Interno Poesia al Salone del Libro di Torino 2024

Care lettrici, cari lettori,
dal 9 al 13 maggio vi aspettiamo al Salone del Libro di Torino con il nostro catalogo, le novità editoriali, le borse e i taccuini di Interno Poesia, gli incotri in programma, i firmacopie, le autrici e gli autori della casa editrice.

Dove trovarci
Padiglione 2Stand K05

Incontri in programma

Venerdì 10 maggio, ore 15:00 – Sala Malva (Galleria Visitatori)
Omaggio a Margherita Guidacci, dal libro “Sull’alto spartiacque”
Con Giuseppe Marrani e Benedetta Aldinucci
Link evento: https://www.salonelibro.it/programma?item=9134
Link libro: https://internopoesialibri.com/libro/sullalto-spartiacque/

Sabato 11 maggio, ore 16:00 – Sala della Poesia (Padiglione Oval)
Un’epoca di cambiamento, dal libro “Poeti italiani nati negli anni ’60”
Con Francesco Napoli, Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi
Link evento: https://www.salonelibro.it/programma?item=8699
Link libro: https://internopoesialibri.com/…/poeti-italiani-nati…/

Lunedì 13 maggio, ore 13:45 – Sala Avorio (Galleria Visitatori)
“Tresor” di Giulia Martini
Con l’autrice, Giulia Depoli, Niccolò Scaffai
Link evento: https://www.salonelibro.it/programma?item=9187
Link libro: https://internopoesialibri.com/libro/tresor/

Francesco Napoli

1. Verso i Sessanta

Valerio Magrelli, Roma, classe 1957 esordisce già nel 1980 per Feltrinelli con Ora serrata retinae, come appartenenza va posto nella generazione del “pubblico della poesia”, quella riduttivamente definita neo-orfica. A questo proposito lui stesso affermava: «non condividevo il sistematico rifiuto del senso della Neoavanguardia, né però potevo abbracciare quel totale abbandono al senso che pervadeva i suoi nemici più accaniti». Di contro ci sono alcuni suoi coevi, perfino di qualche anno maggiori, che invece di certo vanno considerati più coerenti con la generazione successiva, la Generazione Sessanta. E questo per formazione, e per esiti e risposte, oltre che per milieu storico-geografico, poiché condividono i medesimi passaggi formativi, le medesime condizioni ambientali affrontate e patite dai nati nel Sessanta. È il caso di Antonella Anedda (Roma 1955) che affronta la crisi identitaria della poesia post-neoavanguardia provando a dipanare uno dei grandi nodi, quello dell’io poetante, trovando una risposta alla sua presenza, quella che Riccardo Donati ha definito per lei «la problematica insituabilità e instabilità del soggetto poetante». Per Antonella Anedda appare centrale il ruolo dell’autos – riconosce quindi da subito la necessità di preservare l’autorevolezza – e considera un accanimento inutile quello contro di esso, contro l’ego. E l’avvertita necessità della prevalenza dell’autos, la sua indispensabile presenza nella poesia diventa forse uno dei punti comuni di questa Generazione, un punto per il quale si batteranno tra Maestri (autos riconosciuti) e un progressivo sbiadimento della loro presenza. L’autos è necessario a garantire una possibile risposta anche alla vexhata quaestio poesia e non poesia. Per Anedda è sempre possibile utilizzare qualsiasi pronome, e quindi anche l’io, ma quello che può marcare la differenza è il tono che vi si accompagna, da una connessione che tenga in equilibrio (precario forse) emozione e ragione regalando poi una inattesa prospettiva. Equilibrio, va da sé, estremamente difficile da raggiungere, affinché non ci si trovi di fronte soltanto al poetico, ma alla vera e propria poesia – nelle parole di Anedda «una forma molto particolare di conoscenza, non è sfogo, e non è neppure solo intelletto» confessa in un’intervista su “Atlante”, il magazine della Treccani […]

Poeti italiani nati negli anni ’60 (Interno Poesia Editore, 2024)

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Giulia Martini

Ph. Stefano Pradel

Frammento di Re Enzo

Allegro cuore, batti pienamente
di tutta beninanza, lei verrà.

