Ottiero Ottieri

© Photo ELISABETTA CATALANO

Oltre non amare,
non lavora, poiché pensa.
Il suo lavoro è il pensiero perverso.
Pensa al lavoro comune come un inerziale
smarrimento del tempo.
Nulla del tempo può andare perduto
al sommo sovrano,
a Colui che necessita di libertà generale,
di vasto spazio, che aborre
leggi esteriori sciocche, che mai
può impegnarsi.
Le interiori leggi, sacre, ramificano in un tempio
largo quale un lago come il mare;
intatto come un’altura dove la macchina
attende in libertà totale gli scatti interni,
le improvvisazioni previste.
Il pensiero perverso non ha tempo da perdere,
perde tutto il tempo nel mondo,
mira stranito il produttore di merci,
d’opere di “pensieri”, di spassi.
chi è costui che al mattino si leva,
si lava
commette, annette attende
con normoforia l’imprevedibile vita?
Accetta
il discontinuo del mondo,
tollera!
Oh, questa relativa potenza
come misera sembra (come divina)
a Colui che necessita dell’onnipotenza
interminata, dello sconfinato Pensiero
(ossessivo), dell’attesa sovrana sul trono
mentale alto come un pimpinnacolo,
vigile periscopio cui nulla sfugge
del tondo orizzonte totale.
Il pensiero ossessivo buca il lavoro –
vizio dogmatico del mondo –
d’ogni parte, lo sfarina, lo abbatte.
Egli ha il suo lavoro
straordinario.
Il comune lavoro
è una sorda
continuità terrestre,
mancanza
del piacere mentale disperato.

Il pensiero perverso (Interno Poesia Editore, 2022)

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Eugenio Montale

Ph. Ugo Mulas

L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili,
delle carte, dei quadri che stipavano
un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
Forse hanno ciecamente lottato i marocchini
rossi, le sterminate dediche di Du Bos,
il timbro a ceralacca con la faccia di Ezra,
il Valéry di Alain, l’originale
dei Canti Orfici – e poi qualche pennello
da barba, mille cianfrusaglie e tutte
le musiche di tuo fratello Silvio.
Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura
di nafta e sterco. Certo hanno sofferto
tanto prima di perdere la loro identità.
Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio
stato civile fu dubbio fin dall’inizio.
Non torba m’ha assediato, ma gli eventi
di una realtà incredibile e mai creduta.
Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo
dei tuoi prestiti e forse non l’hai saputo.

Satura (Mondadori, 2018)

Hans Magnus Enzensberger

Ulteriori motivi per cui i poeti mentono

Perché l’attimo
in cui la parola felice
si esprime,
non è mai l’attimo felice.
Perché all’assetato la sete
non consente di pronunciarla.
Perché in bocca al proletariato
la parola proletariato non compare.
Perché colui che dispera
non ha voglia di dire:
“Sono un disperato”.
Perché orgasmo e Orgasmo
non sono compatibili tra di loro.
Perché il moribondo, lungi dal dichiarare:
“Adesso muoio”,
non emette che un sordo rantolo,
a noi incomprensibile.
Perché sono i vivi
che rompono i timpani ai morti
con le loro angosciose notizie.
Perché le parole vengono troppo tardi,
o troppo presto.
Perché di fatto è un altro,
sempre un altro,
colui che parla,
e perché quello
di cui si sta parlando
tace.

La fine del titanic (Einaudi, 1990), trad. it. V. Alliata

Christian Bobin


I momenti più luminosi della mia vita sono quelli in cui mi accontento di vedere il mondo apparire. Questi momenti sono fatti di solitudine e di silenzio. Sono sdraiato su un letto, seduto a una scrivania o cammino per strada. Non penso più a ieri e domani non esiste. Non ho più legami con nessuno e nessuno mi è estraneo. Questa esperienza è semplice. Non c’è da volerla. Basta accoglierla quando arriva. Un giorno ti sdrai, ti siedi o cammini, e tutto ti viene incontro senza fatica, non c’è più da scegliere, tutto quello che viene porta il segno dell’amore.

