Walter Savage Landor

Ultime foglie

Cadon le foglie, e così è di me
Gli ultimi fiori hanno umidi gli occhi.
Così è di me.
Raro si ode sul ramo ora l’uccello
Gioioso o mesto
Per l’intero bosco.

Ecco l’inverno s’avvicina e porta
Più presso al fuoco il cerchio che si stringe,
Ogni anno di più, dei vecchi amici,
Venga esso, già il cielo s’oscura,
Primavera ed estate non son più
Ogni cosa è soave ora quaggiù.


The leaves are falling; so am I;
The few late flowers have moisture in the eye;
So have I too.
Scarcely on any bough is heard
Joyous, or even unjoyous, bird
The whole wood through.

Winter may come: he brings but nigher
His circle (yearly narrowing) to the fire
Where old friends meet.
Let him; now heaven is overcast,
And spring and summer both are past,
And all things sweet.

Da Attilio Bertolucci, Imitazioni (Libri Scheiwiller, 1994) trad. it. di Attilio Bertolucci

Emily Brontë

Fall, leaves, fall; die, flowers, away;
Lengthen night and shorten day;
Every leaf speaks bliss to me
Fluttering from the autumn tree.
I shall smile when wreaths of snow
Blossom where the rose should grow;
I shall sing when night’s decay
Ushers in a drearier day.


Cadano le foglie cadano muoiano i fiori
lunghe le notti e brevi i giorni
mi parla di felicità ogni foglia
fluttuando dagli alberi d’autunno
sorriderò quando ghirlande di neve
fioriranno dove un tempo era la rosa
canterò quando una notte morente
incalza un più tetro giorno.

Poesie (Mondadori, 1997), trad. it. Anna Luisa Zazo

Anne Stevenson

Ph. Norman McBeath


The Miracle of the Bees and the Foxgloves

Because hairs on their speckled daybeds baffle the little bees,
Foxgloves hang their shingles out for rich bumbling hummers,
Who crawl into their tunnels-of-delight with drunken ease
(See Darwin’s pages on his foxglove summers)
Plunging over heckles caked with sex-appealing stuff,
To sip from every hooker an intoxicating liquor
That stops it propagating in a corner with itself.

And this is how the foxglove keeps its sex life in order.
Two anthers – adolescent, in a hurry to dehisce –
Let fly too soon, so pollen lies in drifts about the floor.
Along swims bumbler bee and makes an undercoat of this,
Reverses, exits, lets it fall by accident next door.
So ripeness climbs the bells of Digitalis flower by flower,
Undistracted by a mind, or a design, or by desire.




Il miracolo delle api e la digitale

Poiché la villosità dei suoi maculati canapè spaventa le piccole api,
La digitale espone minuscole insegne onde attrarre ricchi bombi babbei
Che alticci e di buon grado si addentrano nei suoi antri di piacere
(Vedi ciò che Darwin scrisse sulle sue estati con la digitale)
Gettandosi su setole intrise di nettare sensuale
Per suggere da ogni etera liquori inebrianti
E por fine al loro riprodursi in un angolo da sole.

È così che la digitale mette ordine nella sua vita sessuale.
Due antere – adolescenti, smaniosi di giungere al dunque –
Rilasciano anzitempo il polline che a mucchi cade sul fondo.
Strisciando arriva il bombo e se ne fa un panciotto,
Si gira, se ne esce e guarda caso va in consegna alla porta accanto.
Fiore per fiore, si ingravidano le campanule della digitale,
Giammai sfiorate da pensiero, disegno o desiderio.

Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), trad. Carla Buranello

Vicki Feaver

Home Is Here, Now

after Philip Larkin

Home is here now
at this table with its gouged
and scratched wood

where I’m peeling
an orange – the spray
from the zest sending

shivers up my nose,
and the bright rind
falling in a long curl.

It’s the quiet time
at the end of the day:
no bird song, no wind;

just my in-and-out breaths
and the faint tearing of pith
parting from flesh.


Casa è qui, ora

alla maniera di Philip Larkin

Casa è qui ora
a questo tavolo di legno
inciso e graffiato

dove sto sbucciando
un’arancia – lo spruzzo
della scorza mi fa

fremere il naso,
e la buccia lucida
cade in lunghe spirali.

È l’ora tranquilla
alla fine del giorno:
senza canto d’uccelli, né vento;

solo il ritmo del mio respiro
e lo strappo leggero della pellicina
che si stacca dalla polpa.


La fanciulla senza mani e altre poesie (Interno Poesia Editore, 2022), cura e traduzione di Giorgia Sensi


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Simon Armitage



You’re Beautiful

because you’re classically trained.
I’m ugly because I associate piano wire with strangulation.

