Demetrio Marra


DAZN

Ieri nel sogno con Pepè in Skype call,
come se nell’inferno ci fosse un corso per down
di aggiornamento informatico, ecdl. Mi ha detto
strascicando la mascella che va
tutto bene, che aspetterà che Dio
gliela mandi buona. E io: guarda tu,
come sei sciupato, sei tutt’ossa: ha riso
come vivo lo sfottevamo papà e io
e tra i vetri delle bottiglie col tappo a macchinetta
gli si distorceva il muso.

 

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Gabriela Mistral


Ci sono baci

Ci sono baci che emettono da soli
la sentenza di una condanna d’amore,
ci sono baci che si danno con uno sguardo
ci sono baci che si danno con la memoria.

Ci sono baci nobili,
baci enigmatici, sinceri,
ci sono baci che si danno solo con l’anima
ci sono baci proibiti e ci sono baci veri.

Ci sono baci che bruciano e che feriscono,
ci sono baci che turbano i sensi,
ci sono baci misteriosi che hanno lasciato
i miei sogni confusi ed errabondi.

Ci sono baci problematici che nascondono
una chiave che nessuno ha mai decifrato,
ci sono baci che generano la tragedia –
quante rose in boccio ha sfogliato.

Ci sono baci profumati, baci tiepidi
che palpitano in un intimo anelito,
ci sono baci che lasciano sulle labbra impronte
come un raggio di sole in un campo gelato.

Ci sono baci che sembrano gigli
sublimi, ingenui, puri,
ci sono baci traditori e codardi,
ci sono baci maledetti e spergiuri.

Giuda baciò Gesù e lasciò impresso
sul viso di Dio il segno della sua viltà,
mentre la Maddalena con i suoi baci
fortificò pietosa la sua agonia.

Da allora nei baci palpitano
l’amore, il tradimento e il dolore,
le coppie umane assomigliano
alla brezza che gioca coi fiori.

Ci sono baci che provocano deliri
di amorosa, folle passione,
tu li conosci bene: sono i miei baci
inventati da me per la tua bocca.

Baci di fiamma che portano impressi nel viso
i solchi di un amore proibito,
baci tempestosi, baci selvaggi,
che solo le nostre bocche hanno provato.

Ti ricordi del primo? Indefinibile,
ti lasciò il viso coperto da rosee impronte,
e nello spasimo di quell’emozione terribile,
gli occhi si riempirono di lacrime.

Ti ricordi di quella sera, quando in un momento di follia
ti vidi geloso immaginando chissà quale oltraggio?
Ti presi tra le mie braccia, vibrò un bacio
e che cosa vedesti dopo? Sangue tra le mie labbra.

Io ti insegnai a baciare: i baci freddi
sono di un impassibile cuore di pietra.
Io ti insegnai a baciare con i miei baci
inventati da me per la tua bocca.

 

Che cos’è mai un bacio (Interlinea, 2019)

Ai Ch-Ing

Stagno di inverno

Lo stagno di inverno
è solitario come il cuore di un vecchio,
cuore che troppo ha provato l’asprezza del mondo.
Lo stagno di inverno
è asciutto come gli occhi di un vecchio,
occhi che la sofferenza ha privato di lampo.
Lo stagno di inverno
è spoglio come la testa di un vecchio,
capelli impolverati di bianco come erbe cosparse di brina.
Lo stagno di inverno
è oscuro come un vecchio triste,
vecchio paralizzato sotto la buia cappa del cielo.

