Intervista all’editrice: Claudia Tarolo

Claudia Tarolo è uno dei due editori di Marcos y Marcos. Dal 2000 si occupa di direzione editoriale, collabora con gli autori italiani della casa editrice per la messa a punto dei testi e rivede tutte le traduzioni pubblicate. Per insanabile passione si concede anche il lusso di qualche traduzione. Tra gli autori tradotti, Angeles Caso, Jhumpa Lahiri, William Saroyan, Ricardo Menéndez Salmón, Michael Zadoorian. Collabora con il Master “Professioni e prodotti dell’editoria” presso il Collegio Santa Caterina da Siena di Pavia e con il Master in Traduzione di testi postcoloniali dell’Università di Pisa. In una vita precedente ha diretto l’ufficio legale di una multinazionale americana traendone ogni possibile insegnamento.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Vuol dire assumersi la grande responsabilità di affermare, nei fatti, cosa secondo noi è importante proteggere. Che genere di scrittura, quali idee, quali storie. E con questo patrimonio di titoli che, a differenza di molti titoli di borsa, rappresentano davvero dei valori, affrontare la sfida del mercato. Senza aiuti esterni, senza ricchi patrimoni alle spalle, è un rischio enorme. È una sfida eccitante. Far quadrare i conti di un’azienda offrendo soltanto ciò che per noi è qualità, questo sì che è equilibrismo. E incredibilmente, da trentotto anni, resistiamo, continuando ad appassionarci e divertirci.

 

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Mi rende felice la libertà totale di scegliere e andare fino in fondo per difendere un’idea; mi esalta scoprire che molti altri la condividono. Sono felice quando ho davvero l’impressione di aver partecipato a una cosa bella, vera, importante per le persone che la vivono. Mi rende felice la passione della nostra squadra, la convinzione sincera e la tenacia. Mi rende felice un editing felice e produttivo. Mi rende felice, ogni volta, ricevere un nuovo libro appena stampato. Mi rende felice che un nostro libro diventi un film. Mi rende ovviamente felice vendere abbastanza copie, poter continuare a pubblicare. Mi spiace invece quando un bel libro va sprecato, quando una libreria è in difficoltà. Mi amareggiano politiche di sovrapproduzione, di sconti selvaggi che penalizzano sia le librerie che gli editori indipendenti. E detesto le ingiuste alterazioni della concorrenza; in un mercato davvero libero, dovrebbero valere per tutti le stesse regole, e purtroppo non è così.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

È sempre stata molto importante nella mia vita personale; quando ho conosciuto Marco Zapparoli, tanti anni fa, prima che fondasse la casa editrice, ci scambiavamo poesie di Milo De Angelis, Rilke e Odysseas Elytis. È la forza della parola allo stato puro, serve per fermarsi e riprendere slancio. La bella poesia è veramente un dono che lascia increduli e speranzosi nell’umanità.

 

