Iosif Brodskij


Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shiraz e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

 

La forma del tempo (Corriere della sera, 2012)

José Saramago

Em mim te perco, aparição nocturna,
Neste bosque de enganos, nesta ausência,
Na cinza nevoenta da distância,
No longo corredor de portas falsas.

De tudo se faz nada, e esse nada
De um corpo vivo logo se povoa,
Como as ilhas do sonho que flutuam,
Brumosas, na memória regressada.

Em mim te perco, digo, quando a noite
Vem sobre a boca colocar o selo
Do enigma que, dito, ressuscita
E se envolve nos fumos do segredo.

Nas voltas e revoltas que me ensombram,
No cego tactear de olhos abertos,
Qual é do labirinto a porta máxima,
Onde a réstia de sol, os passos certos?

Em mim te perco, insisto, em mim te fujo,
Em mim cristais se fundem, se estilhaçam,
Mas quando o corpo quebra de cansado
Em ti me venço e salvo, me encontro em ti.

*

In me ti perdo, notturna apparizione,
nel bosco degl’inganni, nell’assenza,
nel nebbioso grigior della distanza,
nel lungo corridoio di porte false.

Dal tutto si fa il nulla, e questo nulla
di un corpo vivo subito si popola,
come isole che fluttuano nel sogno,
brumose, nel ricordo rinnovato.

In me ti perdo, dico, se la notte
sulla mia bocca colloca il suggello
dell’enigma che, detto, si ravviva
e s’avvolge in spire di segreto.

Nei giri e nei rigiri che m’adombrano,
nell’andare a tentoni a occhi aperti,
qual è del labirinto l’ampia porta,
dove il raggio di sole, i passi certi?

In me ti perdo, insisto, in me ti sfuggo,
in me fonde il cristallo e si frantuma,
ma quando il corpo cede alla stanchezza
in te mi vinco e salvo, in te mi trovo.

Le poesie (Einaudi, 2002), trad. it. di F. Toriello

Piero Toto


esilio

Chiedimi dell’ombra
disertata alla radice degli ulivi
così stanchi di quest’afa
mai sospetta. Detesto
della terra i rumori impolverati
il disordine dei vivi
la tua voce sminuzzata
dalla patria-lembo
che mai brucia.
Nell’arsura dei tuoi occhi
sono goccia dissoluta
il non-ritorno.
Con quale leggerezza
ci rimarremo accanto
nella sacralità del dubbio.

Inedito

Henrik Nordbrandt


Tanto ho pensato a te
e ho scritto tanto di te
senza proprio sapere chi tu fossi.
In tante e tante camere ho dormito
senza averti al mio fianco
e tante son le case
nelle quali ho abitato, senza di te.
Tante son le città in cui non ti ho incontrato.

Tante sono le cose che ho esaurito
o smarrito per via verso di te,
e tante possibilità ho sprecato,
tante vite che la tua presenza qui e ora
mi fa sentire perdute
che ormai ti posso vedere solo
come la luce primaverile che talvolta
sfiora la tua gota o accende l’ardore dei tuoi occhi
lasciando le ombre ancora più fredde e più profonde.

Poesia d’amore del novecento (Crocetti, 2006), trad. it. di Maria Giacobbe

John Williams

How often have I called you out of night,
And turned to touch a flesh where you have been,
And are no longer? There is no hand so blind
As that which cannot hold what it would seek;
I tell your shape now by other shapes l’ve known,
And find you in that loss
Of which I am aware in whom I touch.

What lawlessness of instinct holds us here
Like poles that turn the planet of our youth?
I cannot trace you where you’ve gone
Through zodiacs of change, through the vaulting years.
Before my thought you fly, as if from earth,
Escaping my pull into the vast
And timeless place that is as far as sleep,
And give to my poor wobbling planet’s path
A new trajectory among the dust
That wheels forever in an airless dark.

Dear stranger now, I call you through
This stranger flesh I touch; I call you out of sleep,
And dream you start awake to the lidded dark,
Hearing my voiceless cry without despair;
“O dreaming one in your strange house, I keep
Some part of you that cannot slip my earth
Bright in the dying marrow of my bone”;

– And sleep again,
Dreaming of children that are not my own.

*

Di notte quante volte ti ho chiamata,
voltandomi a cercare la tua carne, lì dov’eri
e ora non sei? Non c’è mano più cieca della mano
che non stringe chi vorrebbe avere;
dalle altre che incontrai ravviso la tua forma,
e sempre ti ritrovo in quell’assenza
che avverto in chi accarezzo ancora.

Quale anarchia d’istinti ci trattiene qui
poli dell’orbita celeste della giovinezza?
Più non ti trovo, lì dove sei andata
oltre zodiaci di trasformazioni, e il baratro degli anni.
Prima del mio pensiero ti alzi in volo, come dalla terra,
sfuggendo alla mia presa in quell’immenso
spazio senza tempo, remoto come il sonno,
dando al sentiero del mio povero pianeta incerto
un’altra traiettoria nella polvere
che eternamente vortica nel buio senz’aria.