 

Poesia cinese moderna (Editori Riuniti, 1962)

Fabrizio Bajec


Tutto bene

Il mondo è peggiore di quel che credevo a diciotto anni
quando per disgusto ci tenevo a finirla presto
malgrado ciò vivo ancora – non in una riserva
o lontano dalle ostilità sulla cima del Tibet
ma qui dove uno spesso è punito se è povero
Resta l’amore senza il quale siamo poca cosa
Una notte è precipitato in fondo a una bottiglia
che rotolava sul lastrico di una città di dolore
Un angelo del Sud lo ritrovò e mi spiegò:
“Come te avevo esaurito il mio amore in una notte
da quel tempo mi è impossibile sostenere la vista
di una creatura confusa e nutrita di conflitti”
Tanto che la protesse con le sue ali semi-aperte
fino al mio arrivo quando scorsi l’amore perduto
e fui subito ingannato dalla gioia e la collera
ugualmente presenti nel mio spirito in combutta
lieto di aver ritrovato questo amore per miracolo
sebbene di orribile aspetto allora e umiliato

Il mondo è peggiore di quel che credevo a diciotto anni
e l’amore un curioso miscuglio di addomesticamento
e ferocia che oggi benedico lo stesso

 

La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018)

Intervista al poeta: Davide Rondoni

Davide Rondoni (Forlì, 1964) ha pubblicato alcuni volumi di poesia: La natura del bastardo (Mondadori 2016), Apocalisse amore (Mondadori 2008), Avrebbe amato chiunque (Guanda 2003), Compianto, vita (Marietti 2001), e Il bar del tempo (Guanda 1999), Rimbambimenti (Raffaelli 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (Whyfly 2013) con i quali ha vinto alcuni dei maggiori premi di poesia. È tradotto in vari paesi in volume e rivista. Collabora a programmi di poesia in tv e radio (Rai, Sky, RtvSanMarino e Tv2000), alla scrittura di film e di mostre high-tech experience e ad alcuni quotidiani come editorialista. Ha fondato e dirige Il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista clanDestino. Suoi recenti volumi di saggi sono L’allodola e il fuoco, Le 50 poesie che mi hanno acceso la vita (La nave di Teseo 2017), Nell’arte vivendo, prose e versi su arte e artisti (Marietti 2012), Contro la letteratura (Bompiani 2015), sull’insegnamento a scuola, Il fuoco della poesia (Rizzoli 2008) e Non una vita soltanto (Marietti 2001). Dirige le collane di poesia per Marietti e cartaCanta. È autore di teatro, di performances con musica, e di traduzioni da Baudelaire, Rimbaud, Péguy e altri.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Cosa intendi per stato di salute? Ogni volta che qualcuno scrive o dice una buona poesia la salute della poesia è ottima, ogni volta che uno spaccia per poesia robetta, allora sta male… Ad altro genere di valutazioni sullo stato della poesia come se fosse una merce di cui si presume di calcolare la circolazione o il consumo non credo…

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Un’arte. Ed è un’arte che lavora sulla parola al massimo grado di perizia e intensità, e che riguarda un elemento fondamentale della natura umana – la parola appunto – ovvero il nostro modo di conoscere ed esprimere il mondo… beh, insomma è un’arte fantastica e difficile… e da rispettare, con umiltà e follia generante…

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Ho avuto l’onore di essere incoraggiato all’inizio e accompagnato da poeti che considero i maggiori del secondo novecento, Luzi, Caproni, Testori… e loro con altri, come Bigongiari, Loi mi sono stati maestri sia nel rapporto personale, sia nella lettura dei loro lavori… e potrei fare anche altri nomi, anche di poeti amici con cui si discute, ci si confronta… E poi maestri di poesia non poeti, ma persone sante o persone di gusto, artisti o esperti di altre arti, e poi tante persone geniali, operose, attente al movimento profondo della vita… Gente la cui occhiata o la cui opera mi ha mostrato cose importanti per l’arte della poesia…