4. Quanto è importante la poesia per Marcos y Marcos?

Basti dire che il primo libro della casa editrice è stato un piccolo libro di un poeta espressionista tedesco, Georg Heym: E da segrete scale. La poesia che dà il titolo alla piccola raccolta la so a memoria, mi torna in mente in moltissime occasioni: “Di nuovo entriamo ora nel sole, dal campo d’oro e da segrete scale…”. Da allora abbiamo sempre pubblicato libri di poesia, italiana e straniera: siamo stati tra i primi a pubblicare due poeti del calibro di Umberto Fiori e Fabio Pusterla; tra gli stranieri, cito soltanto Heaney, Jaccottet, Mistral, Lorca, Machado. Con Franco Buffoni, che oltre ad essere un poeta è anche un generoso sostenitore di giovani talenti, da quasi trent’anni pubblichiamo i Quaderni di poesia contemporanea con cadenza biennale: il prossimo esce a marzo ed è il quattordicesimo. È un vero laboratorio di selezione delle nuove voci e delle nuove tendenze: un comitato di lettura seleziona sette poeti tra centinaia di candidature. E da ormai tre anni abbiamo aperto una vera e propria collana di poesia, Le Ali, diretta da Fabio Pusterla. Sono tre libri l’anno, il primo di un poeta consolidato ma sfuggito ingiustamente, per qualche ragione, all’attenzione generale. Il prossimo gennaio sarà il grandissimo Luigi Di Ruscio, poeta operaio. Il secondo o il terzo è sempre un esordiente, l’ultimo oscilla tra le due condizioni. Posso dire, quindi, che la poesia per noi sia la radice, la linfa.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Questo purtroppo vale in generale, ci sono più scrittori che lettori; e non è un fenomeno soltanto italiano. Bisogna coltivare l’arte sottile dell’ascolto, trarne piacere e nutrimento. Ma occorre umiltà, che in un’epoca di vanagloria è poco praticata.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La poesia è sottovalutata, a volte proposta male, come un ingrato compito di analisi… eppure ricordo ancora al liceo come fossimo tutti rapiti dai lirici greci; sembrava quasi impossibile che avessero una sensibilità così vicina alla nostra, che ci parlassero attraverso i millenni come e meglio dei cantanti rock. Confesso di aver scritto sui muri con la bomboletta spray, a quindici anni, versi di Ibico.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Leggerla, scoprirla, scambiarsela, regalarla; in famiglia, a scuola, tra amici. Leggerla ad alta voce, mandarsela. Godersela. Il piacere è contagioso.

 

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Amare e diffondere buona poesia serve sicuramente molto di più.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Io credo di più, anche perché adesso se ne legge davvero troppo poca, ed è una perdita per tutti. Pensiamo all’America Latina, dove i festival di poesia riempiono gli stadi; pensiamo al mondo arabo, dove è il genere letterario più importante.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Sono tantissimi, è difficile scegliere.
C’è una poesia dell’ultimo poeta che abbiamo pubblicato nelle ALi, Fabrizio Bajec, che in questi giorni è in primo piano, in casa mia, cerchiata a pennarello, il libro aperto su quella pagina:

Presso un vecchio molino
sta un’anziana dalle mani
bucate dai raggi di Dio.
Mescolarsi con gli altri
le è infausto dal tempo
che fra loro non funziona
Sola segue meglio una legge
assurta alla piena chiarezza

 

da La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018)

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Fabio Pusterla


Cara acqua, ma io ti guardo sempre
anche se tu non ci sei, se corri altrove
o ti rintani nel cavo della roccia.
Ti vedo anche quando fai
l’invisibile, la goccia infingarda,
perché ti ho vista brillare
in certe albe. C’era come
un fumo sottile che saliva da te,
e piccole foglie carezzavi lentamente;
insetti e molte ali ti sfioravano, le mille
elitre sfavillanti. E mi fido di te
anche quando minacci, e ti gonfi
anche quando porti via
tutto con te.

I giorni, i ponti, i tetti.
E anche me.

 

Cenere, o terra (Marcos y Marcos, 2018)

Evelyn Schlag

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Decisioni

Mio nonno l’uomo più tenero
della terra il primo che ho amato
aveva raccolto in un album di fotografie
del congresso del partito a Norimberga
vorrei chiedergli come si arrivò a tanto
ma è morto prima che compissi sei anni.

Al caffè con biliardo sala
da ballo troppo piccola avevo due
corteggiatori dal nome uguale cosa
che non è mai più ripetuta mi decisi
per quello che si batteva a duello ricucii
per cinque anni le ferite nella sua uniforme da studente.

Mio nonno non può più
chiedermi come mai non l’altro?
Gli risponderei neppure lui
sarebbe stato quello giusto.
E niente insegna così tanto a odiare
la guerra come la guerra.

