Faruk Šehić


kad sam prvi put vidio komad ljudske lobanje

imao sam dvadesetdvije godine
bili smo tek došli na liniju
decembar je donio suhu zimu
lišće obloženo mrazom
hrskalo je pod čizmama
na kozijoj stazi vidio sam
nekoliko kapi krvi
komad ljudske lobanje:
sa vanjske strane busen kose
sa unutrašnje, hrapava površina
sluzava i nalik mjesečevoj,
bilo je to sve što je ostalo na zemlji
od Šarić Seduana.

*

quando per la prima volta ho visto un pezzo di cranio umano

avevo ventidue anni
eravamo appena arrivati al fronte
dicembre aveva portato l’inverno secco
le foglie ricoperte di brina
scricchiolavano sotto gli stivali
sul sentiero ho visto
alcune gocce di sangue
il pezzo di un cranio umano:
esternamente una ciocca di capelli
internamente, una superficie ruvida
vischiosa e simile a quella della luna,
era tutto ciò che era rimasto sulla terra
di Šarić Seduan.

Ritorno alla natura (Lietocolle, 2019), traduzione dal bosniaco di Ginevra Pugliese, postfazione di Giovanna Frene

Foto di Zoran Kanlic

Izet Sarajlić

Poesia d’amore degli anni sessanta del secolo

Tempi duri per l’amore, sempre più duri.
Sono già state eseguite le sue mazurke e le polke.
Guarda un po’, anche le liceali
rifuggono dall’amore.

All’amore hanno dichiarato guerra.
Totale. Fino allo sterminio.
Che possiamo fare allora,
noi di Trebinje?

Noi dell’avanguardia,
noi che dopo la maturità
ci prepariamo a fare i bardi,
i trovatori?

Tempi duri, duri per l’amore.
E fino a quando, così, fino a quando?
E tu mi fai le frittelle di pasta,
mi prepari gli spumini al miele,

e ti affacci al davanzale,
fumi le tue sigarette,
mia dolce provinciale,
come una bambina
credi nel Werther, nei dolci,
in questa tristezza che ci opprime entrambi,
e io piango, piango, piango,
perché sono tempi duri per l’amore, sempre più duri.

 

Chi ha fatto il turno di notte (Einaudi, 2015), a cura di Silvio Ferrari

Miroslav Krleža


Il mughetto rosa ha un profumo delicato

Il mughetto rosa
ha un profumo delicato,
sulla forca dondoleremo tutti
lentamente.

Ehi, ahi, è arrivata la fine,
per noi maggio non avrà più il suo profumo!

Latrava per tutta la notte quel cane furioso,
per tutta la notte il becchino ha lavorato di pialla.

C’innaffieranno la tomba di piscio,
e sulle viscere nostre getteranno concime di cane a palate.

Il mughetto bianco profuma di morte,
nessuno è tornato vivo dalla forca.

Ehi, ahi, fiorisca pur maggio,
mai da quell’inferno
faremo ritorno.

 

Le ballate di petrica kerempuh (Einaudi, 2007), a cura di S. Ferrari

© Leonard Lesic Artwork

Vesna Parun

parun

La casa sulla strada

Ero stesa nella polvere sul ciglio della strada.
Non vidi il suo volto.
Né lui vide il mio.

Impallidirono le stelle e l’aria si fece blu.
Non vidi le sue mani
Né lui vide le mie.

L’oriente mutò in un limone verde.
Ho aperto gli occhi per un uccellino.

Allora seppi chi amai
per la vita intera.
Allora lui seppe di chi le povere mani
abbracciava.

E l’uomo il suo fardello prese, e partì
in lacrime verso la sua casa.
E la sua casa è la polvere della strada
com’è anche casa mia.

