Federico García Lorca

lorca
Madrigale appassionato

Vorrei stare sulle tua labbra
per spegnermi nella neve
dei tuoi denti.
Vorrei stare sul tuo petto
per disfarmi nel sangue.
Vorrei sognare per sempre
nella tua chioma d’oro.
Che il tuo cuore si facesse
tomba del mio dolente.
Che la tua carne fosse la mia carne
che la tua fronte fosse la mia fronte.
Vorrei che tutta la mia anima
entrasse nel tuo piccolo corpo
ed essere io il tuo pensiero
ed essere io la tua bianca veste.
Per far sì che t’innamori di me
con una passione così forte
da consumarti cercandomi
senza mai incontrarmi.
Perché tu vada gridando
il mio nome fino a ponente,
chiedendo di me all’acqua,
bevendo triste le amarezze
che prima il mio cuore
nel desiderarti lasciò sul sentiero.
E intanto io entrerò
nel tuo corpo dolce e debole,
io sarò donna, sarò te stessa,
restando in te per sempre,
mentre tu invano mi cerchi
da Oriente ad Occidente,
finché fine ci brucerà
la fiamma grigia della morte.

 

Tutte le poesie (Newton Compton, 2007), a cura di C. Rendina

Victoria Chang

Casa: morta ad un certo punto intorno al 1960 quando mia madre lasciò Taiwan. Morì ancora il 3 agosto 2015. I suoi polpastrelli tagliati via ogni volta. Nuovi mozziconi presero coscienza, diventarono capi di stato, più bassi e grassi. Casa era, adesso, lo specchio del Rose Hills Memorial Park. Quanto ha viaggiato da Pechino a Taiwan a New York alla Pennsylvania al Michigan alla California al Rose Hills. Quando uno scrittore bianco chiama un personaggio una troia con gli occhi a mandorla, cerco mia madre. La chiamo per nome ma non ricordo la sua voce. Penso sia strabica. Mi avrebbe detto: Non ascoltare il lao mei, finiamo tutti nello stesso posto. Ma dov’è questo posto? Ci sono delle porte? Gattaiole? Ora ha dei fili spinati in gola, le parole sono morte. Tutte le nuove lapidi piatte dalla mia ultima visita, piccole barelle sul prato. Mi sdraio accanto alla sua lapide, chiudo gli occhi. Ora so molte cose. Anche con gli occhi chiusi, so che un uccello passa sopra di me. Nel gioco dell’impiccato, il corpo si forma mentre viene appeso. Come dire, crediamo mentre stiamo morendo.

*

Home—died sometime around 1960 when my mother left Taiwan. Home died again on August 3, 2015. Home’s fingertips trimmed off each time. New stubs became conscious, became heads of state, just shorter and fatter. Now home is a looking glass called Rose Hills Memorial Park. How far she has traveled from Beijing to Taiwan to New York to Pennsylvania to Michigan to California to Rose Hills. When a white writer has a character call another a squinty-eyed cunt, I search for my mother. I call her name but I can’t remember her voice. I think it is squinty. She would have said, Don’t listen to lao mei, we all end up in the same place. But where is that place? Are there doors there? Cattails? Now there are barbed wires in her throat, her words are stillbirth. All the new flat tombstones since my last visit, little stretchers on the lawn. I lie down next to her stone, close my eyes. I know many things now. Even with my eyes closed, I know a bird passes over me. In hangman, the body forms while it is being hung. As in, we grow as we are dying.

OBIT. Poesie per la fine (Interno Poesia Editore, 2024), cura e traduzione di Adele Bardazzi

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Riccardo Canaletti


L’iride nel pomeriggio
contro un terrazzo
e l’ombrellone, il grande fiore
bianco della nostra
prima estate.

È come nascere
rivivere l’infanzia
in un campo d’oratorio
la merenda, la scarna
preghiera e il rapido
tornare a rete.

Ora so dov’eri
nel suono delle campane
nel cerchio d’ombra
di una quercia dove sedevo
a guardare la partita.

Verso la foce (Interno Libri Edizioni, 2024)

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Sara Bini


Ballata di una stella

Torre di Controllo a Maggiore Tom, il tuo circuito si è spento, c’è qualcosa che non va…Riesci a sentirmi, Maggiore Tom?-Ground Control to Major Tom, your circuit’s dead, there’s so-mething wrong…Can you hear me, Major Tom?
David Bowie, Space Oddity

Sul mio tallone d’Achille
ho edificato una vita intera
Niente, come la coppia,
può farti sentire così sola

Sulla ferita più infetta
ho imbastito la mia storia
Niente, come l’amore,
può farti stare così male

Ma ora attraverso
incandescente
la fotosfera

Ora divento
reazione
nucleare

Macchia
solare

Cristalli (Interno Libri Edizioni, 2024)

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Elio Grasso


Seguivi le folate scure
del vento, nel generale respiro
paesano che domani sarà più freddo
e già tardi toccherai la coperta
come un balsamo e come riparo
dal settentrione scaltro
unendoci alla sabbia marina.
Sempre più terrestri e scalpiccianti
nei gesti che portano alla frangia costiera
e lasciano alle spalle gli argini.
Togliere di mezzo il tempo tocca
ai tardi ritorni, la terra
non sarà più messaggera.

