David Herbert Lawrence


Primavera incendiata

Questa primavera, come arriva, esplode in
falò verdi, selvatico soffiare verde di
alberi, di cespugli, fioritura di pruni che si
levano in ghirlande di vapori, tra
il bosco che brulica e brividi di giunchi
d’acqua.

Sono stordito da tutto questo sprigionarsi, questo
divampare di fuochi verdi, luci sul nero della terra, questa
folata di crescita, questi soffi di vapore che
vanno in selvatici vortici, come
volti di uomini sbocciati sotto il mio
sguardo.

E io, che specie di fuoco sono io, tra tutto
questo bruciare della primavera? Sono quello che manca,
io. Neanche pallido fumo come il resto della
gente, meno del vento che corre al fiammeggiante
richiamo.

*

The Enkindled Spring

This spring as it comes bursts up in bonfires green,
Wild puffing of emerald trees, and flame-filled bushes,
Thorn-blossom lifting in wreaths of smoke between
Where the wood fumes up and the watery, flickering rushes.

I am amazed at this spring, this conflagration
Of green fires lit on the soil of the earth, this blaze
Of growing, and sparks that puff in wild gyration,
Faces of people streaming across my gaze.

And I, what fountain of fire am I among
This leaping combustion of spring? My spirit is tossed
About like a shadow buffeted in the throng
Of flames, a shadow that’s gone astray, and is lost.

Poesie (Mondadori, 1987), a cura di G. Conte

Christopher Whyte

‘Nach bochd nach eil thu sgrìobhadh anns a’ Bheurla!
An uairsin, bhitheadh d’ oidhirpean a’ cosnadh
cliù is aithneachaidh, ’s do leabhraichean
a’ gabhail ’n àite air an sgeilp ri taobh

Dickens, Thackeray is Tennyson.
B’ urrainn dhut brosnachadh is sùgh a tharraing
à dualchas aig nach eil seis anns an t-saoghal
leis cho beartmhor, iol-chruthach ’s a tha e.”

Ach nuair a thòisich mi a’ sgrìobhadh, rinn mi
mar nuair a roghnaich mi a’ chèil’ a th’ agam,
cha b’ ann airson a beairteis no a h-inbhe
ach a chionn ’s gu robh i taitneadh rium

is mise rithe, chionn ’s gum b’ urrainn dhomh
a sàsachadh ’s a dèanamh torrach, chionn
’s nach robh mi ’g iarraidh tachairt ris a’ bhàs
le làimh eile ’nam làimh seach a làmh fhèin.

 

*

 

‘Che peccato che non scrivi in inglese!
Se lo facessi, le tue opere riceverebbero
fama e riconoscimento, e i tuoi libri
prenderebbero posto sugli scaffali

con quelli di Dickens, Thackeray e Tennyson.
Potresti attingere linfa e sostentamento
da una tradizione che non ha pari in tutto il mondo,
essendo così ricca e multiforme.’

Però quando iniziai a scrivere, feci
come quando scelsi la mia compagna,
non per la sua ricchezza o il suo prestigio
ma perché mi piaceva, com’anch’io

a lei, perché ero capace di appagarla
e di renderla gravida, e perchè
non volevo affrontare la morte
con altra mano nella mia che la sua.

Inedito

Dylan Thomas

Dylan Thomas

 

Do not go gentle into that good night

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lighting they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it in its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

 

From: The Poems of Dylan Thomas (New Directions, 1952)

*

Non andartene gentile in quella notte buona

Non andartene gentile in quella notte buona:
Deve insorgere l’età e bruciare, al termine del giorno,
Con furia, furia contro la luce che abbandona.

I saggi infine vedono che il buio è giusto
Perché il loro verbo non ha sprigionato il lampo, eppure
Non se ne vanno gentili in quella notte buona.

I mansueti all’onda estrema urlano che radioso
Danzerebbe il loro fiacco gesto in una baia verde,
Con furia, furia contro la luce che abbandona.

Gli audaci che il sole a volo presero cantando
E tardi capirono di averne addolorato il corso
Non se ne vanno gentili in quella notte buona.

Gli austeri con vista accecante in morte scoprono
Che come stelle anche occhi ciechi sanno brillare allegri,
Con furia, furia contro la luce che abbandona.

E tu, padre mio, là sopra quella triste altezza,
Maledici, benedici me, ti prego, col tuo pianto fiero.
Non andartene gentile in quella notte buona.
Infuria, infuria contro la luce che abbandona.

