David Herbert Lawrence


Primavera incendiata

Questa primavera, come arriva, esplode in
falò verdi, selvatico soffiare verde di
alberi, di cespugli, fioritura di pruni che si
levano in ghirlande di vapori, tra
il bosco che brulica e brividi di giunchi
d’acqua.

Sono stordito da tutto questo sprigionarsi, questo
divampare di fuochi verdi, luci sul nero della terra, questa
folata di crescita, questi soffi di vapore che
vanno in selvatici vortici, come
volti di uomini sbocciati sotto il mio
sguardo.

E io, che specie di fuoco sono io, tra tutto
questo bruciare della primavera? Sono quello che manca,
io. Neanche pallido fumo come il resto della
gente, meno del vento che corre al fiammeggiante
richiamo.

*

The Enkindled Spring

This spring as it comes bursts up in bonfires green,
Wild puffing of emerald trees, and flame-filled bushes,
Thorn-blossom lifting in wreaths of smoke between
Where the wood fumes up and the watery, flickering rushes.

I am amazed at this spring, this conflagration
Of green fires lit on the soil of the earth, this blaze
Of growing, and sparks that puff in wild gyration,
Faces of people streaming across my gaze.

And I, what fountain of fire am I among
This leaping combustion of spring? My spirit is tossed
About like a shadow buffeted in the throng
Of flames, a shadow that’s gone astray, and is lost.

Poesie (Mondadori, 1987), a cura di G. Conte

Franco Fortini


La partenza

Ti riconosco, antico morso, ritornerai
tante volte e poi l’ultima.

Ho raccolto il mio fascio di fogli,
preparata la cartella con gli appunti,
ricordato chi non sono, chi sono,
lo schema del lavoro che non farò.
Ho salutato mia moglie che ora respira
nel sonno sempre la vita passata,
il dolore che appena le ho assopito
con imperfetta, di sé pietosa, atterrita tenerezza.
Ho scritto alcune lettere ad amici
che non mi perdonano e che non perdono.
E ora sul punto di dormire
un dolore terribile mi morde
come mille anni fa quando ero bambino
e lo chiamavo Iddio, e Iddio è questo
ago del mondo in me.

Fra poco, quando dai cortili l’aria
fuma ancora di notte e sulla città
la brezza capovolge i platani, scenderò per la via
verso la stazione dove escono gli operai.
Contro il loro fiume triste, di petti vivo,
attraverso la mobile speranza
che si ignora e resiste,
andrò verso il mio treno.

Tutte le poesie (Mondadori, 2021)

Sandro Penna


Mio padre è morto.
Non era vecchio ma già
s’incamminava.
Era il mio vecchio
amico sì, da quando
io giovinetto,
scoprivo in lui un compagno
la sera, il lavoro finito.

Adesso, all’ombra bassa
fra gli alberi, sotto le stelle
sento la vita farsi
più lenta e malinconica.
Eppure è qui la stessa
delle mie sere accese.
È la stessa che corre
e torna in bei fanciulli.

Poesie (Mondadori, 2019)

Nasos Vaghenàs


Miei vecchi amori. Visibili

ore di un secolo che non vuole morire.

Si rompono continuamente lune intorno a me.

La luce che m’illumina di certo verrà

da stelle spente.

Tutta la notte sradico sentimenti

dal mio petto che resta sempre verde.

Erbacce con radici d’eternità.

Mi stordisce il rumore del tempo.

Scendo
in una notte più profonda di quella vera

con una duplice tenebra negli angoli

e caligini d’usi passati.

Camminando lentamente, attento

a non svegliarvi.

Poeti greci del Novecento (Mondadori, 2010), trad. it Filippomaria Pontani

Seamus Heaney


Aria d’altra vita e tempo e luogo,
aria celestina, sostiene
un’ala bianca che batte alta contro la brezza,

e sì, è un aquilone! Come quando un pomeriggio
ci muovemmo in gruppi tutti noi
tra siepi di rovo e la nuda albaspina,

di nuovo in posizione, mi fermo di fronte
alla collina di Anahorish per scrutare il turchino,
torno in quel campo per lanciare la nostra caudata cometa.

E ora sbalza, vira, affonda di sbieco, pencola,
si rialza, segue il vento sino a quando
s’innalza tra le nostre grida da sotto.

S’innalza e la mia mano è come un fuso
che si svolge, l’aquilone un fiore dallo stelo sottile
in ascesa, e porta lontano, più e più lontano, più in alto

il petto anelo e i piedi piantati
e la pupilla che guarda e il cuore di chi lo fa volare
sinché il filo si spezza e – separato, giubilante –

l’aquilone spicca il volo, solo, aperto colpo d’ala.

Catena umana (Mondadori, 2011) trad. it. Luca Guerneri

∗∗∗

A Kite for Aibhín

Air from another life and time and place,
Pale blue heavenly air is supporting
A white wing beating high against the breeze,

And yes, it is a kite! As when one afternoon
All of us there trooped out
Among the briar hedges and stripped thorn,

I take my stand again, halt opposite
Anahorish Hill to scan the blue,
Back in that field to launch our long-tailed comet.

And now it hovers, tugs, veers, dives askew,
Lifts itself, goes with the wind until
It rises to loud cheers from us below.

