Intervista al poeta: Giovanna Rosadini

Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi. Per lo stesso editore ha curato Nuovi poeti italiani 6, antologia di voci poetiche femminili che ha suscitato un vivace dibattito e una larga eco, uscita nel 2012. La sua terza raccolta poetica, Il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 è uscita la sua nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore. Vive e lavora a Milano.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

So di andare controcorrente rispetto all’opinione comune degli addetti ai lavori, ma a me pare che oggi la poesia goda di ottima salute. Indubbiamente poesia e poeti non beneficiano più, nelle nostre opulente società occidentali dove la riuscita economica è il valore predominante, e il ruolo divenuto centrale dell’immagine ha scalzato quello della parola, dello status e del prestigio avuto in altre epoche storiche, ma la poesia continua a circolare e ad essere richiesta e fruita, e molti sono i luoghi dove la si può incontrare, oltre alla tradizionale pagina stampata dei libri. Ha larghissima diffusione sui social, dove per esempio è nato il fenomeno degli Instapoets, autori che esordiscono in rete e solo successivamente, grazie al largo seguito ottenuto, approdano all’editoria tradizionale. E’ il caso di Tyler Knott Gregson, giovane poeta americano che deve la sua fama a Instagram e Tumblr, o della indo-canadese Rupi Kaur, best seller internazionale, o della giovanissima Lang Leav, poetessa di origini thailandesi che vive in Nuova Zelanda. Ciascuno di loro si avvale della semplicità e immediatezza del testo, sfrondato da orpelli retorici e complessità ermeneutica, per arrivare al lettore. Il fenomeno ha in Italia il suo esponente più rappresentativo in Guido Catalano, che si è esibito anche in tournées teatrali insieme a Dente, un cantautore che ha delle contiguità espressive con il genere poesia. Del resto, è ancora fresca l’attribuzione del Nobel della letteratura a Bob Dylan, e, come noto, la poesia delle origini era cantata (in ebraico, la parola “shir” designa sia il canto che la poesia).
Ma, se i social sono uno strumento a doppio taglio, che da un lato mantiene vivo il genere ma dall’altro rischia di snaturarlo abbassandolo di livello, è anche vero che la poesia colta continua a esistere nelle tradizionali collane di marchi editoriali storici come Einaudi e Mondadori (la Collana bianca, Lo specchio) e non solo, penso per esempio a editori “di nicchia” ma non meno prestigiosi come Aragno e Crocetti, editore anche del mensile Poesia, giunto al trentesimo anno di vita. E ha più di vent’anni di vita anche il trimestrale Atelier di Giuliano Ladolfi editore, che con Poesia è la rivista cartacea più seguita e apprezzata. La collana di poesia della Marcos y Marcos, “Le ali”, è ormai una realtà consolidata, come la “Gialla” di Pordenonelegge, e nuove realtà editoriali fanno capolino, come l’ottimo lavoro che sta facendo Amos edizioni con la collana di poesia A27 diretta da Sebastiano Gatto, Maddalena Lotter e Giovanni Turra, o la recente collana “Lyra giovani” di Interlinea, promossa da Franco Buffoni.
C’è la multiforme realtà della rete, ovvero blog e portali dedicati a letteratura e poesia, e nuove realtà editoriali strettamente connesse con la rete, sia per le modalità adottate di vendita sia per la coesistenza di una branca online… Mi riferisco a Samuele editore di Alessandro Canzian, con il corrispettivo online dei “Laboratori di poesia”, e a Interno Poesia di Andrea Cati, con l’omonimo blog.
Un capitolo a parte è la poesia performativa, e le sue contiguità con i festival letterari, irrinunciabili appuntamenti per i suoi fan, e il teatro, penso in Italia a un capostipite del genere come Lello Voce (nomen omen) o al più giovane Dome Bulfaro, o a un narratore abitato lateralmente dalla poesia, e straordinario performer con lo strumento-corpo, come Tiziano Scarpa. Ma anche alle carismatiche letture di Mariangela Gualtieri, originariamente drammaturga del Teatro Vadoca, negli anni diventata un fenomeno di culto… O a fenomeni, all’estero, come quello di Kate Tempest, poetessa che mescola cadenze rap con la poesia colta.
Come si può vedere, un panorama ricco, variegato ed estremamente vitale, pur essendo la poesia un mondo di piccoli numeri e risorse limitate.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è uno dei linguaggi possibili, è il luogo del privilegio assoluto della parola e di una primaria necessità espressiva.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Su un piano storico, le ineguagliabili suggestioni di testi millenari come la “Torà” o il “Daodejing”, e, risalendo in ambito nazionale, la poesia toscana due-trecentesca, Leopardi, per arrivare al Novecento di Montale e poi Sereni e poi Raboni, che ho avuto la grande fortuna di conoscere e frequentare ai tempi in cui lavoravo per Einaudi. Amo molto la poesia ebraica, Yehuda Amichai in primis, e la poesia americana, dai giganti dell’Ottocento Dickinson e Whitman alle grandi poetesse novecentesche e contemporanee, Anne Sexton, Jorie Graham, Adrienne Rich e soprattutto Sharon Olds.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Talento. Consapevolezza di averne. Umiltà e preparazione. Passione ed energia, come per qualsiasi tipo di arte.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Direi perché siamo più individui che nazione.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La colpa è dei modelli socioculturali che non la comprendono.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Occorrerebbero dei buoni maestri.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