 

Luci Lune Luoghi – Antologia della poesia austriaca contemporanea (Marcos Y Marcos, 1999), trad. it. L. Reitani

Fabiano Alborghetti


Talvolta si alza e va allo stanzino
il passo malcerto a strisciar le ciabatte
le braccia allargate a far l’aeroplano
appoggiando la mano per reggersi al muro
perché vuol controllare
la fisarmonica:
se è sempre al suo posto
se è tutto a posto come lui lo ricorda
poi torna convinto ridacchiando un pochetto
poi ferma a metà con lo sguardo smarrito
non avendo capito che s’è alzato a fare
e resta così: grattandosi il capo e affondato nel nulla
le labbra socchiuse e quegli occhi vaganti:
ammainate bandiere che cercano un nome
un dito che punta
come a dir qualcosa che s’è appena scordato.
Non c’è neanche paura, cosa ha da temere?
È appena arrivato pur se qui da decenni
ma c’è qualcosa tra le pieghe dei gesti:
un corpo a corpo tra adesso e memoria
e nessun vincitore

nemmeno per te
che hai le parole in punta di lingua
e lo chiami per cena masticando il dolore
come ogni sera ripetendo la scena
e lui si siede e il gatto carezza
poi la certezza che dice a gran voce:
io da domani me ne torno ad Amelia.

 

Maiser (Marcos y Marcos, 2017)

Cristiano Poletti


Segmento

Purché tra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.

(Primo Levi)

 

Un gesto ti perde in un vento
raro qui ed è
un segmento o l’intera tua vita
che vedi dal vetro, e pensi
che fu come furono
ferme e crudeli le stelle e la nera tua
notte, principio di tutto e di un verso.

È in un gesto il tuo perderti, e qui.
In un verso, è questo
il faticoso sempre sconosciuto
valico della morte vera.
Negli anni solitari la nostra era
moltitudine: ognuno pensavi
entrasse in un’aria di
regni scomparsi e colline, di foglie,
di fiume.

Un gesto ci ha perduti, un raro vento.
In che punto non so
se si era in sogno
precipitati in Heinrich-Heine-Strasse,
all’angolo, al numero, dove
ogni uomo è una parola.

Perdersi.
E questa è la via, questa la
calligrafia che ha il nome di nessuno
sul libro di gennaio, verità
di un cielo chiuso dentro il verde
di parete di ospedale.

E ti perdi, e trascendi,
tramandi un testamento
di suoni ripetuti, in metri e metri
di nuovi corridoi. Così ti sono
accanto vite precedenti
e tutto quello che senti va
in una vecchia paura dei
temporali.

 

© Inedito da Temporali in pubblicazione per Marcos y Marcos nel 2019

Gianluca D’Andrea

gianluca
Alla fine di un’epoca il ricordo
sembra quasi rinnovare gli odori.
Forse svegliandoli da un sogno, allora,
ne riporto le scene suscitate.
Sentivo dire di Franco, in Sicilia
il Tirreno era il mare dell’infanzia,
non sapevo di Ustica, la Spagna,
però, mi dava gioia, quei mondiali,
disprezzo alla parola dittatura.
La TV degli anni Ottanta tentò
di rubarci la memoria, riuscendo
a cancellare ogni velocità
ogni appiglio, distanziando in un limbo
di benessere le generazioni.
Acini in un grappolo, carrellate
ricolme, gli individui al loro fondo,
tutti impegnati, da bolle, a sognare
il proprio mondo. C’era molto sole,
aspettavamo le vacanze estive,
captavamo i messaggi apocalittici
ma mai come segni d’appartenenza,
semmai come un ricordo già avvenuto,
ognuno poi scappava e nella corsa
ogni atomo era un rendiconto.
Infinitesimale allora l’aria
infettata si mescolava al fiato
vegetale. Così noi saltavamo
nella melma come fosse un recinto
trivellato di falle, ma nell’acqua,
non sapendolo, imparavamo il nuovo
nuoto; dall’allergia il contatto affoga
nel desiderio. Così giocavamo
a nascondino nell’erba e l’odore
acerbo del sudore a quell’età
si mischiava alla terra, per non dire
del mare incanalatosi in collina,
oltre quella fiumara, nello spiazzo
in cui trovavi i vermi nelle tasche
e non le mani. Poi le figurine
con cui sfidare i compagni, i cartoni
da cui apprendere lo sport e l’amore,
mentre il gioco già mutava in clangore,
la massa sferragliante, aperitivo
globale. Il naso cadeva coi muri.

