
o la richiesta di un miracolo. Ferma il paesaggio.
Ciò che convive. La periferia del pensiero
che ci crolla addosso. Ora. In ogni istante.

Sono altri i volti sudici, altre le braccia vigorose
a chiedere pietà al cielo. Cambiano i nomi
l’idioma che non riconosciamo. Resta tutto identico
negli occhi. A queste nuvole
che si deformano umane
sappiamo solo chiedere (ancora) un segno di perdono.

 

© Inedito di Domenico Cipriano

© Foto di Dino Ignani

Giuseppe Grattacaso

grattacaso interno poesia
Rosetta e la cometa

L’ha inseguita dieci anni, poi la sonda
Rosetta ha raggiunto la cometa.
Ora le gira intorno: una è squalo
che punta verso il sole e non lo teme,
l’altra remora, pesce parassita,
mangia gli avanzi, le briciole del pasto.
Raccoglie polveri, rifiuti di materia,
lo scarto del passato che rimane
nelle ossa e nelle vene al pescecane,
che scioglie l’ampia coda di brillanti
filamenti in corsa siderale
e continua ad andare passo a passo
verso il futuro in orbita perenne,
il muso taglia l’aria, con le pinne
trascina ora Rosetta che la insegue,
perdute entrambe, pronte ad annegare
in pieno sole, sono già la storia
di uno squalo, del vecchio e del suo mare.

 

© Inedito di Giuseppe Grattacaso