Rises, and my hand is like a spindle
Unspooling, the kite a thin-stemmed flower
Climbing and carrying, carrying farther, higher

The longing in the breast and planted feet
And gazing face and heart of the kite flier
Until string breaks and – separate, elate –

The kite takes off, itself alone, a windfall.

Human Chain (Faber and Faber Ltd, 2010)

Ted Hughes


I imagine this midnight moment’s forest:
Something else is alive
Beside the clock’s loneliness
And this blank page where my fingers move.

Through the window I see no star:
Something more near
Though deeper within darkness
Is entering the loneliness:

Cold, delicately as the dark snow
A fox’s nose touches twig, leaf;
Two eyes serve a movement, that now
And again now, and now, and now

Sets neat prints into the snow
Between trees, and warily a lame
Shadow lags by stump and in hollow
Of a body that is bold to come

Across clearings, an eye,
A widening deepening greenness,
Brilliantly, concentratedly,
Coming about its own business

Till, with a sudden sharp hot stink of fox
It enters the dark hole of the head.
The window is starless still; the clock ticks,
The page is printed.

*

Immagino la foresta di questo momento di mezzanotte:
qualcos’altro è vivo
oltre la solitudine dell’orologio
e questa pagina bianca dove si muovono le mie dita.

Attraverso la finestra non vedo stelle:
qualcosa di più vicino
seppure più affondato nel buio
sta penetrando la solitudine:

freddo, delicatamente come la neve scura,
il naso di una volpe tocca fronde, foglie;
due occhi servono un movimento che ora
e ancora e ancora e di nuovo

lascia nitide impronte sulla neve
tra gli alberi, e con cautela l’ombra
zoppa indugia vicino ai ceppi e dentro buche
di un corpo che ha l’ardire di avanzare

attraverso radure, un occhio,
un verde che cresce in intensità,
brillante e concentrato,
che se ne viene per le sue faccende

finché di colpo con acuto e caldo puzzo di volpe
non entra nel buco scuro della testa.
La finestra è ancora senza stelle; l’orologio ticchetta,
la pagina è pronta.

Poesie (Mondadori, 2008), a cura di Nicola Gardini e Anna Ravano

Leonardo Sinisgalli


Via Velasca

Il calpestìo di tanti anni
L’ha quasi affondata, la via
Incredibilmente si è stretta.
Questa è l’ora mia, la mia ora diletta.
Io, ricordo la sera che alla fioca
Luce si spense ogni rumore, un grido
Disse il mio nome come in sogno
e sparve.
La via s’incurva, sgocciola
Il giorno dalle cime dei tetti:
Quest’ora dolce suona nel petto.
Non è che una larva restìa
La luce, un barlume: entro la boccia
Di vetro un pesce s’illumina.

Tutte le poesie (Mondadori, 2020)

4ª poesia più letta del 2023

di Eugenio Montale

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Tutte le poesie (Mondadori, 2018)

Poesia pubblicata il 23 giugno 2023

Paul Celan


Silenzio! Io pianto la spina nel tuo cuore
poiché la rosa, la rosa
sta con le ombre nello specchio, e sanguina!
Essa già sanguinava, allorché mischiammo il sì e il no
e lo bevemmo a sorsi,
perché un bicchiere, sbalzato dal tavolo, tintinnò:
s’annunciò con scampanio una notte, tenebrante più a lungo che noi.

Bevemmo con avide bocche:
sapeva di fiele,
eppur spumava come il vino –
Io tenni dietro al raggio dei tuoi occhi,
e la lingua ci balbettò dolcezza…
(È così che balbetta, ancora sempre.)

Silenzio! La spina ti penetra più a fondo nel cuore:
essa fa lega con la rosa.

Poesie (Mondadori, 1998), trad. it. G. Bevilacqua

*

Stille! Ich treibe den Dorn in dein Herz,
denn die Rose, die Rose
steht mit den Schatten im Spiegel, sie blutet!
Sie blutete schon, als wir mischten das Ja und das Nein,
als wirs schlürften.
weil ein Glas, das vom Tisch sprang, erklirrte:
cs läutete ein eine Nacht, die finsterte länger als wir.

Wir tranken mit gierigen Mündern:
es schmeckte wie Galle,
doch schäumt’ cs wie Wein –
Ich folgte dem Strahl deiner Augen,
und die Zunge lallte uns Süße…
(So lallt sic, so lallt sic noch immer.)

Stille! Der Dorn dringt dir tiefer ins Herz:
er steht im Bund mit der Rose.

Michael Krüger


Cosa c’è ancora da fare

per il settantesimo di Peter Handke

Raccogliere le noci
prima che se le prenda lo scoiattolo;
mettere l’ombra in sicurezza,
parlare con la matita
quando questa rifiuta le parole;
non voler trovare il nemico
che cova nel non-pensato;
leggere nelle nuvole
nell’interminabile epos
su forma e trasfigurazione;
togliersi il sasso dalla fronte;
fare allo stupore la grazia di una proroga.

E non dimenticare: di andare nel posto
dove si è cacciato il libro,
il libro con le pagine vuote,
il libro vuoto, il libro.

Spostare l’ora (Mondadori, 2015), trad. it. A. M. Carpi