Da questo spiffero alla porta, magra
ci passa che è un piacere aprile e maggio.

Su con la gioia dunque, batti, batti,
preparati a fare fistinanza.

Tresor (Interno Poesia Editore, 2024)

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Margherita Guidacci

Ph. Dino Ignani

Atlante

Davanti a te la mia anima è aperta
come un atlante: puoi seguire con un dito
dal monte al mare azzurre vene di fiumi,
numerare città,
traversare deserti.

Ma dai miei fiumi nessuna piena ti minaccia,
le mie città non ti assordano con il loro clamore,
il mio deserto non è la tua solitudine.
E dunque cosa conosci?

Se prendi la penna, puoi chiudere in un cerchio esattissimo
un piccolo luogo montano, dire: «Qui fu la battaglia,
queste sono le sue silenziose Termopili.»
Ma tu non sentisti la morte distruggere la mia parte regale,
né salisti furtivo
col mio intimo Efialte per un tortuoso sentiero.
E dunque cosa conosci?

Sull’alto spartiacque (Interno Poesia Editore, 2024), a cura di G. Marrani e B. Aldinucci

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Frank Stanford


Transcendence of Janus

I am not asleep, but I see
a limb, the fingers of death, the ghost
of an anonymous painter
leaving the prints of death
on the wall; the bright feathers
of soft birds blowing
away in the forest;
the bones of fish and
the white backs of strange women;
your breathing
like the slow thunder
on the other side of some river
as you sleep beside me; old
dancing teachers weeping in their offices;
toads with bellies as quiet
as girls asleep in mansions, dreaming
of saddles and pulling the sheets
between their legs; fireflies
going to sleep on moonseed flowers
around a plantation gazebo at dawn;
a girl sweating in bed; hawks drifting
through the moon; a woman’s hair,
the flavor of death, floating
in the fog like a flag
on a ship full of ghosts,
the ghosts of soldiers
searching for the graves of their mothers; june bugs
listening to Leoncavallo;
christ weeping on Coney Island,
inevitable, like a fissure
in a faggot’s ass; a widower
with no sons, a lonesome janitor,
a worm in the sun, the dusty sockets
of poets, who have lost their eyes, their

*

Trascendenza di Giano

Non dormo, ma vedo
un arto, le dita della morte, il fantasma
di un pittore anonimo
lasciare le impronte della morte
sul muro; le piume sgargianti
di soffici uccelli arruffarsi
nel bosco;
ossa di pesci e
le bianche schiene di strane donne;
il tuo respiro
come il lento tuono
sull’altra sponda di un fiume
mentre mi dormi accanto; vecchi
maestri di danza che piangono nei loro uffici;
rospi con i ventri calmi
come ragazze addormentate dentro palazzi, mentre sognano
di selle e si tirano le lenzuola
fra le gambe; lucciole
che vanno a dormire sui fiori dai semi di luna
intorno al gazebo di una piantagione all’alba;
una ragazza che suda nel suo letto; falchi
che attraversano la luna; i capelli di una donna,
il sapore della morte, che fluttua
nella nebbia come la bandiera
di una nave carica di fantasmi,
i fantasmi di soldati
alla ricerca delle tombe delle loro madri; scarabei
che ascoltano Leoncavallo;
cristo piangente a Coney Island,
inevitabile, come una piaga
nel culo di un pederasta; un vedovo
senza figli, un bidello in solitudine,
un verme al sole, i calzini polverosi
dei poeti, che hanno perduto i loro occhi, i loro

Acqua segreta (Interno Poesia Editore, 2024), a cura di Luca Dipierro

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Alessandro Franci


Sono in attesa che finisca tutto
che i nomi siano scordati nel lutto dei loro addii.
L’oggi ha il suo vagito
nell’alba d’aria pura
con l’indaco sui tetti
tra scheletri di antenne
e sembrano scordati nel tumulto di amnesie
le insonnie sfinite le parole dette
sopra la città stupita ancora crettata di fari.