In questo senso mi sento di essere ottimista.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non so se più o se meno ma se ne leggerà sempre, perché soprattutto la poesia, fra i generi letterari, è quella che esprime l’interiorità dell’uomo, parla di sentimenti comuni e universali e come tale è terapeutica e taumaturgica.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

“A volte, sull’orlo della notte, si rimane sospesi
e non si muore. Si rimane dentro un solo respiro,
a lungo, nel giorno mai compiuto, si vede
la porta spalancata da un grido. La mano feriva
con una precisione vicina alla dolcezza. Così
si trascorre dal primo sangue fino a qui,
fino agli attimi che tornano a capire e restano
imperfetti e interrogati”.

Milo De Angelis

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Foto di Dino Ignani

Intervista al poeta: Umberto Piersanti

Umberto Piersanti è nato a Urbino nel 1941, dove tuttora vive e insegna. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche (I luoghi persi, Einaudi 1994; Nel tempo che precede, Einaudi 2002; L’albero delle nebbie, Einaudi 2008; Nel folto dei sentieri, Marcos y Marcos 2015), saggi e opere di narrativa (L’uomo delle Cesane, Camunia 1994; L’estate dell’altro millennio, Marsilio 2001; Olimpo, Avagliano 2006; Cupo tempo gentile, Marcos y Marcos 2012 ); è anche autore di film (L’età breve, 1969-1970; Sulle Cesane, 1982; Ritorno d’autunno e Un’altra estate, 1988 ). Tutte le raccolte precedenti le tre sillogi edite dalla Einaudi sono uscite in un unico volume dal titolo Tra alberi e vicende, Archinto 2009. La sua ultima opera è un libro di racconti: Anime perse, Marcos y Marcos 2018.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

A mio parere il livello medio della produzione poetica è nettamente superiore a quello della narrativa. Quest’ultima ha visto il predominio assoluto dei generi: giallo, horror, fantasy ecc. Senza contare le centinaia di commissari in giro per la penisola. La poesia è ancora capace di una resistenza nei confronti della commercializzazione e della banalizzazione che hanno investito il mondo delle lettere.
Pier Vincenzo Mengaldo riteneva che dopo la terza generazione (Luzi, Bertolucci, Caproni, Sereni ecc..) e suoi immediati dintorni (Zanzotto, Giudici, Raboni ecc.) non ci fossero autori dello stesso livello nelle generazioni seguenti. Non so se è vero: ritengo comunque che anche dopo questa terza generazione, si siano affacciati vari autori di valore. I nomi sarebbero vari, ma per non farmi oggetto dell’ira dei trascurati, faccio un solo nome: Milo De Angelis.
La presenza di internet, se da una parte ha aperto a possibilità e conoscenze che magari si trovavano al di fuori delle strette cerchie editoriali, dall’altra ha invaso l’etere con un profluvio di versi tra i quali non è facile districarsi.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

Nessun critico può dire con sicurezza questo è o non è un poeta. Ognuno ha un setaccio attraverso il quale passano solo certi grani; lo deciderà il tempo, lo decideranno altri uomini prima o dopo chi è un poeta e che come tale rimarrà nelle memorie. Per me la poesia è il tentativo di cogliere il senso delle cose e delle vicende con parole giuste e precise. La vita e i libri sono alla base della poesia stessa. Bisognerà essere capaci di riuscire ad avere una visione del mondo ed un sentimento delle cose. Inoltre trovare un proprio accento, una propria pronuncia che non si basi su una velleitaria originalità.

 

3. Chi sono i tuoi maestri?

Sono tantissimi e sono vissuti lungo l’arco dei secoli. Per rimanere all’antichità classica: Virgilio, la pietas e la sua percezione della natura mi hanno da sempre coinvolto e commosso. Venendo a tempi più recenti, gli autori tra ‘800 e ‘900: Leopardi in primis e poi Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Debbo moltissimo a questa generazione. Nel pieno ‘900 grande è il mio amore per il primo Montale, da “Ossi di seppia” alla “Bufera”. Bertolucci l’ho avvertito fraterno nel suo amore per la terra e le stagioni. Ho conosciuto e frequentato Mario Luzi e Giorgio Caproni. Anche i miei compagni di viaggio mi sono stati e mi sono un po’ maestri. Dei non poeti, due grandi nomi che mi hanno anche seguito: Carlo Bo e Rosario Assunto che rappresentano il miglior tempo della vita e della cultura urbinati.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

