Anne Sexton

Una sola volta

Una sola volta compresi lo scopo della vita.
Accadde a Boston, inaspettatamente.
Camminavo lungo il Charles
e vidi le luci duplicarsi, tutte
con il cuore al neon e vibrante,
spalancando la bocca come cantanti d’opera;
e contai le stelle, le mie piccole veterane,
cicatrici fiorite, e capii che stavo portando
il mio amore sulla sponda verde notturna, e in lacrime
aprii il cuore alle auto dirette a est e a ovest
e feci passare un ponticello alla mia verità
e la condussi a casa in fretta col suo fascino
e fino all’alba accumulai queste costanti
per scoprire poi che se n’erano andate.

 

L’estrosa abbondanza (Crocetti, 1997), a cura di R. Lo Russo, Satta Centanin A., E. Zuccato

Mark Strand


C’è un’isola nelle tenebre, un luogo di sogno
dove il frusciare del vento vaga su prati bianchi
e scarmiglia le foglie alle piante, le piante alte
venate d’oro che lì fiancheggiano i viali;
e i nuovi arrivati sono felici d’essere le sericee
vestigia di ciò che son stati ma non sanno ricordare;
si muovono al rumore degli astri, che pure è immaginato,
ma a chi importa… le colonne levigate che scorgono
può darsi non siano che fasci di luce, ma per chi
persevera a vivere nel fulgore delle proprie vestigia
ciò conta poco. C’è un’isola
nelle tenebre e tu ti ci troverai, prometto, tu
sarai con me in paradiso, nell’unica stagione dell’essere,
nel luogo del per sempre, tu troverai te stesso. E là
le foglie muteranno colore e mai cadranno, là il vento
canterà e sarà la tua voce come fosse la prima volta.

Uomo e cammello (Mondadori, 2007), trad. it. D. Abeni

Octavio Paz


Destino del poeta

¿Palabras? Sí, de aire,
y en el aire perdidas.
Déjame que me pierda entre palabras,
déjame ser el aire en unos labios,
un soplo vagabundo sin contornos
que el aire desvanece.

También la luz en sí misma se pierde.

 

*

 

Destino del poeta

Parole? Sì, d’aria,
perdute nell’aria.
Lascia che mi perda tra le parole,
lascia che sia l’aria sulle labbra,
un soffio vagabondo senza contorni,
breve aroma che l’aria disperde.

Anche la luce si perde in se stessa.

 

Libertà sulla parola (Guanda, 1965), trad. it. G. Bellini

Forrest Gander


On a Sentence by Fernanda Melchor

¿Qué es lo más cabrón que te ha pasado en la vida?
The most fucked-up thing to happen to me?
Addled by busyness, I crumpled my life and let it drop
and then I outlived my life, rocking
on my misery like a cypress in the wind. I watched
stars emerge from a black egg. Lucidity
of loss. Someone came to tell me the spider
vibrating on its long legs in the ceiling corner
over my desk doesn’t exist now. It is wedged
between the violent uninterruptedness
of one single day and the void I discovered
inside myself. Forehead tautening with self-pity.
I said, You think you know me, but you don’t
Know me from Adam’s goat. And she said,
I do, and you are one and the same thing.

 

Be With (New Directions, 2018)

*


Su una frase di Fernanda Melchor

¿Qué es lo más cabrón que te ha pasado en la vida?
La cosa peggiore che mi è capitata?
Perso nel fare, ho accartocciato la vita e l’ho lasciata cadere
e poi sono sopravvissuto a me stesso, cullandomi
nell’infelicità come un cipresso nel vento. Ho guardato
stelle emergere da un uovo nero. Lucidità
della perdita. Qualcuno è venuto a dirmi che il ragno
che vibrava sulle sue lunghe zampe nell’angolo del soffitto
sopra la mia scrivania ora non esiste. È incastrato
tra la violenza incessante
di un singolo giorno e il vuoto che mi sono
scoperto dentro. La fronte tirata in autocommiserazione.
Pensi di conoscermi, ho detto, ma non mi
distingui dalla capra di Adamo. E lei ha detto
ti conosco, e siete esattamente la stessa cosa.

 

Traduzione di Anna Aresi

Robert Lowell

Epilogo

Quelle beate strutture, intreccio e rima –
perché non mi sono d’aiuto ora
che voglio fare
qualcosa di immaginato, non ricordato?
Sento il suono della mia stessa voce:
“La visione del pittore non è una lente,
trema nell’accarezzare la luce”.
Ma a volte tutto ciò che scrivo
con l’arte logora del mio occhio
sembra un’istantanea
livida, rapida, vistosa, folta,
più intensa della vita,
eppure paralizzata dal fatto.
Tutto è mésalliance,
eppure perché non dire ciò che accade?
Prega per la grazia accurata
che Vermeer diede all’illuminazione del sole
che muove come marea sulla carta
fino alla sua ragazza solida di struggimento.
Noi siamo poveri fatti passeggeri,
da ciò ammoniti a dare
a ogni figura nella fotografia
il suo nome vivente.

 

Giorno per giorno (Mondadori, 2001)

Marianne Moore


Silence

My father used to say,
«Superior people never make long visits,
have to be shown Longfellow’s grave
or the glass flowers at Harvard.
Self-reliant like the cat –
that takes its prey to privacy,
the mouse’s limp tail hanging like a shoelace from its mouth –

they sometimes enjoy solitude,
and can be robbed of speech
by speech which has delighted them.
The deepest feeling always shows itself in silence;
not silence, but restraint».
Nor was he insincere in saying, «Make my house your inn».
Inns are not residences.

