Intervista al poeta: Giovanna Rosadini

Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi. Per lo stesso editore ha curato Nuovi poeti italiani 6, antologia di voci poetiche femminili che ha suscitato un vivace dibattito e una larga eco, uscita nel 2012. La sua terza raccolta poetica, Il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 è uscita la sua nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore. Vive e lavora a Milano.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

So di andare controcorrente rispetto all’opinione comune degli addetti ai lavori, ma a me pare che oggi la poesia goda di ottima salute. Indubbiamente poesia e poeti non beneficiano più, nelle nostre opulente società occidentali dove la riuscita economica è il valore predominante, e il ruolo divenuto centrale dell’immagine ha scalzato quello della parola, dello status e del prestigio avuto in altre epoche storiche, ma la poesia continua a circolare e ad essere richiesta e fruita, e molti sono i luoghi dove la si può incontrare, oltre alla tradizionale pagina stampata dei libri. Ha larghissima diffusione sui social, dove per esempio è nato il fenomeno degli Instapoets, autori che esordiscono in rete e solo successivamente, grazie al largo seguito ottenuto, approdano all’editoria tradizionale. E’ il caso di Tyler Knott Gregson, giovane poeta americano che deve la sua fama a Instagram e Tumblr, o della indo-canadese Rupi Kaur, best seller internazionale, o della giovanissima Lang Leav, poetessa di origini thailandesi che vive in Nuova Zelanda. Ciascuno di loro si avvale della semplicità e immediatezza del testo, sfrondato da orpelli retorici e complessità ermeneutica, per arrivare al lettore. Il fenomeno ha in Italia il suo esponente più rappresentativo in Guido Catalano, che si è esibito anche in tournées teatrali insieme a Dente, un cantautore che ha delle contiguità espressive con il genere poesia. Del resto, è ancora fresca l’attribuzione del Nobel della letteratura a Bob Dylan, e, come noto, la poesia delle origini era cantata (in ebraico, la parola “shir” designa sia il canto che la poesia).
Ma, se i social sono uno strumento a doppio taglio, che da un lato mantiene vivo il genere ma dall’altro rischia di snaturarlo abbassandolo di livello, è anche vero che la poesia colta continua a esistere nelle tradizionali collane di marchi editoriali storici come Einaudi e Mondadori (la Collana bianca, Lo specchio) e non solo, penso per esempio a editori “di nicchia” ma non meno prestigiosi come Aragno e Crocetti, editore anche del mensile Poesia, giunto al trentesimo anno di vita. E ha più di vent’anni di vita anche il trimestrale Atelier di Giuliano Ladolfi editore, che con Poesia è la rivista cartacea più seguita e apprezzata. La collana di poesia della Marcos y Marcos, “Le ali”, è ormai una realtà consolidata, come la “Gialla” di Pordenonelegge, e nuove realtà editoriali fanno capolino, come l’ottimo lavoro che sta facendo Amos edizioni con la collana di poesia A27 diretta da Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter e Giovanni Turra, o la recente collana “Lyra giovani” di Interlinea, promossa da Franco Buffoni.
C’è la multiforme realtà della rete, ovvero blog e portali dedicati a letteratura e poesia, e nuove realtà editoriali strettamente connesse con la rete, sia per le modalità adottate di vendita sia per la coesistenza di una branca online… Mi riferisco a Samuele editore di Alessandro Canzian, con il corrispettivo online dei “Laboratori di poesia”, e a Interno Poesia di Andrea Cati, con l’omonimo blog.
Un capitolo a parte è la poesia performativa, e le sue contiguità con i festival letterari, irrinunciabili appuntamenti per i suoi fan, e il teatro, penso in Italia a un capostipite del genere come Lello Voce (nomen omen) o al più giovane Dome Bulfaro, o a un narratore abitato lateralmente dalla poesia, e straordinario performer con lo strumento-corpo, come Tiziano Scarpa. Ma anche alle carismatiche letture di Mariangela Gualtieri, originariamente drammaturga del Teatro Vadoca, negli anni diventata un fenomeno di culto… O a fenomeni, all’estero, come quello di Kate Tempest, poetessa che mescola cadenze rap con la poesia colta.
Come si può vedere, un panorama ricco, variegato ed estremamente vitale, pur essendo la poesia un mondo di piccoli numeri e risorse limitate.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è uno dei linguaggi possibili, è il luogo del privilegio assoluto della parola e di una primaria necessità espressiva.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Su un piano storico, le ineguagliabili suggestioni di testi millenari come la “Torà” o il “Daodejing”, e, risalendo in ambito nazionale, la poesia toscana due-trecentesca, Leopardi, per arrivare al Novecento di Montale e poi Sereni e poi Raboni, che ho avuto la grande fortuna di conoscere e frequentare ai tempi in cui lavoravo per Einaudi. Amo molto la poesia ebraica, Yehuda Amichai in primis, e la poesia americana, dai giganti dell’Ottocento Dickinson e Whitman alle grandi poetesse novecentesche e contemporanee, Anne Sexton, Jorie Graham, Adrienne Rich e soprattutto Sharon Olds.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Talento. Consapevolezza di averne. Umiltà e preparazione. Passione ed energia, come per qualsiasi tipo di arte.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Direi perché siamo più individui che nazione.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La colpa è dei modelli socioculturali che non la comprendono.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Occorrerebbero dei buoni maestri.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

