Tishani Doshi

Cell

Even if you could walk through the corridors
of your body, you would not know which rooms
to enter, which were full of stone. Inside you
there is so much water —a mountain range
in the north to stave off invaders, a desert
in the bacterial colonies of the south. Here
are city buildings, yellowed, without windows,
busy with the making of vaccines and handbags.
Here a double helix strung up the length
of your spine like a flurry of Tibetan prayer flags.
Between these outposts the messengers dart,
carrying tubes of animal hide, pigeons on their backs.
Some ride rams, some travel with consort shadows
in chariots across the skies without once stopping
to look at stars. When they arrive it is almost always
the same. They must remove their sandals and wait
by the mouth of the cave —its fold of skin,
a curtain to trap the wind. They want to tell
you the great fires are still burning, the bees
won’t give up their unions, the harvest is both
moon and autumn. You are not alone.

*

Cella

Se anche potessi percorrere i corridoi
del tuo corpo, non sapresti in quali stanze
entrare, quali siano piene di pietra. Dentro di te
c’è tantissima acqua – una catena montuosa
a nord per tener lontani gli invasori, un deserto
nelle colonie batteriche del sud. Qui
ci sono edifici cittadini, ingialliti, senza finestre,
occupati nella fabbricazione di vaccini e borse.
Qui una doppia elica infilata lungo tutta
la tua spina come una sequela di stendardi tibetani.
Tra questi avamposti sfrecciano i messaggeri,
trasportando tubi di pelle animale, piccioni sulla schiena.
C’è chi cavalca arieti, c’è chi viaggia con ombre consorti
sui carri attraverso i cieli senza fermarsi una volta
a guardare le stelle. Una volta arrivati è quasi sempre
lo stesso. Devono togliersi i sandali e aspettare
all’ingresso della grotta – la sua piega di pelle,
una tenda per intrappolare il vento. Vogliono dirti
che i grandi fuochi bruciano ancora, le api
non rinunceranno alle loro unioni, il raccolto è sia
luna che autunno. Tu non sei sola.

Un dio alla porta (Interno Poesia Editore, 2022), cura e traduzione di Andrea Sirotti

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Ph. Jonathan Self

Daniel D. Marin

la voce

viveva in una solitudine quasi assoluta, l’unico suo
legame con la realtà era una voce che lo ossessionava.
sempre ascoltandola, avrebbe potuto,
avrebbe potuto facilmente impazzire.

la voce lo seguiva dappertutto, quasi
gli si era infilata nei meandri tortuosi
del suo cervello, divenendo tangibile,
questa voce aveva forma, colore, odore
e persino sapore, e, come un innamorato acerbo, osservava
come questa, spensierata, passeggiava nel suo cervello.

a poco a poco, la voce sviluppò anche una forte personalità,
che gli suscitava ammirazione e talvolta invidia,
una personalità che pian piano l’opprimeva.
ora, non desiderava altro che la voce sparisse.
immaginava come ucciderla lentamente.
immaginava scene di una crudeltà meditata
in cui la torturava prima di ucciderla.

era pronto. si era procurato tutto il necessario.
la seguiva, con il sangue che gli scoppiava nelle vene
e con gli occhi iniettati di rabbia,
mentre lei, spensierata, passeggiava nel suo cervello,
lo ossessionava e lo seduceva ancora. completamente
disarmato, la strinse tra le braccia, da amante provetto,
e mentre la stringeva al petto e la baciava
follemente, per uno strano processo psicologico,
essa perdeva definitivamente la sua personalità,
poi la forma, il colore, l’odore, il sapore e tutto quello che
nella sua mente avesse ancora un minimo nesso con la realtà.

 

I corpi che non ci calzano mai a pennello (Interno Libri Edizioni, 2022)

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Dario Bellezza

Ph. Dino Ignani

La tua nonna tanto simile alla mia, innocente
creatura riuscita con splendore a diventare
nonna, viveva con tua madre in una casa
modesta ma lieta e allegra dove tu non trovavi
lo spazio immaginario per scorribande nel mondo
che di anno in anno cambia usi e costumi
per la irrequieta gioventù psichedelica
drogata non più di vino e politica, come
la mia, ma di sesso ed eroina, già ai quindici,
sedici anni, e fortuna vuole che le strade
della vita ci abbiano riunito per un attimo
in quella casa solare dove tua nonna, come la mia,
tristemente disse addio morendo a figli e nipoti
poco dopo l’invito-merenda fatto a me
pregustando una buona torta di cui qualche fetta
sbocconcellai. Tutte le nonne si rassomigliano, forse,
non ho molta conoscenza dell’universo
nonnesco, ma se sono nonne fino in fondo,
con la favola di «Cappuccetto rosso» ad allietare
le nostre infanzie terrene, prima di sconfinare
in collegi o strade affamate di droga o manifestazioni
contro il fascismo, quello di ritorno, il nuovo
fascismo che imbratta i muri con scritte naziste
di violenza o fa saltare i treni rapidi nelle gallerie.
Se sono nonne fino in fondo vanno ringraziate,
mangiando una fetta di torta, anche se tu eri
troppo ragazzo per capire che trangugiandola,
esaudivo un piccolo demone del ricordo, ritrovando
la mia vecchia dolcissima nonna. Ritornammo a casa
in vena di confidenze; ed io ti raccontai la lugubre
storia della fine mortale di mia nonna, sola, accampata
nello strazio di essere stata abbandonata da tutti, e ancora
il rimorso la notte nel sogno mi visita e mi sveglia
per punizione che nessuna espiazione potrà cancellare
oltre l’inferno canagliesco dell’immaginazione.

