Maria Grazia Calandrone

calandrone
I muschi pavimentano le primavere

Era buio, quella sera – un buio
molto lento e tranquillo – dal quale apparve
la vecchia con lo scialle e la lunga gonna
nera. Disse se vuoi salvare
la tua bambina, lasciala digiuna
tutto il giorno, e la notte le devi
solamente parlare
della grande distanza del paradiso.

Di lei mi resta
il lapsus sulla lingua tra figlia e vita mia.

 

© Inedito da Gli scomparsi

© Foto di Dino Ignani

Maria Grazia Calandrone

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Lo scheletro del ponte

La rimozione delle spoglie gialle degli insetti e del grano da parte del vento (una mole
di vento) che si arrotola e scioglie lungo la scarmigliata verticale
dell’abete, corre sotto i ventricoli dell’albero – contro
la resistenza metallica del cielo in panne nel sole
che si carica (con sfacciata irruenza) di argini e miele di questo mondo dove la bragia dell’oriente ha un rigonfiamento atomico
andando verso il quartiere di ferro degli sfasciacarrozze.

Cose che fanno respirare. La magnitudine. Lontana
dalla serrata riservatezza della cosa – cose
per metà vere che rincrescono.
La fermata improvvisa del cuore nell’opera ciclopica (nell’astratto ricalco) dell’amplesso.

Le conseguenze e i mezzi della scomparsa: polvere
ossea nel materiale di risulta edile. L’occhio
numerico [mimetico e malinconico di K.] si volta e viene a galla
un’erba
smidollata e oleosa: i lineamenti spaziotemporali della gazzella in fiore, l’uomo che ieri
avanzava disarmato e immemorabile – trovava posto
nel contagioso zelo del cantiere
e tutto ciò che aveva nelle mani era bufera
di baci, era perduto.

 

© Inedito da Gli scomparsi, storie da “Chi l’ha visto”
Foto di Dino Ignani

Maria Grazia Calandrone

maria grazia calandrone interno poesia

 

Grappoli di pere con piccoli spacchi

Penso che con questo magnifico sole freddo l’unica cosa ragionevole da fare sia argomentare intorno a piccole pere verdi dopo averne osservato nei giorni lo strutturarsi e il gonfiarsi in forme che si presentano come di consueto tondeggianti in basso (che è verso la gravità della terra) e allungate verso la cima (che è dove pendiamo dal ramo).
Ogni piccolo fiore, se non cade per la stanchezza del ramo – che riesce a portare a compimento solo i più robusti tra i propri frutti – e se non viene trascinato dal vento sulla terra – che origina una vita simile a se stessa solo dalla matrice dei semi, mentre dall’altra materia organica produce differenti specie di larve – asciuga lentamente e si traduce in frutto.
La buccia – fredda, liscia e lucente – a volte cede alla secchezza dell’aria invernale e si forma uno spacco – i bordi del quale anneriscono con il trascorrere dei giorni e delle notti a causa dell’ossidamento del ferro contenuto nella polpa.
Osservando nella ferita si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti.
Nella pera c’è un cuore molto bianco che in realtà rimanda alla nostra morte e allo splendore (conseguenza del male che lo precedette e che è anche già stato lavorato – ma tu sei giovane e hai ancora tempo da perdere col dolore – oh, vorrei anch’io subire ancora l’offesa della giovinezza!). Intorno a questa traccia c’è la ruggine, che possiamo considerare come la parte del corpo vivo che ha reagito all’aria, come la scia di una emorragia nel passaggio che avviene tra regno (dei vivi) e regno (dei morti).
Raramente infatti passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante cioè dotata di ferita aperta.
Tutto quello che possiamo immaginare avvenga al di là dei sensi nella formazione della pera, esorta a una serena pulizia dello sguardo, esorta a eliminare il superfluo e le scorie mentre si forma l’agglomerato dolce che diciamo frutto.
Ma alle volte, come vale per tutti gli altri frutti, avviene che il biancore sia insidiato dalla fame di un essere vivente. E la pera serenamente ospita il suo ospite – che si nutre di lei e della sua bianca morte – così com’è, illuminata dalla gioia del ridicolo.

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

Maria Grazia Calandrone

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Dato che neppure in sogno ho avuto il coraggio di dichiararmi a lei

Fare e disfare insieme. Sono
una foglia caduta ai tuoi piedi, gelsomini
e armenti, sono il tuo antefatto contadino, il tuo risplendere pomeridiano – etica
senza curve, l’angolatura del mare nello sguardo.

Fosse stato per me, restavo
zitta. O avrei parlato per travestimenti. Invece quasi credo
che dietro quella porta ci sia lei
– suscitata da un vento senza pace.

Verso l’alba mi viene così realisticamente vicina
con le sue mani appena posate
sulle ciglia. Seguo il cortometraggio dei suoi passi amati
per millecinquecento notti (c’è sempre una luce accesa
nel cantiere) sul moto radicale della terra (due cavalle
cercano il fischio dell’allevatore
in una zona della mia vita). Lastre
di fienagione, la calma scura all’orlo dei frantoi. Adesso
ha di nuovo bisogno di nominarmi come una dolce proliferazione di muschi.

