Intervista all’editore: Roberto Cicala

Roberto Cicala è editore di Interlinea, presso cui dirige collane come “Lyra”, fondata oltre vent’anni fa con Maria Corti, Luciano Erba, Franco Buffoni e Giovanni Tesio. Critico letterario (scrive per “Repubblica” e “Avvenire”), ha all’attivo molte edizioni di inediti di Rebora e Vassalli ed è tra i maggiori esperti italiani di editoria, materia che insegna nelle università Cattolica di Milano e di Pavia.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Vivo il mestiere dell’editore come un impegno per contribuire alla cultura collettiva: scopro, seleziono e organizzo testi e contenuti in forma di libri per testimoniare un’idea, una storia originale, un valore che altrimenti resterebbe senza voce e senza possibilità di essere ascoltato. Un traguardo ambizioso? Se non lo fosse non avrebbe senso una vita respirando ogni giorno carta e inchiostro con scarse soddisfazioni economiche ma alte realizzazioni morali. Con 1500 libri alle spalle credo che l’editoria sia una vocazione.

 

2. Che cosa ti rende felice di questo mestiere e che cosa no?

Trovare forme del pensiero sempre nuove per lettori altrettanto nuovi o fedeli dà senso al lavoro quotidiano di mediazione culturale: progettare e fare libri diventa così una ragione d’essere e crea quella sensazione di fare qualcosa di buono, e di bello, per gli altri che Giulio Einaudi definiva «la felicità di fare libri». Il rovescio della medaglia sta nella società italiana che non sostiene la crescita di cultura, soprattutto a scuola, presentando spesso il libro come un di più noioso e poco utile, oltre a ritenere il lavoro intellettuale qualcosa di gratuito e non necessariamente remunerabile, fuori diritti. Con questa logica, molto in voga su internet, purtroppo non si va molto lontano e non si crea libertà di pensiero.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

Nella mia esperienza la poesia è una testimonianza resa attraverso una parola mai convenzionale ma necessaria, che si esprime con colpi d’ala, con scarti dalla quotidianità, con provocazioni positive. E facendo così è una parola che lascia il segno, come hanno fatto Rebora, Campana e Sbarbaro alle origini del nostro Novecento. Nonostante ciò la poesia è compagnia, consolazione, stimolo, frontiere superate, insomma quelle parole che spesso non troviamo per spiegare la nostra vita ingarbugliata e contraddittoria.

 

4. Quanto è importante la poesia per Interlinea?

La poesia vale per la nostra piccola casa editrice di cultura tanto quanto ci impegna in letture, scelte, idee, confronti, ricerche, ad esempio sul versante della poesia cosiddetta civile (grazie al festival internazionale di Vercelli) oppure nelle aree della letteratura delle giovani generazioni (grazie alla serie editoriale “Lyra giovani” con il maestro e amico Franco Buffoni). La poesia è necessaria ancor più che importante: è la diversità della parola che altrimenti sarebbe banale, univoca, irregimentata.

 

5-6. A tuo avviso perché siamo più un Paese di poeti che non di lettori e di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