La voglia di raccontare e di capire. E ancora di più quella di fermare il tempo, di fissare in parole o immagini qualcosa che possa resistere al flusso inarrestabile dei giorni. E per far questo è necessaria tanta tenacia, tanta voglia di non arrestarsi di fronte agli insuccessi ed alle difficoltà che si incontrano nel nostro cammino. E poi naturalmente bisogna leggere tanti libri, non solo di poesia. La propria cifra non nasce da qualche fantasiosa e mitica purezza, ma dalla conoscenza e dalla fatica.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Un romanzo lo puoi leggere tenendo magari solo conto dell’intreccio. Una qualche trama è presente anche nelle narrazioni più difficoltose. La poesia pretende un corpo a corpo con il testo, necessita di un’educazione della sensibilità e di una specifica attenzione alla parola. L’Italiano è abbastanza pigro: è mancata inoltre quell’educazione letteraria presente in altri grandi paesi. Nel ‘700 inglese per le strade c’erano i venditori ambulanti di libri. Se leggiamo Proust, vediamo come la nobiltà e l’alta borghesia che pure sono oggetto di vari strali da parte dell’autore, parlano più o meno consapevolmente e più o meno futilmente di letteratura, arte e musica. Immaginiamo di trovarci nello stesso periodo in qualche salotto della nobiltà nera romana: credo che non avremmo questo tipo di bei “conversari”.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Escono migliaia di libri di poesie che vengono letti solo dai parenti e dagli amici: si tratta di una lettura fatta solo, se è fatta, per compiacere il parente o l’amico. E questo non può essere considerato un pubblico della poesia. Se vado in una scuola e chiedo a docenti ed alunni quante raccolte di poesia hanno acquistato, la stragrande maggioranza riferirà di aver letto poesie solo nelle antologie prevalentemente scolastiche. Quasi tutti invece, avranno acquistato o letto qualche romanzo. Il che non toglie che anche per la narrativa, la vita sia piuttosto grama: le opere che non sono state sufficientemente promosse dalla televisione e dai social rimangono negli scaffali delle librerie. Se chiedete ad un rumeno, studente o commessa od operaio, chi è Marin Sorescu, moltissimi lo conosceranno. Tonino Guerra non ci credeva: lo chiedemmo a due cameriere di un ristorante di Senigallia e perse la scommessa. Per quel che riguarda le scuole elementari ai pampani bugiardi di cui parlava Eco sono seguiti i giochetti verbali alla Rodari. Nelle superiori (non sempre ci sono professori bravissimi) la poesia è stata affogata o in una melassa sentimentale o in una lezione di retorica e metrica. Tutti sanno che nelle librerie, gli scaffali di poesia sono i più piccoli e i più nascosti. Gli editori più grandi vedono le collane di poesia come un semplice fiore all’occhiello su cui non investire. Per quel che riguarda la televisione, da Fazio o nella rubrica di Luverà non ricordo di aver mai visto un poeta. A ognuno la sua parte di colpa. Non credo che la poesia potrà mai avere un pubblico di massa, ma non dovrebbe averne neanche uno da archeologia assira.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

I poeti dovrebbero andare nelle scuole per dimostrare con la loro stessa presenza che si tratta di un’arte che non appartiene solo al passato, ma è presente ed opera anche nell’oggi. Dovrebbero andare nelle scuole poeti non solo bravi, ma capaci di coinvolgere e commuovere. Festival e letture pubbliche dovrebbero aumentare la loro presenza e la loro capacità di attrazione. Anche i premi, quelli seri, che prevedono una giuria tecnica alla quale, per la scelta finale subentra una giuria popolare, servono ad allargare la platea di lettori non superficiali ed occasionali. Portare la lettura di poesia anche in luoghi non deputati come ospedali, carceri ecc. senza per questo banalizzarla in un mero impegno sociale.

 

8. Gli Instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Un poeta si giudica dai suoi testi ed anche un Instapoets può scrivere un bel testo. Nella stragrande maggioranza dei casi, ci troviamo di fronte a banalità ed improvvisazioni: della poesia resta l’andare a capo. Non è il numero dei followers quello su cui si può misurare l’importanza di un poeta. Anche in passato, alle quattrocento copie di “Ossi di seppia” potevano essere contrapposte le migliaia di copie dei romanzi di Guido Da Verona. Solo che in questa società liquida dove tutto può passare attraverso internet, la terra piatta, le piramidi su Marte ed altre amenità del genere, questo non è un fenomeno da sottovalutare con cipiglio aristocratico. Vari grandi editori danno spazio a questo sottogenere di poesia: ho letto gli orrendi testi di Francesco Sole. Ed anche quando non si arriva a livelli così bassi, la ricerca del personaggio, a cui non si sottraggono neanche le case editrici più prestigiose come la Mondadori e l’Einaudi, varie volte prevale sul valore: del resto i consulenti editoriali non sono più i Bassani, i Sereni, i Vittorini che pure potevano fare i loro sbagli, ma altri ben più modesti guidati da un mercantilismo spiccio o dalle complicità amicali.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Non ho la sfera di cristallo, ma sono convinto che, a meno di una mutazione genetica, la poesia resisterà. Rimane il pericolo, per quanto remoto, della mutazione genetica.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