 

© Versione italiana di Simone Pagliai

Seamus Heaney


Aria d’altra vita e tempo e luogo,
aria celestina, sostiene
un’ala bianca che batte alta contro la brezza,

e sì, è un aquilone! Come quando un pomeriggio
ci muovemmo in gruppi tutti noi
tra siepi di rovo e la nuda albaspina,

di nuovo in posizione, mi fermo di fronte
alla collina di Anahorish per scrutare il turchino,
torno in quel campo per lanciare la nostra caudata cometa.

E ora sbalza, vira, affonda di sbieco, pencola,
si rialza, segue il vento sino a quando
s’innalza tra le nostre grida da sotto.

S’innalza e la mia mano è come un fuso
che si svolge, l’aquilone un fiore dallo stelo sottile
in ascesa, e porta lontano, più e più lontano, più in alto

il petto anelo e i piedi piantati
e la pupilla che guarda e il cuore di chi lo fa volare
sinché il filo si spezza e – separato, giubilante –

l’aquilone spicca il volo, solo, aperto colpo d’ala.

Catena umana (Mondadori, 2011) trad. it. Luca Guerneri

∗∗∗

A Kite for Aibhín

Air from another life and time and place,
Pale blue heavenly air is supporting
A white wing beating high against the breeze,

And yes, it is a kite! As when one afternoon
All of us there trooped out
Among the briar hedges and stripped thorn,

I take my stand again, halt opposite
Anahorish Hill to scan the blue,
Back in that field to launch our long-tailed comet.

And now it hovers, tugs, veers, dives askew,
Lifts itself, goes with the wind until
It rises to loud cheers from us below.

Rises, and my hand is like a spindle
Unspooling, the kite a thin-stemmed flower
Climbing and carrying, carrying farther, higher

The longing in the breast and planted feet
And gazing face and heart of the kite flier
Until string breaks and – separate, elate –

The kite takes off, itself alone, a windfall.

Human Chain (Faber and Faber Ltd, 2010)

Ted Hughes


I imagine this midnight moment’s forest:
Something else is alive
Beside the clock’s loneliness
And this blank page where my fingers move.

Through the window I see no star:
Something more near
Though deeper within darkness
Is entering the loneliness:

Cold, delicately as the dark snow
A fox’s nose touches twig, leaf;
Two eyes serve a movement, that now
And again now, and now, and now

Sets neat prints into the snow
Between trees, and warily a lame
Shadow lags by stump and in hollow
Of a body that is bold to come

Across clearings, an eye,
A widening deepening greenness,
Brilliantly, concentratedly,
Coming about its own business

Till, with a sudden sharp hot stink of fox
It enters the dark hole of the head.
The window is starless still; the clock ticks,
The page is printed.

*

Immagino la foresta di questo momento di mezzanotte:
qualcos’altro è vivo
oltre la solitudine dell’orologio
e questa pagina bianca dove si muovono le mie dita.

Attraverso la finestra non vedo stelle:
qualcosa di più vicino
seppure più affondato nel buio
sta penetrando la solitudine:

freddo, delicatamente come la neve scura,
il naso di una volpe tocca fronde, foglie;
due occhi servono un movimento che ora
e ancora e ancora e di nuovo

lascia nitide impronte sulla neve
tra gli alberi, e con cautela l’ombra
zoppa indugia vicino ai ceppi e dentro buche
di un corpo che ha l’ardire di avanzare

attraverso radure, un occhio,
un verde che cresce in intensità,
brillante e concentrato,
che se ne viene per le sue faccende

finché di colpo con acuto e caldo puzzo di volpe
non entra nel buco scuro della testa.
La finestra è ancora senza stelle; l’orologio ticchetta,
la pagina è pronta.