Riparto dalle scuole. In quelle italiane non ci abituano a divertirci, stupirci e commuoverci con la poesia. Alcune volte basta una lettura, un incontro inaspettato in un determinato momento emotivo: per me fu L’aquilone di Pascoli alle medie a farmi vibrare con la forza del ritmo delle parole, la storia di ragazzi, aria aperta, giochi e amicizia, amore materno… Ma se non si trova un professore particolarmente appassionato la poesia diventa una materia ostica che è noioso studiare. Ecco, al primo posto per le poche letture degli italiani adulti sta la scuola negli anni della formazione, che significa (per usare una delle categorie dell’Ordine dei libri di Chartier) le istituzioni che fanno programmi poco attraenti e non investono sulle biblioteche scolastiche e sulle ore di lettura. In secondo luogo stanno i media, che snobbano certe forme di cultura e alcuni generi, a parte eccezioni troppo sporadiche, come la celebre lettura della Szymborska da parte di Roberto Saviano a Che tempo che fa in tv. Se poi i librai vendono soprattutto gli autori celebri sui social non è colpa loro; lo è però se riducono sempre di più i metri, o centimetri, lineare di scaffale dedicati ai versi, come se le librerie debbano fare concorrenza alle edicola. Ma, al terzo posto delle responsabilità, sta anche la filiera editoriale, con tutti quegli editori che millantano fama, distribuzione nazionale, recensioni autorevoli e tirature favolose a chi è disposto a pagare per un proprio hobby personale (e fin qui non ci sarebbe nulla di male, come altri pagano per una raccolta di francobolli o di orologi), ma spesso tali aspiranti poeti non capiscono la differenza tra un editore, un tipografo e un disonesto. Anche qui ci sono radici culturali. Credo che queste siano alcune delle ragioni che creano confusione sociale intorno al genere lirico relegandolo quasi in un ghetto da intellettuali o da persone strane.

 

7. Che cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Anche in letteratura la qualità paga, ma paga se c’è un’educazione a riconoscerla ed apprezzarla, non una corsa verso il troppo facile come sta avvenendo oggi. Credo che i festival seri possano aiutare a dare una percezione più accattivante della poesia, grazie all’incontro con temi e autori. Poi è fondamentale prevedere l’accostamento alla parola poetica fin dall’infanzia, nel periodo “Nati per leggere”: pensiamo alla forza ammaliante ed entusiasmante di rime di scrittori come Roberto Piumini o Anna Lavatelli che poi un bambino si porta dentro di sé per tutta la vita, per non dire anche del celebre Alì Babà e i quaranta ladroni di Emanuele Luzzati. Poi i mass media potrebbero naturalmente fare la loro parte, con intelligenza e creatività, senza spettacolarizzazioni verso il basso a tutti i costi. Alla fine bisogna guardarsi sempre allo specchio: ognuno di noi sceglie, compra e regala quella poesia che può appassionare gli altri e far sì che, come le ciliegie e i gialli, un libro tiri l’altro.

 

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Credo che i social siano un passatempo di condivisione virtuale, di emozioni da far girare come una catena di sant’Antonio, ma inducono al mordi e fuggi, alla lettura telegrafica e surf, poco adatta alla profondità lirica, e soltanto in pochi casi penso riescano a indurre a continuare la lettura da un post a un libro. Non è però colpa di Facebook o Instagram in sé ma del contesto sociale che non dà alcun sostegno alla quotidianità dell’atto culturale di un libro. Eppure non sarebbe una chimera se in altri Paesi europei funziona diversamente e le percentuali di lettura sono il doppio dell’Italia.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Spero davvero che le prossime generazioni leggeranno più poesia grazie anche alla tecnologia, agli audiolibri, agli spazi di bookcrossing pubblici mentre si aspetta un treno, una visita in ospedale, ma soltanto se dalla scuola ai media la poesia diventerà qualcosa di familiare, avvincente, utile. Comunque scegliere bene i libri da parte degli editori aiuta a non creare confusione, a non far nascondere le opere che valgono davvero sotto la montagna delle autoedizioni private.

 

