Richard Harrison


Now is the Winter

With the last ounces of his grace, my father
stands up from his wheelchair, turns toward
the bed as though the floor is ice;
he tilts his spine, knees bent, and waits to shift
his weight to mine; I lay him on the blanket
and kiss his lips. We talk of Shakespeare
who carried him line by line through tropic wars
to the final surgery on his failing hips.
Now is the winter of our discontent,
he recites from those pages of his brain
no disease has yet erased,
the words the prayer of one
who has no god to hear his cries, his powers spent.
When he asks, I promise to be with him when he dies,
and winter stirs in the broken fingers
of my hand that long ago healed winter cold
into mended bone. My father sleeps as the land sleeps –
and I am taught that nothing is immortal
and awake forever. Outside, the heroes, green,
and knowing only what they see,
take their sticks and pucks and
lean into their shots
while the mid-winter’s night
dreams water turned to stone beneath their feet.

 

*

 

Ora è l’inverno

Con le ultime once di grazia, mio padre
si alza dalla sedia a rotelle, si volta verso
il letto come se il pavimento fosse ghiaccio;
inclina la spina dorsale, ginocchia piegate, e aspetta di spostare
il suo peso sul mio; lo poso sulla coperta
e lo bacio sulle labbra. Parliamo di Shakespeare
che lo ha accompagnato verso dopo verso per le guerre tropicali
alla chirurgia finale sui suoi fianchi precari.
Ora è l’inverno del nostro malumore,
recita da quelle pagine di cervello
che nessuna malattia ha ancora cancellato,
le parole la preghiera di uno
che non ha un dio per ascoltare le sue grida, le sue forze esaurite.
Quando lo chiede, prometto di restare con lui quando muore,
e l’inverno si agita nelle dita spezzate
della mia mano che tanto tempo fa guarì il freddo invernale
in ossa riparate. Mio padre dorme come dorme la terra –
e imparo che niente è immortale
e sveglio per sempre. Fuori, gli eroi, verdi,
che sanno solo quello che vedono,
prendono i bastoni e i dischi da hockey e
si piegano sui propri colpi
mentre la notte di metà inverno
sogna che l’acqua sia diventata pietra sotto i loro piedi.

 

Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione (‘roundmidnight edizioni, 2018), trad. it. Riccardo Frolloni

Dennis Nurkse


Dog to Pain

In the slow-swift years, pain would lock me
long days in a narrow room with a fly and a water bowl,
re-emerge in a jangle of keys, and walk me down those dim blocks
where small dead things in the gutter smell so fascinating —
free from pain. My leash was short, my collar tight,
but they could have been shorter and tighter. In the brief moment
before dark, pain ruffled my hair. Then we slept. Or I slept.
Pain does not exist, except in the mind, but who does?
The cat stared at the wall, the goldfish swam in circles.
On weekends, pain took me to the park and tossed a red ball
and I retrieved it, with what joy I found it, gummed it,
brought it back in many lunges and side-scampers.
I would fetch it now if I were not healed.

 

From: TLS, The Times Literary Supplement (November, 2012)

*

 

Il cane del dolore

Negli anni lenti-veloci, il dolore mi rinchiudeva
per lunghi giorni in una stretta stanza con una mosca e una ciotola di acqua,
ricompariva poi con tintinnio di chiavi, per portami a spasso lungo edifici bui
dove piccole cose morte negli scoli mandavano odori attraenti –
libero dal dolore. Il guinzaglio era corto, il collare stretto,
ma avrebbero potuto essere più corto e più stretto. In quell’attimo breve
che precede il buio, il dolore mi arruffava il pelo. Poi dormivamo. Ovvero, io dormivo.
Il dolore non esiste, se non nella mente, ma chi può dire di esistere?
Il gatto guardava il muro, il pesce rosso nuotava in cerchi.
Nei fine settimana, il dolore mi portava al parco e mi tirava una palla rossa,
io la recuperavo, con che gioia la trovavo, la azzannavo,
la riportavo con scarti e balzi.
La riporterei anche adesso, non fossi guarito.

 

Traduzione in italiano di Carla Buranello

J. Mitchell


This is Not My Mother

They were so shocked – the friends, who hurried past
her open coffin – no one had been warned.
Appalled to find there wasn’t more to her, no longer twice the size

of the whole room – cut down by cancer to her flinty self.
Mouth closed for once, her roaring laugh replaced
with humming silence – what remained of the dread

organ music she requested with one hymn: Breathe on me, breath of God.
Her cheeks, now hollowed out, still had their girlish glow,
but false – a symptom of her feeble heart or the embalmer’s hand.

I chose the last dress she would ever wear, more like a sack,
with half its contents emptied out.
The collar needed to be straightened; but I was scared

to reach across to her. The deadly eyes might open;
the line burst into mouth again.
She’d tell me not to fuss, keep still, stand back.

