Anne Sexton


Casalinga

Certe donne sposano una casa.
Altra pelle, altro cuore
altra bocca, altro fegato
altra peristalsi.
Altre pareti:
incarnato stabilmente roseo.
Guarda come sta a carponi tutto il giorno
A strofinar per fedeltà se stessa.
Gli uomini c’entrano per forza,
risucchiati come Giona
in questa madre ben in carne.
Una donna è sua madre.
Questo conta.

 

Rivista “Poesia” (n. 90, dicembre 1995), traduzione di Rosaria Lo Russo

David Cappella


XXVIII

Finally, Giacomo leaves home

The falconer had released the falcon.
My father has given me up to the world!
He stood at the door of the library,
pale and unsure, eyes wide with concern.
I flew down the marble staircase, away
toward the doorway and my waiting family.
In front of my mother, whose hand I kissed,
in front of my brother, whom I hugged hard,
in front of my sister, whose hug I drank.
A thermal of anxiousness swept me
up into the waiting carriage. At last,
uncaged; at long last, golden-winged
and light, the thin air of the horizon
before me as I traveled toward Roma.

*

XXVIII

Infine, Giacomo va via di casa

Il falconiere aveva liberato il falco.
Mio padre m’ha ceduto al mondo!
Sulla soglia della biblioteca stava,
pallido e dubitoso, occhi sgranati d’apprensione.
io scesi in volo la scalinata in marmo, via,
verso l’entrata e la famiglia in mia attesa.
Dinanzi a mia madre, cui baciai mano,
dinanzi a mio fratello, che forte abbracciai,
dinanzi a mia sorella, di cui l’abbraccio bevvi.
Una calda corrente d’ansietà mi sospinse
nella carrozza in attesa. Infine,
fuor di gabbia; finalmente, ali-dorata
e lieve, l’aria impalpabile dell’orizzonte
davanti a me in viaggio verso Roma.

 

Giacomo: A Solitaire’s Opera, trad. it. Angela D’Ambra

Grace Paley


Grazie a Dio non c’è nessuno Dio

Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti

se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce di fronte alla tortura
all’odio tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra terremoto

se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti

se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili con-
sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perchè questo è il giorno d’oggi ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi

abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni se

sappiamo essere responsabili se siamo
diventati responsabili

 

Fedeltà (Minimum Fax, 2011), trad. it. L. Brambilla, P. Cognetti

Wallace Stevens

 


Domination of Black

At night, by the fire,
The colours of the bushes
And of the fallen leaves,
Repeating themselves,
Turned in the room,
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
Yes: but the colour of the heavy hemlocks
Came striding.
And I remembered the cry of the peacocks.

The colours of their tails
Were like the leaves themselves
Turning in the wind,
In the twilight wind.
They swept over the room,
Just as they flew from the boughs of the hemlocks
Down to the ground.
I heard them cry – the peacocks.
Was it a cry against the twilight
Or against the leaves themselves
Turning in the wind,
Turning as the flames
Turned in the fire,
Turning as the tails of the peacocks
Turned in the loud fire,
Loud as the hemlocks
Full of the cry of the peacocks?
Or was it a cry against the hemlocks?

Out of the window,
I saw how the planets gathered
Like the leaves themselves
Turning in the wind.
I saw how the night came,
Came striding like the colour of the heavy hemlocks.
I felt afraid.
And I remembered the cry of the peacocks.

 

*

 

Dominio del nero

Di notte, accanto al fuoco,
i colori dei cespugli
e delle foglie morte
replicavano se stessi
girando nella stanza,
come le foglie stesse
che giravano nel vento.
Sì. Ma il colore dei pesanti abeti
venne a grandi passi.
E ricordai il grido dei pavoni.