10. Per chiudere l’intervista ci regali qualche tuo verso amato?

L’esperienza di un poeta come Rebora credo sia sembra fondante, per esempio nei versi in cui racconta che «quando morir mi parve unico scampo, / varco d’aria al respiro a me fu il canto: / a verità condusse poesia». Non è di facile lettura, come lo è solo apparentemente una autore che amo molto perché molto contemporanea, Luciano Erba, che chiede a se stesso: «Interroghi l’alfabeto delle cose / ma al tuo non capire niente di ogni sera / sai la risposta di un mazzo di rose?». Sono nel catalogo di Interlinea, come l’esule siriano che ha scritto a memoria Specchi dell’assenza, negli anni in carcere senza carta né inchiostro. Nei giorni in cui il libro è uscito in Italia i telegiornali trasmettevano le immagini della liberazione di Raqqa e lui notava che da alcune case erano stesi lenzuoli con scritti suoi versi come questi che avevano aiutato la rivoluzione: «un uccello / basta / perché non cada il cielo». La poesia può cambiare il mondo,,, Come avviene con Giovanna Vivinetto, la ragazza che Interlinea ha scoperto nel 2018 con il suo diario in poesia in cui racconta il Dolore minimo della sua scelta transessuale: «non mi sono mai conosciuta / se non nel dolore bambino / di avvertirmi a un tratto / così divisa. Così tanto parziale». Sono versi in cui tutti, trascendendo il caso singolo, possono specchiarsi.

 

Intervista a cura di Andrea Cati

Intervista all’editrice: Claudia Tarolo

Claudia Tarolo è uno dei due editori di Marcos y Marcos. Dal 2000 si occupa di direzione editoriale, collabora con gli autori italiani della casa editrice per la messa a punto dei testi e rivede tutte le traduzioni pubblicate. Per insanabile passione si concede anche il lusso di qualche traduzione. Tra gli autori tradotti, Angeles Caso, Jhumpa Lahiri, William Saroyan, Ricardo Menéndez Salmón, Michael Zadoorian. Collabora con il Master “Professioni e prodotti dell’editoria” presso il Collegio Santa Caterina da Siena di Pavia e con il Master in Traduzione di testi postcoloniali dell’Università di Pisa. In una vita precedente ha diretto l’ufficio legale di una multinazionale americana traendone ogni possibile insegnamento.

 

1. Cosa vuol dire per te svolgere il mestiere di editore?

Vuol dire assumersi la grande responsabilità di affermare, nei fatti, cosa secondo noi è importante proteggere. Che genere di scrittura, quali idee, quali storie. E con questo patrimonio di titoli che, a differenza di molti titoli di borsa, rappresentano davvero dei valori, affrontare la sfida del mercato. Senza aiuti esterni, senza ricchi patrimoni alle spalle, è un rischio enorme. È una sfida eccitante. Far quadrare i conti di un’azienda offrendo soltanto ciò che per noi è qualità, questo sì che è equilibrismo. E incredibilmente, da trentotto anni, resistiamo, continuando ad appassionarci e divertirci.

 

2. Che cosa ti rende felice del tuo mestiere e cosa no?

Mi rende felice la libertà totale di scegliere e andare fino in fondo per difendere un’idea; mi esalta scoprire che molti altri la condividono. Sono felice quando ho davvero l’impressione di aver partecipato a una cosa bella, vera, importante per le persone che la vivono. Mi rende felice la passione della nostra squadra, la convinzione sincera e la tenacia. Mi rende felice un editing felice e produttivo. Mi rende felice, ogni volta, ricevere un nuovo libro appena stampato. Mi rende felice che un nostro libro diventi un film. Mi rende ovviamente felice vendere abbastanza copie, poter continuare a pubblicare. Mi spiace invece quando un bel libro va sprecato, quando una libreria è in difficoltà. Mi amareggiano politiche di sovrapproduzione, di sconti selvaggi che penalizzano sia le librerie che gli editori indipendenti. E detesto le ingiuste alterazioni della concorrenza; in un mercato davvero libero, dovrebbero valere per tutti le stesse regole, e purtroppo non è così.

 

3. Passiamo ora alla poesia. Intanto: cos’è per te la poesia?

È sempre stata molto importante nella mia vita personale; quando ho conosciuto Marco Zapparoli, tanti anni fa, prima che fondasse la casa editrice, ci scambiavamo poesie di Milo De Angelis, Rilke e Odysseas Elytis. È la forza della parola allo stato puro, serve per fermarsi e riprendere slancio. La bella poesia è veramente un dono che lascia increduli e speranzosi nell’umanità.