In un tempo remoto, quando ero piccolo e Rodari e seguaci non imperversavano, ho avuto, come migliaia di italiani, un primo profondo impatto emotivo con la poesia grazie a questi versi di Carducci: “La nebbia agli irti colli /piovigginando sale, e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar”. E poi, dell’amatissimo Leopardi: “Primavera dintorno / brilla nell’aria, e per li campi esulta, / sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Ed ancora: “Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea / tornare ancor per uso a contemplarvi / sul paterno giardino scintillanti”. Passando al ‘900, questi due versi di Montale: ”Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera”.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista all’editore: Roberto Cicala

Roberto Cicala è editore di Interlinea, presso cui dirige collane come “Lyra”, fondata oltre vent’anni fa con Maria Corti, Luciano Erba, Franco Buffoni e Giovanni Tesio. Critico letterario (scrive per “Repubblica” e “Avvenire”), ha all’attivo molte edizioni di inediti di Rebora e Vassalli ed è tra i maggiori esperti italiani di editoria, materia che insegna nelle università Cattolica di Milano e di Pavia.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Vivo il mestiere dell’editore come un impegno per contribuire alla cultura collettiva: scopro, seleziono e organizzo testi e contenuti in forma di libri per testimoniare un’idea, una storia originale, un valore che altrimenti resterebbe senza voce e senza possibilità di essere ascoltato. Un traguardo ambizioso? Se non lo fosse non avrebbe senso una vita respirando ogni giorno carta e inchiostro con scarse soddisfazioni economiche ma alte realizzazioni morali. Con 1500 libri alle spalle credo che l’editoria sia una vocazione.

 

2. Che cosa ti rende felice di questo mestiere e che cosa no?

Trovare forme del pensiero sempre nuove per lettori altrettanto nuovi o fedeli dà senso al lavoro quotidiano di mediazione culturale: progettare e fare libri diventa così una ragione d’essere e crea quella sensazione di fare qualcosa di buono, e di bello, per gli altri che Giulio Einaudi definiva «la felicità di fare libri». Il rovescio della medaglia sta nella società italiana che non sostiene la crescita di cultura, soprattutto a scuola, presentando spesso il libro come un di più noioso e poco utile, oltre a ritenere il lavoro intellettuale qualcosa di gratuito e non necessariamente remunerabile, fuori diritti. Con questa logica, molto in voga su internet, purtroppo non si va molto lontano e non si crea libertà di pensiero.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

Nella mia esperienza la poesia è una testimonianza resa attraverso una parola mai convenzionale ma necessaria, che si esprime con colpi d’ala, con scarti dalla quotidianità, con provocazioni positive. E facendo così è una parola che lascia il segno, come hanno fatto Rebora, Campana e Sbarbaro alle origini del nostro Novecento. Nonostante ciò la poesia è compagnia, consolazione, stimolo, frontiere superate, insomma quelle parole che spesso non troviamo per spiegare la nostra vita ingarbugliata e contraddittoria.

 

4. Quanto è importante la poesia per Interlinea?

La poesia vale per la nostra piccola casa editrice di cultura tanto quanto ci impegna in letture, scelte, idee, confronti, ricerche, ad esempio sul versante della poesia cosiddetta civile (grazie al festival internazionale di Vercelli) oppure nelle aree della letteratura delle giovani generazioni (grazie alla serie editoriale “Lyra giovani” con il maestro e amico Franco Buffoni). La poesia è necessaria ancor più che importante: è la diversità della parola che altrimenti sarebbe banale, univoca, irregimentata.

 

5-6. A tuo avviso perché siamo più un Paese di poeti che non di lettori e di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Riparto dalle scuole. In quelle italiane non ci abituano a divertirci, stupirci e commuoverci con la poesia. Alcune volte basta una lettura, un incontro inaspettato in un determinato momento emotivo: per me fu L’aquilone di Pascoli alle medie a farmi vibrare con la forza del ritmo delle parole, la storia di ragazzi, aria aperta, giochi e amicizia, amore materno… Ma se non si trova un professore particolarmente appassionato la poesia diventa una materia ostica che è noioso studiare. Ecco, al primo posto per le poche letture degli italiani adulti sta la scuola negli anni della formazione, che significa (per usare una delle categorie dell’Ordine dei libri di Chartier) le istituzioni che fanno programmi poco attraenti e non investono sulle biblioteche scolastiche e sulle ore di lettura. In secondo luogo stanno i media, che snobbano certe forme di cultura e alcuni generi, a parte eccezioni troppo sporadiche, come la celebre lettura della Szymborska da parte di Roberto Saviano a Che tempo che fa in tv. Se poi i librai vendono soprattutto gli autori celebri sui social non è colpa loro; lo è però se riducono sempre di più i metri, o centimetri, lineare di scaffale dedicati ai versi, come se le librerie debbano fare concorrenza alle edicola. Ma, al terzo posto delle responsabilità, sta anche la filiera editoriale, con tutti quegli editori che millantano fama, distribuzione nazionale, recensioni autorevoli e tirature favolose a chi è disposto a pagare per un proprio hobby personale (e fin qui non ci sarebbe nulla di male, come altri pagano per una raccolta di francobolli o di orologi), ma spesso tali aspiranti poeti non capiscono la differenza tra un editore, un tipografo e un disonesto. Anche qui ci sono radici culturali. Credo che queste siano alcune delle ragioni che creano confusione sociale intorno al genere lirico relegandolo quasi in un ghetto da intellettuali o da persone strane.