Erano, i colori delle code,
come le foglie stesse
che giravano nel vento,
nel vento del crepuscolo.
Percorrevano la stanza
così come volavano dai rami degli abeti
fino a terra.
Li sentii gridare – i pavoni.
Era un grido contro il crepuscolo?
O un grido contro le foglie stesse
che giravano nel vento,
che giravano come le fiamme
giravano nel fuoco,
che giravano come le code dei pavoni
giravano nel fuoco vivo,
vivo come gli abeti
pieni del grido dei pavoni?
O era un grido contro gli abeti?

Fuori della finestra,
vidi il modo in cui i pianeti si riunivano
come le foglie stesse
che giravano nel vento.
Vidi il modo in cui la notte veniva,
veniva a grandi passi come il colore dei pesanti abeti.
Ebbi paura.
E ricordai il grido dei pavoni.

 

© Traduzione inedita di Simone Pagliai

Denise Levertov


Un’altra primavera

Nella bocca dorata di un fiore
il nero odore della terra in primavera.
Non più teschi sui nostri tavoli

ma l’insinuante
prova della morte – come se avessimo bisogno
di modi nuovi di morire? No,

non abbiamo bisogno
di modi nuovi di morire.
La morte in noi continua

a mettere a prova lo sfrenato
rischio di vivere,
così come Adamo lo arrischiò.

Bocca dorata, il sorriso obliquo
della luna verso ovest
è alla finestra nera,

Calavera di Primavera.
Mi fraintendete?
Sto pensando di vivere

di muoversi da un attimo verso
il seguente, e verso quello
che viene dopo, respirando

morte nell’aria di primavera, sapendo che
aria vuol dire anche
musica a cui cantare.

 

Poesia degli ultimi americani (Feltrinelli, 1995) a cura di Fernando Pivano

Edward Dorn


Se mai dovesse accadere

E siamo tutti lì insieme
il tempo ondeggerà al modo dei salici
e sarà veramente l’addio, sì,

ridendo a ciò che è dimenticato
e parlando di ciò che è nuovo
ammirando le rose che hai portato.
Così triste.

Non sapevi di essere alla fine
pensavi che la tua luminosa pera
la terra, sì,

fosse un’altra avventura in cui sei stato trattenuto
e guardato fissamente
dopo aver dormito
in cui sei stato tenuto in serbo
come una noce da uno scoiattolo, e mezzo
dimenticato,
ce n’erano tante, tante
cadute da poco.

 

Poesia degli ultimi americani (Feltrinelli, 1995) a cura di Fernanda Pivano

Ron Smith


The Birth of Modern Poetry

Chucked out of the Academy,
he sails straight
to a pastry shop
where the darkness laps
the gossip in his head,
the whispers. That line
lashed to that gondola:
how it goes slack, goes taut.
“Suffering
exists in order
to make people think,”
he will tell the daughter
he can’t yet imagine and certainly
does not want. Does he know
what he wants? A good pasta and something
potable. Liquid darkness and sputtering tapers–
flickers–but, sometimes
hard as gems . . .
You can spend an evening
in the mask shop
filling in
those empty eyes. Who really cares
if he sinks or swims? Homer
and Isabel. Hilda and Bill. He eats, when he eats,
too fast. The knife’s silver edge: the grinding: that Yeats
he reads and reads: he’ll get
to goddamn London and change the world.
Which way to change it? How do you know?
You make it new, make it up as you go,
and you keep on moving.

 

 

[This poem is dedicated to Mary de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” first appeared in Terminus 11, December 2014. It has been reprinted]

From The Humility of the Brutes, Louisiana State University Press, 2017.

