Gëzim Hajdari


Il mio migliore amico è un asino,
un animale buono e serio.
Quando siamo tristi e amareggiati
ci guardiamo l’un l’altro negli occhi
per consolarci.

Insieme parliamo delle nostre cose,
mentre portiamo le pietre dalla cava
o andiamo nel bosco a far legna.
Meglio dar retta al mio ciucci o
che agli slogan del Partito.

Della nostra stretta amicizia,
le spie vigili del villaggio,
informarono la polizia segreta:
“Gëzim Hajdari e il suo asino
minacciano di rovesciare il socialismo”.

Poesie scelte (Besa-Controluce, 2014)

Luljeta Lleshanaku

Kusht për tu mbajtur mend

Ky është varri i një gruaje romake,
në vitin 135 para Krishtit:
“Prindërit e quajtën Klaudia.
Ajo e donte të shoqin megjithë zemër.
Lindi dy djem. Ishte e këndshme në bisedë, dhe e fortë në durim.
Mbajti shtëpinë, torri lesh.”
Gratë që unë njoh,
mund të përshkruhen po kaq thjesht, me një rresht të vetëm:
M që enët e bakrit i fërkonte me rërë;
L që ëndërronte tepër për të bijtë, aq sa u ndëshkua me jetë të shkurtër.
Sh të cilës askush s’ia merrte për turshi.
H që s’e hiqte nga goja të vëllain e vrarë pabesisht.
K që hiqte pushin nga fytyra me një maskë veze dhe sheqeri.
F që e para zbuloi që fustani i bardhë kombinohet me trëndafilë të verdhë.
D që hekuroste një vijë të përkryer në mëngët e të shoqit,
edhe kur e dinte që ai po dilte me një grua tjetër.
G që i bënte të gjithë për të qarë kur vajtonte të vdekurit.
P që shkonte mirë me vjehrrën. S që bënte një abort ҫdo gjashtë muaj.
T që kishte gjithmonë një fije të ikur ҫorapi dhe të qeshur të ëmbël.
N që piqte kafe të mirë nëse i ndodhej.
R që e mbante të fshehtë që shiste gjak.
Z që ia mblodhi me duar zorrët të birit,
kur ia përplasi treni i mallrave…
Vetëm me një rresht,
ekonomik si tekstet e telegrameve: 20 qindarka një rrokje,
madje të shtypur gjithë gabime nga punonjësit e postës,
si e vetmja mënyrë për t’u mbajtur mend.

*

Condizione per essere ricordati

Questa è la tomba di una donna romana
nell’anno 135 A.C.:
“I genitori l’hanno chiamata Claudia.
Amava suo marito con tutto il cuore.
Ha avuto due maschi. Era piacevole nella conversazione e paziente.
Ha tenuto su bene la casa. Filava la lana.”

Anche le donne che conosco io
possono essere descritte in maniera così semplice, in un solo verso:
M. che le pentole di rame puliva con la sabbia;
L. per il futuro sognava dei figli ma si è scontrata con la brevità della vita.
Sh. nel preparare da mangiare non aveva rivali.
H. che non riusciva a non parlare del fratello, ucciso in un agguato.
K. che toglieva la peluria dal viso con una maschera di uova e zucchero.
F. che per prima ha scoperto che il vestito bianco si abbina alla rosa gialla.
D. che stirava una riga perfetta sulla manica del marito
anche quando era certa che sarebbe uscito con un’altra.
G. che faceva commuovere chiunque con i suoi lamenti per i morti.
P. che andava d’accordo con la suocera. S. che abortiva ogni sei mesi.
T. che aveva sempre una calza rotta e un sorriso dolce.
N. che quando era in forma faceva un ottimo caffè.
R. che ha raccolto con le mani l’intestino del figlio
quando un treno merci l’ha investito in pieno.
Solo con un verso,
economico come i testi dei telegrammi: 20 centesimi a carattere,
magari stampato pieno di refusi dagli impiegati postali,
come unico modo per essere ricordati.

Homo Antarcticus (2015), traduzione di Julian Zhara

Julian Zhara


Che geloso com’ero del tuo passato
di un uomo soltanto: tuo padre,
di te, delle altre, da prima, l’uomo
su cui hai modulato l’idea di uomo
nel lastricare il percorso di mimi
fuggendo o calcando l’immagine miliare,
i volti degli altri uniti a creare uno suo: sbiadito.
Di nessun altro sono mai stato geloso.

Ne estraevo la forma a partire
dalle tue due pupille, proiettandola intorno
una volta incarnata nello spazio tra me, te,
queste labbra si alteravano fino
a farsi gabbia
indicarti la ferita a partire dalla cura;
la terra non può più appartenere
a chi l’ha abbandonata.

In silenzio ti osservavo elencarmi piano
la lista di lacune che dovevo supplire,
per poi vederti volgere lo sguardo in basso,
alzarti lentamente e dirmi: vado, è tardi;

indaffarata com’eri
non mi hai mai riparato dalla paura
che a riflettere fosse in me (anche se lontanamente)
la sua di figura,
e ne uscivo sconfitto.

 

Vera deve morire (Interlinea, 2018)

© Foto di Piero Viti

Arben Dedja

arben_dedja

 

Elegia crudele per mio padre

Ho lavato mio padre morto
una mattina di marzo con i geloni
d’inverno ancora ai piedi
e proprio ai piedi iniziai
– acqua e sapone – finché ebbe
odore di detersivo poi tra le cosce
ho sfiorato appena i testicoli in quella
occasione per la prima volta svelati
lo vestii con camicia e abito
il migliore tenendogli dritta
la testa che non cadesse sul petto
lo sdraiai senza-orologio-e-senza-anello
gli pettinai i capelli bianchi lo rasai
a secco ansimai con le scarpe
nuove tre-manici-di-cucchiai-spezzati e
alla fine gli misi una cravatta dopo
aver fatto prima il nodo sul mio
collo.

 

La manutenzione delle maschere (Kolibris, 2010), a cura di M. Lecomte

Gëzim Hajdari

Gëzim Hajdari

 

Tu esisti di fronte all’inverno
come una ferita. Immobile e forestiera
in uno spazio imperfetto, mai ospitale,
aspettando che il silenzio uniforme della sabbia
ti parli del segreto.
Non ti stordire dei fiumi vaganti e dei nuovi alberi
che prima non c’erano. D’intorno continuerà la caducità
delle cose, la scomparsa dei poeti che legano
il cielo alla terra.
È detto che moriremo nelle terre opposte.
I miei anni: fuga nell’ignoto e risvegli spaventati nella notte.

 

da Poesie scelte (Controluce, 2014)