Isabella Leardini

Questo testo è tratto da Domare il drago (Mondadori, 2018) ed è stato scritto da quasi 100 mani, durante un laboratorio di poesia con due classi prime in una scuola professionale. Dovevano scrivere d’istinto tante metafore sul cuore, per ognuno ne ho scelta una, le abbiamo composte come una partitura. Alla fine ognuno ha letto il cuore di qualcun altro.

 

Il mio cuore è un arco che scocca la sua unica freccia
il mio cuore è un piccione viaggiatore
il mio cuore è una giornata senza sole
il mio cuore è un anello inciso
il mio cuore è spezzato dal vento
il mio cuore è un giocattolo usato
per troppo tempo

il mio cuore è come il vetro sensibile agli urti
il mio cuore è un disastro naturale
il mio cuore è un palazzo pronto a crollare
il mio cuore è una strada sterrata
il mio cuore è una madre spaventata

il mio cuore è un torsolo
il mio cuore è un limone
il mio cuore è un tamburo
il mio cuore è un campo minato
il mio cuore è un foglietto stropicciato
lasciato in un angolino
il mio cuore è un apparecchio difettoso
l’ho spento

il mio cuore è un tatuaggio
il mio cuore è una canzone
il mio cuore è un oggetto impazzito
il mio cuore di te era abituato
il mio cuore, come un soldato armato

il mio cuore è un parco giochi
il mio cuore è un parco giochi di notte
il mio cuore è una finestra
il mio cuore è una finestra aperta in estate
il mio cuore è una finestra dove chiunque si affaccia
e vede sempre le stesse cose
il mio cuore è una stanza
messa sottosopra

il mio cuore è una giornata fredda
il mio cuore è un termosifone
il mio cuore è come la neve
il mio cuore è fatto di sapone
il mio cuore è finto come un sorriso
il mio cuore è cattivo come una piuma
il mio cuore è un anziano davanti a un cantiere

il mio cuore è impossibile
il mio cuore è come l’estate
il mio cuore è una stanza buia
il mio cuore è come una mela divisa a metà
il mio cuore è una grattugia
il mio cuore è un temporale
il mio cuore è un pesce fuor d’acqua
il mio cuore è come un bambino il giorno di Natale
il mio cuore è un dono

il mio cuore è il treno in anticipo
il mio cuore è il freddo in anticipo
il mio cuore è una porta chiusa
e pochi hanno la chiave per entrare
il mio cuore è l’ordine messo in disordine
il mio cuore è un labirinto
il mio cuore l’hai salvato
come si salva un cane abbandonato

il mio cuore è una cartina
che non hai mai guardato
il mio cuore è una canzone
che hai sempre ascoltato
il mio cuore è una coperta
il mio cuore è un mappamondo
il mio cuore è un portiere senza mani
il mio cuore è una fetta biscottata
che cade dalla parte della marmellata

il mio cuore è un dromedario
il mio cuore è un continente
il mio cuore è in estinzione
il mio cuore è sempre aperto
il mio cuore è una costellazione
il mio cuore è nulla rispetto al tuo cuore
il mio cuore è perfetto perché dentro ci sei tu

 

Foto di Giulio Malfer

Eugenio Montale


Il primo gennaio

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 1996)

Lang Leav


Volersi bene

Una volta mentre correvo,
via da tutto ciò che mi perseguitava;
stavo per arrendermi alle tenebre –
a un insopportabile dolore.

Cercavo quell’unica cosa,
che avrebbe liberato la mia anima triste.

Col tempo la trovai per caso,
una pace e una quiete interiore;
e ora sto iniziando
a vedere e a credere
in ciò che sto diventando –
e in tutto quello che devo ancora essere.

 

L’universo che noi siamo. Poesie per cuori intrepidi (Mondadori Electa, 2018), trad. it. M. Mellini

Roberto Deidier


Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirti ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

 

Solstizio (Mondadori, 2014)

Foto di Dino Ignani

Raffaele Carrieri


La poesia

La poesia non è pazienza
E non è impazienza.
La poesia non è scrivania
E tanto meno carta.
La poesia è speranza.
Amata o disamata
Produce gelo fuoco
E un certo vuoto
Nel quale uno si riconosce
E un altro fugge.
La poesia non è lana
Per la testa fredda
E solo riscalda
La mano aperta.
La poesia è un ponte
Che sta per cadere
E mai non cade.
La poesia è in alto
E anche in basso
Dove crescono semi
Fiumi e vermi.

