Niccolò Nisivoccia


Quando il giorno si allunga, trovare te – sulla soglia di ciò che ancora non siamo, di ciò che vogliamo.

*
Dentro una mattina di luce che filtra dalle persiane. Quasi più buio che luce. Fuori, il bosco. È l’età ancora dell’inconsapevolezza, della pura presenza, di un gesto, di un tocco. È l’età in cui la pura presenza, un gesto, un tocco ancora bastano, ancora non hanno bisogno di altro. Avverti una presenza, vieni sfiorato da una carezza. È l’inizio di una memoria, è l’inizio di una storia.
*

Ciò che testimonia la nostra fedeltà al contempo la esige: verità sommerse che il vivere, nel suo traffico quotidiano, dimentica e cela; volti nell’ombra, che la vita ci chiama a cercare – e che prima o poi, nel suo aprirsi alla luce, rivela e disvela.

Quasi una cosmologia (Interno Libri Edizioni, 2021), prefazione di Vittorio Lingiardi

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Gualtiero Santi

Lontano

La mia voce migliore è stata quella strozzata,
nel mare-lungo specchio di un disgusto atroce,
nel mondo ch’esigeva i frammenti d’una pace
che io, invece, vedevo intera quasi fosse irreale.
Ma l’infame solitudine di quel palco m’entrò
nelle ossa mentre sudavo parole, che si facevano
musica e volevano gridare in faccia
agli applausi, in faccia ai sorrisi idioti di chi suona
armonie con lire senza vita e senza corde;
quelle sbiadite su una carta stampata
che s’ammassano in banca come un cumulo
di note senza senso che mai suoneranno la vita.

E come potevo cantare ancora?
Se quella stanza sembrava colare
a picco sulla mia vita come una pioggia
di coriandoli sbiaditi, come una pioggia
di canzoni che non ho potuto cantare
per la fretta di viverle e saperle.
Ora so che la nebbia è quasi un riposo,
un sorriso fatto per caso a un’alba nuova,
un’alba che sorride di rado -questo è vero
Ah ah aaaah!-.
Sì, è vero. È stato anche un rifiuto,
non nascondo le mie idee;
non andavo d’accordo col mondo.
Ma ci credi che non è solo questo?
Semplicemente tutto ha iniziato a languire
in un ritmo calmo, sordido, lento:
il mare, l’applauso, il buio, l’amore…
tutto si stava mescolando ed un gorgo
tremendo m’ingollava pian piano.
Non avevo più scampo perchè tutto
– La vita, il successo, l’amore-
tutto era diventato troppo,
davvero troppo vicino.
Ero Stanco.

Ho pensato, allora, che solo da spenti
i miei occhi avrebbero saputo brillare;
e avrebbero saputo placarsi…
lontano.

da La fragilità del fuoco

Peter Handke


[…]

Inutile forse dire
che la durata non nasce
dalle catastrofi di ogni giorno,
dal ripetersi delle contrarietà,
dal riaccendersi di nuovi conflitti,
dal conteggio delle vittime.
Il treno in ritardo come al solito,
l’auto che di nuovo ti schizza addosso
lo sporco di una pozzanghera,
il vigile che col dito ti fa cenno
dall’altro lato della strada, uno con i baffi
(non quello ben rasato di ieri),
la morchella che ogni anno rispunta
in un angolo diverso nel folto del giardino,
il cane del vicino che ogni mattina ti ringhia contro,
i geloni dei bambini che ogni inverno
tornano a pizzicare,
quel sogno terrorizzante sempre uguale
di perdere la donna amata,
l’eterno nostro sentirci improvvisamente estranei
fra un respiro e l’altro,
lo squallore del ritorno nel tuo paese
dopo i tuoi viaggi di esplorazione del mondo,
quelle miriadi di morti anticipate
di notte prima del canto degli uccelli,
ogni giorno la radio che racconta un attentato,
ogni giorno uno scolaro investito,
ogni giorno gli sguardi cattivi dello sconosciuto:
è vero che tutto questo non passa
– non passerà mai, non finirà mai –,
ma non ha la forza della durata,
non emana il calore della durata,
non dà il conforto della durata.