Cara sconosciuta, ormai t’invoco carezzando
questa pelle estranea; t’invoco nel mio sonno,
e sogno che ti svegli al chiuso delle tenebre,
odi il mio grido muto e non disperi:
“O sognatore in quella casa strana, di te serbo
la parte che non sfugge a questa terra
e brilla nel midollo esangue delle ossa”;

– e poi ti riaddormenti,
sognando di fanciulli che non sono i miei.

Stoner e La necessaria menzogna (Mondadori, 2020), trad. it. Stefano Tummolini

Davide Castiglione


Uno colloca il monitor al centro del tavolo come il fuoco della tribù.
Il blu del video converge i nostri sguardi e siamo un filo più labili,
sfumiamo in qualcosa che inizia, che non si difende più.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 3 (Interno Poesia Editore, 2022)

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Anne Stevenson

Ph. Norman McBeath

 

The Miracle of the Bees and the Foxgloves

Because hairs on their speckled daybeds baffle the little bees,
Foxgloves hang their shingles out for rich bumbling hummers,
Who crawl into their tunnels-of-delight with drunken ease
(See Darwin’s pages on his foxglove summers)
Plunging over heckles caked with sex-appealing stuff,
To sip from every hooker an intoxicating liquor
That stops it propagating in a corner with itself.

And this is how the foxglove keeps its sex life in order.
Two anthers – adolescent, in a hurry to dehisce –
Let fly too soon, so pollen lies in drifts about the floor.
Along swims bumbler bee and makes an undercoat of this,
Reverses, exits, lets it fall by accident next door.
So ripeness climbs the bells of Digitalis flower by flower,
Undistracted by a mind, or a design, or by desire.

 

*

 

Il miracolo delle api e la digitale

Poiché la villosità dei suoi maculati canapè spaventa le piccole api,
La digitale espone minuscole insegne onde attrarre ricchi bombi babbei
Che alticci e di buon grado si addentrano nei suoi antri di piacere
(Vedi ciò che Darwin scrisse sulle sue estati con la digitale)
Gettandosi su setole intrise di nettare sensuale
Per suggere da ogni etera liquori inebrianti
E por fine al loro riprodursi in un angolo da sole.

È così che la digitale mette ordine nella sua vita sessuale.
Due antere – adolescenti, smaniosi di giungere al dunque –
Rilasciano anzitempo il polline che a mucchi cade sul fondo.
Strisciando arriva il bombo e se ne fa un panciotto,
Si gira, se ne esce e guarda caso va in consegna alla porta accanto.
Fiore per fiore, si ingravidano le campanule della digitale,
Giammai sfiorate da pensiero, disegno o desiderio.

Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), trad. Carla Buranello

Anne Sexton


Us

I was wrapped in black
fur and white fur and
you undid me and then
you placed me in gold light
and then you crowned me,
while snow fell outside
the door in diagonal darts.
While a ten-inch snow
came down like stars
in small calcium fragments,
we were in our own bodies
(that room that will bury us)
and you were in my body
(that room that will outlive us)
and at first I rubbed your
feet dry with a towel
becuase I was your slave
and then you called me princess.
Princess!

Oh then
I stood up in my gold skin
and I beat down the psalms
and I beat down the clothes
and you undid the bridle
and you undid the reins
and I undid the buttons,
the bones, the confusions,
the New England postcards,
the January ten o’clock night,
and we rose up like wheat,
acre after acre of gold,
and we harvested,
we harvested.

*

Noi

Ero avvolta nella pelliccia
nera, nella pelliccia bianca
e tu mi svolgevi
e in una luce d’oro
poi m’incoronasti,
mentre fuori dardi di neve
diagonali battevano alla porta.
Mentre venti centimetri di neve
cadevano come stelle
in frammenti di calcio,
noi stavamo nel nostro corpo
(stanza che ci seppellirà)
e tu stavi nel mio corpo
(stanza che ci sopravviverà)
e all’inizio ti asciugai
i piedi con una pezza
perché ero la tua schiava
e tu mi chiamavi principessa.
Principessa!

Oh, allora
mi alzai con la pelle d’oro,
e mi disfeci dei salmi
mi disfeci dei vestiti
e tu sciogliesti le briglie
sciogliesti le redini,
ed io i bottoni,
e disfeci le ossa, le confusioni,
le cartoline del New England,
le notti di Gennaio finite alle dieci,
e come spighe ci sollevammo,
per acri ed acri d’oro,
e poi mietemmo, mietemmo,
mietemmo.

Poesie d’amore (Le Lettere, 1996), trad. it. R. Lo Russo

Anne Sexton

Giulia Rusconi


Le strane forme del tempo
mi attirano a te, per esempio
quando spingevi il materassino sull’onda
e la schiuma mi inondava le ginocchia,
il viso gli schizzi, nelle orecchie
il rumore cauto della risacca,
e poi, dopo il sole, tornando
alla tenda in braccio, la tua pelle
aveva un odore forte, di Africa
e di mare bruciato, se davo
alla spalla un bacio di nascosto
sentivo sulle labbra il sale.

Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90. Vol. 3 (Interno Poesia Editore, 2022)

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