In questo senso mi sento di essere ottimista.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non so se più o se meno ma se ne leggerà sempre, perché soprattutto la poesia, fra i generi letterari, è quella che esprime l’interiorità dell’uomo, parla di sentimenti comuni e universali e come tale è terapeutica e taumaturgica.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto, si vede
la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre dal primo sangue fino a qui,
fino agli attimi che tornano a capire e restano
imperfetti e interrogati”.

Milo De Angelis

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Dino Ignani

Milo De Angelis


Eppure ci proibivamo
l’aria degli altri: anche tu
che ti dai in favore di esseri
e la tua tentazione è parola
tra le classi.
Dovevamo pagare
ancora, in cantina.
Mentre il cavo alle mani e uccidere
con la corrente nelle pupille:
l’attimo dell’offerta, se volevi, per scintillarle.
Senza imparare il presagio, affrontandoci,
il gesto meno certo. Niente
andava aggiunto
perché nemmeno un’opera
è già espiata
e le nostre mutilazioni
erano solo un inizio.
Ti sei fatto vedere, lasci
tracce, tu che rinneghi
le mosche massacrate nell’olio
per un dolore pubblico, nell’azione.
E sei lontano, ami tra i denti
una donna
che non cederà la sua salvezza.

Noi siamo la famiglia ferma
nella nascita. Noi ti chiediamo.

 

Tutte le poesie 1969-2015 (Mondadori, 2017)

Milo De Angelis

de-angelis-interno-poesia
Un secondo

Presa la vita, rallentato il tempo
con i gesti, tutto concordava:
cercavamo una fraternità
nell’ombra, dove l’esperienza non separa.
E quelle attese
come si accordavano bene
al buio del finestrino (“l’attimo
non ci lascerà più”).
Fingendoci veri
anche fuori, nelle strade, il resto
sarà credibile
e ora la tredicenne davanti alla scuola
ha una calza giù
conturbante, nel luogo incerto
dove tutto è meno meschino
di una fedeltà.
Correremo senza domande. Dopo i semafori
c’è la grande calma
del delta, il fiume pacificato nelle paludi
allontanato il padrone, per un secondo.
(“Guai se vivrete. Dovete capire, in mezzo alle cose
introvabili, sbriciolare un tempo
che egualmente passa senza di voi”)
(“L’arcipelago
che vi apparirà ogni notte
è il perduto
e non si può vivere al confine.
Guardarlo è vederlo da fuori. Ma entrarci
è non poterne più uscire”).

 

Somiglianze (Guanda, 1976)

Milo De Angelis

Milo De Angelis H D

 

Una lama di fosforo ti distingueva
e ti minacciava, in classe terza,
ti chiedeva ogni volta il voto più alto, l’esempio
perfetto del condottiero: sei stato tra la gloria
e il sacrificio umano
e hai scelto di non avere più nulla.

Ma oggi ti è riuscito
l’antico affondo, il pezzo di bravura,
chiamandomi per nome tra la polfer e i sonnambuli
del binario ventidue “Ti ricordi di me?
Io abito qui”. “Ricordo quella versione
di Tucidide difficilissima. Solo tu…solo tu”.
“Toiósde men o táfos eghéneto …..”.

Hai ancora il guizzo
dello studente strepitoso, l’aggettivo
che si posa sul foglio e svetta, la frase
di una lingua canonica e nuova, quel tuo
tradurre all’istante a occhi socchiusi. Dove sei,
ti chiedo silenzioso. Dove siamo? I frutti
restano dentro e bruciano segreti
in un tempo lontano dalla voce,
in una giostra di libellule o in un sasso.

 

Incontri e agguati (Mondadori, 2015)

Milo De Angelis

milo de angelis_dino ignani

Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
di un giardino avvenne la carezza, la penombra
addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
spazio assoluto di una lacrima. Un istante
in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
noi tra le ossa e l’essenza della terra.

 

da Tema dell’addio (Mondadori, 2005)

Foto di Dino Ignani