[…]

Il canto della durata è una poesia d’amore.
Parla di un amore al primo sguardo
seguito da numerosi altri primi sguardi.
E questo amore
ha la sua durata non in qualche atto,
ma piuttosto in un prima e in un dopo,
dove per il diverso senso del tempo di quando si ama,
il prima era anche un dopo
e il dopo anche un prima.
Ci eravamo già uniti
prima di esserci uniti,
continuavamo ad unirci
dopo esserci uniti
giacendo cosí per anni
fianco a fianco, il respiro
nel respiro uno accanto all’altra.
I tuoi capelli bruni si coloravano di rosso
e diventavano biondi.
Le tue cicatrici si moltiplicavano
e diventavano poi introvabili.
La tua voce tremava,
si fece ferma, sussurrava, trasaliva,
si volgeva in una cantilena,
era l’unico suono nella notte del mondo,
taceva al mio fianco.
I tuoi capelli lisci diventarono ricci,
i tuoi occhi chiari diventarono scuri,
i tuoi denti grandi si fecero piccoli.
Sulle tue labbra tese
apparve un disegno fine e delicato,
sul mento sempre liscio
scoprii al tatto una fossetta che prima non c’era
e i nostri corpi invece di farsi male a vicenda
diventavano giocando uno solo,
mentre sulla parete della stanza
alla luce dei lampioni
si muovevano le ombre dei cespugli dei giardini d’Europa,
le ombre degli alberi d’America,
le ombre degli uccelli notturni di ogni dove.

 

Canto della durata (Einaudi, 2016), trad. it. Hans Kitzmüller

Hermann Hesse


Strano, vagare nella nebbia!
È solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
né gli alberi si scorgono tra loro,
ognuno è solo.
Pieno di amici mi appariva il mondo
quando era la mia vita ancora chiara;
adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno.
Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.
Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l’altro
ognuno è solo.

Poesie (Guanda, 1979), trad. di Mario Specchio

Aldo Ferraris


Il giorno aveva sputato nella ciotola del mattino
il suo sale di meraviglia senza sapore.
Il bambino si guardò intorno, le stanze
erano percorse dal fuoco ma il legno
della memoria era marcio, sfrigolava
solamente di insetti di gelo, zoppicava
sui nomi, non li sapeva pronunciare
e il libro della sua realtà era già cenere.
Il bambino aprì la mano e non ricordò,
stringeva un bianco seme di melograno.

da Il graffio dell’abbandono

H.D. (Hilda Doolittle)


Mid-day

The light beats upon me.
I am startled –
a split leaf crackles on the paved floor –
I am anguished – defeated.

A slight wind shakes the seed-pods –
my thoughts are spent
as the black seeds.
My thoughts tear me,
I dread their fever.
I am scattered in its whirl.
I am scattered like the hot shrivelled seeds.

The shrivelled seeds
are split on the path –
the grass bends with dust,
the grape slips under its crackled leaf:
yet far beyond the spent seed-pods,
and the blackened stalks of mint,
the poplar is bright on the hill,
the poplar spreads out, deep-rooted among trees.

O poplar, you are great
among the hill-stones,
while I perish on the path
among the crevices of the rocks.

*


Mezzogiorno

La luce batte su di me.
Sono allarmata –
una foglia spezzata scricchiola sul lastricato –
sono angosciata – sconfitta.

Un leggero vento scuote i baccelli –
i miei pensieri sono consumati
come i semi neri.
I pensieri mi lacerano,
temo la loro febbre.
Sono dispersa nel suo vortice.
Sono dispersa come i semi caldi rinsecchiti.

I semi rinsecchiti
sono spaccati sul sentiero –
l’erba si piega per la polvere,
l’uva scivola sotto la sua foglia secca:
eppure oltre i semi ormai passati,
e gli steli di menta anneriti,
il pioppo sulla collina è splendido,
il pioppo si allarga, le sue radici profonde tra gli alberi.

Oh pioppo, tu sei grande
tra le pietre del colle,
mentre io perisco sul sentiero
tra i crepacci delle rocce.

