William Bronk


L’era dell’automobile

Verso la fine, ciò che spaventa non è la morte ma la vita
che era sembrata, come si dice, un’auto che guidavamo
o in cui viaggiavamo; ma ora l’auto – usata –
viene cannibalizzata nel cimitero delle automobili
e ad ogni modo non è che prima andasse da qualche parte.

 

Motori diVersi (Crocetti, 2001), a cura di D. Piccini

Leonard Cohen


Non cercarlo
Negli algidi ruscelli di montagna:
Sono troppo freddi per qualunque dio;
E non esplorare i fiumi rabbiosi
In cerca di brandelli del suo morbido corpo
Non rivoltare i sassi sulla spiaggia in cerca del suo sangue;
Ma nel caldo oceano salato
Egli discende attraverso falesie
Di lenta verde acqua
E i pesci colorati che vi sono sospesi
Baciano il suo corpo percosso dalla neve
E costruiscono i loro nidi segreti
Nel suo fluttuante sudario.

 

Poesie / 1 (Minimum fax, 2018)

Anne Sexton


Gesù dormiente

Gesù dormiva immobile come un giocattolo
e in sogno desiderò Maria.
Il Suo pene ululava come un cane
ma Egli si rivoltò bruscamente da quella posa,
come una porta che sbatte.
Quella porta Gli spaccò il cuore
perché il Suo era un bisogno dolente.
Del Suo bisogno Egli fece una statua.
Col Suo pene per scalpello
scolpì la Pietà.
Voleva un solo e unico desiderio.
Solo questa morte, tenacemente.
Egli scolpì questa morte, alacremente.
Morì e rimorì.
Verso lei alta risalì la corrente di un tubo,
respirando acqua dalle Sue branchie.
Nuotò attraverso la pietra.
Nuotò attraverso la natura divina.
E poiché non conobbe Maria
Essi si unirono alla Sua morte,
la donna e un cruciato,
in un abbraccio finale:
fissati per sempre in quella posa,
come un centrotavola.

 

Poesie su Dio (Le Lettere, 2003), a cura di R. Lo Russo

Billy Collins

Aubade

Se vivessi nella casa di fronte a me
e fossi seduto al buio
sul bordo del letto
alle cinque del mattino,

mi potrei chiedere che cosa ci fa
la luce accesa nel mio studio a quest’ora,
eppure eccomi alla mia scrivania
nel mio studio a chiedermi la stessa identica cosa.

So che non dovevo alzarmi così presto
per aprire con un coltellino
i pacchi di giornali all’edicola
come potrebbe pensare l’uomo della casa di fronte.

È ovvio che non sono un agricoltore o un lattaio.
E non sono l’uomo della casa di fronte
che siede al buio perché sonno
è sua madre e lui uno dei suoi tanti orfani.

Forse sono sveglio solo per ascoltare
il tenue stridulo tintinnio,
del tungsteno nell’unica lampadina
che ha lo stesso suono del fruscio degli alberi.

O il mio compito è solo quello di stare seduto immobile
come il bicchiere d’acqua sul comodino
dell’uomo della casa di fronte,
immobile con la fotografia di mia moglie in cornice?

Ma ecco il primo uccello che consegna il suo canto,
ed ecco il motivo del mio essere in piedi:
per catturare la canzone di tre note di quell’uccello
e aspettare ora assieme a lui una risposta.

 

Balistica (Fazi, 2011)

Allen Ginsberg

Che fortuna

Son fortunato che ho tutte le dita della mano destra
Che a far pipì non sento tanto male
Che la pancia mi funziona
Che di notte a letto dormo bene, la pennica nel pomeriggio
Che posso far due passi con calma su First Avenue
Che metto insieme duecentomila all’anno
Cantando Eli Eli, scrivendo quello che mi passa per la testa, cesellando primordiali ghirigori, Insegnando al college buddhista, scattando con Leica foto di fermate d’autobus da dietro la la finestra dei miei occhi

E sentire le sirene delle ambulanze, il profumo dell’aglio e della ruggine, il sapore dei cachi e della passera di mare, camminare scalzo al piano di sopra con le piante dei piedi un po’ desensibilizzate
Fortunato che posso pensare, e che in cielo può nevicare

 