Poesie (Mondadori, 2008), a cura di Nicola Gardini e Anna Ravano

Emily Brontë

Illustrazione: © Valeria Puzzovio

Io vedo intorno a me sepolcri grigi
allungare profili d’ombre scure.
Sotto la terra che preme il mio passo
soli e profondi i morti silenziosi
riposano nel grembo della zolla,
per sempre oscuri, gelidi per sempre.
E dai miei occhi sgorgano le lacrime
che alla memoria hanno serbato gli anni.
Tempo, Morte e dolore al cuore danno
ferite che non so rimarginare.
Se rammento anche solo la metà
delle sventure che ho patito, il cielo
così puro e beato non darà
al mio spirito stanco alcun sollievo.
Dolce campo di luce! I tuoi bei figli
non conoscono la disperazione:
non han provato, non posson sapere
da quali ospiti tetri sia abitata
ogni umana prigione, quali lacrime,
folli tormenti e torbidi peccati!
Vivano pure la sublime ebbrezza
di un’infinita eternità di gioia;
noi non vogliamo certo trascinarli
a rodersi con noi dei nostri tarli.
No, la Terra non vuole che altre sfere
assaporino il suo liquore amaro;
lei distoglie dal Cielo il suo incurante
sguardo e si duole perché noi moriamo!
Quale conforto ti si potrà dare,
madre, in questa miseria senza fine?
Per allietare i nostri ansiosi occhi
ti vediamo sorridere affettuosa,
ma chi non legge dietro quella luce
la tua profonda indicibile pena?
In verità nessun cielo radioso
ti ruberà l’amore dei tuoi figli.
Noi tutti nel congedo dalla luce
coi tuoi mischiamo i desideri estremi,
e ancora ci struggiamo di comporre
l’amato viso con occhi annebbiati.
Questa casa nativa non vorremmo
lasciare per un luogo oltre la tomba.
No, ma piuttosto nel tuo grembo mite
distenderci in un lungo quieto sonno;
o svegli, condividere con te
la nostra parte d’immortalità.

 

*

 

I see around me tombstones grey
Stretching their shadows far away.
Beneath the turf my footsteps tread
Lie low and lone the silent dead;
Beneath the turf, beneath the mould,
Forever dark, forever cold.
And my eyes cannot hold the tears
That memory hoards from vanished years.
For time and Death and mortal pain
Give wounds that will not heal again.
Let me remember half the woes
I’ve seen and heard and felt below,
And heaven itself, so pure and blest,
Could never give my spirit rest.
Sweet land of light! thy children fair
Know nought akin to our despair;
Nor have they felt, nor can they tell
What tenants haunt each mortal cell,
What gloomy guests we hold within,
Torments and madness, tear and sin!
Well, may they live in ecstasy
Their long eternity of joy;
At least we would not bring them down
With us to weep, with us to groan.
No, Earth would wish no other sphere
To taste her cup of suffering drear;
She turns from Heaven with a tearless eye
And only mourns that we must die!
Ah mother, what shall comfort thee
In all this boundless misery?
To cheer our eager eyes awhile
We see thee smile, how fondly smile!
But who reads not through the tender glow
Thy deep, unutterable woe?
Indeed no darling land above
Can cheat thee of thy children’s love.
We all in life’s departing shine,
Our last dear longings blend with thine,
And struggle still and strive to trace
With clouded gaze thy darling face.
We would not leave our nature home
For any world beyond the tomb.
No, mother, on thy kindly breast
Let us be laid in lasting rest,
Or waken but to share with thee
A mutual immortality.

La musa tempestosa (Interno Poesia Editore, 2023), a cura di Silvio Raffo

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John Keats

John Keats by Joseph Severn, 1819
© National Portrait Gallery, London

All’autunno

Stagione di foschie e d’una pastosa
fecondità, tu amica prediletta
del sole che matura ogni raccolto;
tu che con lui congiuri per far gravi
con i frutti le viti, e benedette,
appese intorno al tetto e alle grondaie
di paglia; fai incurvare con il peso
delle tue mele gli alberi muschiosi
del casolare, e fino al suo midollo
ogni frutto maturi; fai gonfiare
la zucca, ed i gusci di nocciola
tu fai rotondi con il dolce seme;
fai sbocciare altri fiori ed altri ancora,
tardivi per le api, che si illudano
che i giorni caldi mai avranno fine,
ché l’estate ha colmato fino all’orlo
le loro celle vischiose di miele.

*

To Autumn

Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun,
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the mossed cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For Summer has o’er-brimmed their clammy cells.

 

Mio cuore (Interno Poesia Editore, 2023), cura e traduzione di Luca Alvino

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George Mackay Brown

Ph. © Gunnie Moberg Archive, Orkney Library & Archive

Pescatori di merluzzi

Mezzanotte. Il vento spinge a nord-est.
Una luna bassa, opaca.
Inquieti accanto a mogli quiete riposiamo.

Uno spruzzo di pioggia e un gabbiano
fuori all’aperto.
Il fuoco acceso. Un sorso veloce di birra.

Spingiamo la Merle su un mare di gelida fiamma.
I remi colano miele.
Un amo dopo l’altro si srotola sotto The Kame.

La nostra lenza rompe il percorso di improvvise migliaia.
Dodici mascelle catturate,
fauci grigie, si spalancano nelle nostre mani.

Dodici bocche fredde gridano senza suono.
Il mare è di nuovo vuoto.
Come nomadi i più vivaci cambiano continuamente zona.