Poesie imagiste di Hilda Doolittle (Interno Poesia Editore, 2021), a cura di Giorgia Sensi

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Giuseppina Luongo Bartolini


Spiegami la fioritura
e il declino
il mistero del nascere
e del morire il cedere
d’ogni cosa vivente e creata
al crollo della fine
tu stesso nell’altrove
dei mondi a me per sempre
perduto il caro viso
dolcezza dello sguardo
la dedizione del cuore.

Album – Poesie dell’amore (Book Editore, 2005)

Robert Walser


Uomini bianchi
mi strappano via a mezzo della notte
l’anima piena e vuota d’amore,
sazia, assetata,
e la portano ai ghiacciai, sui monti.
Sbranata dai loro denti
di mostri
me la riportano e nel corpo me la tornano
a piantare.
O cara donna, cara, vienimi a trovare!
Ti vorrei spogliare,
come l’umanità dai suoi dolori si vorrebbe liberare.
Non avere paura, come di seta ti saprò amare.

Rivista “Poesia” (n.50, aprile 1992), trad. it. Renata Buzzo Màrgari

Philip Morre

Grey Blues

The colour of your absence is rather
an absence of colour, the no-colour
of soldiering on, getting through
– this day and the next – of making do.

Call it grey if you must, the schwa
of colours, say a washed-out grisaille,
say cinereal – and no such thing as a
silver lining: cloud-cover’s here to stay.

I used to see you as the intensest
seam of luck in my life’s bleu-de-travail,
less reason-for-living than recompense:
the gods’s apology for the hoax they play!

They’re still up there, riffling the packs
on their holiday mountain, bickering
over who gets to cruise this evening
in the swan costume, sleeving the jacks …

And you? I can’t even say for certain
what country you’re in: but just yesterday
saw your blue coat through the rain-curtain
hiking the headland, not heading this way.

Inedito

*

Grey Blues

Il colore della tua assenza è piuttosto
un’assenza di colore, il non-colore
del tirare avanti, del far passare
– domani e dopodomani – del far bastare.

Chiamalo grigio se vuoi, lo schwa
dei colori, chiamalo grisaglia sbiadita –
o cinereo – e non pretendiamo nemmeno
che dopo la pioggia venga sempre il sereno.

Ti vedevo come la più sgargiante rifinitura
nel bleu-de-travail della mia vita,
non tanto ragione-di-vita quanto ricompensa;
le scuse degli dei per lo scherzo che tirano!

Sono ancora lassù, loro, in quel villaggio olimpico,
a mescolare le carte, a bisticciare – a chi toccherà
rimorchiare in costume da cigno stasera?
– mentre infilano i fanti nelle maniche …

E tu? Non so neanche dire per certo
in che paese ti trovi: ma giusto ieri ho visto
la tua giacca blu attraverso una cortina di pioggia
scarpinare sul promontorio, non in questa direzione.

 

Traduzione di Giorgia Sensi e Philip Morre

Alessandro Fo


In morte di un amico di Facebook

per Ohannès (Giovanni) Choukhadarian

Amava la poesia di Ripellino,
che giudicava splendida e geniale.
È tutto ciò che so di una vita.

La primavera è comparsa di colpo
e d’erba alta ha già inondato i giardini.

Passo fra false spighe e ombrelli di fiori.
Lo splendido mistero verde si rinnova,
la diffusa follia resta incurabile,
e ne fiorisce a suo modo il notiziario,
mentre al portatile apprendo che è partito
per altra destinazione questo amico
soltanto virtuale.

Mi rendo conto che ora ne sto male,
però di lui (stranezze della vita
nell’era dei mass media)
non so davvero niente. E nemmeno
alla casella delle «Informazioni»
ho posto mai una se non vaga attenzione.
Ci siamo sempre scritti, solamente,
brevi commenti su post letterari.

Di lui sbiadisce e va via una vaga idea
fantasticata su una fotografia,
sul suo cognome armeno:
il volto povero e scavato di un Cristo
di un’icona orientale,
ma senza barba, attonito, smarrito
– anche quando gioviale
(scorrendo il wall) da un letto d’ospedale –
lo sguardo:
un po’ come L’uccello sbalordito di
Jiří Kolář sulla sovracopertina
di un certo ballatesco, astrale libro
del tardo nostro amato Ripellino.

Filo spinato (Einaudi, 2021)