Orienti I-II-III (puntoacapo, 2024)

Remo Pagnanelli



Novantesimo

Non se ne dà per inteso
Svaria sull’ala e continua
Come se nulla fosse accaduto
Ma non è vero e non può
Non sentirne il peso
Via via che l’angolo si avvicina…
E allora lo batte cercando la testa
Di un compagno – che pensi per lui,
Che pensi lui a cacciarla nella rete –
Tornandosene indietro alla difesa
Consegnando tutta la sua esperienza
Negli assedi e nelle fughe
Ora più di nulla preoccupato.

Rivista “Poesia” (n.208, settembre 2006), Crocetti ed.

Gian Piero Bona


Cuore, martello strano che batti
sovra incudine rovente e a colpi
mi rendi un suono quotidiano,
quali facce tu a me nascondi
che a capirti m’obblighi a seguirti
e a scoprire le tue mille tracce?

Vuoi dirmi che vivere fu bello
in questo caos misconosciuto
fino all’ordine di un gran bordello?
Ti sembrò il cosmo rassomigliare
a un piccolo specchio famigliare?

Sei solo una terrena povertà.
Come avresti potuto inventare
parole quali: eterno e realtà?
Chi entrò in te a fartele enunciare?

Un giorno una lapide dirà
che sei fermo, invece tu sarai
assente, bocciato da universi,
uscito dal petto e dai miei versi.

Mio cuore ridi, perché non tu
ma qui sepolto sarà il tutto,
ché prima d’esser nato sei già
stato.

Detriti del fiume celeste (Interno Poesia Editore, 2024), a cura di Francesco Occhetto

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Fernando Della Posta

Fuga per la vittoria

Ogni maschera ha una serratura,
la sua chiave un attrezzo scenico,
va cercata nei ripostigli della sopravvivenza
degli uomini all’ultimo miglio;
quelli che sempre invincibili schivano
con la fuga il misterioso giudizio,
il solido calco di orbita e bulbo.
Quelli che sempre invincibili tornano
alle ciglia guizzanti sotto il sole.

Diario dell’approdo (Arcipelago Itaca Edizioni, 2024)

Juana de Ibarbourou


Piove… Aspetta, non dormire,
Ascolta bene ciò che dice il vento
E ciò che dice l’acqua mentre batte
Con le dita minute contro i vetri.

Tutto il mio cuore diventa orecchio
Per ascoltare l’ammaliata sorella,
Che ha dormito nel cielo,
Che ha visto il sole da vicino,

E adesso scende elastica e allegra
Dalla mano del vento,
Come una viaggiatrice
Che torna dal regno delle meraviglie.

Come sarà felice il grano morbido!
Con quanta avidità s’offrirà l’erba!
Quanti diamanti penderanno adesso
Dal fogliame profondo nei pineti!

Aspetta, non dormire. Ascoltiamo
Il ritmo della pioggia
Appoggia tra i miei seni
La fronte silenziosa.

Io sentirò pulsare le tue tempie
Palpitanti e tiepide
Come fossero dei martelli vivi
Battendo sulla mia carne.

Aspetta, non dormire. Questa notte
Noi due siamo un mondo,
Isolato dal vento e dalla pioggia
Dentro il tiepido rifugio dell’alcova.

Aspetta, non dormire. Questa notte
Siamo forse la radice sublime
Dalla quale germinerà domani
Il tronco bello di una stirpe nuova.

Rivista “Poesia” (Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore), trad. it. M. Canfield

Quinto Orazio Flacco


Carpe diem

Non domandarti mai – non è concesso – quale destino
gli dèi ci daranno, anima candida, e non ascoltare
gli stupidi oroscopi. Meglio che puoi vivi ciò che sarà,
sia che altri inverni Giove conceda, sia che sia l’ultimo
questo che ora scuote il Tirreno tra scogli di pomice:
sii saggia e versa il vino: il tempo è breve,
lascia le lunghe speranze. Mentre parliamo, fugge l’ora invidiosa:
afferra il giorno presente, meno che puoi credi al domani.

*

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

Carmina, I, 11, traduzione inedita di Luca Alvino