Morte segreta
(Garzanti, 1976)

Sophia de Mello Breyner Andresen


Trasferire il quadro il muro la brezza
Il fiore il bicchiere la lucentezza del legno
E la fredda e vergine liquidità dell’acqua
Nel mondo della poesia terso e rigoroso

Preservare da decadenza morte e rovina
L’istante reale di apparizione e sorpresa
Serbare in un mondo chiaro
Il gesto chiaro della mano sopra il tavolo distesa

Come un grido puro (Crocetti, 2013), traduzione di Federico Bertolazzi

Anna Achmatova


Ho imparato a vivere con semplicità, saggezza,
A guardare il cielo e pregare il Signore,
E prima di sera vagare lungamente
Per stancare un’inutile angoscia.

Quando fruscia nel burrone la bardana
E il grappolo del sorbo giallo-rosso appassisce,
Compongo versi pieni di gaiezza
Sulla vita caduca, caduca e bella.

Ritorno. Mi lecca la mano un piumoso
Gattino, fa le fusa più lusinghevole,
E un lume vivo si accende
Sulla torretta alla segheria del lago.

Solo di rado rompe la quiete il grido
Della cicogna che si posa sul tetto.
– E se tu picchi allora alla mia porta,
Mi pare che nemmeno potrò udire.

Rosario, 1914, traduzione di Bruno Carnevali e Paolo Galvagni

Interno Poesia al Salone del Libro di Torino


Care lettrici e cari lettori,
eccoci di nuovo, stiamo per tornare al Salone del Libro di Torino! Dal 19 al 23 maggio vi aspettiamo con il nostro catalogo, le novità editoriali, le magliette e le borse di Interno Poesia, le autrici e gli autori della casa editrice.

Dove trovarci
Padiglione 2 Stand K05

I nostri eventi
Giovedì 19 maggio, ore 19:00 – Oval U138-V137 – “La distruzione dell’amore” (Interno Poesia, 2022) con l’autrice Anna Segre e Edmondo Bertaina

Venerdì 20 maggio, ore 13:45 – Sala Indaco, Padiglione Oval – omaggio a T.S. Eliot e presentazione de “La terra desolata” (Interno Poesia, 2022) con Alessandro Mezzena Lona e Rossella Pretto. Link: bit.ly/EliotSalTo22

Sabato 21 maggio, ore 19:30 – Sala Avorio, Galleria Visitatori – omaggio a Beppe Salvia e presentazione di “Cuore” (Interno Poesia, 2021) con Davide Dalmas, Claudio Damiani e Sabrina Stroppa. Link: bit.ly/SalviaSalTo22

[Le pubblicazioni quotidiane del blog
riprenderanno dopo il Salone del Libro,
ovvero martedì 24 maggio]

Gabriele Pedone

Ph. Alessandra Tardio

Ci hanno tolto l’ebbrezza,
hanno tirato via le piume
dalle nostre ali.
Hanno tagliato i fili che tenevano
attorcigliate le nostre mani,
i nostri pensieri comuni.
Hanno posto lastre
di cemento dinanzi
ai nostri occhi lucidi.
Non resta nulla di te,
se non il profumo,
che ancora pervade
queste stanze cupe,
questi muri gelidi.
Ci hanno rubato
gli accordi dell’anima,
consapevoli che eravamo
assuefatti dai loro sermoni.
In silenzio, lentamente,
ci hanno lasciato nudi,
incapaci di difendere
il sacro groviglio dei nostri cuori,
di rendere grazie all’altro.

Ti amo a fil di spada (Interno Libri Edizioni, 2022)

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Ivano Ferrari


Una vitella stupita d’esser viva
guarda noi che la ignoriamo,
decine di sorelle appese si pavoneggiano,
si sente sola e brutta a respirare
ma non ci sono più paranchi
e le celle frigorifere sono colme,
rotea intorno lo sguardo suo più dolce
se è pausa o tregua nessuno raccoglie
si gonfia, lancia un grido e scivola sul sangue
piove plasma per un poco e finalmente
si libera un paranco.

Macello (Einaudi, 2004)

Giorgia Vezzoli

La mia religione

La mia religione non crede, ricerca.

La mia religione non compie riti,
ma vive ogni manifestazione d’amore
come una celebrazione dell’esistere.

La mia religione non ha dogmi,
perché si mette in discussione.

La mia religione non cerca di imporsi,
di convincere, di persuadere.

La mia religione non pretende di essere migliore
ma ama tutte le forme di diversità.

La mia religione non ha gerarchie,
perché considera tutte le persone di pari importanza.

La mia religione non offre guide né maestri,
ma dà valore agli esempi.

La mia religione non ha potere.

La mia religione non ha un nome
perché, se l’avesse, qualcuno potrebbe volerla seguire.
E non sarebbe più libera.

La mia religione non insegna
se non a vivere nella sua assenza.

Poetry Attack (Interno Libri Edizioni, 2022)

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Andreas Okopenko


Primo sole

Ecco, ora puoi chiudere un po’ gli occhi;
no, non così forte, solo un po’, tanto che le palpebre
fredde si posino sugli occhi.

Continuerai a vedere nel cielo un simile azzurro.
Quasi capirai dove di colpe se ne sia andata la neve.
Certo, ancora non puoi metterti sotto i tre pioppi lì allineati.
Comunque la cornacchia non c’è più. Oggi
ho sentito pigolare un vero uccello di buon mattino.

Non stai fuori ancora molto, per il momento.
Ma forse domani già potrai tenere un po’ più a lungo gli occhi chiusi.
Ora il sole crescerà di giorno in giorno.
E se tutto va bene presto è primavera.

Rivista “Poesia” (n. 303, aprile 2015), traduzione di Gio Batta Bucciol