 

7. Che cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Anche in letteratura la qualità paga, ma paga se c’è un’educazione a riconoscerla ed apprezzarla, non una corsa verso il troppo facile come sta avvenendo oggi. Credo che i festival seri possano aiutare a dare una percezione più accattivante della poesia, grazie all’incontro con temi e autori. Poi è fondamentale prevedere l’accostamento alla parola poetica fin dall’infanzia, nel periodo “Nati per leggere”: pensiamo alla forza ammaliante ed entusiasmante di rime di scrittori come Roberto Piumini o Anna Lavatelli che poi un bambino si porta dentro di sé per tutta la vita, per non dire anche del celebre Alì Babà e i quaranta ladroni di Emanuele Luzzati. Poi i mass media potrebbero naturalmente fare la loro parte, con intelligenza e creatività, senza spettacolarizzazioni verso il basso a tutti i costi. Alla fine bisogna guardarsi sempre allo specchio: ognuno di noi sceglie, compra e regala quella poesia che può appassionare gli altri e far sì che, come le ciliegie e i gialli, un libro tiri l’altro.

 

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Credo che i social siano un passatempo di condivisione virtuale, di emozioni da far girare come una catena di sant’Antonio, ma inducono al mordi e fuggi, alla lettura telegrafica e surf, poco adatta alla profondità lirica, e soltanto in pochi casi penso riescano a indurre a continuare la lettura da un post a un libro. Non è però colpa di Facebook o Instagram in sé ma del contesto sociale che non dà alcun sostegno alla quotidianità dell’atto culturale di un libro. Eppure non sarebbe una chimera se in altri Paesi europei funziona diversamente e le percentuali di lettura sono il doppio dell’Italia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Spero davvero che le prossime generazioni leggeranno più poesia grazie anche alla tecnologia, agli audiolibri, agli spazi di bookcrossing pubblici mentre si aspetta un treno, una visita in ospedale, ma soltanto se dalla scuola ai media la poesia diventerà qualcosa di familiare, avvincente, utile. Comunque scegliere bene i libri da parte degli editori aiuta a non creare confusione, a non far nascondere le opere che valgono davvero sotto la montagna delle autoedizioni private.

 

10. Per chiudere l’intervista ci regali qualche tuo verso amato?

L’esperienza di un poeta come Rebora credo sia sembra fondante, per esempio nei versi in cui racconta che «quando morir mi parve unico scampo, / varco d’aria al respiro a me fu il canto: / a verità condusse poesia». Non è di facile lettura, come lo è solo apparentemente una autore che amo molto perché molto contemporanea, Luciano Erba, che chiede a se stesso: «Interroghi l’alfabeto delle cose / ma al tuo non capire niente di ogni sera / sai la risposta di un mazzo di rose?». Sono nel catalogo di Interlinea, come l’esule siriano che ha scritto a memoria Specchi dell’assenza, negli anni in carcere senza carta né inchiostro. Nei giorni in cui il libro è uscito in Italia i telegiornali trasmettevano le immagini della liberazione di Raqqa e lui notava che da alcune case erano stesi lenzuoli con scritti suoi versi come questi che avevano aiutato la rivoluzione: «un uccello / basta / perché non cada il cielo». La poesia può cambiare il mondo,,, Come avviene con Giovanna Vivinetto, la ragazza che Interlinea ha scoperto nel 2018 con il suo diario in poesia in cui racconta il Dolore minimo della sua scelta transessuale: «non mi sono mai conosciuta / se non nel dolore bambino / di avvertirmi a un tratto / così divisa. Così tanto parziale». Sono versi in cui tutti, trascendendo il caso singolo, possono specchiarsi.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Patrick McGuinness


Father and Son

in memory of my father, and in welcome to my son

In the wings there is one who waits to go on,
and another, his scene run, who waits to go.

I would like to think they met; if not here
then like crossed letters touching in the dark;

the blank page and the turned page,
the first and the last, shadows folding

over and across me, in whom they’re bound.