I did and watched her friends, the ones who cried and took their seats.
They didn’t seem to notice me, dry-eyed.
I sang: Breathe on me, breath of God. Fill me with life anew.

 

*

 

Non è mia madre questa

Rimasero scioccati – gli amici che sfilarono
davanti alla bara aperta – nessuno era stato avvertito.
Inorriditi nello scoprire quanto poco era rimasto di lei, non più il doppio

dell’intera stanza – ridotta dal cancro alla sua essenza ossea.
La bocca chiusa, per una volta, la risata fragorosa sostituita
dal silenzio di un’eco – ciò che restava della tremenda

musica d’organo che aveva voluto per inno: Alita su di me, alito di Dio.
Le guance, ora scavate, conservavano un colorito roseo di ragazza,
ma falso – sintomo del cuore debole o della mano dell’estetista.

Avevo scelto l’ultimo vestito che aveva indossato, quasi un sacco,
semi svuotato del suo contenuto.
Il colletto doveva essere raddrizzato; ma ebbi paura

di toccarla. Gli occhi spenti potevano riaprirsi;
la linea della bocca riprendere vita.
Mi avrebbe detto, non agitarti, stai ferma, stai indietro.

Così feci e osservai i suoi amici, chi piangeva e prendeva posto.
Non fecero caso a me, mi parve, ai miei occhi asciutti.
Cantai: Alita su di me, alito di Dio. Riempimi di nuova vita.

 

© Inedito tradotto da Giorgia Sensi

Philip Schultz


It’s Sunday Morning in Early November

and there are a lot of leaves already.
I could rake and get a head start.
The boys’ summer toys need to be put
in the basement. I could clean it out
or fix the broken storm window.
When Eli gets home from Sunday school,
I could take him fishing. I don’t fish
but I could learn to. I could show him
how much fun it is. We don’t do as much
as we used to do. And my wife, there’s
so much I haven’t told her lately,
about how quickly my soul is aging,
how it feels like a basement I keep filling
with everything I’m tired of surviving.
I could take a walk with my wife and try
to explain the ghosts I can’t stop speaking to.
Or I could read all those books piling up
about the beginning of the end of understanding…
Meanwhile, it’s such a beautiful morning,
the changing colors, the hypnotic light.
I could sit by the window watching the leaves,
which seem to know exactly how to fall
from one moment to the next. Or I could lose
everything and have to begin over again.

 

*

 

È domenica mattina ai primi di novembre

e ci sono già molte foglie.
Potrei spazzarle via e andare avanti col lavoro.
I giochi estivi dei ragazzi vanno messi
in cantina. Potrei sgomberarla
o riparare la controfinestra rotta.
Quando Eli torna dalla scuola domenicale
potrei portarlo a pescare. Non lo so fare
ma potrei imparare. Potrei fargli vedere
quanto è divertente. Non facciamo più tante cose
come prima. E mia moglie, c’è così tanto
che non le ho detto di recente,
di quanto veloce invecchia la mia anima,
una cantina che continuo a riempire
di tutto quello che sono stanco di portarmi dietro.
Potrei fare due passi con lei e cercare
di spiegare i fantasmi con cui parlo senza sosta.
O mettermi a leggere tutti quei libri accatastati
sull’inizio della fine della ragione…
Intanto, è così bello stamattina,
i colori che cambiano, la luce ipnotica.
Potrei sedermi accanto alla finestra a guardare le foglie,
che sembrano sapere esattamente come cadere
da un momento all’altro. O potrei lasciar perdere
tutto e ricominciare da capo.

 

Il dio della solitudine (Donzelli, 2018), a cura di Paola Splendore

Charles Simic


L’amico qualcuno

Un improvviso sbuffo d’aria fresca,
da qualche parte forse una porta
si è aperta nella quiete della sera.
Qualcuno esita sulla soglia
con un tenue sorriso
di lieto presentimento.

In questo giorno senza data,
in un vicolo oscuro,
se non fosse per qualche
sporadico bagliore di TV
e per un solitario albero in fiore
che si trascina dietro un lungo corteo
di bianchi petali e di ombre.

 

Hotel insonnia (Adelphi, 2002)

Ben Lerner


Accudire con cura Celan nel terminal dell’aeroporto.
Ammirare l’abutilon nell’atrio. Questo aggettivo
per quell’angoscia. Le pose innaturali
del turista addormentato. Ricordate

gli anni ’80? Schiacciavano rewind
e la neve rifiutava la terra.
Tutti parlavano tedesco,
tutti indossavano tenute sportive non taroccate.

Alcuni hanno preso di petto la tua assenza. Altri l’hanno presa
da sdraiati. Altri ancora l’hanno presa con latte
e zucchero. Solo tua moglie l’ha presa da uomo.