 

Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Kenneth Rexroth

rexroth

Delia Rexroth
Morta nel giugno del 1916

Sotto le tue rose gialle scombinate
Delia, oggi sei più giovane
Di tuo figlio. Due decenni e mezzo –
La tomba di famiglia si è inclinata di sghembo,
E lui ha superato la tua vita a metà.
Dall’altra parte della regione,
Vicino ai salici e al fiume lento,
Conficcate nella profondità della terra,
Le tue costole bianche trattengono
La curva del tuo petto caldo, premuroso;
Il cranio delicato, l’ardore del tuo cervello.
E nelle dita la memoria
Degli Études di Chopin e nei piedi
I valzer lenti e il sonno da champagne e two-step.
E la luna piena di mezza estate,
– Tu l’hai vista stando sveglia quell’ultima notte –
Per l’ennesima volta vede la storia riempire
Di morti i deserti e gli oceani;
E guarda a est la mia finestra:
Dopo di te ci vado io nel mezzo dell’età
E nella conoscenza, dopo la tua straziante agonia.

 

Su quale pianeta (Marcos y Marcos, 1999), trad. it. F. Santi

Anna Maria Carpi

anna_maria_carpi

IO NON VOLEVO AMARE,
diventare
una piccola istanza ebbra, tenere stoffa
che un uomo tiene in una sola mano
e al primo abbraccio le sgualcisce il cuore.

No, non abbracci
mi figuravo.
Siediti sull’orlo del mio letto,
affetto venuto da lontano,
guardami senza mai stancarti,
come se fuori non fosse
più che neve neve e silenzio
e non si potesse più uscire.

 

E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015 (Marcos y Marcos, 2016)

© Foto di Dino Ignani

Fabio Pusterla

fabio-pusterla

Le prime fragole

Strisci nell’erba bianca di margherite.
Sei vestito di rosso, hai una cuffia rossa in testa,
e nella mano destra un pelacarote che infilzi
nel terreno ancora molle di marzo, sempre avanzando
lentamente nel folto del prato. Sdraiato
sull’erba, con le margherite negli occhi. Sto scalando
l’Everest, mi dici. E anche le guance sono rosse di gioia.

Strisciavi ieri nel tuo Everest di margherite
e io ti guardo oggi nel ricordo e intanto ascolto la radio
in attesa di notizie terribili, e tu continui a strisciare felice
e la radio dice della bambina schiacciata da un panzer a Gaza
tu prepari una pozione con piume d’uccello per imparare a volare
io ti preparo le prime fragole rosse dell’anno e mi chiedo se gli occhi
dell’uomo che guidava il panzer avranno capito.

 

Folla sommersa (Marcos y Marcos, 2004)

Stelvio Di Spigno

di spigno

La voce corta

C’è sempre un anno che precede, con una voce corta
che ti dice che è giusto partire, rimescolare
le frasi, fare a pugni coi desideri e le intenzioni,
e c’è sempre un anno nuovo, nel quale è doloroso
tornare, rivedere volti appesantiti, anche se di poco,
perché poco il mondo si è spostato, giorno per giorno,
mentre pensavi che tutto passasse a rilento.
E ora eccomi qua, nella stanza come nuova,
tra pareti che non parlano più, e che a stento,
se potessero parlare, mi riconoscerebbero.

In mezzo sta il tempo che è passato, la smania
di andare a senso, il dubbio su cosa sia esattamente
quello che si passa vivendo, diventando, amando.
Stare bene stare male, quando sei in questo guado,
non conta e non importa. Gli abiti saranno
più vecchi di un anno. Quelli che volevi gettare,
chiaramente rammendati, non potrai metterli più.

Proprio come una giacca mai indossata, finita e fuori moda,
è questa stazione del ritorno. Foraggiarne il ricordo
è come riaprire il guardaroba e trovarci
un cadavere allo specchio. I ragazzi della scuola,
la grande donna al balcone, lo screzio del collega,
cosa saranno mai. Ora più niente. Un oscuro pianeta
in una tasca interna, ma come mi manca
l’allegria di non sentire più me stesso, di potere
essere ancora e adesso, giocare a carte di notte,
andare avanti, senza sapere, senza prezzo.

 

Fermata del tempo (Marcos y Marcos, 2015)