 

4. Quanto è importante la poesia per Marcos y Marcos?

Basti dire che il primo libro della casa editrice è stato un piccolo libro di un poeta espressionista tedesco, Georg Heym: E da segrete scale. La poesia che dà il titolo alla piccola raccolta la so a memoria, mi torna in mente in moltissime occasioni: “Di nuovo entriamo ora nel sole, dal campo d’oro e da segrete scale…”. Da allora abbiamo sempre pubblicato libri di poesia, italiana e straniera: siamo stati tra i primi a pubblicare due poeti del calibro di Umberto Fiori e Fabio Pusterla; tra gli stranieri, cito soltanto Heaney, Jaccottet, Mistral, Lorca, Machado. Con Franco Buffoni, che oltre ad essere un poeta è anche un generoso sostenitore di giovani talenti, da quasi trent’anni pubblichiamo i Quaderni di poesia contemporanea con cadenza biennale: il prossimo esce a marzo ed è il quattordicesimo. È un vero laboratorio di selezione delle nuove voci e delle nuove tendenze: un comitato di lettura seleziona sette poeti tra centinaia di candidature. E da ormai tre anni abbiamo aperto una vera e propria collana di poesia, Le Ali, diretta da Fabio Pusterla. Sono tre libri l’anno, il primo di un poeta consolidato ma sfuggito ingiustamente, per qualche ragione, all’attenzione generale. Il prossimo gennaio sarà il grandissimo Luigi Di Ruscio, poeta operaio. Il secondo o il terzo è sempre un esordiente, l’ultimo oscilla tra le due condizioni. Posso dire, quindi, che la poesia per noi sia la radice, la linfa.

 

5. A tuo avviso perché siamo più un paese di poeti che non di lettori?

Questo purtroppo vale in generale, ci sono più scrittori che lettori; e non è un fenomeno soltanto italiano. Bisogna coltivare l’arte sottile dell’ascolto, trarne piacere e nutrimento. Ma occorre umiltà, che in un’epoca di vanagloria è poco praticata.

 

6. Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge così poco?

La poesia è sottovalutata, a volte proposta male, come un ingrato compito di analisi… eppure ricordo ancora al liceo come fossimo tutti rapiti dai lirici greci; sembrava quasi impossibile che avessero una sensibilità così vicina alla nostra, che ci parlassero attraverso i millenni come e meglio dei cantanti rock. Confesso di aver scritto sui muri con la bomboletta spray, a quindici anni, versi di Ibico.

 

7. Cosa occorrerebbe fare per appassionare alla poesia?

Leggerla, scoprirla, scambiarsela, regalarla; in famiglia, a scuola, tra amici. Leggerla ad alta voce, mandarsela. Godersela. Il piacere è contagioso.

 

8. Gli Instapoets avvicinano nuovi lettori agli scaffali di poesia?

Amare e diffondere buona poesia serve sicuramente molto di più.

 

9. In futuro si leggerà più o meno poesia?

Io credo di più, anche perché adesso se ne legge davvero troppo poca, ed è una perdita per tutti. Pensiamo all’America Latina, dove i festival di poesia riempiono gli stadi; pensiamo al mondo arabo, dove è il genere letterario più importante.

 

10. Per chiudere l’intervista, ci regali qualche tuo verso amato?

Sono tantissimi, è difficile scegliere.
C’è una poesia dell’ultimo poeta che abbiamo pubblicato nelle ALi, Fabrizio Bajec, che in questi giorni è in primo piano, in casa mia, cerchiata a pennarello, il libro aperto su quella pagina:

Presso un vecchio molino
sta un’anziana dalle mani
bucate dai raggi di Dio.
Mescolarsi con gli altri
le è infausto dal tempo
che fra loro non funziona
Sola segue meglio una legge
assurta alla piena chiarezza

 

da La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018)

 

 

Intervista a cura di Andrea Cati