You’re beautiful because you stop to read the cards in newsagents’ windows about lost cats and missing dogs.
I’m ugly because of what I did to that jellyfish with a lolly-stick and a big stone.

You’re beautiful because for you, politeness is instinctive, not a marketing campaign.
I’m ugly because desperation is impossible to hide.

Ugly like he is,
Beautiful like hers,
Beautiful like Venus,
Ugly like his,
Beautiful like she is,
Ugly like Mars.

You’re beautiful because you believe in coincidence and the power of thought.
I’m ugly because I proved God to be a mathematical impossibility.

You’re beautiful because you prefer home-made soup to the packet stuff.
I’m ugly because once, at a dinner party, I defended the aristocracy and wasn’t even drunk.

You’re beautiful because you can’t work the remote control.
I’m ugly because of satellite television and twenty-four-hour rolling news.

Ugly like he is,
Beautiful like hers,
Beautiful like Venus,
Ugly like his,
Beautiful like she is,
Ugly like Mars.

You’re beautiful because you cry at weddings as well as funerals.
I’m ugly because I think of children as another species from a different world.

You’re beautiful because you look great in any colour including red.
I’m ugly because I think shopping is strictly for the acquisition of material goods.

You’re beautiful because when you were born, undiscovered planets lined up to peep over the rim of your cradle and lay gifts of gravity and light at your miniature feet.
I’m ugly for saying ‘love at first sight’ is another form of mistaken identity,
and that the most human of all responses is to gloat.

Ugly like he is,
Beautiful like hers,
Beautiful like Venus,
Ugly like his,
Beautiful like she is,
Ugly like Mars.

You’re beautiful because you’ve never seen the inside of a car-wash.
I’m ugly because I always ask for a receipt.

You’re beautiful for sending a box of shoes to the third world.
I’m ugly because I remember the telephone of ex-girlfriends
and the year Schubert was born.

You’re beautiful because you sponsored a parrot in a zoo.
I’m ugly because when I sigh it’s like the slow collapse of a circus tent.

Ugly like he is,
Beautiful like hers,
Beautiful like Venus,
Ugly like his,
Beautiful like she is,
Ugly like Mars.

You’re beautiful because you can point at a man in a uniform and laugh.
I’m ugly because I was a police informer in a previous life.

You’re beautiful because you drink a litre of water and eat three pieces of fruit a day.
I’m ugly for taking the line that a meal without meat is a beautiful woman with one eye.

You’re beautiful because you don’t see love as a competition and you know how to lose.
I’m ugly because I kissed the FA Cup and then held it up to the crowd.

You’re beautiful because of a single buttercup in the top buttonhole of your cardigan.
I’m ugly because I said the World’s Strongest Woman was a muscleman in a dress.

You’re beautiful because you couldn’t live in a lighthouse.
I’m ugly for making hand-shadows in front of the giant bulb, so when they look up, the captains of vessels in distress see the ears of a rabbit, or the eye of a fox, or the legs of a galloping black horse.

Ugly like he is,
Beautiful like hers,
Beautiful like Venus,
Ugly like his,
Beautiful like she is,
Ugly like Mars.

Ugly like he is,
Beautiful like hers,
Beautiful like Venus,
Ugly like his,
Beautiful like she is,
Ugly like Mars.




Tu sei bella

perché hai avuto un’istruzione classica.
Io sono brutto perché associo le corde del pianoforte allo strangolamento.

Tu sei bella perché ti fermi a leggere gli avvisi nelle vetrine dei giornalai, di cani persi e gatti scomparsi.
Io sono brutto per quello che ho fatto a quella medusa con uno stecco di leccalecca e una grossa pietra.

Tu sei bella perché per te il garbo è istintivo, non una campagna di marketing.
Io sono brutto perché la disperazione non si può nascondere.

Brutto come è lui,
bella come il di lei
bella come Venere,
brutto come il di lui,
bella come è lei,
brutto come Marte.

Tu sei bella perché credi nelle coincidenze e nel potere del pensiero.
Io sono brutto perché ho dimostrato che Dio è un’impossibilità matematica.

Tu sei bella perché preferisci la minestra fatta in casa a quella che si compra.
Io sono brutto perché una volta a una cena ho difeso l’aristocrazia e non ero neanche ubriaco.

Tu sei bella perché non sai usare il telecomando.
Io sono brutto per la televisione satellitare e le notizie 24h su 24.

Brutto come è lui,
bella come il di lei
bella come Venere,
brutto come il di lui,
bella come è lei,
brutto come Marte.

