Carol Ann Duffy

Carol-Anne-Duffy-

 

La signora Van Winkle

Sprofondai come un sasso
nelle acque fonde e stagnanti della mezza età,
con acciacchi da capo a piedi.

Mi buttai sul cibo.
Rinunciai a fare moto.
Mi face bene.

E mentre lui dormiva
mi trovai dei passatempi.
Dipinsi. Visitai ogni sognato monumento:

la torre di Pisa.
Le Piramidi. Il Taj Mahal.
Feci un piccolo acquerello di ognuno.

Ma la cosa migliore,
quello che batté di gran lunga tutto il resto
fu l’addio non troppo sofferto al sesso.

Fino al giorno in cui
tornai a casa col mio pastello del Niagara
e lui seduto sul letto agitava un tubetto di Viagra.

 

La moglie del mondo (Le Lettere, 2002), a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti

Duncan Bush


Minatore, Abercynon, 1985

Dopo essere tutti rientrati
un giorno mi misi a guardare i ragazzi
che salivano nella gabbia, disse lui,
le loro facce
gli occhi bianchi, e seppi
che la mia faccia era altrettanto
nera e mi sentii gli occhi
bianchi e stanchi
nella testa e
capii. Ecco, ecco com’è
per gli altri, siamo
neri, la tribù
dei neri britannici.
Quando lavoriamo siamo negri.
Quando scioperiamo siamo rossi.
Il guaio è, disse
ridendo – nera la faccia,
gialli i denti, rossa la bocca –
è che ci vedono
in questi maledetti colori primari.
E l’unica cosa blu
che abbiamo – e si tirò
su il polsino
per farmi vedere – sono le cicatrici.

Impronte. Poesia gallese contemporanea (Mobydick, 2007), trad. it. G. Sensi, P. McGuinness

Roger Robinson


A Portable Paradise

And if I speak of Paradise,
then I’m speaking of my grandmother
who told me to carry it always
on my person, concealed, so
no one else would know but me.
That way they can’t steal it, she’d say.
And if life puts you under pressure,
trace its ridges in your pocket,
smell its piney scent on your handkerchief,
hum its anthem under your breath.
And if your stresses are sustained and daily,
get yourself to an empty room – be it hotel,
hostel or hovel – find a lamp
and empty your paradise onto a desk:
your white sands, green hills and fresh fish.
Shine the lamp on it like the fresh hope
of morning, and keep staring at it till you sleep.

*

Paradiso Portatile

E se parlo di Paradiso,
allora sto parlando di mia nonna
che mi disse di portarlo sempre
sulla mia persona, nascosto, così
che nessun altro sapesse tranne me.
Così non riescono a rubartelo, diceva.
E se la vita ti mette sotto pressione,
traccia i suoi crinali in tasca,
senti il suo profumo di pino nel fazzoletto,
canticchia il suo inno sotto al respiro.
E se hai stress forti e quotidiani,
vattene in una stanza vuota- albergo,
ostello o capanna- trova una lampada
e svuota il tuo paradiso su un tavolo:
le tue spiagge bianche, le verdi colline e il pesce fresco.
Fai risplendere la lampada come fresca speranza
del mattino, e continua a fissarlo sino a che non dormi.

Traduzione di Stefania Zampiga

Alfred Douglas


Il fiume verde

Verde sentiero erboso che oltre i campi
come rapido fiume via ti perdi
in fitti boschi senza uccelli in coro
a mezzogiorno, senza voci a offrire

la musica alla luna. Sigillato
è il luogo da sovrani muti canti:
l’inviolato silenzio di un cantore
che si è smarrito o che non si rivela.

Questo luogo silente è la mia anima.
Oh, svegliarsi da questa tetra notte
e sentire una voce, e molti canti.

Che sia effigie di pena, esangue volto,
d’Amore in sonno sciolto, o di delizia
dagli occhi aperti come fior d’arancio.

 

L’amore che non osa. Poesie per Oscar Wilde (Elliot, 2018), a cura di S. Raffo

Dannie Abse

Visita d’inverno

Ora che lei ha novant’anni passeggio nel parco
dove i soliti pavoni non stridono dal gran freddo
e luci vicine si accendono prima che diventi buio.