Mozart e la pioggia (AnimaMundi, 2015)

Vittorio Bodini


I pini della Salaria

Attento. Ogni poesia
può esser l’ultima.
Le parole s’ammùtinano.
Comincia un insolito modo
con le cose di guardarsi
d’intendersi
scavalcando le parole
in una vile dolcezza.
Ahi, e avevo un cuore
che voleva abbaiare
tutte le notti
alla luna e alle pietre.
Sì, i cappellini d’edera
dei lampioni notturni,
le coppie che s’abbracciano
nelle macchine ferme…
Che posto troverò per voi
nella memoria,
per voi e per le colme cupole
che ammaìna Roma nell’ombra?
I pini della Salaria
non hanno pigne
da far scoppiare al fuoco,
pigne calde da mettere
nel cavo petto dei morti.

Tutte le poesie
(Besa, 2004)

Diletta D’Angelo

Phineas Gage

Da studi sul cervello di criminali (prima uomini ordinari) sono emerse lesioni comuni
al lobo frontale sinistro

La corteccia prefrontale regola le emozioni controlla
gli impulsi, il riflesso condizionato della paura

serve a sviluppare l’abilità di cambiare strategia di risposta,
per la compassione che proviamo per gli altri, la capacità di prenderci cura di loro

Si parla di anatomia della violenza di radici biologiche del male e di come
alcuni individui non possano avere il pieno controllo delle azioni
non dispongano di libero arbitrio

Defrost (Interno Poesia Editore, 2022)

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Massimiliano Bardotti


Sognano i bambini, ma non raccontano
agli adulti i loro sogni, solo ad altri bambini:
è necessaria una simile statura per abitare
mondi invisibili. Di notte certe creature hanno fame
e noi non sappiamo prevedere la prossima carestia.

Se aperti i nostri libri non cantano più.

La disciplina della nebbia (peQuod, 2022)

Gesualdo Bufalino

Ph. G. Leone

Ecco declina già l’anno di nuovo,
ma l’ombra dietro i vetri che si spia
ancora sazi, ancora ingordi ci ritrova
del suo cibo di mala follia.

Diluvi corrono come coltelli
per ogni viottolo del sangue triste:
ah brama buia, perduti duelli,
tentazione di non esistere!

Possederti mi è dunque terrore,
e quando madida e dolce sul fianco
piangendo mi manchi, nel cuore
un vento ascolto battere stanco.

Coi capelli avvinti e le bocche funeste
come non serve contro la sorte
ogni sera cercare questa celeste
catastrofe che simula la morte.

Come non serve affondare la faccia
sul tuo petto di diafana pietra,
ora che già il predone fiutò la nostra traccia
e i suoi cani ci latrano dietro.

L’amaro miele (Einaudi, 1989)

Lucio Piccolo


Le sognanti, lontane ombre che sono
dietro le tue parole questa notte,
fantastiche o dolenti le portava
la corrente dei giorni, il vento che apre
i colori, ed ognuna il suo segreto
di dolore o di gioia che il destino
segnò e il buio chiude;
e ancora altre ne chiami
che dileguando diedero un’impronta
di lume: la promessa di un ritorno;
mani che schiusero i riposi,
occhi che riflettevano i meriggi
sotto i rami, le foglie della vite
che il raggio fa vivaci, oh le stormenti
stagioni attorno ai volti, le ore
che scendevano a noi come in dolcezza
umana fatte miti da uno sguardo;
viva siepe, riparo che fa
sicure in cerchio notti, albe, tramonti,
e come pienamente
rispondevano ad ogni sole
che mai le avrebbe, mai sfiorate il rombo
del mistero; ma in fondo ad ogni svolta
è il dolore, la cenere che tocchi
si riga: brace e sangue.
E sul quadrante gira una segno
indietro lascia la vacua spirale
dove l’anima è presa, e fuori attorno
ferma è la notte come una memoria
di sempre; sul piano
pietroso che sovrasta al mare basse
macchie di luna e cespi,
tarde stuoie di nuvole e un’ansia
s’alza d’ignoto, ricade; respiro
dell’aria scorre tra le gole, tocca
la paglia sotto il ponte, alle pareti
della cava risale e sopra i margini
si cela tra le foglie degli ulivi.

Gioco a nascondere, Canti barocchi, e altre liriche (Mondadori, 1960)