Tu sei bella perché piangi ai matrimoni e anche ai funerali.
Io sono brutto perché considero i bambini un’altra specie di un mondo diverso.

Tu sei bella perché ti stanno benissimo tutti i colori rosso compreso.
Io sono brutto perché concepisco lo shopping solo per l’acquisto di beni materiali.

Tu sei bella perché alla tua nascita pianeti non scoperti hanno fatto la fila per sbirciare sopra la culla lasciando ai tuoi mini-piedini doni di gravità e luce.
Io sono brutto perché dico “amore a prima vista” è solo una forma di identità fraintesa, e che la più umana delle reazioni è gongolare.

Brutto come è lui,
bella come il di lei
bella come Venere,
brutto come il di lui,
bella come è lei,
brutto come Marte.

Tu sei bella perché non hai mai visto l’interno di un autolavaggio.
Io sono brutto perché chiedo sempre la ricevuta.
Tu sei bella perché invii una scatola di scarpe al terzo mondo.
Io sono brutto perché ricordo i numeri di telefono delle mie ex
e l’anno di nascita di Schubert.

Tu sei bella perché hai sponsorizzato un pappagallo in uno zoo.
Io sono brutto perché quando sospiro è come il lento crollo di un tendone di circo.

Brutto come è lui,
bella come il di lei
bella come Venere,
brutto come il di lui,
bella come è lei,
brutto come Marte.

Tu sei bella perché puoi indicare un uomo in divisa e ridere.
Io sono brutto perché in una vita precedente ero una talpa della polizia.

Tu sei bella perché bevi un litro d’acqua e mangi tre frutti al giorno.
Io sono brutto perché seguo il principio che un pasto senza carne è come una bella donna senza un occhio.

Tu sei bella perché non consideri l’amore una gare e sai perdere.
Io sono brutto perché ho baciato la Coppa d’Inghilterra e l’ho alzata alla folla.

Tu sei bella per un solo ranuncolo nell’asola del tuo cardigan.
Io sono brutto perché ho detto che la Donna più Forte del Mondo era un culturista travestito.

Tu sei bella perché non potresti vivere in un faro.
Io sono brutto perché faccio le ombre cinesi davanti alla lampada così quando i capitani dei natanti in difficoltà guardano vedono le orecchie di un coniglio, o l’occhio di una volpe, o le gambe di un cavallo nero al galoppo.

Brutto come è lui,
bella come il di lei
bella come Venere,
brutto come il di lui,
bella come è lei,
brutto come Marte.

Brutto come è lui,
bella come il di lei
bella come Venere,
brutto come il di lui,
bella come è lei,
brutto come Marte.


In cerca di vite già perse (Guanda, 2015), a cura di M. Bocchiola

Ted Hughes

Crow Hill

Le fattorie sono crateri colanti sui
ripidi fianchi sotto le fradicie brughiere:
quando non è vento è pioggia,
nessuno dei quali si ferma sulla soglia:
questa bagna i letti e l’altro scuote i sogni
sotto il sonno che non riesce a rompere.

Tra il mal tempo e la roccia
i contadini fanno un po’ di caldo;
le vacche che dondolano la schiena ossuta,
i maiali sulle zampe delicate
respingono il cielo, calpestano la forza
che alla lunga livellerà queste colline.

Chiuso nella giacca contro le folate di nebbia
percorri i crinali delle rovine.
Quel che umilia queste colline ha alzato
l’arroganza del sangue e delle ossa,
e lanciato il falco nel vento
e acceso la volpe nel gocciolante suolo.


Poesie (Mondadori, 2008), trad. it. N. Gardini, A. Ravano

John Keats

To Autumn

Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the moss’d cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For summer has o’er-brimm’d their clammy cells.

Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reap’d furrow sound asleep,
Drows’d with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers;
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.

Where are the songs of spring? Ay, Where are they?
Think not of them, thou hast thy music too,—
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble-plains with rosy hue;
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breast whistles from a garden-croft;
And gathering swallows twitter in the skies.



Stagione di foschie e d’una pastosa
fecondità, tu amica prediletta
del sole che matura ogni raccolto;
tu che con lui congiuri per far gravi
con i frutti le viti e benedette
appese intorno al tetto alle grondaie
di paglia; fai incurvare con il peso
delle tue mele gli alberi muschiosi
del casolare, e fino al suo midollo
ogni frutto maturi; fai gonfiare
la zucca, ed i gusci di nocciola
tu fai rotondi con il dolce seme;
fai sbocciare altri fiori e altri ancora
tardivi per le api, che si illudano
che i giorni caldi mai avranno fine,
ché l’estate ha colmato fino all’orlo
le loro celle vischiose di miele.