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Nulla di particolare, e tutto di particolare. Ovvero si tratta di spendere totalmente con serietà, generosità e allegro naufragio un talento particolare, quello di dare voce alla esperienza di tutti, e diventare degli uomini-finestra. Il contrario del narcisismo e dell’egocentrismo. Parlo a livello profondo, esistenziale e spirituale.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Non è vero, è uno dei luoghi comuni con cui bisogna “lottare” (non dei peggiori). Ogni libercolino di poesia ha almeno un lettore (fosse pure la mamma o la zia o il moroso dell’autore/autrice) quindi anche solo così i lettori sono il doppio degli autori… Poi io sono contento di esser nato sotto un cielo in cui fioriscono tanti poeti, grandi o piccoli, non trovo sia una cosa di cui lamentarsi, sarebbe peggio nascere sotto un cielo dove spuntano che so, un sacco di commercialisti o di palazzinari…
Noi siamo la terra di Francesco, Jacopone, Guinizelli, e prima dei Siciliani, e di Guittone, e poi su di Dante, Petrarca, fino a Leopardi, Montale, Ungaretti, eccheccazzo… Che nascano poeti o tentativi di poesia è naturale e meraviglioso… Siamo la terra dell’arte, ed è una grande responsabilità civile e umana. Di cui forse i poeti dovrebbero occuparsi di più invece di irrancidire in luoghi comuni comodi e inerti. Poi chi si occupa davvero di poesia ovviamente dovrà leggere e nutrire la propria arte nel confronto con la altrui… In generale, mia nonna non aveva letto granché, ma non era una brutta persona. La cultura di una persona non coincide con la sua biblioteca…

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Ma sei sicuro che si legga poca poesia? I numeri editoriali non dicono granché sulla lettura della poesia, cosa che può avvenire nel frammentario del web, con l’ascolto alla radio o in tanti reading… E spesso buoni libri di poesia vendono – non solo alla lunga distanza – più di altri generi di libri.
Ammesso che sia vero che se ne legge poca (ma molta di quella presunta che si pubblica forse è meglio che non si legga…) se davvero bisogna incolpare qualcuno innanzitutto chi la fa, poi chi dovrebbe farla conoscere, poi chi la insegna e chiunque ne parla o la tratta in modo morto o stupido.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

La gente si appassiona alla poesia quando vede che chi la legge è più vivo e intenso. Il resto sono conseguenze metodologiche derivanti da qui. Ho fatto un libro, come sai, su queste cose (Contro la letteratura, Bompiani 2016). È lì, per chi vuole interessarsi e non ha paura di andare contro i luoghi comuni, e vuole lavorare sul metodo per condividere la poesia specie ai più giovani.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Non mi piacciono le aggiunte, gli aggettivi o simili al nome poeta. Come non ha senso parlare di poeti sperimentali, così ha ancor meno senso parlare di Instapoets. O son poets buoni o son scarsi poets, sia che usino Instagram sia che incidano i versi sulla pietra. Sono magari buoni influencer come si dice oggi o cazzari sentimentali o abili comunicatori… Valutare la qualità di una poesia in followers è come decretare che il Tavernello siccome è più bevuto del Barbera è uno dei migliori vini di Italia. La diseducazione del gusto è una colpa grave. E viene pagata – esiste un Dio della letteratura che se pubblichi robette o favorisci i tavernelli della poesia perché pensi che sia più glamour, ti punisce in qualche spietato modo, prima o poi, e innanzitutto con un senso di vuoto.
Certo, vedo molti più like sotto le foto di talune poetesse che sotto i loro versi. Un segno tra ridicolo e inquietante che forse dovrebbe far riflettere, o no? Da cosa pubblichi, da che livello di elaborazione c’è in quel che pubblichi si vede quanto sei artista.
L’arte è il contrario del narcisismo e del compiacimento. E anche della facile seduzione.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Boh? Non sono la Maga Magò, ma sono sicuro che se ci saranno buoni poeti la poesia buona si leggerà…

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“E morte non avrà dominio” (Dylan Thomas) e “L’essere molto amati / non medica la solitudine / …. Amare /questo sì ti parifica al mondo / ti guarisce con dolore” (Mario Luzi).
E poi, in una poesia che sempre mi fa lacrimare:
“E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono? “

