Linda Laffi


E mi portavi sulle spalle
in alto, più in alto
a toccare gli stipiti
– avevi mani grandi
da starci tre volte dritta sui palmi –
e poi l’inciampo, l’impronta sullo specchio –
una firma in polvere
che nessuno si azzarda mai
a puntare o a parlarne
ma resta nei giorni,
così ti tengo, così rimani
ancora a me.

Inedito

Charles Juliet


Che parole trovare
che allentino le tue tensioni
ti liberino dalla tua angoscia
sopiscano ciò che ti logora

che parole trovare
che ti chiarifichino
ti svelino a te stesso
trasformino il tuo sguardo

parole
che ti ridestino
alla più alta esigenza

ti diano
il potere di amarti

ti sospingano
incontro alla vita

Rivista “Poesia” (n.297, ottobre 2014), traduzione di Federico Mazzocchi

Raymond Carver


Vedo un posto vuoto a tavola.
Di chi è? Di chi altro? Chi voglio prendere in giro?
La barca attende. Non c’è bisogno di remi
né di vento. La chiave l’ho lasciata
nel solito posto. Tu sai dove.
Ricordati di me e di tutto quello che abbiamo fatto insieme.
Ora stringimi forte. Così. Dammi un bel bacio
sulle labbra. Ecco. Ora
lasciami andare, carissima. Lasciami andare.
Non c’incontreremo più in questa vita,
perciò ora dammi un bacio d’addio. Su, ancora uno.
E un altro. Ecco. Adesso basta.
Adesso, carissima, lasciami andare.
È ora di avviarsi.

Orientarsi con le stelle (Minimum Fax, 2013), trad. it. R. Duranti, F. Durante

Francesco Ottonello

foto di Michele Milani

Alluvione a Capoterra

Nonna ancora si aspetta una ragazza
mio padre si è fatto sempre più piccolo,
io verterò a te rappreso nel tuo
acerbo, nel tuo vero, per la vita

l’acqua si riprendeva la sua terra
io e mio fratello salivamo sui tetti
di corsa in casa abbracciando la madre,
ancora ferma, nell’isola, terra

ma niente rimarrà piantato nei ricordi
quattro generazioni e poi via,
poche parole quelle che straripano
noi che attendiamo dopo un addio.

Isola aperta (Interno Poesia Editore, 2020)

 

Antonella Anedda


Nuvole, io

I.

Il documento viene salvato, lo schermo torna grigio,
lo stesso grigio topo del cielo.
Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica
ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome.
Al massimo lo declino al plurale. Dico noi
e mi sento falsamente magnanima.
Dire voi e tu mi dà disagio come accusare.
La terza persona mi confonde ogni volta con il sesso.
Alla fine torno all’io che finge di esistere,
ma è una busta come quelle usate per la spesa
piena di verdure o pesce surgelato.
Io con l’io mi nascondo
chiamando a raccolta quello che sappiamo:
abbiamo paura, ancora non è chiaro come finirà la storia.
Dunque riapro la finestra dello schermo,
ritrovo il documento, esito davanti alla tastiera.
Salvo in una nube l’insalvabile.

Historie (Einaudi, 2018)

Foto di Dino Ignani

Giulia Fuso


Se producessi una sintesi
delle parole da non pronunciare
in questa situazione complicata
userei uccello o pollo
magari grissino o pièce
inspiegabilmente, da brava
userei sette lettere per svuotarmi
pulire la zona grassa degli eventi
niente di simbiotico o cresciuto
nella malattia che ci siamo voluti,
tutto stretto intorno all’osso di pollo
la forcella del buon augurio
che non tengo in mano
da tredici giorni.

Inedito

Clemente Rebora


Tempo

Apro finestre e porte –
Ma nulla non esce,
Non entra nessuno:
Inerte dentro,
Fuori l’aria è la pioggia.
Gocciole da un filo teso
Cadono tutte, a una scossa.

Apro l’anima e gli occhi –
Ma sguardo non esce,
Non entra pensiero:
Inerte dentro,
Fuori la vita è la morte.
Lacrime da un nervo teso
Cadono tutte, a una scossa.

Quello che fu non è più,
Ciò che verrà se n’andrà,
Ma non esce non entra
Sempre teso il presente –
Gocciole lacrime
A una scossa del tempo.

 

Le poesie (Garzanti, 1999)

Cristina Campo


Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove il sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

La tigre assenza (Adelphi, 1991)

Federica Picaro


Per tentare la luce del giorno
risaliremo il traffico dei morti –
ci vedranno tornare
quelli che stanno sull’orlo
e non temono, reggendosi
a stento, seduti lungo
il fiume di una città d’arte,
Gounod, ripetevi, la musica
lasciava seccare le labbra,
si vedevano fili d’erba tra i denti,
una nuova vita avanzava,
morente anche quella,
ma lungo il fiume di una città d’arte
col notiziario acceso (sopravvivenza, gridava,
per sospette calure estive),
niente marciava al suo posto,
neanche Gounod, a stento si reggeva.

 

È così che ci incontriamo (Kipple Officina Libraria, 2020)

Michael Hamburger


Gli anelli sono il caso, la catena è il destino,
stringente come la rete di Efesto
che offrí al sorriso degli dèi due corpi
su un solo letto, in così stretto
intrico, che fu chiara
la verità: uno per uno fa uno.

Gli amanti sottrattivi, che ribattono
che quel che il caso ha unito può dividere
la scelta (come se un puro sforzo
allentasse la stretta di un paradosso) infine
scoprono con stupore d’essere loro stessi
il dividendo che si è ridotto,

giú in quell’inferno dove Don Giovanni
sente la vanità del suo sommare nomi,
poiché il totale è perso per lui,
non vedovo, ma spettro, mentre chi
resta privo di un’unica compagna possiede
un meno che è piú grande del suo piú.

L’amore vero comincia con l’algebra,
con quei casuali attori x ed y,
non-entità il cui magico ruolo
è di far diventare un nulla tutto,
di essere e di non essere, di unirsi:
gli anelli sono il caso, la catena è il destino.

Taccuino di un vagabondo europeo (Fondazione Piazzolla, 1999), traduzione di Maura Del Serra