Scandagliamo il vuoto per tutto il pomeriggio;
stacchiamo; e gustiamo
il cibo genuino della terra, manzo e focaccia d’orzo.

Il tramonto ficca una lama da macellaio
nella gola del giorno.
Ritorniamo su una marea bassa e densa come sangue.

Più stelle che pesci. Donne, gatti, un gabbiano
piagnucolano allo scoglio.
La valle si divide il magro miracolo.

*

Haddock Fishermen

Midnight. The wind yawing nor-east.
A low blunt moon.
Unquiet beside quiet wives we rest.

A spit of rain and a gull
In the open door.
The lit fire. A quick mouthful of ale.

We push the Merle at a sea of cold flame.
The oars drip honey.
Hook by hook uncoils under The Kame.

Our line breaks the trek of sudden thousands.
Twelve nobbled jaws,
Gray cowls, gape in our hands,

Twelve cold mouths scream without sound.
The sea is empty again.
Like tinkers the bright ones endlessly shift their ground.

We probe emptiness all the afternoon;
Unyoke; and taste
The true earth-food, beef and barley scone.

Sunset drives a butcher blade
In the day’s throat.
We turn through an ebb salt and sticky as blood.

More stars than fish. Women, cats, a gull
Mewl at the rock.
The valley divides the meagre miracle.

Incidere le rune (Interno Poesia Editore, 2023), cura e traduzione di Giorgia Sensi

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Kathleen Jamie

kjamie

Meadowsweet

Tradition suggests that certain of the Gaelic
women poets were buried face down.

 

So they buried her, and turned home,
a drab psalm
hanging about them like haar,

not knowing the liquid
trickling from her lips
would seek its way down,

and that caught in her slowly
unravelling plait of grey hair
were summer seeds:

meadowsweet, bastard balm,
tokens of honesty, already
beginning their crawl

toward light, so showing her,
when the time came,
how to dig herself out –

to surface and greet them,
mouth young, and full again
of dirt, and spit, and poetry.

 

*

 

Spirea

Secondo la tradizione certe poete gaeliche
venivano sepolte a faccia in giù…

 

Così la seppellirono, e si volsero verso casa,
un salmo uggioso
li avvolgeva come nebbia,

non sapevano che il liquido
che gocciolava dalle sue labbra
si sarebbe fatto strada là sotto,

e impigliati nella sua treccia
grigia che lentamente si scioglieva
c’erano semi estivi:

spirea, balsamo bastardo,
segni di onestà, che già
cominciavano a strisciare

verso la luce, mostrandole,
giunto il momento,
come dissotterrarsi –

emergere e salutarli,
bocca giovane, di nuovo piena
di terra, e sputo, e poesia.

 

 

La casa sull’albero, poesie scelte di Kathleen Jamie (Ladolfi, 2016), cura e trad. it. Giorgia Sensi

Dylan Thomas

Nessun pensiero può turbare le mie pose malsane
Né smuovere l’austero guscio del mio spirito.
Non mi ferisci, la tua mano non può
Indurmi a ricordare e a esser triste.
Io ti prendo con me, dolce pena
E ti rendo piú aspra col mio gelo,
La mia rete che prende a rompere
Le fibre, o il filo dei sensi.
Nessun amore può forare
La spessa corazza di cuoio,
La dura crosta irrovesciabile
Che nasconde il fiore al profumo
E non mostra il frutto al sapore;
Nessuna onda può pettinare il mare
E incanalarsi in saldo sentiero.
Ecco l’idea che viene
Come un uccello nella sua leggerezza,
Sulle vele delle esili ali
Bianche per l’acqua sollevata.
Vieni, stai per perdere la tua freschezza.
Vuoi scivolare da te nella rete,
O devo io trascinarti
Nella mia esotica compostezza?

Poesie inedite (Einaudi, 1980), trad. it. A. Marianni

No thought can trouble my unwholesome pose.
Nor make the stem shell of my spirit move.
You do not hurt, nor can your hand
Touch to remember and be sad.
I take you to myself, sweet pain.
And make you bitter with my cold,
My net that takes to break
The fibres, or the senses’ thread.
No love can penetrate
The thick hide covering.
The strong, unturning crust that hides
The flower from the smell.
And docs not show the fruit to taste;
No wave comb the sea.
And settle in the steady path.
Here is the thought that comes
Like a bird in its lightness,
On the sail of each slight wing
White with the rising water.
Come, you arc to lose your freshness.
Will you drift into the net willingly.
Or shall I drag you down.
Into my exotic composure?