Morte e fama (Il Saggiatore, 2009), trad. it. L. Fontana, L. Carra

Edna St. Vincent Millay

Nel dorato bacile d’un gran canto
versiamo tutta la nostra passione;
si giacciano abbracciati gli altri amanti
nel riposo d’amore noi parliamo
con la lingua di tutto il mondo: il sangue
che s’agita, la lunga inerzia, i fremiti,
le calde palme supplici all’ospite che
fugge,
ed un’anima sola, indifesa, ma forte.
Il desiderio solo canta al liuto;
nell’aperto sospiro, fra le ortiche
s’acquieti il menestrello, ozioso e muto
anche lui – sia l’amore alto e lontano:
tradisce il ramo più alto quel frutto
che ogni passante può trovare a terra.

 

L’amore non è cieco (Crocetti, 2001), trad. it. S. Raffo

Robert Lowell

Tartaruga che ritorna

Per settimane a camminare, un digiuno nella vasca da bagno,
carne cruda tritata a muffire nel ristagno dell’acqua,
la stanza imbevuta di odore persistente come cherosene –
nessuno si faceva la barba e solo la tartaruga si bagnava.
Era così bella quando la rovesciavamo con un colpetto:
verdi, rossi, gialli, ornamento dello sbiadito selvaggio,
l’ultimo Sioux, vecchio ed esausto, che dice con fatica,
“Perché il Grand Padre Bianco non mette i suoi figli rossi
sulle ruote e ci sposta a suo piacimento?”
Andammo in macchina al fiume Orland e guardammo la tartaruga
precipitarsi verso l’acqua come corresse a nozze,
nuotando con gioia incontaminata,
leggiadre le mosche che nutrivano quella sottile superficie,
una tartaruga che si voltava a guardarci e ammiccava.

 

Il delfino e altre poesie (Mondadori, 1989), trad. it. R. Anzillotti

Anne Sexton

Una sola volta

Una sola volta compresi lo scopo della vita.
Accadde a Boston, inaspettatamente.
Camminavo lungo il Charles
e vidi le luci duplicarsi, tutte
con il cuore al neon e vibrante,
spalancando la bocca come cantanti d’opera;
e contai le stelle, le mie piccole veterane,
cicatrici fiorite, e capii che stavo portando
il mio amore sulla sponda verde notturna, e in lacrime
aprii il cuore alle auto dirette a est e a ovest
e feci passare un ponticello alla mia verità
e la condussi a casa in fretta col suo fascino
e fino all’alba accumulai queste costanti
per scoprire poi che se n’erano andate.

 

L’estrosa abbondanza (Crocetti, 1997), a cura di R. Lo Russo, Satta Centanin A., E. Zuccato

Mark Strand


C’è un’isola nelle tenebre, un luogo di sogno
dove il frusciare del vento vaga su prati bianchi
e scarmiglia le foglie alle piante, le piante alte
venate d’oro che lì fiancheggiano i viali;
e i nuovi arrivati sono felici d’essere le sericee
vestigia di ciò che son stati ma non sanno ricordare;
si muovono al rumore degli astri, che pure è immaginato,
ma a chi importa… le colonne levigate che scorgono
può darsi non siano che fasci di luce, ma per chi
persevera a vivere nel fulgore delle proprie vestigia
ciò conta poco. C’è un’isola
nelle tenebre e tu ti ci troverai, prometto, tu
sarai con me in paradiso, nell’unica stagione dell’essere,
nel luogo del per sempre, tu troverai te stesso. E là
le foglie muteranno colore e mai cadranno, là il vento
canterà e sarà la tua voce come fosse la prima volta.

Uomo e cammello (Mondadori, 2007), trad. it. D. Abeni

Octavio Paz


Destino del poeta

¿Palabras? Sí, de aire,
y en el aire perdidas.
Déjame que me pierda entre palabras,
déjame ser el aire en unos labios,
un soplo vagabundo sin contornos
que el aire desvanece.

También la luz en sí misma se pierde.

 

*

 

Destino del poeta

Parole? Sì, d’aria,
perdute nell’aria.
Lascia che mi perda tra le parole,
lascia che sia l’aria sulle labbra,
un soffio vagabondo senza contorni,
breve aroma che l’aria disperde.

Anche la luce si perde in se stessa.

 

Libertà sulla parola (Guanda, 1965), trad. it. G. Bellini