 

Né sogno né cigno (Spring, 1999), trad. it. J. Spaccini

Milazim Krasniqi

Milazim-Krasniqi

Che cos’è la patria

Patria ombra mia
Non è facile dirle addio

Ad ogni passo che la lasci dietro
Lei si sforma come un sogno

Ma che cos’è la patria ombra mia
Che trema tanto disperata
E mi rovina l’equilibrio
Cambiandomi in plastica
Oppure solo i miraggi nebulosi
Delle estensioni illiriche
Che sono strutture attraverso la cronaca
Come gli infelici nelle rocche assediate

Delle città fatte cenere da Pal Emili
Dei castelli distrutti
Che diventano come bastoni
Ai tradimenti ideologie emorragie
Benedici il significato della patria
Ombra mia
Che si contorce molto turbata
Ma perché mi abbandoni anche tu

 

Poesie dal Kosovo (Besa, 1999), trad. it. D. Giancane

Ivo Andrić

Ivo-Andrić-2

 

L’oscurità

Non so dove vanno questi giorni miei
né dove mi portano queste notti.
Non so.

Non so il perché di questa fitta bruma
su tutte le attese,
né il perché del negletto disordine
su tutte le fatiche,
e nemmeno il perché dell’oblio mesto,
su quel che si è amato.

Nebbia.
Chi mi dirà stanotte cosa sono
i volti, le cose e i ricordi dei giorni passati?
E dove vanno questi giorni miei
E perché s’inebria il tenebroso cuore mio?
Dove? Perché?

 

Poesie scelte (Le Lettere, 2000), a cura di S. Šmitran

Nikola Šop

Nikola_Sop

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco, ora ascolta nuovamente
il primo compito
e impara a ripetere
quello che nuovamente ti rivelerò.

Non confondere con questo le caducità terrene.
Abituati pian piano a toccare
quel che appena ti rivelo
con i polpastrelli

e non osare a toccarlo
che con lo sguardo.
Sta’ là soltanto, attendi
che mi ricordi quel che ho da dirti,

io, che so
tutto l’inconcepibile.

 

Mentre i cosmi appassiscono (Libri Scheiwiller, 1996), trad. it. D. Pušek

Andrej Budal

Andrej_Budal interno poesia

 

Bollettino di guerra

Quarto anno di guerra. Verso sera
al bollettino mi spinge attraverso i castagni
in un’attesa ogni giorno più dolorosa.
“Niente di nuovo”, dice il corriere.

Niente di nuovo: la morte prosegue il banchetto,
oggi come ieri lo stesso macello,
agonie, centinaia di migliaia di lamenti.
Quarto anno di guerra… Quando la pace?

Niente di nuovo – solo la morte mieterà per sempre;
e anche se per milioni di anni
l’umanità accumulerà lavoro,

niente di nuovo più potrà vedere il mondo;
solo chi oggi è stato colpito dalla palla
libero dal vecchio, potrà guardare il nuovo.

 

La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti (Nottetempo, 2014) trad. it. L. Matteusich

Vanja Strle

vania strle

 

Tra ombra e luce

Tra ombra e luce
ci sono differenze minime
(l’ombra è solo un’irradiazione
meno ricca).
Il tempo si muove
entro il loro cerchio
e il poeta non si firma
sotto le sue poesie;
se sono sue,
sono tue, mie
(l’elementare diritto dell’arte
è la sua particolare percezione
in ogni singolo individuo),
nostre,
adesso e nel futuro,
a tempo debito – che verrà –
parleranno di nuovo con noi.

 

Quale fuoco (Mobydick, 2009), trad. it. J. Milič

Arben Dedja

arben_dedja

 

Elegia crudele per mio padre

Ho lavato mio padre morto
una mattina di marzo con i geloni
d’inverno ancora ai piedi
e proprio ai piedi iniziai
– acqua e sapone – finché ebbe
odore di detersivo poi tra le cosce
ho sfiorato appena i testicoli in quella
occasione per la prima volta svelati
lo vestii con camicia e abito
il migliore tenendogli dritta
la testa che non cadesse sul petto
lo sdraiai senza-orologio-e-senza-anello
gli pettinai i capelli bianchi lo rasai
a secco ansimai con le scarpe
nuove tre-manici-di-cucchiai-spezzati e
alla fine gli misi una cravatta dopo
aver fatto prima il nodo sul mio
collo.

 

La manutenzione delle maschere (Kolibris, 2010), a cura di M. Lecomte