 

Selected Poems, Macmillan, New York, 1935

 

*

 

Silenzio

Mio padre usava dire:
«Il tipo superiore non farà visite lunghe,
né si avrà bisogno di indicargli la tomba di Longfellow
o i fiori in vetro a Harvard.
Sicuro di se stesso come il gatto –
che porta la preda in un cantuccio, con la coda
del topo a penzolare dalla bocca, come un laccio –

a volte si godrà la solitudine e potrà
ridursi a non avere più parole
se ascolterà parole che lo incantino, ché è sempre
nel silenzio che il sentire più profondo si rivela, o meglio:
non nel silenzio, nel riserbo». Eppure
mio padre era sincero se diceva «La mia casa sia il tuo albergo».
Albergo non è uguale a residenza.

Traduzione di Simone Pagliai

Charles Simic

Il mio ineludibile entourage

Non siamo mai stati presentati formalmente.
Non avevo idea di quanti fossero.
Era come un discreto entourage
di angeli e demoni nostrani
che avessi incontrato prima
e poi in gran parte dimenticato.

Nei momenti di pericolo si facevano vedere poco.
Dove sparivano tutti?
Una notte lo domandai a un criminale
che mi puntava un coltello alla gola,
ma anche lui era spaventato,
e mi lasciò andare senza una parola.

Sconcertante, agghiacciante
dover pensare alla propria solitudine,
come aprire un libro per bambini –
non avendo niente di meglio da fare –, leggere delle stelle,
che possono permettersi di impiegare secoli
per giungere fino a noi su un barbaglio di luce.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. Nicola Gardini

Claribel Alegría


Insomnio

Sigue mi mente
hacinando desechos
que me invaden
invaden mi poesía
mi universo
y no me dejan
conciliar el sueño.
¿Qué puedo hacer
para extinguirlos
para lavar mi mente
y que vuelva la paz?
No lo consigue el llanto
ni la oración
ni tú.
Es hora de emigrar
de confundirme con la tierra
de esfumarme.

 

*

 

Insonnia

Non smette la mia mente
di ammucchiare rifiuti
che invadono me
la mia poesia
il mio universo
e non mi lasciano
prendere sonno.
Come fare
per estinguerli
per lavare la mente
e tornare alla pace?
Non ce la fa il pianto
né la preghiera
neppure tu.
È ora di emigrare
confondermi con la terra
e dissolvermi.

 

Voci (Samuele Editore, 2015), trad. di Zingonia Zingone e Marina Benedetto

Robert Frost


Luoghi deserti

Fitte cadere notte e neve, oh, fitte
In un campo ho guardato passando oltre
E il suolo quasi uniforme sotto la coltre
Più non mostra che fili d’erba e stoppie.

I boschi intorno sono padroni del campo.
Ogni animale soffoca nella tana.
Io non conto, perché la mia mente è lontana:
La solitudine in sé inavvertito mi chiude.

E, solitaria com’è, la solitudine
Ancor più solitaria, anzi che meno, sarà
– Un candore più vacuo di neve ottenebrata
Senza espressione, senza nulla da esprimere.

Non mi fanno paura coi loro spazi aperti
E vuoti fra le stelle dove non è stirpe umana,
Quando io posso da me così vicino a casa
Far paura a me stesso con i miei luoghi deserti.

 

Conoscenza della notte e altre poesie (Mondadori, 1988), trad. it. Giovanni Giudici

Richard Harrison


Now is the Winter

With the last ounces of his grace, my father
stands up from his wheelchair, turns toward
the bed as though the floor is ice;
he tilts his spine, knees bent, and waits to shift
his weight to mine; I lay him on the blanket
and kiss his lips. We talk of Shakespeare
who carried him line by line through tropic wars
to the final surgery on his failing hips.
Now is the winter of our discontent,
he recites from those pages of his brain
no disease has yet erased,
the words the prayer of one
who has no god to hear his cries, his powers spent.
When he asks, I promise to be with him when he dies,
and winter stirs in the broken fingers
of my hand that long ago healed winter cold
into mended bone. My father sleeps as the land sleeps –
and I am taught that nothing is immortal
and awake forever. Outside, the heroes, green,
and knowing only what they see,
take their sticks and pucks and
lean into their shots
while the mid-winter’s night
dreams water turned to stone beneath their feet.

 

*

 

Ora è l’inverno

Con le ultime once di grazia, mio padre
si alza dalla sedia a rotelle, si volta verso
il letto come se il pavimento fosse ghiaccio;
inclina la spina dorsale, ginocchia piegate, e aspetta di spostare
il suo peso sul mio; lo poso sulla coperta
e lo bacio sulle labbra. Parliamo di Shakespeare
che lo ha accompagnato verso dopo verso per le guerre tropicali
alla chirurgia finale sui suoi fianchi precari.
Ora è l’inverno del nostro malumore,
recita da quelle pagine di cervello
che nessuna malattia ha ancora cancellato,
le parole la preghiera di uno
che non ha un dio per ascoltare le sue grida, le sue forze esaurite.
Quando lo chiede, prometto di restare con lui quando muore,
e l’inverno si agita nelle dita spezzate
della mia mano che tanto tempo fa guarì il freddo invernale
in ossa riparate. Mio padre dorme come dorme la terra –
e imparo che niente è immortale
e sveglio per sempre. Fuori, gli eroi, verdi,
che sanno solo quello che vedono,
prendono i bastoni e i dischi da hockey e
si piegano sui propri colpi
mentre la notte di metà inverno
sogna che l’acqua sia diventata pietra sotto i loro piedi.

 

Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione (‘roundmidnight edizioni, 2018), trad. it. Riccardo Frolloni