Chiedersi cosa sta facendo l’aria…tutta la mia vita è in questa domanda…

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Patrizia Vicinelli


Il cavaliere di Graal

Da un altro punto furono viste le stagioni
fino lì sconosciute
solo allora poté sedersi ad ammirare
il senso dell’alternanza.
Dalla sua radice gassosa ne muta
la base visibile
e lo cimenta la traiettoria
di notte e giorno la luce,
il cielo.
E’ fusa la donna alla sua ombra
eppure trema al fuoco dell’inizio
così se li sposta i suoi passi
Iside all’orizzonte meta
ora essa fugge la sua lontananza.
Perché non cola l’attesa profumata
ossia fermarsi
la sua ansia volta avrà la fine
di profilo porre cosa la tiene unita
quella che stacca la radice, un alito.
Batte allora come sul ferro la materia di sé
e lo plasma ogni angolo continuo
della vista
una distanza del suo centro esatta
la definisce.
I piani diversi del linguaggio
ne è avvolto
così genera le forme della sua ricerca
egli ha imparato come lasciarsi solcare
ad essere cinto dalle tracce.
Con un colpo d’occhio sentiva
la presenza simultanea di tutto ciò
che nella terra cresce
e questa coscienza della condizione attuale
lo aiutava come una disciplina.
Ciò che non è compiuto spinge
il modo del procedere,
meta, meta, arsi e riarsi,
durante la costa dei millenni.
Incessante se lo vide nascere e morire
il mondo fino a dove
non ci fu più tempo né abbastanza luce
per seguitare i paradossi demoniaci
sbalzato come dura pietra molle ora
nelle acque del fiume,
si agitava dentro pezzi di realtà dissimili.
Nel mentre cantano nel petto i volti
dei suoi sogni
muta al mattino in albe anche dorate,
quale certezza venga da mondi paralleli, attriti
posti sopra o sotto, vincolanti.
Scivolando lungamente sul fianco
della piramide atavica
lo blocca quando vuole come esercizio
e intanto la miseria dell’uomo
va consumata dentro di sé, nell’arca
del suo spazio interiore
intendeva infrangere ciò che da inadeguato
si ricompone ad ogni istante.
L’attrazione dinamica del fare mancò
a quel punto
e alla fine della danza più lunga,
l’abbandono e il silenzio
della grandiosa solitudine
lo rendeva eterno,
come collocato su di un punto raso
della terra, sotto le stelle.
Non era più chiamato in battaglia
da tanto tempo.
Il mio inizio è forse il solo inizio,
disse l’uomo assetato, e si sedette
a guardare l’evidenza del suo destino.
Il cavaliere che guarda la luna,
non cerca e non aspetta niente.
Beveva quel soffice vino d’agosto
e teneva la porta aperta
sulla laguna afosa della fine d’agosto,
musica in viole di quel tempo, vino di Graal.
Si chiedeva se non fosse una sua fantasia
mentre risa fendevano l’aria,
di giovani donne ubriache.
Arrossisce il suo silenzio il vino
e gli dà corpo
col respiro batte il ritmo della mente
nell’aria intatta
ora a cerchio lo sguardo la perdita lo svela,
un parallelepipedo di una battaglia navale
del settecento,
esatto d’ombre fatte di sfumature.
In settembre oltre la luce così bassa
e radente, c’è nebbia
e l’odore di funghi porcini annusati
a lungo, come nelle sere d’inverno.
La configurazione del male così conosciuta
era allora impalpabile, sembrava
non ci fosse traccia.
Intanto la luna al primo giorno calante
porge la notte in adagio,
la struttura tutto sommato
è tonda ora, poi cambierà.
Già pensa che il santo Graal è troppo lontano,
e il bicchiere si sta offuscando
di rosso, – qualsiasi cosa signore, ma
spingimi avanti – nuovamente il bicchiere
brilla rosso e la luna
fra gli alberi cade con la certa nebbia
fino ai pini, alle acacie, ma non i grilli
non i ragni, le libellule fino a ieri poi.
Non c’è arrivo non c’è sosta non
c’è partenza, ma il succedersi senza tregua.
Questo sì, che a ogni livello ne succeda
un altro, per generazione spontanea
l’aveva saputo della ruota che girava
mentre i mondi finivano, a volte.

