Robert Lowell

Epilogo

Quelle beate strutture, intreccio e rima –
perché non mi sono d’aiuto ora
che voglio fare
qualcosa di immaginato, non ricordato?
Sento il suono della mia stessa voce:
“La visione del pittore non è una lente,
trema nell’accarezzare la luce”.
Ma a volte tutto ciò che scrivo
con l’arte logora del mio occhio
sembra un’istantanea
livida, rapida, vistosa, folta,
più intensa della vita,
eppure paralizzata dal fatto.
Tutto è mésalliance,
eppure perché non dire ciò che accade?
Prega per la grazia accurata
che Vermeer diede all’illuminazione del sole
che muove come marea sulla carta
fino alla sua ragazza solida di struggimento.
Noi siamo poveri fatti passeggeri,
da ciò ammoniti a dare
a ogni figura nella fotografia
il suo nome vivente.

 

Giorno per giorno (Mondadori, 2001)

William Butler Yeats


Fu là nei giardini dei salici che io e la mia amata ci incontrammo;
Ella passava là per i giardini con i suoi piccoli piedi di neve.
M’invitò a prendere amore così come veniva, come le foglie crescono sull’albero;
Ma io, giovane e sciocco, non volli ubbidire al suo invito.
Fu in un campo sui bordi del fiume che io e la mia amata ci arrestammo,
E lei posò la sua mano di neve sulla mia spalla inclinata.
M’invitò a prendere la vita così come veniva, come l’erba cresce sugli argini;
Ma io ero giovane e sciocco, e ora son pieno di lacrime.

Poesie (Mondadori, 1974), traduzione di Roberto Sanesi

Robert Frost


Luoghi deserti

Fitte cadere notte e neve, oh, fitte
In un campo ho guardato passando oltre
E il suolo quasi uniforme sotto la coltre
Più non mostra che fili d’erba e stoppie.

I boschi intorno sono padroni del campo.
Ogni animale soffoca nella tana.
Io non conto, perché la mia mente è lontana:
La solitudine in sé inavvertito mi chiude.

E, solitaria com’è, la solitudine
Ancor più solitaria, anzi che meno, sarà
– Un candore più vacuo di neve ottenebrata
Senza espressione, senza nulla da esprimere.

Non mi fanno paura coi loro spazi aperti
E vuoti fra le stelle dove non è stirpe umana,
Quando io posso da me così vicino a casa
Far paura a me stesso con i miei luoghi deserti.

 

Conoscenza della notte e altre poesie (Mondadori, 1988), trad. it. Giovanni Giudici

2ª poesia più letta del 2018

di Eugenio Montale

 

Il primo gennaio

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 1996)

Poesia pubblicata il 12 ottobre 2018.

Guido Gozzano


Ma un bel romanzo che non fu vissuto
da me, ch’io vidi vivere da quello
che mi seguì, dal mio fratello muto.

Io piansi e risi per quel mio fratello
che pianse e rise, e fu come lo spetro
ideale di me, giovine e bello.

A ciascun passo mi rivolsi indietro,
curioso di lui, con occhi fissi
spiando il suo pensiero, or gaio or tetro.

Egli pensò le cose ch’io ridissi,
confortò la mia pena in sé romita,
e visse quella vita che non vissi.

Egli ama e vive la sua dolce vita;
non io che, solo nei miei sogni d’arte,
narrai la bella favola compita.

Non vissi. Muto sulle mute carte
ritrassi lui, meravigliando spesso.
Non vivo. Solo, gelido, in disparte,

sorrido e guardo vivere me stesso.

Tutte le poesie (Mondadori, 2016)

Isabella Leardini

Questo testo è tratto da Domare il drago (Mondadori, 2018) ed è stato scritto da quasi 100 mani, durante un laboratorio di poesia con due classi prime in una scuola professionale. Dovevano scrivere d’istinto tante metafore sul cuore, per ognuno ne ho scelta una, le abbiamo composte come una partitura. Alla fine ognuno ha letto il cuore di qualcun altro.