Il mio volo è partito da Danver.
Il mio volo sta imbarcando. Il mio volo ora lentamente
si sta staccando dal gate.

 

Le figure di Lichtenberg (Tlon, 2017), trad. di Damiano Abeni e Moira Egan

Anne Sexton


Casalinga

Certe donne sposano una casa.
Altra pelle, altro cuore
altra bocca, altro fegato
altra peristalsi.
Altre pareti:
incarnato stabilmente roseo.
Guarda come sta a carponi tutto il giorno
A strofinar per fedeltà se stessa.
Gli uomini c’entrano per forza,
risucchiati come Giona
in questa madre ben in carne.
Una donna è sua madre.
Questo conta.

 

Rivista “Poesia” (n. 90, dicembre 1995), traduzione di Rosaria Lo Russo

David Cappella


XXVIII

Finally, Giacomo leaves home

The falconer had released the falcon.
My father has given me up to the world!
He stood at the door of the library,
pale and unsure, eyes wide with concern.
I flew down the marble staircase, away
toward the doorway and my waiting family.
In front of my mother, whose hand I kissed,
in front of my brother, whom I hugged hard,
in front of my sister, whose hug I drank.
A thermal of anxiousness swept me
up into the waiting carriage. At last,
uncaged; at long last, golden-winged
and light, the thin air of the horizon
before me as I traveled toward Roma.

*

XXVIII

Infine, Giacomo va via di casa

Il falconiere aveva liberato il falco.
Mio padre m’ha ceduto al mondo!
Sulla soglia della biblioteca stava,
pallido e dubitoso, occhi sgranati d’apprensione.
io scesi in volo la scalinata in marmo, via,
verso l’entrata e la famiglia in mia attesa.
Dinanzi a mia madre, cui baciai mano,
dinanzi a mio fratello, che forte abbracciai,
dinanzi a mia sorella, di cui l’abbraccio bevvi.
Una calda corrente d’ansietà mi sospinse
nella carrozza in attesa. Infine,
fuor di gabbia; finalmente, ali-dorata
e lieve, l’aria impalpabile dell’orizzonte
davanti a me in viaggio verso Roma.

 

Giacomo: A Solitaire’s Opera, trad. it. Angela D’Ambra

Grace Paley


Grazie a Dio non c’è nessuno Dio

Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti

se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce di fronte alla tortura
all’odio tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra terremoto

se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti

se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili con-
sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perchè questo è il giorno d’oggi ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi

abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni se

sappiamo essere responsabili se siamo
diventati responsabili

 

Fedeltà (Minimum Fax, 2011), trad. it. L. Brambilla, P. Cognetti

Wallace Stevens

 


Domination of Black

At night, by the fire,
The colours of the bushes
And of the fallen leaves,
Repeating themselves,
Turned in the room,
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
Yes: but the colour of the heavy hemlocks
Came striding.
And I remembered the cry of the peacocks.

The colours of their tails
Were like the leaves themselves
Turning in the wind,
In the twilight wind.
They swept over the room,
Just as they flew from the boughs of the hemlocks
Down to the ground.
I heard them cry – the peacocks.
Was it a cry against the twilight
Or against the leaves themselves
Turning in the wind,
Turning as the flames
Turned in the fire,
Turning as the tails of the peacocks
Turned in the loud fire,
Loud as the hemlocks
Full of the cry of the peacocks?
Or was it a cry against the hemlocks?

Out of the window,
I saw how the planets gathered
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
I saw how the night came,
Came striding like the colour of the heavy hemlocks.
I felt afraid.
And I remembered the cry of the peacocks.

 

*

 

Dominio del nero

Di notte, accanto al fuoco,
i colori dei cespugli
e delle foglie morte
replicavano se stessi
girando nella stanza,
come le foglie stesse
che giravano nel vento.
Sì. Ma il colore dei pesanti abeti
venne a grandi passi.
E ricordai il grido dei pavoni.

Erano, i colori delle code,
come le foglie stesse
che giravano nel vento,
nel vento del crepuscolo.
Percorrevano la stanza
così come volavano dai rami degli abeti
fino a terra.
Li sentii gridare – i pavoni.
Era un grido contro il crepuscolo?
O un grido contro le foglie stesse
che giravano nel vento,
che giravano come le fiamme
giravano nel fuoco,
che giravano come le code dei pavoni
giravano nel fuoco vivo,
vivo come gli abeti
pieni del grido dei pavoni?
O era un grido contro gli abeti?

Fuori della finestra,
vidi il modo in cui i pianeti si riunivano
come le foglie stesse
che giravano nel vento.
Vidi il modo in cui la notte veniva,
veniva a grandi passi come il colore dei pesanti abeti.
Ebbi paura.
E ricordai il grido dei pavoni.

 

© Traduzione inedita di Simone Pagliai