Non sempre ricordano (Le Lettere, 2009)

Clery Celeste

Il lavoro è ricominciare a cicli
come gli anni e i criceti nella ruota.
Stesso posto macchina, il sorriso
abbinato al camice, i pulsanti e anche le frasi.
Ma le frasi, chi torna dei miei pazienti
le riconosce le frasi sempre uguali?
Lo scarto della routine sta in loro
nelle ultime richieste di aiuto.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 1 (Interno Poesia Editore, 2019)

Osip Mandel’štam


Corre l’onda con l’onda all’onda rompendo la cresta,
lanciandosi verso la luna con l’ansia dello schiavo,
e il giovane abisso dei giannizzeri,
metropoli d’onde senza requie,
si agita, si torca e scava fossati nella sabbia.

E nella cupa aria ovattata appaiono
i merli di un muro mai cominciato
e da scale di schiuma cadono i soldati
di sultani sospettosi – a spruzzi, pezzi –
e freddi eunuchi distribuiscono il veleno.

Quaderni di Voronež (Giometti & Antonello, 2017), a cura di M. Calusio

Anne Stevenson


The Day

The day after I die will be lively with traffic. Business
will doubtless be up and doing, fuelled by creative percentages;
the young with their backpacks will be creeping snail-like to school,
closed in communication with their phones; a birth could happen
in an ambulance, a housewife might freak out and take a train to nowhere,
but news on The News with irrepressible importance will still sweep
everybody into it ¬like tributaries in a continental river system,
irreversible, overwhelming and so virtually taken for granted
that my absence won’t matter a bit and will never be noticed.

Unless, of course, enough evidence were preserved to record
the memorable day of my death as the same day all traffic ceased
in the pitiful rubble of Albert Street, to be excavated safely, much later,
by learned aboriginals, who, finding a file of my illegible markings
(together with the skeleton of a sacred cat), reconstructed my story
as a myth of virtual immortality, along with a tourist view of a typical
street in the late years of the old technological West – a period
they were just learning to distinguish from the time of the Roman wall,
built of stone (so it seemed) long before anything was built of electricity.

 

*

 

Il giorno

Il giorno dopo la mia morte il traffico sarà vivace. Di certo gli affari
andranno a gonfie vele, sospinti da percentuali creative;
zaino in spalla, come lumache i ragazzi strisceranno verso scuola,
chiusi in comunicazione con i loro telefoni; su un’ambulanza qualcuno potrebbe nascere
e una casalinga dar di matto e prendere un treno diretto in nessun luogo,
ma le notizie su The News continueranno a trascinare tutti
con la loro importanza irresistibile – come immissari di un sistema fluviale continentale,
irreversibili, travolgenti e così virtualmente e ciecamente accolte
che la mia assenza conterà meno di un bit, seppure sarà mai notata.

A meno che, certo, non rimanessero tracce sufficienti a identificare
il giorno memorabile della mia dipartita come quello in cui il traffico si fermò
tra le macerie miserevoli di Albert Street, molto tempo dopo, e in tutta sicurezza,
riportate alla luce da colti aborigeni i quali, ritrovato un file di miei illeggibili segni
(accanto allo scheletro di una gatta sacra), ricostruissero la mia storia
come un mito di immortalità virtuale, accanto all’istantanea di una tipica
strada della tarda era tecnologica occidentale – un periodo
che staranno appena imparando a distinguere dall’epoca del Vallo di Adriano,
fatto con pietre (a quel che sembrerà) molto tempo prima che tutto venisse fatto con l’elettricità.

 

Inedito tradotto da Carla Buranello

Alessandro Fo


Lettera da Firenze

… e grazie dell’invito alla poesia
su Marilyn Monroe…
Ci provo, ma non so
che saprò dire.

In questo mio non facile momento
ho ancora il cuore tutto petillante
di parole d’affetto.

Inavvertiti, sono giunti i Sessanta
e – sai che c’è – non sarebbe perfetto
che tu e i miei Lapi e io
fossimo presi per incantamento?
Ma per davvero. Un castello di Atlante,
e vivere soltanto di poesia.

La sera, andando a letto,
solo due gocce di versi. E dormire.

Esseri umani (L’arcolaio, 2018)