Marco Corsi


fissavo l’ombra sul muro e per esercizio
contemplavo le forme disfarsi agili
lungo il filo delle mattonelle. così, per più giorni,
nervoso come il morso del nero,
in parte obliquo e in parte solo cedimento,
mio sembrava il tuo corpo di carne compatta,
soda, del tutto insensibile al tatto.
poi divenne più esile, stremò
l’ovale del bel volto sulle tapparelle chiuse,
nel reparto intensivo all’ultimo piano
cedette la pressione, la poca luce
emise un breve rantolo, e io docile fissavo
l’ombra più lunga sul muro, e salutavo.

 

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 2 (Interno Poesia Editore, 2020)

Foto di Dino Ignani

Marco Corsi

doveva riprendere prima o poi
l’usanza di mandarci cartoline
o forse codici, messaggi più sottili
quando il tempo affonda
e nessuno torna per nessuno.
un rigo appena per finalmente dire
che molto più ci sopravvive
il saluto giunto da lontano,
che va tutto bene, che la vita
piano piano diventa
un gesto inutile nell’aria.

 

Pronomi personali (Interlinea, 2017)