 

Il mio cuore è un arco che scocca la sua unica freccia
il mio cuore è un piccione viaggiatore
il mio cuore è una giornata senza sole
il mio cuore è un anello inciso
il mio cuore è spezzato dal vento
il mio cuore è un giocattolo usato
per troppo tempo

il mio cuore è come il vetro sensibile agli urti
il mio cuore è un disastro naturale
il mio cuore è un palazzo pronto a crollare
il mio cuore è una strada sterrata
il mio cuore è una madre spaventata

il mio cuore è un torsolo
il mio cuore è un limone
il mio cuore è un tamburo
il mio cuore è un campo minato
il mio cuore è un foglietto stropicciato
lasciato in un angolino
il mio cuore è un apparecchio difettoso
l’ho spento

il mio cuore è un tatuaggio
il mio cuore è una canzone
il mio cuore è un oggetto impazzito
il mio cuore di te era abituato
il mio cuore, come un soldato armato

il mio cuore è un parco giochi
il mio cuore è un parco giochi di notte
il mio cuore è una finestra
il mio cuore è una finestra aperta in estate
il mio cuore è una finestra dove chiunque si affaccia
e vede sempre le stesse cose
il mio cuore è una stanza
messa sottosopra

il mio cuore è una giornata fredda
il mio cuore è un termosifone
il mio cuore è come la neve
il mio cuore è fatto di sapone
il mio cuore è finto come un sorriso
il mio cuore è cattivo come una piuma
il mio cuore è un anziano davanti a un cantiere

il mio cuore è impossibile
il mio cuore è come l’estate
il mio cuore è una stanza buia
il mio cuore è come una mela divisa a metà
il mio cuore è una grattugia
il mio cuore è un temporale
il mio cuore è un pesce fuor d’acqua
il mio cuore è come un bambino il giorno di Natale
il mio cuore è un dono

il mio cuore è il treno in anticipo
il mio cuore è il freddo in anticipo
il mio cuore è una porta chiusa
e pochi hanno la chiave per entrare
il mio cuore è l’ordine messo in disordine
il mio cuore è un labirinto
il mio cuore l’hai salvato
come si salva un cane abbandonato

il mio cuore è una cartina
che non hai mai guardato
il mio cuore è una canzone
che hai sempre ascoltato
il mio cuore è una coperta
il mio cuore è un mappamondo
il mio cuore è un portiere senza mani
il mio cuore è una fetta biscottata
che cade dalla parte della marmellata

il mio cuore è un dromedario
il mio cuore è un continente
il mio cuore è in estinzione
il mio cuore è sempre aperto
il mio cuore è una costellazione
il mio cuore è nulla rispetto al tuo cuore
il mio cuore è perfetto perché dentro ci sei tu

 

Foto di Giulio Malfer

Eugenio Montale


Il primo gennaio

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c’è se mai nessuno
l’ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.
So che non c’è magia
di filtro o d’infusione
che possano spiegare come di te s’azzufino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d’ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come – il dove – il perché,
pigramente rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n’accorge,
né te n’avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell’emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi…e se ne pentì.
Ora,
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell’albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni indietro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degli intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

 

Tutte le poesie (Mondadori, 1996)

Lang Leav


Volersi bene

Una volta mentre correvo,
via da tutto ciò che mi perseguitava;
stavo per arrendermi alle tenebre –
a un insopportabile dolore.

Cercavo quell’unica cosa,
che avrebbe liberato la mia anima triste.

Col tempo la trovai per caso,
una pace e una quiete interiore;
e ora sto iniziando
a vedere e a credere
in ciò che sto diventando –
e in tutto quello che devo ancora essere.

 

L’universo che noi siamo. Poesie per cuori intrepidi (Mondadori Electa, 2018), trad. it. M. Mellini

Roberto Deidier


Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirti ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

 

Solstizio (Mondadori, 2014)

Foto di Dino Ignani

Raffaele Carrieri


La poesia

La poesia non è pazienza
E non è impazienza.
La poesia non è scrivania
E tanto meno carta.
La poesia è speranza.
Amata o disamata
Produce gelo fuoco
E un certo vuoto
Nel quale uno si riconosce
E un altro fugge.
La poesia non è lana
Per la testa fredda
E solo riscalda
La mano aperta.
La poesia è un ponte
Che sta per cadere
E mai non cade.
La poesia è in alto
E anche in basso
Dove crescono semi
Fiumi e vermi.

 

Poesie scelte (Mondadori, 1976)