 

Poesie scelte (Mondadori, 1976)

Vittorio Sereni


Gli squali

Di noi che cosa fugge sul filo della corrente?
Oh, di noi una storia che non ebbe un seguito
stracci di luce, smorti volti, sperse
lampàre che un attimo ravviva
e lo sbrecciato cappello di paglia
che questa ultima estate ci abbandona.
Le nostre estati, lo vedi,
memoria che ancora hai desideri:
in te l’arco si tende dalla marina
ma non vola la punta più al mio cuore.
Odi nel mezzo sonno l’eguale
veglia del mare e dietro quella
certe voci di festa.

E presto delusi dalla preda
gli squali che laggiù solcano il golfo
presto tra loro si faranno a brani.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 1995)

Giancarlo Majorino


davvero bell chiaro troppo
di non so quanto
e soltanto chi sta sotto
potrà comprendere rivivere
sia Gesù sia Marx l’han detto

e poesie non notizie (dopo, dopo)
nonché’l cervello di uno dei ceti medi
come qui può cominciare a scrivere
chi sta sopra non può dirigere niente
chi sta sotto potrebbe ma è assai difficile

ma poi quando un uomo grida aiuto
un uomo una donna una vecchia un bimbo
è come se il mondo si fermasse
case mute zitte finestre chiuse
tutto ciò parla o o urla o tace sale s’agita

 

La gioia di vivere (Mondadori, 2018)

Roberto Sanesi


Lo vedi, è la lingua

E così ora ti senti
piovigginoso, malato, pieno di avverbi autunnali,
di sostantivi distratti, di oggetti ritrovati
e subito perduti, sgretolati, di annotazioni che scorrono
per troppe pagine al piede della vita, e non sai
come funziona il gioco del rimando. La sola
ipotesi possibile ti sembra
l’invidia dello sguardo, la sua pena. Ma quando
ti soffermi alla soglia delle voci, al momento
che l’acqua si confonde
col pettirosso, con l’albero, con la collina,
è allora che le muffe
ti fioriscono attorno agli orecchi, e con delicatezza
tremenda assopiscono i suoni. Ti credi in ascolto
dell’imminenza, ma non era questo
che ti aspettavi, non questa dispersione del dolore
per tutto il corpo. O meglio: non ancora.
Ti sarebbe piaciuto osservare con le dita,
e invece ti passano accanto i ritratti,
il ritaglio di un occhio, il profilo solenne o ridicolo
di qualche testa dai pensieri assorti.
Lo vedi, è la lingua
così cortese, ossequiante, precisa, ma in fondo
sempre più imbarazzante a pretendere tutta l’attenzione
di cui non sei capace,
e ti ritrovi impigliato in un frammento,
disperso dappertutto, un movimento estremo
quasi raccolto insieme dal no comment
che riprende ogni volta il suo racconto.

 

Poesie 1957-2000 (Mondadori, 2010)

Andrea Zanzotto


Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

 

IX Ecloghe (Mondadori, 1962)

Biancamaria Frabotta


La volontà dei luoghi

Prendersi per il giusto verso
con cautela afferrarne il lembo
già un po’ scostato dalla pelle
e tirare, attirati l’uno dall’altra
gli scorticati di belle speranze.
Dal regno della treccia, della frangetta
illuminata dall’assalto dei bacetti
ci difendeva la complicità domestica
ci insegnava a trarre vantaggio da
un amore condiviso, fertile di frutti.
Ma l’albero ferito ebbe l’aria di soffrirne
sotto il fusto liscio spuntò un lattante
dalla faccia secca. Andate via. Sparite
belle bambine arrampicate in cima
ai valori d’una scala su cui
gravano prematuri silenzi.
O voi, o loro, balbettava.
La coppia, il legno, la gobba.

 

Tutte le poesie 1971-2017 (Mondadori, 2018)

© Foto di Dino Ignani