 

*

 

Padre e figlio

in ricordo di mio padre, e come benvenuto a mio figlio

Dietro le quinte c’è uno che aspetta di entrare,
e un altro, finita la sua parte, che aspetta di uscire.

Mi piacerebbe pensare che si siano incontrati; se non qui
allora come lettere che s’incrociano e si toccano nel buio;

la pagina bianca e la pagina voltata,
la prima e l’ultima, ombre che si ripiegano

attraverso e sopra di me, in cui si legano.

 

Déjà-vu. Poesie scelte vecchie e nuove (Interno Poesia, 2019), traduzione e cura di Giorgia Sensi

Intervista al poeta: Umberto Fiori

Umberto Fiori è nato a Sarzana nel 1949. Dal 1954 vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Negli anni ’70 ha fatto parte, come cantante e autore di canzoni, degli Stormy Six, uno dei gruppi storici del rock italiano. In seguito ha collaborato con il compositore Luca Francesconi (per il quale ha scritto due libretti d’opera e numerosi altri testi), con il fotografo Giovanni Chiaramonte e con i videoartisti di Studio Azzurro. È autore di saggi e interventi critici sulla musica (Scrivere con la voce, 2003) e sulla letteratura (La poesia è un fischio, 2007), di un romanzo, La vera storia di Boy Bantàm (2007) e del Dialogo della creanza (2007).
Il suo primo libro di poesia, Case, è uscito nel 1986 per San Marco dei Giustiniani. Sono seguiti, per Marcos y Marcos, Esempi (1992, 2004), Chiarimenti (1995), Parlare al muro (con immagini del pittore Marco Petrus, 1996), Tutti (1998) e La bella vista (2002). Del 2009 è Voi, Mondadori. Nel gennaio 2014 è uscito un Oscar Mondadori (Poesie 1986-2014) che comprende i libri pubblicati, più un inedito.

 

1. Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Mi è difficile parlare in generale della poesia (e del suo “stato di salute”). Se per poesia si intende un genere letterario, o una branca dell’editoria, tutti sanno che oggi in Italia non sta troppo bene. È una cosa che si sente ripetere da anni, ma mi sembra che non porti se non a inutili lamentazioni. Se invece parliamo di poesia in assoluto, le cose cambiano. Chiedersi come sta, la poesia, è come chiedersi come sta l’eros. Se lo “stato di salute” dei due – eros e poesia – peggiorasse fino a esiti estremi, non lo sapremmo, perché con loro saremmo finiti anche noi umani.

 

2. Ma, prima di tutto, cos’è per te la poesia?

La poesia è il legame che ho sentito fin da bambino con le parole e con il mondo.

 

3. E chi sono i tuoi maestri?

Indicare i propri maestri può essere fonte di equivoci. Il maestro è per definizione superiore all’allievo, ma il suo riconoscimento da parte del presunto allievo può essere un modo, da parte dell’allievo, per impadronirsi del suo presunto maestro, autoincensarsi e pavoneggiarsi. Se io dicessi, mettiamo, che il mio maestro è Dante, più che rendere omaggio a Dante pretenderei –implicitamente – di essere un suo diretto erede e prosecutore. Il che, evidentemente, è ridicolo. Più che identificare i miei “maestri”, quindi, mi sentirei di indicare alcuni tra gli autori che ho più ammirato e studiato e dai quali ho cercato di imparare qualcosa. Escludendo per brevità gli antichi, direi Baudelaire, Leopardi, Montale (soprattutto Ossi di seppia) e Kafka (che non è un poeta, ma forse qualcosa di più). Quelli da cui ho avuto la fortuna di ricevere ammaestramenti diretti (consigli, critiche, incoraggiamenti) sono Vittorio Sereni, Franco Fortini e Franco Loi.

 

4. Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non credo che ci sia un metodo valido per tutti e in ogni tempo. Ciascun poeta diventa tale attraverso percorsi diversi, a volte contrastanti. E poi, la qualifica di “poeta” – soprattutto oggi – è molto equivoca e controversa. Dire che qualcuno “è un poeta” può costituire un giudizio di valore (ormai un po’ fuori corso), o invece, semplicemente, la constatazione di una posizione pubblicamente riconosciuta (e precaria) nel quadro della letteratura di un certo tempo. In una poesia di Sereni, Poeta in nero (in Stella variabile), si parla di un personaggio che in silenzio si esibisce per strada – vestito di nero, appunto, in piedi su uno sgabello – con un cartello che dice: “Ich bin stolz ein Dichter zu sein” (sono fiero di essere un poeta). Ecco, mi pare che proprio questa esibizione (Sereni non lo dichiara, lo sottintende) sia l’opposto della poesia. Ma non voglio sfuggire alla domanda. Per diventare un poeta occorre un’altissima attenzione per il mondo, un profondo ascolto delle parole e della propria voce. Occorre entusiasmo, e ritegno, e spietata autocritica. Occorre un’intensa idiozia e una rigorosa razionalità; una speranza incrollabile, e una lucida disperazione. E poi occorre fatica, orecchio, pazienza, costanza, studio, umiltà.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Anche questa è una cosa che si sente ripetere da anni. Credo che una delle ragioni sia che per suonare uno strumento, o costruire un ponte, o fare un goal, è necessaria una tecnica, e chi non ce l’ha non può nascondere la propria inettitudine; la poesia invece, apparentemente, è qualcosa che tutti possono fare: basta saper leggere e scrivere, basta un foglio e una penna (o un computer). A me non pare, comunque, che la situazione sia molto peggiorata rispetto al passato. Non credo che ai tempi di Montale o di Caproni i lettori di poesia fossero tanti di più; era il prestigio culturale della poesia a essere maggiore (e di conseguenza la sua responsabilità). Oggi sono aumentati i pretesi poeti (fake-poets), e l’idea di poesia si è polverizzata e diffusa, fino a costituire un allegro miraggio di massa fra i tanti. Certi sedicenti poeti danno l’impressione di non leggere nemmeno se stessi.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Non me la sento di indicare delle responsabilità. E poi, non credo serva a molto parlare della poesia come di un valore culturale da difendere, predicare, diffondere. Come la natura in un famoso frammento di Eraclito, la poesia è la “sempre salva”. Oggi pensiamo di dover salvare anche la natura: se può essere salvata (da noi), ciò implica che può anche essere annientata (sempre da noi). Ma forse la “salvezza” della natura (della poesia) travalica e precede la nostra volontà.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Non saprei proprio. Io ci ho provato per anni, come insegnante, come poeta e come critico. Ma non mi sento di indicare un “metodo”, anche perché i risultati sono incerti. Direi che si procede per contagio. Ma l’infezione non è garantita.

 

8. Gli instapoets aumentano le possibilità di avvicinare nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Instapoets? A stento so cosa sono; ma posso facilmente immaginarlo (certe “novità” si conoscono già prima che esplodano, per essere presto dimenticate). Chissà, magari qualche lettore di instapoetry sarà stimolato a leggere un libro di poesia. E magari qualche compratore di souvenir di plastica del David di Michelangelo sarà stimolato a studiare la scultura…

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Bisognerebbe chiederlo a un sociologo. Io la poesia mi limito a scriverla (quando ci riesco).

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

I primi che mi vengono in mente sono l’inizio di un testo del mio libro d’esordio (Case, 1986) intitolato Sviluppo (poi Sguardo), due versi che mi sembrano un po’ la sintesi di molte delle cose che ho scritto: “Più grande di tutto è lo sguardo, / ma le case sono più grandi”.

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati e Giulia Martini

Intervista all’editrice: Claudia Tarolo

Claudia Tarolo è uno dei due editori di Marcos y Marcos. Dal 2000 si occupa di direzione editoriale, collabora con gli autori italiani della casa editrice per la messa a punto dei testi e rivede tutte le traduzioni pubblicate. Per insanabile passione si concede anche il lusso di qualche traduzione. Tra gli autori tradotti, Angeles Caso, Jhumpa Lahiri, William Saroyan, Ricardo Menéndez Salmón, Michael Zadoorian. Collabora con il Master “Professioni e prodotti dell’editoria” presso il Collegio Santa Caterina da Siena di Pavia e con il Master in Traduzione di testi postcoloniali dell’Università di Pisa. In una vita precedente ha diretto l’ufficio legale di una multinazionale americana traendone ogni possibile insegnamento.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Vuol dire assumersi la grande responsabilità di affermare, nei fatti, cosa secondo noi è importante proteggere. Che genere di scrittura, quali idee, quali storie. E con questo patrimonio di titoli che, a differenza di molti titoli di borsa, rappresentano davvero dei valori, affrontare la sfida del mercato. Senza aiuti esterni, senza ricchi patrimoni alle spalle, è un rischio enorme. È una sfida eccitante. Far quadrare i conti di un’azienda offrendo soltanto ciò che per noi è qualità, questo sì che è equilibrismo. E incredibilmente, da trentotto anni, resistiamo, continuando ad appassionarci e divertirci.

 

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Mi rende felice la libertà totale di scegliere e andare fino in fondo per difendere un’idea; mi esalta scoprire che molti altri la condividono. Sono felice quando ho davvero l’impressione di aver partecipato a una cosa bella, vera, importante per le persone che la vivono. Mi rende felice la passione della nostra squadra, la convinzione sincera e la tenacia. Mi rende felice un editing felice e produttivo. Mi rende felice, ogni volta, ricevere un nuovo libro appena stampato. Mi rende felice che un nostro libro diventi un film. Mi rende ovviamente felice vendere abbastanza copie, poter continuare a pubblicare. Mi spiace invece quando un bel libro va sprecato, quando una libreria è in difficoltà. Mi amareggiano politiche di sovrapproduzione, di sconti selvaggi che penalizzano sia le librerie che gli editori indipendenti. E detesto le ingiuste alterazioni della concorrenza; in un mercato davvero libero, dovrebbero valere per tutti le stesse regole, e purtroppo non è così.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

È sempre stata molto importante nella mia vita personale; quando ho conosciuto Marco Zapparoli, tanti anni fa, prima che fondasse la casa editrice, ci scambiavamo poesie di Milo De Angelis, Rilke e Odysseas Elytis. È la forza della parola allo stato puro, serve per fermarsi e riprendere slancio. La bella poesia è veramente un dono che lascia increduli e speranzosi nell’umanità.