Avrò il coraggio di affermare, con lei così debole e anziana,
che da un pallido puntino di sperma di pavone
vengono tutti i colori di una coda di pavone?

Lo faccio. Ma lei come la Sibilla dice, “Vorrei morire”;
poi si lamenta, “Sono quasi morta, quest’inverno, figlio mio”.
E poiché è vero mi viene da piangere.

Ma non devo (solo il Nulla dura),
perché io abito il camice bianco non quello nero,
anche adesso – e non sono abilitato a piangere.

Così parlo di piccole cose approssimative,
di quattro fenicotteri che ho visto nel parco,
stavano su una zampa, sul ghiaccio, la testa sotto l’ala.

 

C’era due volte (Mobydick, 2003), trad. it. A. Bianchi, S. Siviero

Moniza Alvi


The Tree

It was a tree in two halves –

one half a mango
and the other an oak.

You were perched
somewhere in the middle

though in your last months
you favoured the mango.

It took you such a long time to fall,
gripping and gripping the branch.

You must have landed with a thud.
Perhaps you even heard it.

Sad departure – or the relief of arrival.

The day you dropped
from the tree like a fruit.

 

*

 

L’albero

Era un albero in due metà –

una metà mango
e l’altra quercia.

Stavi posato
da qualche parte nel mezzo

sebbene nei tuoi ultimi mesi
preferissi il mango.

Ti ci è voluto così tanto tempo per cadere,
aggrappato stretto stretto al ramo.

Mi sa che sei atterrato con un tonfo.
Forse l’hai persino sentito.

Triste dipartita – oppure il sollievo dell’arrivo.

Il giorno in cui sei caduto
dall’albero come un frutto.

 

Blackbird, Bye Bye (Interno Poesia, 2019), a cura di Pietro Deandrea

Philip Morre

Snapshot of Hippo with Bananas
for Dennis Linder

He said often he always loved teaching,
loved, in fact, young things (nothing untoward
you understand), their bare tanned arms,
the social gradations of their pens and sneakers . . .

And he thought, rightly, that they loved him back.
“When I was at the asclepeion,” he would say,
“in Kos, a student like yourselves…” and before long
the whole class, seeing it coming, would chant as one:
“in Kos, a student like ourselves”, and he was chuffed
at the warmth behind the mockery. Which of us
is not, in old age, a parody of himself?

And who does not believe the hippo a benign
creature? His best draughtswoman, a decade ago,
made a picture of the ‘potamus astride a tor
of banana crates (such as you might find
discarded behind the market at noon),
which was pinned ever after over the door.
“Do pachyderms eat plantains?” He was always
trying to push back the limits of knowledge.

His one fear was, paradoxically, that
he had done too well, not for himself – fame
in fickle times is a passport of sorts –
but for them. They hung on his words so,
refused to query, to challenge. He imagined
his star pupil, a lifetime on, giving the same
identical lecture: “When I was at the asclepeion,
in Larissa, with Hippocrates, a student like
yourselves…”, and all the big questions
still unanswered: Where does the soul reside?
Do hippos eat bananas? Is the blood a tide?

*

Istantanea di ippopotamo con banane
per Dennis Linder

Lo diceva spesso lui che amava insegnare,
amava, infatti, i giovanotti (niente di sconveniente
intendiamoci), quelle braccia nude abbronzate,
gli indicatori sociali delle loro penne e delle sneakers…

E pensava, giustamente, che anche loro lo amassero.
“Quando ero all’asclepeion,” diceva,
“a Kos, uno studente come voi…” e poco dopo
tutta la classe, anticipando il resto, avrebbe cantilenato:
“a Kos, uno studente come noi”, e lui era arcicontento
dell’affetto dietro alla presa in giro. Chi di noi
non è, da vecchio, una parodia di sé stesso?

E chi non crede che l’ippo sia una creatura
benevola? La sua disegnatrice più brava, diec’anni fa,
aveva ritratto un ippopotamo a cavallo di una pila
di casse di banane (come quelle che trovi
abbandonate dietro al mercato a mezzogiorno),
che da allora era rimasto inchiodato sopra la porta.
“I pachidermi mangiano banane?” Cercava sempre
di estendere i limiti della conoscenza, lui.

