Leonardo Fróes


JUSTIFICAÇÃO DE DEUS

o que eu chamo de deus é bem mais vasto
e às vezes muito menos complexo
que o que eu chamo de deus. Um dia
foi uma casa de marimbondos na chuva
que eu chamei assim no hospital
onde sentia o sofrimento dos outros
e a paciência casual dos insetos
que lutavam para construir contra a água.
Também chamei de deus a uma porta
e a uma árvore na qual entrei certa vez
para me recarregar de energia
depois de uma estrondosa derrota.
Deus é o meu grau máximo de compreensão relativa
no ponto de desespero total
em que uma flor se movimenta ou um cão
danado se aproxima solidário de mim.
E é ainda a palavra deus que atribuo
aos instintos mais belos, sob a chuva,
notando que no chão de passagem
já brotou e feneceu várias vezes o que eu chamo de alma
e é talvez a calma
na química dos meus desejos
de oferecer uma coisa.

 

*

 

GIUSTIFICAZIONE DI DIO

ciò che chiamo dio è ben più vasto
e a volte molto meno complesso
di ciò che io chiamo dio. Un giorno
fu un vespaio nella pioggia
che chiamai così in ospedale
dove sentivo la sofferenza degli altri
e la pazienza casuale degli insetti
che lottavano per costruire contro l’acqua.
Ho chiamato dio anche una porta
e un albero in cui sono entrato una volta
per ricaricarmi di energia
dopo una clamorosa sconfitta.
Dio è il mio massimo grado di comprensione relativa
nel punto di completa disperazione
in cui un fiore si muove o un cane
dannato mi si avvicina solidariamente.
Ed è ancora la parola dio che attribuisco
agli insetti più belli, sotto la pioggia,
notando che per terra di passaggio
é già fiorita e sfiorita tante volte ciò che io chiamo anima
ed è forse la calma
nella chimica dei miei desideri
di offrire una cosa.

 

Traduzione in italiano di Francesca Cricelli

Francesca Cricelli

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É O NASCER DO DIA
QUE RASGA O PEITO DOS AMANTES

É o nascer do dia que rasga o peito dos amantes,
como o verde que colore os olhos,
na mesma diagonal, o desenho de um milagre.

Plantar na terra
pés com o coração
e não ir mais embora
agora que colocaste o mar no céu.

Enquanto na garganta brota-me
a língua dos antepassados navegadores
meu olhar permanece no horizonte.

 

*

 

È L’ALBA CHE SQUARCIA
IL CIELO NEL PETTO DEGLI AMANTI

È l’alba che squarcia il cielo nel petto degli amanti
come il verde che colora gli occhi
nella stessa diagonale, il disegno di un miracolo.

Piantare in terra
piedi e cuore
e non andare più via ora
che mi hai messo il mare nel cielo.

Mentre mi si schiude in gola
la lingua degli avi navigatori
il mio sguardo s’arresta all’orizzonte.

 

REPÁTRIA (Selo Demônio Negro, San Paolo, Brasile, Luglio 2015)

Carlos Drummond De Andrade

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Infanzia

A Abgar Renault

Mio padre montava a cavallo, andava nei campi.
Mia madre stava seduta a cucire.
Mio fratello piccolo dormiva.
Io bambino soletto tra le piante di mango
leggevo la storia di Robinson Crusoe,
lunga storia che non finisce più.

A mezzogiorno bianco di luce una voce che imparò
a ninnare nelle lontananze della senzala – e mai si dimenticò
chiamava per il caffè.
Caffè nero come la vecchia nera
caffè gustoso
caffè buono.

Mia madre stava seduta a cucire
guardando verso di me:
Psss… Non svegliare il piccolo.
Verso la culla su cui si era posata una zanzara.
E faceva un sospiro… così profondo!

Là lontano mio padre andava nei campi
nella macchia senza fine della fazenda.

E io non sapevo che la mia storia
era più bella di quella di Robinson Crusoe.

 

Cuore numeroso (Donzelli, 2002), a cura di V. Arsillo

Lêdo Ivo

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Le necessità

Una porta chiusa non è sufficiente perché un uomo
nasconda il suo amore. Egli necessita anche di una porta aperta
per poter partire e perdersi nella folla quando questo amore esploderà
come un barile di polvere nell’arsenale raggiunto dal fulmine.
Un tetto non basta perché un uomo sia protetto
dal calore e dalla tempesta. Per sfuggire al lampo
egli necessita di un corpo steso nel letto
e a portata della sua mano ancora timorosa
di avanzare nel buio quando la pioggia cade nel silenzio del mondo aperto come un frutto
fra due tuoni.
Nella notte che declina, nel giorno che nasce,
l’uomo ha bisogno di tutto: dell’amore e del fulmine.

 

Illuminazioni (Multimedia, 2002) a cura di V. L. de Oliveira

Márcia Theóphilo

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Foresta mio dizionario

Folle risata la tua, dall’eco affilata
manioca selvaggia, è il tuo riso
le tue carezze, il tuo acuto piacere
Kupaúba vive, va e viene
fino a che il sole scompare, di giorno
tra foglie, erbe, insetti, decomposte
materie vegetali; ci moltiplicheremo
il movimento non è deserto, è fiume
ruba, saccheggia, bevi ciò che vuoi
questo fiume è abbondante
non si ferma, ma continua
per cantare il suono delle parole
Açaná, Yaná, Nacaira
Caja, Pacaba, Maçaranduba
ogni parola un essere, parole che scrivo
io vedo un’aria piena di parole
foresta mio dizionario
parole vive e masticate
aspre di cammini già percorsi
Açaná, Tapajura, Igarapé
ogni parola un essere, risuona affilata.
Kupaúba aprì gli occhi e apprese a leggere.

 

Amazzonia respiro del mondo (Passigli, 2005)

Foto di Dino Ignani

Cecilia Meireles

cecilia meireles

 

Secondo motivo della rosa

Per quanto ti celebri, non mi ascolti,
sebbene per forma e madreperla tu sia simile
alla conchiglia sonante, al musicale orecchio
che registra il mare nelle intime volute.

Ti depongo in cristallo, davanti a specchi,
senza eco di caverne o di grotte…
Assenza e cecità assolute
offrì alle vespe e alle api,

e a chi ti adora, o sorda e silenziosa,
e cieca e bella e infinita rosa,
che in tempo e aroma e verso ti trasmuti!

Senza terra né stelle brilli, prigioniera
del mio sogno, insensibile alla bellezza
che sei e non conosci, perché non mi ascolti…

 

da Elogio della rosa (Einaudi, 2002), a cura di C. Poma