Debutto nell’oblio (Interno Libri Edizioni, 2024)

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Cecilia Roda

Ti aspetto come si aspetta il venerdì

Ti aspetto come si aspetta il venerdì
non il martedì o il mercoledì
nemmeno il giovedì
il lunedì proprio non lo tengo in nota
ti aspetto come il venerdì
che il lunedì sembra così lontano
poi in un battibaleno
ti svegli ed è giovedì
è già giovedì?
non ti par vero
e finalmente domani è venerdì
il giorno più bello di tutti
l’unico in cui lavori sereno
e guardi la tv fino a tardi
perché tanto domani dormi
puoi spegnere tutto
anche il cervello
lo lasci adagiarsi sul cuscino insieme a te
finalmente libero da ogni pensiero
fatta eccezione per te
tu sei l’unico pensiero
che rimane anche a cervello spento
a disconnessione effettuata
a mancanza di connessione
tu rimani sempre
nel mio back end
ma anche nel mio front end
mi fai sviluppare
più di quanto abbiano fatto tutti gli altri.

 

L’amore in technicolor (Interno Poesia Editore, 2024)

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Nasos Vaghenàs


Miei vecchi amori. Visibili

ore di un secolo che non vuole morire.

Si rompono continuamente lune intorno a me.

La luce che m’illumina di certo verrà

da stelle spente.

Tutta la notte sradico sentimenti

dal mio petto che resta sempre verde.

Erbacce con radici d’eternità.

Mi stordisce il rumore del tempo.

Scendo
in una notte più profonda di quella vera

con una duplice tenebra negli angoli

e caligini d’usi passati.

Camminando lentamente, attento

a non svegliarvi.

Poeti greci del Novecento (Mondadori, 2010), trad. it Filippomaria Pontani

Jolanda Insana

Ph. Dino Ignani

anima mia
non potendoti affagianare a piacimento
perocché sei pelle e pece mia
vado anfanando a perdifiato
scannaparole e gabbalessemi annacquo il vino della vite
e mai vado in cimbali e mi sconfondo nella dozzina
ma tu abbaia-abbaia
finché non ho finito di affinare questa vita

A schiere le parole. Poesie scelte con prose e versi inediti (Marcos y Marcors, 2024)

Elisa Ruotolo

Ph. Mauro Zorer

Inverno

Ogni voce è perduta e dagli occhi non arriva
grazia. Inospitale, il gelo ci fa dormire e ottunde
la profezia del verde. Tutto cade dall’alto
la pioggia lava, poi la neve imbianca
e fa di noi soldati che obbediscono contro cuore
alla trincea e già raccontare non sanno
la propria memoria.
Mentre l’inverno apparecchia sventure alle linfe
impariamo una nuova preghiera
e il congedo dai chiodi dell’estate.
La morchia della terra mescolata all’umore
l’innesto del sonno sul moto mercuriale dei corpi,
la breve paga del riposo, ci annodano in un torpore
ingordo, che distanzia ogni amore di veglia.
Il glomere pulsa di fiamma e protezione
nel suo miracolo un delirio senza tregua
– ventre nero, dubbio di vita, antro in cui si scende
da cavatori in cerca d’un rimedio
alla stagione.
I campi sono nudi e i fiori, nel bavaglio del freddo
non chiamano da tempo.
Ogni promessa è rimandata e persino il cielo
– sempre fermo
persino lui ci lascia e va lontano, quasi crudele
va a cercare altrove, in altri deserti
la sua dolcezza.
È inverno, e lui sa farci piccole davvero
mentre la resurrezione è remota,
irreale
quanto la primavera.

Alveare (Crocetti, 2023)