Allen Ginsberg

Che fortuna

Son fortunato che ho tutte le dita della mano destra
Che a far pipì non sento tanto male
Che la pancia mi funziona
Che di notte a letto dormo bene, la pennica nel pomeriggio
Che posso far due passi con calma su First Avenue
Che metto insieme duecentomila all’anno
Cantando Eli Eli, scrivendo quello che mi passa per la testa, cesellando primordiali ghirigori, Insegnando al college buddhista, scattando con Leica foto di fermate d’autobus da dietro la la finestra dei miei occhi

E sentire le sirene delle ambulanze, il profumo dell’aglio e della ruggine, il sapore dei cachi e della passera di mare, camminare scalzo al piano di sopra con le piante dei piedi un po’ desensibilizzate
Fortunato che posso pensare, e che in cielo può nevicare

 

Morte e fama (Il Saggiatore, 2009), trad. it. L. Fontana, L. Carra

Edna St. Vincent Millay

Nel dorato bacile d’un gran canto
versiamo tutta la nostra passione;
si giacciano abbracciati gli altri amanti
nel riposo d’amore noi parliamo
con la lingua di tutto il mondo: il sangue
che s’agita, la lunga inerzia, i fremiti,
le calde palme supplici all’ospite che
fugge,
ed un’anima sola, indifesa, ma forte.
Il desiderio solo canta al liuto;
nell’aperto sospiro, fra le ortiche
s’acquieti il menestrello, ozioso e muto
anche lui – sia l’amore alto e lontano:
tradisce il ramo più alto quel frutto
che ogni passante può trovare a terra.

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Robert Lowell

Tartaruga che ritorna

Per settimane a camminare, un digiuno nella vasca da bagno,
carne cruda tritata a muffire nel ristagno dell’acqua,
la stanza imbevuta di odore persistente come cherosene –
nessuno si faceva la barba e solo la tartaruga si bagnava.
Era così bella quando la rovesciavamo con un colpetto:
verdi, rossi, gialli, ornamento dello sbiadito selvaggio,
l’ultimo Sioux, vecchio ed esausto, che dice con fatica,
“Perché il Grand Padre Bianco non mette i suoi figli rossi
sulle ruote e ci sposta a suo piacimento?”
Andammo in macchina al fiume Orland e guardammo la tartaruga
precipitarsi verso l’acqua come corresse a nozze,
nuotando con gioia incontaminata,
leggiadre le mosche che nutrivano quella sottile superficie,
una tartaruga che si voltava a guardarci e ammiccava.

 

Il delfino e altre poesie (Mondadori, 1989), trad. it. R. Anzillotti

Anne Sexton

Una sola volta

Una sola volta compresi lo scopo della vita.
Accadde a Boston, inaspettatamente.
Camminavo lungo il Charles
e vidi le luci duplicarsi, tutte
con il cuore al neon e vibrante,
spalancando la bocca come cantanti d’opera;
e contai le stelle, le mie piccole veterane,
cicatrici fiorite, e capii che stavo portando
il mio amore sulla sponda verde notturna, e in lacrime
aprii il cuore alle auto dirette a est e a ovest
e feci passare un ponticello alla mia verità
e la condussi a casa in fretta col suo fascino
e fino all’alba accumulai queste costanti
per scoprire poi che se n’erano andate.

 

L’estrosa abbondanza (Crocetti, 1997), a cura di R. Lo Russo, Satta Centanin A., E. Zuccato

Mark Strand


C’è un’isola nelle tenebre, un luogo di sogno
dove il frusciare del vento vaga su prati bianchi
e scarmiglia le foglie alle piante, le piante alte
venate d’oro che lì fiancheggiano i viali;
e i nuovi arrivati sono felici d’essere le sericee
vestigia di ciò che son stati ma non sanno ricordare;
si muovono al rumore degli astri, che pure è immaginato,
ma a chi importa… le colonne levigate che scorgono
può darsi non siano che fasci di luce, ma per chi
persevera a vivere nel fulgore delle proprie vestigia
ciò conta poco. C’è un’isola
nelle tenebre e tu ti ci troverai, prometto, tu
sarai con me in paradiso, nell’unica stagione dell’essere,
nel luogo del per sempre, tu troverai te stesso. E là
le foglie muteranno colore e mai cadranno, là il vento
canterà e sarà la tua voce come fosse la prima volta.

Uomo e cammello (Mondadori, 2007), trad. it. D. Abeni

Octavio Paz


Destino del poeta

¿Palabras? Sí, de aire,
y en el aire perdidas.
Déjame que me pierda entre palabras,
déjame ser el aire en unos labios,
un soplo vagabundo sin contornos
que el aire desvanece.

También la luz en sí misma se pierde.

 

*

 

Destino del poeta

Parole? Sì, d’aria,
perdute nell’aria.
Lascia che mi perda tra le parole,
lascia che sia l’aria sulle labbra,
un soffio vagabondo senza contorni,
breve aroma che l’aria disperde.