La sua unica paura era, paradossalmente, di
esser stato fin troppo bravo, non per sé – la fama
in tempi incerti è una forma di passaporto –
ma per loro. Pendevano troppo dalle sue labbra,
si rifiutavano di metterlo in discussione, di contestarlo.
Immaginava il suo alunno migliore, decenni dopo, fare
la stessa identica lezione: “Quando ero all’asclepeion,
a Larissa, con Ippocrate, uno studente come
voi…”, e tutte quelle belle domande
ancora senza risposta: Dove risiede l’anima?
Gli ippopotami mangiano banane?
Il sangue è una marea?

Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019), cura e traduzione di Giorgia Sensi

Caroline Clark


Translation Query

No word for resent in Russian,
you must take another route –
indignant, offended, hurt.
Inflated, shrinking, shrunk.
Resent – a tent built right up
out from you. Inside, cathedral,
firmament, night. Camera obscura,
pinhole of the mind. Never said,
never did, should have known. Memory
winds its way until the meaning’s all
your own. Twisted root. An inward
growing rose that blooms for you alone.
Speak now or forever hold its thorn.

*

Quesito di traduzione

Non esiste una parola per risentirsi in russo,
si deve prendere un’altra strada-
indignato, offeso, addolorato.
Sgonfio, in calo, contratto.
Risentirsirsi –una tenda costruita proprio
fuori di te. Dentro, cattedrale,
firmamento, notte. Camera oscura,
foro della mente. Mai detto,
mai fatto, avresti dovuto saperlo. La memoria
si snoda fino a quando il significato
è tutto tuo. Radice attorcigliata. Una rosa
che cresce all’interno e che sboccia per te solo.
Parla ora o tieni per sempre la sua spina.

 

Traduzione in italiano di Laura Corraducci

Hugh MacDiarmid


Glasgow 1960

Returning to Glasgow after long exile
Nothing seemed to me to have changed its style.
Buses and trams all labelled “To Ibrox”
Swung past packed tight as they’d hold with folks.

Football match, I concluded, but just to make sure
I asked; and the man looked at me fell dour,
Then said, “Where in God’s name are you frae, sir?
It’ll be a record gate, but the cause o’ the stir

Is a debate on ‘la loi de l’effort converti’
Between Professor MacFadyen and a Spainish pairty.”
I gasped. The newsboys came running along,
“Special! Turkish Poet’s Abstruse New Song.

Scottish Authors’ Opinions” – and, holy snakes,
I saw the edition sell like hot cakes!

 

*

 

Glasgow 1960

Tornavo a Glasgow dopo una lunga assenza
niente sembrava aver mutato aspetto.
Autobus e tram erano diretti a “Ibrox”,
e passavano, strapieni come un tempo.

C’è una partita, pensai, ma per sicurezza,
lo chiesi a un tale che mi guardò
severo e disse: Ma dove vive, lei?
Allo stadio sarà record di incassi,

ma la causa di questa agitazione
è una discussione su “la loi de l’effort converti”
tra il professor MacFayden e uno spagnolo.
Boccheggiai. Poi giunse trafelato uno strillone:
Edizione straordinaria! Il Nuovo
Carme Astruso del Poeta Turco col Commento

dei Critici Scozzesi! – e, santo cielo,
vidi quel giornale vendere come se fosse pizza.

 

Hardy a Davie – Antologia della poesia inglese moderna (Accademia, 1976), trad. it. Giorgio Miglior

Tony Harrison


Spazzatura

Tutta la spazzatura finisce discretamente in sacchi,
alcuni pesanti di sbornie, altri leggeri.
Questi volano per aria, quelli devo trascinarli
con uno sbattere di bottiglie all’ingresso senza cancello.

Non mi sono mosso quando mi hanno aggiustato il tetto
o quando il muratore mi ha rifatto l’intonaco;
con il lavavetri scambio cenni e sorrisi
e non mi stacco un momento dal tavolo in disordine.
Chissà dunque perché, quando al lunedì due uomini
attraversano il prato spellacchiato per svuotarmi i bidoni,
come se i miei rifiuti fossero vergognosi,
una confessione pubblica dei miei peccati,
sgattaiolo via dallo studio e mi nascondo?

Penso sia il timore di essere sorpreso
a scrivere mentre quelli gettano con i guantoni
sacchi neri di abbozzi cestinati nel camion.

 

In coda per caronte (Einaudi, 2003)