Osip Mandel’štam


Ariosto

In Europa fa freddo. In Italia è buio.
Il potere è repellente come le mani d’un barbiere.
Oh, se si spalancasse, ma al più presto,
un’ampia finestra sull’Adriatico.

Sulla rosa muschiosa il ronzio di un’ape,
nella steppa a mezzogiorno un grillo muscoloso,
sono grevi i ferri del cavallo alato,
la clessidra è gialla e aurata.

Il linguaggio delle cicale irretisce col suo miscuglio
di mestizia puskiniana e di fretta mediterranea,
come un’edera fastidiosa, che s’avviticchia tutta
egli mente con coraggio, combinandone con Orlando di tutti i colori.

La clessidra è gialla e aurata,
nella steppa a mezzogiorno un grillo muscoloso,
e dritto alla luna spicca il volo il contafole spalluto.

Gentile Ariosto, volpe d’Ambasceria,
felce in fiore, veliero, aloe,
tu udivi sulla luna i versi dei calenzuoli,
e a corte eri savio consigliere dei pesci.

Oh, città di lucertole, in cui non v’è anima viva,
dalla strega e dal giudice hai partorito prole siffatta,
Ferrara dal cuore di pietra, alla catena lo tenevi:
e l’astro del rosso intelletto si levò dal folto del bosco.

Noi ci stupiamo del banchetto del macellaio,
del pargolo appisolatosi sotto una rete di mosche azzurre,
dell’agnello sul monte, del monaco sull’asinello,

dei soldati del duca, un po’ folli in Dio,
per le bevute di vino, la peste e l’aglio,
e della recente perdita, come l’aurora, ci stupiamo…

1933; 1935

 

L’opera in versi (Giometti & Antonello), cura e traduzione di Gario Zappi

Osip Mandel’štam


Corre l’onda con l’onda all’onda rompendo la cresta,
lanciandosi verso la luna con l’ansia dello schiavo,
e il giovane abisso dei giannizzeri,
metropoli d’onde senza requie,
si agita, si torca e scava fossati nella sabbia.

E nella cupa aria ovattata appaiono
i merli di un muro mai cominciato
e da scale di schiuma cadono i soldati
di sultani sospettosi – a spruzzi, pezzi –
e freddi eunuchi distribuiscono il veleno.

Quaderni di Voronež (Giometti & Antonello, 2017), a cura di M. Calusio

Osip Mandel’štam


1

Amo l’apparizione del tessuto
quando una, due, più volte
manca il fiato e infine arriva
il sospiro che risana.

E tracciando verdi forme,
quasi archi di vele in regata
gioca lo spazio assonnato,
bambino ignaro della culla.

 

*

 

11

E dallo spazio esco nel giardino
incolto delle grandezze,
strappo l’immaginaria costanza,
l’autoconsenso delle cause.

E il tuo manuale, infinità, io leggo
da solo, lontano dagli uomini:
selvaggio erbario senza foglie,
libro di problemi delle radici enormi.

 

Quasi leggera morte (Adelphi, 2017), a cura di Serena Vitale

Osip Mandel’štam

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Non c’è nulla di cui serva parlare
non c’è nulla di cui occorra insegnare;
bella e ricolma di malinconia
è questa buia anima ferina:

non c’è nulla che lei voglia insegnare,
in nessun modo lei riesce a parlare,
e come un giovane delfino guizza
per l’universo e i suoi canuti abissi.

 

Ottanta poesie (Einaudi, 2009), trad. it. R. Faccani

Erich Fried

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Macerie

Il poeta Osip Mandel’štam fu visto l’ultima volta
in un campo di smistamento prigionieri
presso Vladivostok nel dicembre del trentotto
mentre cercava resti commestibili in un
cumulo di immondizie. Morì prima ancora che finisse l’anno

I suoi assassini a quei tempi amavano parlare
del “cumulo di macerie della storia
sopra il quale
sarà gettato il nemico”

E dunque questo era il nemico: il poeta in fin di vita
e questo il cumulo di macerie (come già disse Lenin:
“La verità è concreta”) Se l’umanità avrà fortuna
gli archeologi delle macerie della storia porteranno alla luce
ancora qualcosa della nostalgia di una cultura universale
Se l’umanità avrà ancora fortuna saranno uomini
gli archeologi sulle macerie della storia

 

Nuovi poeti tedeschi (Einaudi, 1994), trad. it. A. Chiarloni

Osip Mandel’štam

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Stiamocene un po’ in cucina assieme,
l’aria è dolce di bianco cherosene;

un coltello tagliente e una pagnotta…
Se vuoi, prepara ben bene il fornello;

altrimenti raduna e intreccia corde;
prima dell’alba fa’ una grande sporta:

fuggiamo a una stazione, ad un binario
dove nessuno ci possa trovare.

 

Ottanta poesie (Einaudi, 2009), trad. it. R. Faccani