Anche la luce si perde in se stessa.

 

Libertà sulla parola (Guanda, 1965), trad. it. G. Bellini

Forrest Gander


On a Sentence by Fernanda Melchor

¿Qué es lo más cabrón que te ha pasado en la vida?
The most fucked-up thing to happen to me?
Addled by busyness, I crumpled my life and let it drop
and then I outlived my life, rocking
on my misery like a cypress in the wind. I watched
stars emerge from a black egg. Lucidity
of loss. Someone came to tell me the spider
vibrating on its long legs in the ceiling corner
over my desk doesn’t exist now. It is wedged
between the violent uninterruptedness
of one single day and the void I discovered
inside myself. Forehead tautening with self-pity.
I said, You think you know me, but you don’t
Know me from Adam’s goat. And she said,
I do, and you are one and the same thing.

 

Be With (New Directions, 2018)

*


Su una frase di Fernanda Melchor

¿Qué es lo más cabrón que te ha pasado en la vida?
La cosa peggiore che mi è capitata?
Perso nel fare, ho accartocciato la vita e l’ho lasciata cadere
e poi sono sopravvissuto a me stesso, cullandomi
nell’infelicità come un cipresso nel vento. Ho guardato
stelle emergere da un uovo nero. Lucidità
della perdita. Qualcuno è venuto a dirmi che il ragno
che vibrava sulle sue lunghe zampe nell’angolo del soffitto
sopra la mia scrivania ora non esiste. È incastrato
tra la violenza incessante
di un singolo giorno e il vuoto che mi sono
scoperto dentro. La fronte tirata in autocommiserazione.
Pensi di conoscermi, ho detto, ma non mi
distingui dalla capra di Adamo. E lei ha detto
ti conosco, e siete esattamente la stessa cosa.

 

Traduzione di Anna Aresi

Robert Lowell

Epilogo

Quelle beate strutture, intreccio e rima –
perché non mi sono d’aiuto ora
che voglio fare
qualcosa di immaginato, non ricordato?
Sento il suono della mia stessa voce:
“La visione del pittore non è una lente,
trema nell’accarezzare la luce”.
Ma a volte tutto ciò che scrivo
con l’arte logora del mio occhio
sembra un’istantanea
livida, rapida, vistosa, folta,
più intensa della vita,
eppure paralizzata dal fatto.
Tutto è mésalliance,
eppure perché non dire ciò che accade?
Prega per la grazia accurata
che Vermeer diede all’illuminazione del sole
che muove come marea sulla carta
fino alla sua ragazza solida di struggimento.
Noi siamo poveri fatti passeggeri,
da ciò ammoniti a dare
a ogni figura nella fotografia
il suo nome vivente.

 

Giorno per giorno (Mondadori, 2001)

Marianne Moore


Silence

My father used to say,
«Superior people never make long visits,
have to be shown Longfellow’s grave
or the glass flowers at Harvard.
Self-reliant like the cat –
that takes its prey to privacy,
the mouse’s limp tail hanging like a shoelace from its mouth –

they sometimes enjoy solitude,
and can be robbed of speech
by speech which has delighted them.
The deepest feeling always shows itself in silence;
not silence, but restraint».
Nor was he insincere in saying, «Make my house your inn».
Inns are not residences.

 

Selected Poems, Macmillan, New York, 1935

 

*

 

Silenzio

Mio padre usava dire:
«Il tipo superiore non farà visite lunghe,
né si avrà bisogno di indicargli la tomba di Longfellow
o i fiori in vetro a Harvard.
Sicuro di se stesso come il gatto –
che porta la preda in un cantuccio, con la coda
del topo a penzolare dalla bocca, come un laccio –

a volte si godrà la solitudine e potrà
ridursi a non avere più parole
se ascolterà parole che lo incantino, ché è sempre
nel silenzio che il sentire più profondo si rivela, o meglio:
non nel silenzio, nel riserbo». Eppure
mio padre era sincero se diceva «La mia casa sia il tuo albergo».
Albergo non è uguale a residenza.

Traduzione di Simone Pagliai

Charles Simic

Il mio ineludibile entourage

Non siamo mai stati presentati formalmente.
Non avevo idea di quanti fossero.
Era come un discreto entourage
di angeli e demoni nostrani
che avessi incontrato prima
e poi in gran parte dimenticato.

Nei momenti di pericolo si facevano vedere poco.
Dove sparivano tutti?
Una notte lo domandai a un criminale
che mi puntava un coltello alla gola,
ma anche lui era spaventato,
e mi lasciò andare senza una parola.

Sconcertante, agghiacciante
dover pensare alla propria solitudine,
come aprire un libro per bambini –
non avendo niente di meglio da fare –, leggere delle stelle,
che possono permettersi di impiegare secoli
per giungere fino a noi su un barbaglio di luce.

 

Club Midnight (Adelphi, 2008), trad. it. Nicola Gardini