 

4. Quanto è importante la poesia per Marcos y Marcos?

Basti dire che il primo libro della casa editrice è stato un piccolo libro di un poeta espressionista tedesco, Georg Heym: E da segrete scale. La poesia che dà il titolo alla piccola raccolta la so a memoria, mi torna in mente in moltissime occasioni: “Di nuovo entriamo ora nel sole, dal campo d’oro e da segrete scale…”. Da allora abbiamo sempre pubblicato libri di poesia, italiana e straniera: siamo stati tra i primi a pubblicare due poeti del calibro di Umberto Fiori e Fabio Pusterla; tra gli stranieri, cito soltanto Heaney, Jaccottet, Mistral, Lorca, Machado. Con Franco Buffoni, che oltre ad essere un poeta è anche un generoso sostenitore di giovani talenti, da quasi trent’anni pubblichiamo i Quaderni di poesia contemporanea con cadenza biennale: il prossimo esce a marzo ed è il quattordicesimo. È un vero laboratorio di selezione delle nuove voci e delle nuove tendenze: un comitato di lettura seleziona sette poeti tra centinaia di candidature. E da ormai tre anni abbiamo aperto una vera e propria collana di poesia, Le Ali, diretta da Fabio Pusterla. Sono tre libri l’anno, il primo di un poeta consolidato ma sfuggito ingiustamente, per qualche ragione, all’attenzione generale. Il prossimo gennaio sarà il grandissimo Luigi Di Ruscio, poeta operaio. Il secondo o il terzo è sempre un esordiente, l’ultimo oscilla tra le due condizioni. Posso dire, quindi, che la poesia per noi sia la radice, la linfa.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Questo purtroppo vale in generale, ci sono più scrittori che lettori; e non è un fenomeno soltanto italiano. Bisogna coltivare l’arte sottile dell’ascolto, trarne piacere e nutrimento. Ma occorre umiltà, che in un’epoca di vanagloria è poco praticata.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La poesia è sottovalutata, a volte proposta male, come un ingrato compito di analisi… eppure ricordo ancora al liceo come fossimo tutti rapiti dai lirici greci; sembrava quasi impossibile che avessero una sensibilità così vicina alla nostra, che ci parlassero attraverso i millenni come e meglio dei cantanti rock. Confesso di aver scritto sui muri con la bomboletta spray, a quindici anni, versi di Ibico.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Leggerla, scoprirla, scambiarsela, regalarla; in famiglia, a scuola, tra amici. Leggerla ad alta voce, mandarsela. Godersela. Il piacere è contagioso.

 

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Amare e diffondere buona poesia serve sicuramente molto di più.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Io credo di più, anche perché adesso se ne legge davvero troppo poca, ed è una perdita per tutti. Pensiamo all’America Latina, dove i festival di poesia riempiono gli stadi; pensiamo al mondo arabo, dove è il genere letterario più importante.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Sono tantissimi, è difficile scegliere.
C’è una poesia dell’ultimo poeta che abbiamo pubblicato nelle ALi, Fabrizio Bajec, che in questi giorni è in primo piano, in casa mia, cerchiata a pennarello, il libro aperto su quella pagina:

Presso un vecchio molino
sta un’anziana dalle mani
bucate dai raggi di Dio.
Mescolarsi con gli altri
le è infausto dal tempo
che fra loro non funziona
Sola segue meglio una legge
assurta alla piena chiarezza

 

da La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018)

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Bertolt Brecht

Bertolt-Brecht

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il rogo dei libri

Quando il regime ordinò che in pubblico fossero arsi
i libri di contenuto malefico e per ogni dove
furono i buoi costretti a trascinare
ai roghi carri di libri, un poeta scoprì
– uno di quelli al bando, uno dei meglio – l’elenco
studiando degli inceneriti, sgomento, che i suoi
libri erano stati dimenticati. Corse
al suo scrittoio, alato d’ira, e scrisse ai potenti una lettera.
Bruciatemi!, scrisse di volo, bruciatemi!
Questo torto non fermatelo! Non lasciatemi fuori! Che forse
la verità non l’ho sempre, nei libri miei, dichiarata? E ora voi
mi trattate come fossi un mentitore! Vi comando:
bruciatemi!

 

Poesie (Einaudi, 2007), a cura di G. D. Bonino