Chi non ti ha vista nella tua opulenza?
Talvolta chi ti cerca può trovarti
seduta spensierata in mezzo all’aia,
i tuoi capelli accarezzati piano
dal vento che setaccia; o addormentata
assai profondamente dentro un solco
mietuto solamente per metà,
intorpidita dalle esalazioni
dei papaveri, mentre la tua falce
usa riguardo al prossimo mannello
coi fiori suoi intrecciati; certe volte
come spigolatrice tieni ferma
sotto il grave fardello la tua testa
traversando un torrente; o presso un torchio
da sidro con paziente sguardo osservi
lo stillar delle gocce a ora a ora.

Canti di primavera, dove siete?
Sì, dove siete? No, tu non pensarci,
tu hai già la tua musica, che mentre
le nuvole striate fan fiorire
il giorno che declina dolcemente
e tingono le stoppie di pianura
con un colore rosa, proprio allora
i moscerini in coro, in mezzo ai salici
del fiume, si lamentano, levati
su in alto o trascinati verso il basso
come il vento leggero vive o muore;
agnelli adulti belano chiassosi
dal limite dei colli; i grilli cantano;
e con dei lievi acuti il pettirosso
fischia nell’orto chiuso; radunandosi
le rondini cinguettano nei cieli.

(Traduzione di Luca Alvino)

Philip Morre

Grey Blues

The colour of your absence is rather
an absence of colour, the no-colour
of soldiering on, getting through
– this day and the next – of making do.

Call it grey if you must, the schwa
of colours, say a washed-out grisaille,
say cinereal – and no such thing as a
silver lining: cloud-cover’s here to stay.

I used to see you as the intensest
seam of luck in my life’s bleu-de-travail,
less reason-for-living than recompense:
the gods’s apology for the hoax they play!

They’re still up there, riffling the packs
on their holiday mountain, bickering
over who gets to cruise this evening
in the swan costume, sleeving the jacks …

And you? I can’t even say for certain
what country you’re in: but just yesterday
saw your blue coat through the rain-curtain
hiking the headland, not heading this way.



Grey Blues

Il colore della tua assenza è piuttosto
un’assenza di colore, il non-colore
del tirare avanti, del far passare
– domani e dopodomani – del far bastare.

Chiamalo grigio se vuoi, lo schwa
dei colori, chiamalo grisaglia sbiadita –
o cinereo – e non pretendiamo nemmeno
che dopo la pioggia venga sempre il sereno.

Ti vedevo come la più sgargiante rifinitura
nel bleu-de-travail della mia vita,
non tanto ragione-di-vita quanto ricompensa;
le scuse degli dei per lo scherzo che tirano!

Sono ancora lassù, loro, in quel villaggio olimpico,
a mescolare le carte, a bisticciare – a chi toccherà
rimorchiare in costume da cigno stasera?
– mentre infilano i fanti nelle maniche …

E tu? Non so neanche dire per certo
in che paese ti trovi: ma giusto ieri ho visto
la tua giacca blu attraverso una cortina di pioggia
scarpinare sul promontorio, non in questa direzione.


Traduzione di Giorgia Sensi e Philip Morre

Dylan Thomas

E la morte non avrà più dominio

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benché impazziscano saranno sani di mente,
Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i rendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché pazzi e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino a che il sole precipiterà,
E la morte non avrà più dominio.


Poesie e racconti (Einaudi, 1996), trad. it. Ariodante Mariani

Seamus Heaney



Mio padre lavorava con l’aratro a cavalli,
Le spalle arrotondate una vela spiegata
Tra le stegole e il solco.
I cavalli tiravano al suo schiocco di lingua.

Un esperto. Metteva in posizione il versoio
E inseriva la punta d’acciaio del vomere lucente.
Rotolava di lato la zolla senza rompersi.
In capo alla striscia, una sola tirata

Di redini, la pariglia sudata si girava
Tornava indietro nel campo. Lui stringeva
L’occhio e squadrava il terreno,
E faceva una mappa esatta del solco.

Io caracollavo nella sua scia chiodata,
Cadevo qualche volta sulla lucida zolla;
Ogni tanto mi portava a cavalcioni in spalla
E andavo su e giù con il suo passo.

Volevo diventar grande per saper arare,
Chiudere l’occhio, irrigidire il braccio.
Tutto quel che ho mai fatto era seguirlo
In giro per la fattoria nella sua grande ombra.

Ero un fastidio, inciampavo, cadevo in terra,
Mugolavo continuamente. Ma oggi
È mio padre che continua a barcollarmi
Dietro, e non se ne vuole andare.


Portami ancora per mano. Poesie per il padre (Crocetti, 2001)