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone da Gli scomparsi (storie da “Chi l’ha visto”)

Maria Grazia Calandrone

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Per motivi estranei ai cani

Vede cani, campane e altre cose aperte
sulla campagna. Vede
cose trascolorare: una certa avversione, un certo silenzio, certi
corpi smisurati. Gambe
e attrezzi, cose che smettono
di lamentarsi e lasciano
scie di luce nei ghiacci, vede loro
innalzarsi come radici di gioia
poi si mette a baciare la consolazione di quella bellezza sulla faccia di lui
nudo come la battitura del miglio.
Sulla faccia di lui bacia la terra e tutta l’acqua di vegetazione
bacia la tramontana e l’avere portato questa possibilità di baciare
fino al mattino, bacia le masse ancora addormentate in uno smisurato sconforto
le onde fatte di graniglia azzurra e di cobalto, bacia anche il corpo
che si secca tra rovi di more
con un rumore molle
di mucose, come un fiore spiccato, una leggera
anomalia del giardino, bacia il giacere del corpo
tra i semi delle rosacee
e il suo calmo saldarsi alla terra
con un suono di fiori schiacciati e di congiungimenti,
bacia il cielo in ognuno dei corpi
che lo attraversano
fermi nelle carlinghe; le pulegge e gli spalti del frumento
bacia e lo bacia
invisibilmente
con il dolore e l’oro della lisca, con l’aria che ruota
intorno ai corpi con coincidenze elettriche, bacia la continenza di quei corpi
che, trascurati, diventano santi
bacia chi ha immaginato di morire
per mancanza di luce e poi ha detto sia benedetto il giorno
che ti ha vista nascere, bacia la perla delle cartilagini
e l’obice degli omeri
abbassati sul petto, bacia il cuore
che vistosamente declina, bacia chi le ha portato l’equilibrio,
questo modo di mettere insieme
cosa con cosa
e poiché ho attraversato con la bocca indenne
tutto il disequilibrio della notte, so che è stato
per questo
poter baciare in te ogni fenomeno,
perché giungesse l’Ora Immaginaria
con macchine terrestri nel fango naturale
e fosse appariscente
tutta la gioia e tutta la crescente
riconoscenza
perché, ecco, io ti amo senza dolore.

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone

Maria Grazia Calandrone

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per alba

l’anima mia è un dio umano,
un uccello d’altura
che ogni notte nidifica nel chiaro
del tuo petto
come un endecasillabo perfetto

(cosa) bianca e copiosa, ala sottile – rosa
e roveto, cenere – parva
tra stelle profuse,
bianco sangue
di spugna tubolare
nel bianco planetario, bianca tigre
seduta ai bordi della bianca strada senza dolore

l’anima mia cresce dalle tue ossa
come una rosa da una lingua viva
– a stille,
a emorragia
– dal tuo alfabeto
inimmaginabile

ma è da questo corpo,
dalla sua silenziosa mietitura
che viene il verbo,
questo pane assoluto
che ti offro, questa bellezza
viva, fatta per te

 

Serie fossile (Crocetti, 2015)

Maria Grazia Calandrone

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Pietà! per la rigidità dell’assassino
per l’avversario in tutta la sua gloria
Pietà! per l’evidenza della sua luce
su una pala d’altare lorda di sangue
con i simboli a lato di stupro
e crocefissione: Pietà!
per la malinconia da baraccone, per quell’immaginario
sovraesposto, per la nudità
tirata alla sua estrema conseguenza: per il massacro,
per questo insopportabile e meraviglioso
male.

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone da Il bene morale

Maria Grazia Calandrone

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Elevazione della vittima nel suo fiore finale

Osserva la struttura di lei che sboccia
andando per una sola volta da radice a fiore
e dice io non capisco il tempo ma ora so
quanto sia duro e definitivo il fiorire
e dice: io ti porto
come si porta uno stendardo finale
e dice: io vedo
come negli spalancamenti tu non somigli
a niente, nemmeno a quello
che tornava da me
con un capo di sangue
e tornava lo spreco della sua bocca
che era stata formata
per essere sprecata
nei lamenti d’amore
e il misero splendente occhio lo diffondeva
come una partitura senza dolore
e dice: adesso
fai del mio biancore quello che vuoi,
lascia che tutto il dilapidarsi
della mia compassione sia ristretto in un’unica stanza di pietra serena
sotto la gloriosa ingiuria del sole, lascia che io mi paragoni
al tuo essere illeso
e mi trovi per ciò come una selce piatta
e scavata da un astro polare,
lascia che io contenga i filamenti
con una segretezza reale
e lascia che la consistenza del mio corpo sfumi
in un vociare di capre e di mufloni e salga
fra le alte stelle erose
con la faccia colata nel bronzo come un giacinto d’acqua, un’isola
del ferro, di carbonio e di rose
dure come proiettili,
lascia che il sasso esprima le sue voci umane,
lascia che il graffio sulla pietra torni
a urlare al predatore e alla sua ombra sulla superficie della terra: lasciami!
vivere, lascia il mio sangue
vivere, lasciami immersa
con boccioli di sangue senza dogma
nell’impassibile nudità del mare,
lasciami dove siamo cominciati
e nel nostro fine: il rumore di acqua sull’acciaio
che sono stata, niente
di più leggero,
fai che i miei resti siano i tuoi strumenti di salvezza.

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone da Il bene morale

Maria Grazia Calandrone

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cuore del drago morso nel fogliame
vai quasi avvolta dalla solitudine di un’onda marina in un mattino azzurro e pieno di rondini

ti sei vestita per l’appuntamento e io ti porto il frutto
mangiato vivo
mentre è appeso all’arteria dell’albero

vedi, mostra la polpa
viva, mostra l’aperto

cuore aperto del drago, l’emblema splendido del sangue della terra che è passato per tutti i capillari
per arrivare dentro la tua bocca, o sangue
del mio sangue

 

© Inedito di Maria Grazia Calandrone