 

*

 

La nascita della poesia moderna

Sbattuto fuori dall’Accademia,
veleggia dritto
a una pasticceria
dove la tenebra lambisce
le dicerie nella sua testa,
i mormorii. Quella gomena
legata a quella gondola:
come va lasca, va tesa.
“La sofferenza
esiste perché
la gente pensi,”
lo dirà a sua figlia
ancora non riesce a figurarselo e di sicuro
non vuole. Ma lo sa
ciò che vuole? Una buona pasta e qualcosa
di bevibile. Tenebra liquida e stoppini sfrigolanti –
sfavillii – eppure, a volte
duri come gemme. . .
Puoi passare una serata
nel negozio di maschere
a colmare
quegli occhi vuoti. Davvero, chi se ne frega
se lui affonda o sta a galla? Homer
e Isabel. Hilda e Bill. Lui mangia, quando mangia,
troppo in fretta. Il filo d’argento del coltello: l’affilatoio: lo Yeats
che legge e rilegge: arriverà
alla dannata Londra e cambierà il mondo.
In che modo cambiarlo? Come lo sai?
Lo rinnovi, te lo inventi nell’andare,
e continui a camminare.

 

[Questa poesia è dedicata a Maria de Rachewiltz. “The Birth of Modern Poetry” è apparsa la prima volta in Terminus, 11 dicembre 2014. È stata ristampata]

 

Traduzione in italiano di Angela D’Ambra

Anne Stevenson


Anaesthesia

They slip away and never say goodbye,
My vintage friends so long depended on
To warm the levels of my memory.
And if I grieve for them, grief has to learn
How to care sparingly and not to cry.
Age is an exercise in unconcern,
An anaesthetic, lest the misery
Of fresh departures make the final one
Unwelcome. There’s a white indemnity
That with the first frost tamps the garden down.
There’s nothing we can do but let it be.
And now this ‘you’ and now that ‘she’ is gone,
There’s less and less of me that needs to die.
Nor do those vacant spaces terrify.

 

*

 

Anestesia

Scivolano via senza mai dire addio,
I vecchi amici su cui tanto contavo
Per dare tepore alle pieghe della memoria.
E se per loro avevo dell’affetto, l’affetto deve imparare
A soffrire in economia e non piangere.
L’età è un esercitarsi nella noncuranza,
Un anestetico, ché la tristezza
Delle nuove dipartite non renda male accetta
Quella finale. C’è un bianco risarcimento
Nel primo gelo che opprime il giardino.
Non possiamo farci nulla se non lasciare che sia.
E ora questo ‘tu’ e ora quella ‘lei’ sono andati,
C’è sempre meno parte di me che dovrà morire.
E non fanno paura quegli spazi vuoti.

 

Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), a cura di Carla Buranello

John Taylor


having left behind
so much
except your first, your final
weakness
persistent
like a forgotten heart

your only force left

—language, uncertain
fragments of faded homeland

(a homeland of sounds, of voiceless words)

strands of stories
shreds of feelings from the greater cloth

you still imagine
with those voiceless words

that do not fade into silence

that beat like a heart

that sew and tear
andresew

the torn garment
that is your life

 

*

 

avendo lasciato indietro
così tanto
tranne la tua prima e ultima
debolezza
persistente
come un cuore dimenticato

come tua sola forza residua

una lingua incerta
frammenti di patria sbiadita

(una patria di suoni, di parole afone)

trefoli di storie
brandelli di sentimenti da un tessuto più grande

tu ancora immagini
con quelle parole afone

che non si smorzano nel silenzio

quel battito come un cuore

che cuce e strappa
e ricuce

il vestito strappato
che è la tua vita

 


L’oscuro splendore
(Mimesis / Hebenon, 2018), trad. it. Marco Morello

Ron Padgett


La cosa migliore

La cosa migliore che ho fatto
per mia madre
è stato sopravviverle

cosa per cui non
ho meriti

Anche se sono felice
che non abbia dovuto
vedermi morire

Come tanti
(suppongo)
sento che avrei
dovuto fare di più
per lei

Per esempio?
Non ero un cattivo figlio

Avrei voluto
amarla quanto lei
amava me
ma non potevo
avevo una vita un figlio mio
una moglie e la giovinezza che correva
forse troppo a lungo

E ora la amo di più
e di più
così che forse
alla mia morte
il nostro amore sarà uguale

anche se dubito seriamente che il mio
cuore potrà mai essere grande quanto il suo.

 

© Coffee House Press, trad. it Paola Del Zoppo
© Foto di John Sarsgard