Anne Stevenson


Making Poetry

‘You have to inhabit poetry
if you want to make it.’

And what’s ‘to inhabit’?

To be in the habit of, to wear
words, sitting in the plainest light,
in the silk of morning, in the shoe of night;
a feeling bare and frondish in surprising air;
familiar…rare.

And what’s ‘to make’?

To be and to become words’ passing
weather; to serve a girl on terrible
terms, embark on voyages over voices,
evade the ego-hill, the misery-well,
the siren hiss of publish, success, publish,
success, success, success
.

And why inhabit, make, inherit poetry?

Oh, it’s the shared comedy of the worst
blessed; the sound leading the hand;
a wordlife running from mind to mind
through the washed rooms of the simple senses;
one of those haunted, undefendable, unpoetic
crosses we have to find.

*

Fare poesia

‘Devi abitare la poesia
se vuoi fare poesia’.

E cosa significa ‘abitare’?

Significa portarla come un abito, indossare
le parole, sedendo nella luce più netta,
nella seta del mattino, nel fodero della notte;
un sentire spoglio e frondoso in un’aria che sorprende;
familiare… insolita.

E cosa significa ‘fare’?

Essere e diventare il clima mutevole
delle parole, il servo della musa a condizioni
atroci, intraprendere viaggi sopra voci,
evitare la collina dell’ego, il pozzo dell’afflizione,
la sirena che sussurra stampare, successo, stampare,
successo, successo, successo
.

E perché abitare, fare, ereditare poesia?

Oh, è la commedia condivisa della peggiore
benedizione; il suono che guida la mano;
la parola vitale che scorre da una mente all’altra
attraverso le stanze lavate dei sensi;
una di quelle stregate, indifendibili, impoetiche
croci che pur dobbiamo portare.


Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), cura e traduzione di Carla Buranello


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Anne Stevenson


Anaesthesia

They slip away and never say goodbye,
My vintage friends so long depended on
To warm the levels of my memory.
And if I grieve for them, grief has to learn
How to care sparingly and not to cry.
Age is an exercise in unconcern,
An anaesthetic, lest the misery
Of fresh departures make the final one
Unwelcome. There’s a white indemnity
That with the first frost tamps the garden down.
There’s nothing we can do but let it be.
And now this ‘you’ and now that ‘she’ is gone,
There’s less and less of me that needs to die.
Nor do those vacant spaces terrify.

 

*

 

Anestesia

Scivolano via senza mai dire addio,
I vecchi amici su cui tanto contavo
Per dare tepore alle pieghe della memoria.
E se per loro avevo dell’affetto, l’affetto deve imparare
A soffrire in economia e non piangere.
L’età è un esercitarsi nella noncuranza,
Un anestetico, ché la tristezza
Delle nuove dipartite non renda male accetta
Quella finale. C’è un bianco risarcimento
Nel primo gelo che opprime il giardino.
Non possiamo farci nulla se non lasciare che sia.
E ora questo ‘tu’ e ora quella ‘lei’ sono andati,
C’è sempre meno parte di me che dovrà morire.
E non fanno paura quegli spazi vuoti.

 

Le vie delle parole (Interno Poesia Editore, 2018), a cura di Carla Buranello